mercoledì 23 novembre 2011

Mortacci sua (il guardalinee)

E la scena madre abortì. Il gol più bello della domenica viene concepito, ma non arriva all' anagrafe per un intervento arbitrale che lo sospende nel limbo delle reti fantasma. Resta a mezz' aria Pablo Osvaldo, immortalato in un' acrobazia da bustina Panini, un gesto perfetto che la memoria non sa se conservare come un brillante o gettare come un pezzo di vetro. C' è un crinale di non poco conto da valicare, scomodando la filosofia, il dirittoe la calciofilia. Che cosa esiste: quel che abbiamo percepitoo quel che viene registrato? Dobbiamo arrenderci alla giustizia anche quando ci chiede di essere ingiusti? E soprattutto: questo funambolo del superfluo è un campione o un bidone? Rewind. Olimpico di Roma, squadra di Luis Enrique, come spesso, padrona & sprecona. Dal possibile 3-4 a 0 a un poco rassicurante 2 a 1 contro il Lecce. Manca il killer che ammazzi le partite. Bojan è, in tutti i possibili sensi, pietoso. Lamela ricama. Totti è torvo. Resterebbe Pablo Osvaldo, prelevato in estate a caro prezzo stupendo molti. Perfino un lontano cugino marchigiano di Filottrano, che da tempo cerca invano di organizzargli una festa in paese, ebbea dire: «Davvero varrà tutti quei soldi?». Tranquilli, è l' annata del riuso. C' è la crisi, si guarda in fondo al guardaroba, si tira fuori una giacca che un tempo pareva pacchiana, si destruttura togliendo le spalline, si abbina con gusto et voilà: in testa alla classifica marcatori c' è Denis che a Napoli era una mutanda. Osvaldoa qualcuno sembra nuovo, ma ha già giocato nell' Atalanta (proprio come Denis), nel Lecce (con Zeman, che lo stimava), nella Fiorentina di Prandelli, nel Bologna. Per sbocciare è dovuto andare a Barcellona (lato Espanyol) e tornare. Ha già segnato quanto nella miglior stagione italiana tutta intera. Ha recitato da Zelig, facendo il Totti a Roma (con la maglietta della purgaa sproposito)e l' arcitaliano in nazionale (cantando la nenia di Mameli più forte degli altri). È pronto per il salto, a tutti gli effetti. Gli manca il passaggio (in) giusto. Glielo fa Gago. Dal lato destro del campo fa partire un cross sbagliato, troppo arretrato rispetto alla posizione del centravanti. Non è mai dato sapere quel che il giocatore pensa, se pensa. C' è un luminoso secondo che schiude le porte del possibile e accende l' eterno interrogativo: che fare? Lasciar andare o buttarsi? Tentare il gran gesto rischiando la fetenzia da Gialappa's ? In quell' istante soccorre l' esperienza di sé, il tracciato del già fatto, quindi ripetibile. Sono bravo, bene: bis. Osvaldo aveva azzeccato la rovesciata un' altra volta, in un frangente ancor più estremo: ultima di campionato 2007-2008, Fiorentina-Torino, se la Viola vince va in Champions. Lui fa l' acrobata, segna, esulta, Prandelli ringrazia e qualche anno dopo ricambia con una maglia azzurra. Memore, Pablo dà le spalle alla portae butta le gambe dalla parte opposta, impatta, trova la traiettoria perfetta e insacca. L' Olimpico esulta, solo l' arbitro fischia. Ma il suo gesto annulla quello di migliaia di persone. La maglietta di Osvaldo resta tirata sulla faccia ad annullarne (dopo la rete) il volto. Una maschera di nessuno, la celebrazione di niente. Eppure. Dove sta il confine? Se l' arbitro non sbaglia, quel gesto finisce nella rubrica del gol di Gianni Mura al lunedì come il piatto migliore del menù. Viene invece spazzato in questa raccolta di avanzi e frattaglie del martedì. Che senso ha ricordare quel che non è stato? Un momento: davvero non è stato? Chi ha il potere di annullare i ricordi? C' è una sequenza che ricorre nei film in cui si inscena un processo. L' accusa porta una prova (diciamo, un' intercettazione) che dimostra in modo chiarissimo la responsabilità dell' imputato. La difesa eccepisce l' irregolarità del metodo. Il giudice intima alla giuria di non tenerne conto nel verdetto e quella, alla fine, assolve. Boskov direbbe: gol è se arbitro dà. Ma Platone concorderebbe? Quello di Osvaldo non è, ontologicamente, un gol? Adesso non vorrei addentrami nella caverna e proiettare l' immagine della rovesciata sulla parete per distinguere l' idea dall' entità, perché mi perderei. Resta la scelta del cuore. Nel "Più mancino dei tiri" Edmondo Berselli glorificava lo studioso rinchiuso in prigione che scrive la storia sulla base di quel che la memoria, non l' archivio, gli consente. Tramandiamolo allora come un meraviglioso (non) gol e annulliamo l' arbitro. Quanto al lontano cugino di Filottrano, lasciamolo pure nel dubbio.

di Gabriele Romagnoli; la Repubblica

Trabzonspor-INTER 1-1

Ottima partita di Ricky e poco altro... ma siamo qualificati come primi del girone.

INTER-Cagliari 2-1

Ossigeno prezioso... e gran gol di Coutinho.

sabato 12 novembre 2011

SuperMario

La pecora nera, come gufava il ct nemico Smuda, ha trovato invece il tocco del fenomeno, annerendo l’arena di Wroclaw. Magari ha solo fatto il promo sul palcoscenico dei prossimi Europei, dove vuole arrivare da star. «E se continua a giocare così, diventerà uno decisivo», sorride alla fine Cesare Prandelli.
Ecco a voi Mario Balotelli: freccette, petardi e gol, sempre più spesso. Mica può essere una rete normale: la prima in Nazionale, al sesto tentativo. La prima di un giocatore di colore nell’Italia. Il nostro piccolo Obama. Uno che ha già iniziato a far cambiare le cose. Per esempio ammutolendo lo stadio dove dentro c’erano una decina di Ultrà Italia, quello stesso gruppo che, un anno fa, lo fischiò a Klagenfurt. «Non ci sono negri italiani», era stato il simpatico gingle. Altroché: ci sono, giocano, segnano, e ti fanno vincere le partite. Pure per questo il ct esce dagli spogliatoi con il sorrisone: «Complimenti a Mario e alla squadra, è stata un’ottima partita. Sono soddisfatto perché, al di là del gol, lui è sempre stato in partita, facendo quello che gli è stato chiesto». Giocare.

Perché sempre io? D’ora in poi SuperMario potrà infilarsi sempre quella maglietta, ma non per le boiate che combina, anche se lui dice son cose divertenti, ma per le reti segnate. Prenditi l’Italia, gli aveva chiesto Prandelli, e così è stato. Con i suoi tempi, però. Con le sue liturgie. Avvio lento, quasi da scontroso. Da incavolato con il mondo. Anzi, orribile. Due palloni toccati e due falli, fatti. Un paio di scatti, e tutti giù per terra, scivolando. Pareva una serataccia. Unico avvistamento dopo 23 minuti, con un colpo di testa alto. Per sbucare nella partita gli ci vuole mezz’oretta. Prima l’assaggio: dribbling e tentativo di tiro a giro, un po’ scolastico. Dopo qualche secondo è già docente. Controllo sulla frontiera dei 25 metri, un’occhiata al portiere, pericolosamente sul pianerottolo, e dolce fiondata sotto la traversa. Il pallone cala alle spalle del polacco accarezzando la rete. Quasi irridente, da nemico di Premier Laegue, visto che il povero Szezesny di mestiere fa il guardiaporta dell’Arsenal.

Tant’è bello il colpo che per qualche minuto, in tribuna, ci si chiede se quell’infernale parabola non sia frutto di qualche complice deviazione: macché, è tutta roba di Balotelli. Però al gol bisognerebbe esplodere, invece lui implode. Se ne sta fermo, porta un pezzo di maglietta alla bocca e niente. Sono gli altri che gli corrono addosso, e lo sommergono. Fa più rumore il silenzio del pubblico, ammutolito. Perché c’è qualche fischio, più polacco che degli Ultrà Italia. Ma stavolta il razzismo non c’entra: è la rabbia che lanci sempre contro il più forte, quello che ti ha battuto. Gli avversari e gli incivili. SuperMario starà muto pure quand’è finita, filando sul pullman con il berretto azzurro calato sugli occhi. Come dire: niente parole ai posteri, basta e avanza la conferenza dell’altro giorno.

Poi però non è che il bad boy s’è fatto boy scout. Prendi l’avvio di ripresa: abbattuto con una spallata da Murawski, Balotelli alza la gamba per agganciarlo, e un po’ ci riesce. Nulla di irreparabile, un po’ da bulletto però sì. Non sarebbe lui. Da protagonista dell’Europeo, chiede un polacco. Prandelli sorride: «Lo speriamo tutti».

di Massimiliano Nerozzi; LA STAMPA

Polonia-ITALIA 0-2

Mario Balotelli, per chi non l'avesse ancora capito, è un fuoriclasse.

mercoledì 9 novembre 2011

Amico gipsy

Ci sono libri che dovrebbero togliere la smania di giudicare, per aiutarci semmai a capire. "Io, Ibra" è uno di questi. È la ponderosa storia (396 pagine!) del campione milanista, scritta da David Lagercrantz, in uscita in Italia a fine settimana per Rizzoli. Nelle anticipazioni svedesi si è molto parlato degli attacchi di Ibra a Guardiola ("il vigliacco meditabondo") e al Barcellona (" quella m... di collegio").

Ma dentro questo racconto c'è ben altro. Non è solo un libro di sport. È invece un viaggio nel dolore infantile (è dedicato "ai bambini che si sentono un po' strani e diversi"), nel disagio sociale, nell'abbandono. È una lunga trama di solitudine. Qui s'incontra un bimbo maltrattato dalla famiglia, scisso in un'identità meticcia non solo per questioni di provenienza geografica (il padre Sefik, bosniaco, muratore, la madre Jurka, croata, donna delle pulizie), alle prese con una sorella tossica e un papà alcolista, cresciuto in un sobborgo svedese con gli assistenti sociali alle calcagna, e senza amore.

Ecco, nella ferita del non amato Ibra è impressa la matrice di tutto il resto: ovviamente non giustifica i furti di biciclette o le bravate ai 250 all'ora, le risse con i compagni e lo spaventoso egocentrismo non solo calcistico, ma qualcosa spiega. Non serve una laurea in psicologia per capire come
quel ragazzino balbuziente, magrissimo, basso (uno scoop) e col naso enorme, bisognoso del logopedista per imparare a dire la esse, avrebbe cominciato a prendere a cazzotti la vita per essere qualcuno, per sentirsi qualcosa.

La biografia di Zlatan Ibrahimovic è impietosa e aspra, piena di spigoli proprio come lui. Il bambino nasone grida io esisto. Irriverente, non sopporta la disciplina, le lezioni morali, le regole. Nel libro ci sono le lacrime di Moggi ormai finito, un provino per il Verona, nientemeno, i trucchi e i ricatti ogni volta che Ibra vuole cambiare squadra: non proprio un lord della trattativa.

E ci sono molti ritratti. Capello è glaciale, ma solo con lui si comincia a crescere. Guardiola è perbene, ma falso. Mourinho è un divo, ma pieno di passione, segue tutto dei suoi ragazzi, sa farsi amare perché ama. E Maxwell è un vero amico. E Beenhakker un pallone gonfiato. E Ronaldo il mito assoluto. E Van Basten un modello. E Mancini un fighetto di sostanza. E quella Juve, la più grande squadra del mondo, piena di uomini d'acciaio, altro che Calciopoli.

C'è un personaggio, in questo romanzone d'appendice, che svetta su tutti: il "ciccione idiota, quel meraviglioso ciccione idiota" di Mino Raiola, il procuratore con l'aria di uno scappato da casa. Quello che va a trattare affari milionari in t-shirt e Nike sfondate, quello che teneva i conti in pizzeria, quello partito da Nocera Inferiore, periferia estrema, un po' come il sobborgo svedese di Rosengard, cioè il ghetto di Ibra, le sue radici: i due si sono piaciuti anche per questo, per una sporca faccenda d'identità condivisa. Poi, certo, Mino tira a fregare tutti e governa senza scrupoli le strategie di Ibra, complice e non solo procuratore: pensavate che il calcio fosse popolato solo da gran signori? In che mondo vivete?

L'altro personaggio importante è Helena, la moglie manager, undici anni in più di Ibra e parecchio sale in zucca. Prima di innamorarsi e sposarlo lo ha accudito, lo ha protetto: i bambini non amati ne hanno bisogno. Ed è così, tra una coccola e un gol di tacco, che lentamente le ferite si rimarginano (scomparire, mai), insieme ai ricordi brutti con i quali scendere a patti: un padre non più perduto e lontano, due figli piccoli dentro una nuova vita, il segno remoto della meningite, l'immagine di un frigorifero sempre vuoto e vagonate di pasta con il ketchup, un paio di scarpette da calcio prese al supermarket. Questo è Ibra, questa la sua antipatica fragilità. Ma dal dolore è germogliata anche tanta bellezza.

di Maurizio Crosetti; la Repubblica
 

venerdì 4 novembre 2011

martedì 1 novembre 2011

giovedì 20 ottobre 2011

Ago

Non era un tipo facile. Ma è stato unico. Non era amore. Erano viscere. Agostino Di Bartolomei e la Roma. Più forte di qualunque tradimento perché per quelli come lui c'è sempre un perdono (Tradimento e perdono è la canzone che gli dedicò Venditti). Il 31 ottobre, nella Sala Petrassi dell'Auditorium, alla Festa del cinema di Roma, verrà proiettato 11 metri, il docufilm col quale Francesco Del Grosso ha cucito talento e misteri della sua vita, la semplicità ("il calcio è semplicità", scriveva Agostino) e la potenza. Calciatore "serio", uomo sedotto dallo "spleen", Ago si è suicidato a 39 anni, 17 anni fa. Parlano i suoi amici, i compagni di squadra, i massaggiatori, i medici, i sindaci. La moglie Marisa che incontrò ad una festa noiosa. Il figlio Luca che lo chiama Ago: "Con un gesto stronzo mio padre mi ha lasciato il vuoto ma mi ha insegnato ad amarlo". Quando esultò dopo aver segnato il gol del 2-1 Ago aveva la maglia rossonera perché qualcuno a Roma gliene aveva strappato di dosso un'altra, costringendolo a traslocare. Si giocava Milan-Roma. I romanisti si sentirono a loro volta traditi. Al ritorno lo fischiarono. Lui rischiò di prendersi a pugni con Graziani. L'Olimpico si divise. Ma non per molto.
Agostino è rimasto Agostino. Con la sua parlata a singhiozzo e quegli occhi scuri che guardavano un punto sempre troppo lontano per capire cosa fosse e sempre troppo vicino per essere messo a
fuoco. Un atleta così diverso dai mercenari in mutande, così simile a certi scrittori, o cantautori, o pittori, che sono morti giovani e che per questo è difficile immaginare anziani (Nick Drake, Arthur Rimbaud, Caravaggio). È stato il capitano dello scudetto dell'83. La sua identificazione con la città era totale. Ago era la gente. Con Liedholm condivideva la cultura. Parlavano di tutto, soprattutto di quadri: "Andavano insieme per musei trascinando anche me", ricorda Righetti nel film. Soffriva anche in quei giorni? Non lo sapremo mai. Certo stupisce ancora la sua riluttanza alla gioia. Nei ristoranti, con la squadra, rimaneva sempre in disparte. Nelle interviste era come se gli fosse appena morto il gatto. Dopo la sua rete più importante, il rigore realizzato contro il Dundee nella semifinale di Coppa dei Campioni, si limitò a disincagliare il pallone dalla rete e portarselo a centrocampo. Come a dire: "Non la facciamo troppo lunga". "Oooh Agostino! Ago-Ago-Ago-Agostino, gol!", intonava la Sud.
Si parla tanto di bandiere. Lui lo è stato. Da ala destra si trasformò in centrale di difesa, nell'uomo in più che ispirò Paolo Sorrentino per il suo primo film. Delle sue punizioni a Roma si diceva che le tirasse anche "da casa sua", anche da 35 metri. Senza di lui la Roma del Barone sarebbe stata meno compatta. Sopportò che per affetto lui e Prohaska venissero ribattezzati "lenti a contatto". Non gli importava. Si lamentava che la Roma lo avesse costretto a scappare (persino Renato Guttuso si espose per evitarne la partenza) e non lo avesse mai più cercato: "Il suo spessore intellettuale avrebbe fatto bene alla Roma", ammette l'attuale ds giallorosso Sabatini. Che promette: "La nuova Roma sfrutterà il patrimonio culturale di Agostino. Per dare una svolta al modo di avvicinarsi al calcio, di viverlo. In nome dei giovani e non solo".
Si ritirò dopo aver riportato in B la Salernitana. Era convinto che il calcio non lo volesse più. Aveva ragione. Era troppo integro. Non accondiscendeva. Che gli affidassero degli incarichi importanti era impossibile almeno quanto un asceta cattolico potesse aspirare ad avere un ruolo nelle prime società calviniste. Bearzot non lo chiamò mai in Nazionale. Lui non disse nulla. Come quando si sparse la voce che avesse appeso al muro Falcao dopo la sconfitta col Liverpool. Ago si portava dietro i profumi e i sentimenti della fanciullezza, della pozzolana, di quando giocava alla Chiesoletta, o sulla spiaggia del Lido di Cincinnato o sul campo dell'Omi a Tormarancia, dove lo pescò Trebiciani. Sua moglie Marisa: "Forse dopo aver smesso doveva essere più coraggioso". Ago ci stava provando. Da pensionato sognava una scuola calcio. Avrebbe voluto costruire una Trigoria a Castellabate (il paese di Marisa, recente location di Benvenuti al sud), nel Cilento, dove ormai viveva. Qualcuno deve avergli sbattuto la porta in faccia. Tanti anni prima lo avevano rapinato in un ristorante sull'Ardeatina: prese il porto d'armi e da quel giorno dentro il suo borsello (per cui molti lo prendevano in giro) c'è sempre stata una Smith & Wesson calibro 38. A portata di crisi: "Si sentiva minacciato", racconta un suo amico. La porta in faccia deve aver contribuito a caricare quell'arma. Sappiamo tutto delle formidabili coincidenze. Agostino si è ucciso 10 anni dopo Roma-Liverpool, la mattina del 30 maggio del '94. Quel giorno l'Ago della bilancia si è spostato verso la parola fine. Invocando l'ultimo perdono.

di Enrico Sisti; la Repubblica

mercoledì 19 ottobre 2011

Calma e gesso

E' un'ovvietà, ma è anche la sintesi estrema di questa Inter, l'origine dei suoi problemi e dei suoi affanni: "Non siamo al 100%, né lo saremo presto. Dobbiamo gestire questa fase, cercando di portare i giocatori al massimo della forma ma continuando ad affrontare i nostri impegni". E' appena terminata Lille-Inter, grazie al gol di Pazzini e alla buona prova del collettivo il sorriso è meno tirato rispetto alla vigilia, così Ranieri può distendersi e raccontare i suoi problemi: "Abbiamo bisogno di ritrovare la condizione migliore, tutti insieme. Pian piano ci riusciremo, ma il momento rimane delicato, dobbiamo fare attenzione. La vittoria col Lille è meritata, la squadra mi è piaciuta, però c'è ancora molto da lavorare". Perché il problema principale dell'Inter è proprio lo stato di forma generale, la condizione atletica che non è omogenea.
E' stata un'estate particolare, che ha condannato tutti alla precarietà: la Supercoppa da giocare a Pechino il 6 agosto, la Coppa America per tutto il mese di luglio, i tanti infortuni non hanno permesso di svolgere un'adeguata preparazione atletica. Per questo Gasperini, al di là dei suoi errori di valutazione (uno su tutti: aver preferito questo Milito a questo Pazzini), non ha mai avuto tra le mani una squadra brillante, ed è rapidamente affondato; per questo Ranieri, dopo un buon avvio, ha inciampato rovinosamente su Napoli e Catania, prima di riprendersi in Francia. Perché i giocatori non hanno ancora una condizione ottimale, o uguale per tutti.
L'Inter parte sempre bene, poi si affloscia nel secondo tempo. Oppure spesso si nota la mancanza di freschezza di alcuni elementi, soprattutto i più anziani, quando il ritmo si alza. Non sono ancora al top, gli interisti, nessuno di loro. Tutti, a parte l'innaturale Zanetti - che per certe cose non fa testo - hanno accusato infortuni più o meno lievi che ne hanno ritardato o interrotto la preparazione, e risalire è difficile quando la stagione entra nel vivo, perché non ti puoi allenare con continuità a causa dell'incalzare degli impegni. Da qui gli enormi problemi nell'assemblare la squadra da parte di Gasperini e Ranieri, anche se il tecnico romano finora è parso più realista del predecessore, provando a rischiare il minimo indispensabile e optando per assetti poco spregiudicati, come nell'ultima uscita a Lille.
Non c'è ancora la brillantezza, dunque bisogna giocare più in difesa, più 'bassi', evitando sbilanciamenti inutili. E' l'unico modo per uscire dal pantano. E ora che nel girone di Champions le cose si sono parecchio aggiustate, l'Inter deve registrarsi in campionato, dove la classifica è la peggiore di sempre. Ci sono sedici squadre prima dei nerazzurri ed è sinceramente troppo, troppo brutto per essere vero. I prossimi tre impegni non si possono fallire, altrimenti la questione si farebbe imbarazzante: Chievo, Atalanta e soprattutto Juventus, nei prossimi dieci giorni, racconteranno altre verità sull'Inter. Che è ancora alla ricerca di se stessa e delle sue gambe perdute, ma a Lille ha fatto intuire di avere ancora del fuoco dentro di sé.

di Andrea Sorrentino; la Repubblica

Lille-INTER 0-1

Una fondamentale boccata d'ossigeno. Ottimo primo tempo, ripresa catenacciara a causa del consueto vuoto di benzina nelle gambe.

lunedì 17 ottobre 2011

Presidente

Caro Massimo, non te lo meriti. Non meriti di sprofondare in disonorevoli cori, in striscioni insultanti, in scioperi del tifo. Non lo merita la tua passione infinita e a volte donchisciottesca, non lo meritano i cinque titoli in cinque anni (sì, cinque e che gli altri si mettano l’anima in pace), non lo merita il triplete, anzi il quintete, non lo meritano tutti i campioni ( e gli allenatori, anche quelli) che hai fatto sfilare a San Siro.
Ma, Massimo, lo sai che finirà così, che quest’Inter che se la deve giocare con Bologna e Lecce è uno scherzo surreale. Che la memoria del tifoso è più volubile di un maggioranza parlamentare. E gli striscioni, gli scioperi, gli insulti arriveranno puntuali. Tu che le contestazioni, fossero contro giocatori-mister-nemici-arbitri, te le sei sempre risparmiate.
Perché Massimo, a noi fin qui devoti nerazzurri, devi dire la verità: non ti puoi nascondere dietro fair play finanziari o l’Inter-che-punta-sui-giovani. Devi dirci se i soldi sono finiti. Se la tua inesauribile adesione alla causa non significhi più inesauribile disponibilità. Se i Gasperini o i senatori dello spogliatoio che-ti-darebbero-gli-ordini sono alibi. Ricapitoliamo velocemente: avevamo puntato subito sull’erede di Leonardo. Inchiodato dal destino, il vice Mou che prova a fare il Mou, sulla panchina dell’Inter si doveva sedere Villas Boas. Quindici milioni per liberarlo. Troppi. E poi è andata come è andata.
Secondo capitolo, campagna acquisti: un’Inter come quella dell’anno scorso, una rincorsa col fiatone sul Milan e una disonorevole eliminazione col carneade Schalke 04, andava rifondata. Un forte difensore centrale, due centrocampisti di livello europeo, una punta coi fiocchi. Bale? Mascherano? Aguero? Sanchez? No, costavano troppo. Quindi Alvarez, Jonathan, Forlan, Zarate.
Caro Massimo, qualcuno dirà: nei giorni del tuo regno, l’Inter (e gli interisti) simil tempi cupi li han già visti. No, al netto di calciopoli varie e di squadre mal assemblate, no, simil tempi cupi, almeno negli ultimi 15 anni, non li abbiamo visti mai. Perché prima di diventare campioni a giugno, eravam sempre campioni d’estate. Le nostre formazioni balneari avevano già vinto lo scudetto ad agosto.
Nel (finora terribile) campionato di grazia 2011-2012, l’Inter non è mai stata competitiva, perché non lo era ancor prima di cominciare. La storia del “progetto in divenire” (sempre che ci sia) non funziona, l’Inter non sarà mai l’Udinese, l’Inter deve vincere subito. Se l’era del calcio al petroldollaro non cambia, vendi dunque agli arabi Massimo, finché sei in tempo. O dicci la verità. Perché, qui a Milano, il derby col Monza lo ha giocato una sola squadra.

di Matteo Cruccu; IL CORRIERE DELLA SERA

domenica 16 ottobre 2011

Catania-INTER 2-1

Sconfortante...

Yeongam

Indovinate un po' chi è arrivato davanti a tutti? Sì, lui.

Finalmente Toro

Ventisei punti: record as­soluto in serie B dopo 10 giornate (8 vittorie e 2 pareg­gi, solo la Juventus 2006-07 aveva tenuto un passo così, ma di punti ne aveva 17 per la penalizzazione di 9 punti dovuta a Calciopoli). Torino unica squadra imbattuta della B. Cinque successi con­secutivi: il Toro non ci riu­sciva dalla stagione 2005-06 con De Biasi in panchina. Cinque vittorie esterne con­secutive: è la prima volta per il Torino dal ‘29 in avanti (gi­rone unico), l’unico prece­dente è del 1915. Appena 5 gol al passivo: miglior difesa del campionato. Basterebbero questi numeri per fotografare lo splendido momento della formazione granata. Ma le cifre non spiegano la grande forza di carattere di una squadra che ha saputo assorbire anche lo shock emotivo dell’inciden­te automobilistico che li ha coinvolti domenica scorsa. Gli occhi di questi ragazzi hanno visto la morte atroce di loro coetanei e certe im­magini non si dimenticano. Alcuni hanno reagito più di altri, tutti ne hanno sofferto. Per questo motivo la vittoria su una squadra solida e ben organizzata come la Juve Stabia ha un altissimo valo­re. Testimonianza della qua­lità dei giocatori, ma anche del loro spessore umano. Al­la fine Torino-Juve Stabia 1-0: fuga in classifica con un tuffo nel cuore.

di Paolo De Paola; TUTTOSPORT

domenica 9 ottobre 2011

Suzuka

Sebastian Vettel concede il bis. F1 World Champion 2011.
Congratulations.

Utopia(?)

Una partita di calcio senza arbitri, splendida utopia. In Italia ci stiamo provando, cominciando con i bambini piccoli. Con i Pulcini, mini atleti tra gli 8 e i 10 anni. L’iniziativa è del Settore Giovanile e Scolastico della Federcalcio che presiedo. Non voglio, però, prendermi meriti che non ho. Il progetto parte da lontano, io ne ho solo accelerato l’attuazione. Per avere un calcio dei «grandi» più responsabile, più educato, con meno tensioni in campo, non ci sono alternative: bisogna cominciare a lavorare su quelli che saranno i giocatori, i tifosi e magari anche i giornalisti di domani. Responsabilizzarli, insegnare loro bene le regole, far capire quanto sia difficile decidere in una frazione di secondo. E allora, ecco l’idea: i Pulcini si arbitrano da soli. Discutono e decidono. Confortanti i primi test. Io, addirittura, li vorrei vedere correre dietro al pallone in un campo senza linee. Liberi di trovare il ruolo e la collocazione più appropriati. Mi accontento, per ora, di abituarli ad autogestirsi le partite. Se i genitori li lasceranno fare, cresceranno più in fretta. Non solo come sportivi. Avremo persone migliori. E un calcio più bello.

di Gianni Rivera; LA STAMPA

giovedì 6 ottobre 2011

Il cafone di Bari Vecchia

Il codice etico che dovrebbe sovrintendere al comportamento dei calciatori in Nazionale forse è salvo ma quanto è successo ieri dimostra che la gestione di Cassano da parte del ct e della Federcalcio è discutibile. Il barese, che al Milan tiene le orecchie basse perché è un oggetto decorativo da esibire solo quando gli altri stanno in riparazione, a Coverciano rispolvera atteggiamenti da ras del quartiere. Ieri senza alcun motivo ha insultato e offeso pesantemente un giornalista che, a suo dire, stava troppo vicino al bar dove lui si trovava.

La storia è finita con le scuse del giocatore, anche perché si dice che Prandelli abbia minacciato di tenerlo fuori squadra se non le avesse porte, ma a Cassano è consentito un atteggiamento che altri non possono permettersi. Se bastano le scuse forzate per evitare sanzioni, suggeriamo agli altri azzurri di tenerne sempre qualcuna a portata di mano. Dopodiché facciano cosa vogliono.

di Marco Ansaldo; LA STAMPA

domenica 2 ottobre 2011

martedì 27 settembre 2011

CSKA Mosca-INTER 2-3

Bella partita. Vittoria molto pesante e oserei dire fondamentale. Fenomenale la rete decisiva di Zarate.

lunedì 26 settembre 2011

Singapore

I) Vettel Sebastian, 10 e lode: al solito dopo un paio di giri ha già ucciso la gara.
II) Button Jenson, 10: definirlo semplicemente il pilota più intelligente del paddock è riduttivo, perché sa guidare come pochi.
III) Webber Mark, 7: da tempo, in un modo o nell'altro, delude e prende mazzate da Vettel più che in passato.
IV) Alonso Fernando, 9: fa i salti mortali con una macchina spudoratamente disatrosa.
V) Hamilton Lewis, 8: va bene, sarà un un gradasso, ma senza di lui sai che sbadigli...
IX) Massa Felipe, 4: dissimula alla perfezione tutta la sua felicità: Hamilton gli offre una scusa più che plausibile.

sabato 24 settembre 2011

Bologna-INTER 1-3

Finalmente si torna alla vittoria subito dopo l'arrivo di mister Ranieri, ma ancora grazie a mister Gasperini, come ha sottilineato el Principe alla fine della partita.

venerdì 23 settembre 2011

mercoledì 21 settembre 2011

Che bello! Sbagliando non s'impara

Meno male che Fiorello (interista come il ministro La Russa che, essendo della Difesa, vorrebbe subito arruolare Zenga) è imitatore a tutto campo, sennò gli avrebbero tolto di mezzo un soggetto. Tutti consigliano Moratti, che di consigli non ha bisogno: sa sbagliare di suo.

«Non credo che resti» aveva detto quando gli si era fatto giorno, Massimo Moratti. L’allusione era per Gasperini, detto Gasp, che pare la parola d’un fumetto: la vignetta nerazzurra di stagione. Essendo Moratti il patron, per non dire il padrone, c’era da giurare che non sarebbe restato. E del resto quella panchina è sempre calda, per non dire scottante, sotto qualsiasi gluteo che non sia quello di Mourinho. Che ha deciso lui di andarsene e potrebbe decidere di tornare ora che al Real non si sente più a suo agio e che Guardiola, da Barcellona, gli fa ombra.

Ma questa è soluzione di giugno: vedovo di Mourinho l’Inter ha cercato di sposare Benitez, ma questi ha lasciato la panchina coniugale come del resto ha fatto Leonardo, che al petroliere che il petrolio raffina ha preferito gli sceicchi che il petrolio lo estraggono, basta una buchetta.

Gasperini, in realtà, era un ripiego, come sarebbe stata una sorellastra di Cenerentola per il principe nerazzurro. Prima la grande Inter aveva incassato una raffica di no, da Bielsa a Villar Boas, lungo tutto l’alfabeto.

Ora dice Moratti che non crede che l’Inter si affiderà a Baresi-Bernazzani, i due che l’hanno allenata ieri mattina dopo “la fatal Novara”, che ha tolto il sonno al vincitore Tesser, incapace di dormire per l’eccitazione, ma anche agli interisti, incapaci di prender sonno dopo la figuraccia. I nomi si rincorrono: Delio Rossi, oppure la scommessa Figo per farne il Pep della situazione, o l’olimpica calma di Claudio Ranieri, o magari Ancelotti (milanista doc sì, ma anche Leonardo), per non parlare di Spalletti che ha caldo in quel di San Pietroburgo. Del doman non c’è certezza.

Del resto chi ha certezze nel calcio? Spiritosamente, parlando d’altro ma è la famosa storia della nuora e della suocera, Luis Enrique ha commentato: «Alla Roma l’unica certezza è che l’allenatore sono io: per questa settimana».

Speriamo per la Roma di più.

di Piero Mei; Il Messaggero

Novara-INTER 3-1

Mi dispiace per noi tifosi e mi dispiace per mister Gasperini che sarà l'unico a pagare. Il minore dei colpevoli. Vero Presidente?

martedì 20 settembre 2011

giovedì 15 settembre 2011

INTER-Trabzonspor 0-1

Mister Gasperini, tenga duro. Datevi una mossa, ragazzi. Presidente, usi meglio e di più il cervello.

mercoledì 14 settembre 2011

Avanti Savoia

Continuare a pedalare.


Chi l'avrebbe mai detto

Quando Thiago Silva ha segnato la rete del pareggio ho (pacatamente) esultato. Forse perché contro il Milan ha giocato un Barcellona ricco di presuntuosi palloni gonfiati.


Il fantastico mondo di Devis, uomo vero

Al teatro del campionato di calcio 2011-2012 la prima scena madre è un dettaglio. Lo scoprono le telecamere di Sky nelle pieghe della notturna Palermo-Inter. Da una postazione a bordo campo inquadrano la panchina della squadra di casa. Seduto, l' allenatore per caso. Uno che si chiama Devis, più o meno come un' insalatiera per tennisti, «perché ai miei piaceva il suono». Uno che fino all' ultimo giorno di mercato allenava la Primavera e ora cavalca l' estate.E se ne sta lì, questo è il bello, a scrivere su un taccuino, il polso "ingioiellato" da un braccialetto di conchiglie e laccetti vari. Ai Mondiali di Germania il grande Edmondo Berselli scrisse che Lippi ostentava un «bracciale da bagnino» e s' aprì il cielo. Con Devis credo siamo ancora al tempo della opportuna semplicità e mi permetto quindi di ipotizzare che abbia beneficato un ambulante di Mondello, piuttosto che Cartier. Che l' uomo sia ancora praticabile lo sospetto per via della risposta dataa chi nel dopopartita gli chiedeva: «Mangia, che cosa scriveva su quel taccuino: appunti tattici alla Mourinho?». «Mah, niente, cose così, per distrarmi e scaricare la tensione». Ecco: è liberatorio pensare che mentre il tassametro Uefa correva, Moratti ingialliva, Gasperini sudava nel completo Versace, Miccoli ringiovaniva e il pubblico del Barbera s' innamorava, quest' uomo sbucato da una curva del nulla, infilato dentro un' insapore maglia grigia, stesse rilassandosi scrivendo dieci volte di seguito: «Zarate è un pirla», o giù di lì. È bastato poco per affezionarsi irrimediabilmente a Devis. In un mondo di manichini, quando spunta un uomo lo riconosci dal polso. E dalla storia. Mangia è stato annunciato dagli squilli di tromba dell' imprevedibile. Doveva stare al tavolo dei bambini, è finito con i grandi. È tutta estate che Zamparini freme, non ce la faceva a non essere all' altezza di se stesso o, almeno di Cellino. «Quello caccia l' allenatore prima del via e io no?». Il colpo di scena è stato che si sia fidato di uno sconosciuto anziché richiamare uno dei riservisti. Ma il bello della vita è anche nella sua capacità di riequilibrare l' inedito con lo scontato. Ieri sera a fine partita scommettevo con me stesso: «Domani Zamparini dice che ha scoperto il nuovo Sacchi e che se lo tiene per tutto l' anno». Con lui si sbaglia sempre per difetto: per i paragoni si è trasferito all' estero, evocando Wenger, e gli anni sicuri son diventati due. Che nemmeno la garanzia della Apple. Devis, che l' ha sgamato, preferisce vivere letteralmente alla giornata dicendo: «Mi sono assicurato un' altra domenica». Che arrivi da un mondo parallelo lo dimostra anche il fatto che si prende responsabilità non sue: «Se la Primavera del Palermo ha perso è colpa mia che ho fatto la preparazione». I suoi colleghi tendonoa scaricare anche le proprie accusando "disattenzioni" (Gasperini) o "episodi" (Bisoli). Ma la vera antitesi di Devisè Luis Enrique. Anche lui ex vice alla prima panchina, prelevato dal Barcellona, anziché dal Varese. Nella "scena matrigna" della prima giornata pure l' ispanico scrive qualcosa mentre il gioco scorre. Invece di un taccuino impiega però una "lavagna magica" su cui traccia i ghirigori di strategia della riscossa. Invece di tenerli per sé, li mostra a De Rossi spiegandogli che quella è la chiave della rimonta. E invece il Cagliari raddoppia, disegnandogli una seconda piega nell' abito blu. Il calcio sta diventando nostalgia canaglia per noi che l' abbiamo visto crescere. Fatichiamo a raccontare ai ragazzi di oggi le favole incredibili del Petisso Pesaola o del cremlinesco Giagnoni. A evocare giacche stazzonate, colbacchi, loden portafortuna indossati a maggio e tutto quel guardaroba di scaramanzie e caratteriali deviazioni che erano il segno distintivo di altrettante personalità. Per le ultime generazioni l' allenatore è una questione di stile, presenza mediatica e file sul computer. Ogni tanto si affaccia la prova contraria, flebile come un' ipotesi. Bisogna coglierla al volo e indicarla: guarda quell' uomo con le conchigliette che scarabocchia sul taccuino. Vedi che un' occasione può capitare anche alle persone semplici? Non cedere mai alla tentazione del rammarico, abbi fiducia nel destino e, perfino, in Zamparini. Almeno fino a domenica.

di Gabriele Romagnoli; la Repubblica

lunedì 12 settembre 2011

Monza

Si torna a scuola e io do i voti alla F1:
I) Vettel Sebastian, 10: gara eccezionale dopo una partenza infelice.
II) Button Jenson, 9: solita rimonta silenziosa. Infila in un colpo solo Hamilton e Schumi.
III) Alonso Fernando, 8: partenza perfetta che gli regala la testa della gara. Viene riacciufato prima da Vettel e da Button perché guida un'auto palesemente più lenta.
IV) Hamilton Lewis, 5: un'altra delusione. E quando respira gli scarichi di Schumi si lamenta via radio come un bambino. Stranamente anonimo.
V) Schumacher Michael, 9: amarcord. Sfida d'altri tempi con Hamilton: lo tiene a bada con tutta la sua classe.
VI) Massa Felipe, 5: oggi può accampare una scusa vera, il tamponamento di Webber: ovviamente lo fa, ma è una bugia, perché l'australiano gli regala così una posizione.
IX) Senna Bruno, 8: con quel nome ha sempre molti occhi addosso. Acciuffa i primi punti della sua carriera, anche se in partenza perde qualche posizione per lo strike di Liuzzi.

Ritiro) Webber Mark,  3: pessima qualifica, partenza lenta, nella foga di rientrare nel gruppo che conta tampona Massa e perde il muso della sua RedBull. Cosa fa? Anzi, cosa non fa? Non se ne accorge (ipse dixit), si presenta alla curva dopo a tutta birra senza carico sull'anteriore, frena normalmente, ma le ruote non fanno altro che bloccarsi: arriva lungo, esce di pista e centra le barriere. Gara finita.
Ritiro) Liuzzi Vitantonio, 2: tenta di fare una partenza con i fiocchi passando buona parte del gruppo all'interno: è troppo interno, troppo veloce e troppo maldestro. Finisce sull'erba, perde il controllo e travolge e coinvolge una marea di disgraziati. Un disatro per sè, una calamità per gli altri. Come se non bastasse, con supponenza, si presenta ai microfoni incolpando Kovalainen.

Palermo-INTER 4-3

Cominciamo bene...

mercoledì 7 settembre 2011

ITALIA-Slovenia 1-0

Il Pazzo Pazzini, entrato dalla panchina, sblocca il risultato e ci qualifica aritmeticamente a EURO 2012. Balotelli gioca solo un quarto d'ora come sempre dovrebbe fare: a mente sgombra, tranquillo, niente broncio, senza cercare lo scontro con gli avversari, si diverte e ci diverte, fa sfracelli, dribbla e sfiora il gol con una bomba dai 35 metri e dagli spalti del Franchi tutti cantano il suo nome.

Isole Fær Øer-ITALIA 0-1

Pessima partita per un ottimo risultato.

giovedì 25 agosto 2011

Grazie a tutti

"Mi sembrano giusti e doverosi alcuni ringraziamenti a persone che mi hanno dato molto in questi due anni fantastici che ho trascorso nell'Inter. Vorrei, innanzitutto, rivolgere un sentito ringraziamento ed il mio saluto più cordiale al Presidente, Dott. Massimo Moratti, ed alla sua famiglia per tutto quanto ha fatto e per la disponibilità dimostrata nei miei confronti e dei miei cari. Rimarrò sempre legato al Dott. Moratti per la stima e l'affetto che mi ha dimostrato in questi splendidi anni. Per poi passare a tutti i compagni di squadra, consapevole che - senza il loro incoraggiamento ed aiuto in campo - l'Inter non sarebbe riuscita ad ottenere numerose ed importanti vittorie sia a livello nazionale che internazionale. Un particolarissimo saluto - anche - a tutti i calciatori italiani e stranieri che mi hanno permesso di essere migliore di partita in partita.

Un sentito ringraziamento anche agli allenatori dell'Inter di questi anni e, soprattutto, a Mister José Mourinho che mi ha voluto fortemente, per l'opportunità che mi ha dato portandomi a Milano.

Un caro saluto anche a Marco Branca, Direttore dell'Area Tecnica, al Direttore Sportivo, Piero Ausilio, al Team Manager, Andrea Butti, e a tutto il personale di F.C. Internazionale e del centro sportivo "Angelo Moratti" di Appiano Gentile: medici e fisioterapisti, accompagnatori, cuochi e camerieri, magazzinieri e giardinieri e a tutti le persone di Inter Channel.

Non dimenticherò mai l'affetto dei tifosi interisti (Mauro il più grande di tutti) che mi hanno fatto sentire uno di loro e che mi hanno sempre sostenuto ed aiutato. Così come a tutti i giornalisti che ho avuto il piacere di conoscere.

Sento, altresì, il dovere di ringraziare la mia 'mama italiana' - Ciacia Guzzetti - per il suo aiuto ed il mio Super Manager - Claudio Vigorelli - per l'impegno e la professionalità che ha dimostrato.

Grazie ad un interista doc mi sono sentito 'italiano': Marco Materazzi. Grazie fratellone mio.

Sperando di non aver dimenticato nessuno, ancora grazie a Voi tutti!"

Samuel Eto'o

... Mi permetto d'aggiungere "grazie a te, Samuel".


giovedì 11 agosto 2011

ITALIA-Spagna 2-1

Va be', è solo un'amichevole, però questa vittoria può darci molta ma molta fiducia. Ottenuta con un po' di fortuna contro una squadra fenomenale.

domenica 7 agosto 2011

Milan-INTER 2-1

Delusi, sì. Ci si giocava un trofeo, è vero. Un derby è sempre un derby, ma... al diavolo. Ho visto una squadra con un'identità.

giovedì 28 luglio 2011

Forza Fabio

La sindrome di Fabio Scozzoli, già conosciuta come sindrome di Willer Bordon, si manifesta in vari modi ma la costante è di arrivare al momento sbagliato, e puntualissimi, all’appuntamento col destino.
Fabio Scozzoli ieri ha vinto la sua seconda medaglia d’argento ai Mondiali di nuoto in contemporanea con il nuovo l’exploit di Federica. La prima l’aveva vinta lunedì, appena 24 ore dopo il titolo iridato nei 400 della Pellegrini, che però è un fenomeno, e le sue medaglie risplendono d’oro. Ieri non c’era un sito che celebrasse con foto e punti esclamativi i trionfi di Scozzoli: erano tutti presi dalle conquiste infinite della Pellegrini, comprese quelle del cuore, per cui in serata si rilanciavano gossip sull’ultimo filarino.

Fin qui il fuoriclasse era stato Bordon. Politico integerrimo ma non fortunatissimo, Bordon toccò il vertice dimettendosi da coordinatore di Alleanza democratica (partito non indimenticabile messo su con Nando Adornato) un quarto d’ora prima che Achille Occhetto si dimettesse da segretario del Pds. Era il 1993. Non gli bastò. Con gesto plateale e cavalleresco, quindici anni più tardi si dimise dalla politica, dal Senato, insomma dalla casta, e lo fece la mattina in cui fu arrestata la moglie di Clemente Mastella, e il governo Prodi cominciò a cadere.

La storia è naturalmente piena di episodi simili. Il grande Carl Lewis inseguì per tutta la carriera il record del lungo di Bob Beamon, 9 metri e 90 e, dopo averlo mancato di centimetri per anni, realizzò a Tokyo il nove novantuno che tre minuti più tardi Mike Powell spazzò via con un incredibile nove e novantacinque. Il povero Roland Ratzenberger morì all’autodromo di Imola il giorno prima di Ayrton Senna, e così fu espulso anche dal libro della scalogna. Jonathan Franzen lanciò Le Correzioni - il romanzo che intendeva raccontare la psicosi della nuova America - l’11 settembre del 2001, giorno in cui le psicosi cambiarono per davvero. «Forza Italia», il documentario di Roberto Faenza, Antonio Padellaro e Carlo Rossella molto critico con la Dc, uscì in contemporanea col sequestro di Aldo Moro, e non finì meglio. La giovane Jo Moore, portavoce di un ministro inglese, l’11 settembre ebbe la prontezza e il cinismo di consigliare la diffusione di notizie indigeribili e occultate per mesi - aumenti di spesa e di tasse eccetera - intanto che i sudditi erano piuttosto distratti. Si sarebbe presto accorta che col virus di Bordon (e di Scozzoli) è meglio non scherzare.

di Mattia Feltri; LA STAMPA

Fede ripagata

Oro anche nei 200 sl.

domenica 24 luglio 2011

Abbiamo Fede...

Oro nei 400 sl.

Finalmente, Cadel

Cadel Evans è un uomo che ha inseguito per 20 anni un sogno e l'ha realizzato quando poteva credere che non l'avrebbe più raggiunto. Ha vinto il Tour de France che si conclude formalmente a Parigi e vediamo in giro gente felice che ci sia riuscito benché non siano suoi parenti nè suoi amici: è che quanti hanno voluto bene al ciclismo negli anni in cui sarebbe stato comprensibile abbandonarlo disgustati, vedono nell'australiano dagli occhi chiari e commossi il ritorno a uno sport in cui credere.

Cadel era il più esposto nel condannare l'abuso di chimica quando i suoi colleghi sostenevano che ci fosse una macchinazione contro il ciclismo e che il doping non esisteva. Sebbene l'esperienza insegni a non mettere la mano sul fuoco per nessuno, se beccassero Evans con il sangue sporco sarebbe come scoprire che Ronald Reagan era una spia dei russi. «Non mi importa cosa pensano gli altri - ha ribadito Evans vestito finalmente della maglia gialla -. La mia idea è che per l'importanza che ha assunto nella società, chi fa sport debba essere un modello».

Nel senso di un esempio. Nell'altra accezione, Cadel non assomiglia a un modello. Anche se guadagna quasi 2 milioni all'anno, non è patinato, non è mondano, non gioca sullo charme: è uno nato a Katherine, un posto nei Territori del Nord «e se c'è una cosa che mi piace dell'Australia è il senso di libertà con cui ci si vive».

Non significa che sia uno grezzo. Parla quattro lingue, vive in una bella casa a Stabio, appena oltre il confine svizzero, si è sposato con Chiara, che conobbe quando arrivò nel Varesotto una decina di anni fa: una raffinata pianista che gli ha insegnato ad amare anche la musica classica. Le sue battaglie sono per i bambini in Tibet e ne ha adottato uno, è coinvolto nell'associazione di Ian Thorpe per l'integrazione degli aborigeni australiani e in una fondazione per la sicurezza dei ciclisti nelle strade. Ma, per raccontare il tipo, Evans è anche uno che indica tra i 4 ristoranti del mondo in cui gli piace mangiare, la cucina del rifugio Fantoli sull'Alpe Ompio, nel Verbano: «Fanno una polenta con il gorgonzola fantastica. Bisogna fare un bel po' di movimento per smaltirla».

Ci si chiederà cosa c'entri tutto questo con la vittoria nel Tour. C'entra perché lo stile di vita e l'umiltà di Cadel sono parte del suo successo sui fratelli Schleck, saliti sul podio ma sui gradini più bassi e non crediamo che la mega festa prenotata dal loro patron, l'imprenditore lussemburghese Flavio Becca, sia riuscita un granché. Era la sfida tra chi poteva sfilarsi l'etichetta di magnifico perdente, per quanto Evans nel 2009 fosse diventato campione del mondo e se la fosse un po' scollata. Era l'occasione lasciata dal cedimento di Contador sul Galibier. Andy Schleck l'ha affrontata con presunzione: la sua squadra era rimasta a dormire all'Alpe d'Huez e si è presentata a Grenoble senza provare il percorso della crono se non in auto.

Evans invece aveva voluto correre il Giro del Delfinato quasi esclusivamente per testare il circuito e l'aveva rianalizzato in allenamento. «Immaginavo che il Tour si potesse decidere qui».
Partiva con 57 secondi da recuperare al lussemburghese. Gliene ha inferti altri 94: dopo 25 chilometri di corsa c'era già stato il sorpasso e l'incompiuto Andy strusciava la faccia sulla spalla, non si sa se per asciugare il sudore o le prime lacrime.

E' stata una delle più belle crono nella vita di Cadel. In bicicletta sembrava persino più spesso e compatto di quanto sia in realtà, forse perché anche il telaio sembrava parte del suo corpo. «Devo ancora rendermi conto di cosa ho fatto - ha ammesso con una voce più flebile di quanto ci si aspetterebbe -. Dopo essere arrivato secondo due volte non so cosa avrei pensato di me se ci fosse stata una terza: ero già stato vicino a vincere il Giro, la Vuelta e il Tour e qualcosa s'era messo di mezzo. Una caduta, un problema intestinale, un guaio meccanico. Non riuscivo a concretizzare ma non ho mai pensato che questa fosse la mia ultima chance».

Il suo Tour non ha avuto cedimenti. Ha vinto in volata su Contador a Mur de Bretagne, ha sfiorato la maglia gialla per 1" già nella seconda giornata, si è difeso in montagna e attaccato in discesa, ha guidato da solo l'inseguimento a Schleck nel tappone del Galibier contenendo i danni (ed è stata la sua impresa decisiva), ha riportato il gruppo su Andy e Contador all'inizio dell'Alpe d'Huez. Un pitbull inschiodabile.

«E' la consacrazione di un campione e il simbolo dell'internazionalizzazione del ciclismo, visto che nessun australiano aveva mai vinto il Tour», ha chiosato Christian Prudhomme, il direttore. Aldo Sassi, il suo preparatore al Centro Mapei di Castellanza, gliel'aveva pronosticato: «Cadel, mi diceva, sei un corridore completo e pronto per vincere il Tour». Sassi è morto di cancro l'anno scorso. Ricordando le sue parole, Evans ha avuto l'unico cedimento in 3 settimane: gli si è rotta la voce, gli sono spuntate le lacrime. Calde e tenere. Ora di perdenti di successo rimane Andy. L'anno scorso per superare la depressione per la sconfitta contro Contador si ritirò a pescare nel suo stagno. Gli hanno riallestito il capanno e controllato le lenze.

di Marco Ansaldo; LA STAMPA

martedì 12 luglio 2011

El Flaco

L'appuntamento è nell'ufficio in centro. Fa freddo. César Luis Menotti si scusa: "S'è rotto il riscaldamento, devo comprare una stufa, sto gelando". Sotto il vetro del tavolo, foto dei figli. Sopra, una pila di libri: Eladia Blázquez, Vázquez Montalbán, Tejeda... Un posacenere pulito ricorda che un po' di tempo fa la chiacchierata si sarebbe riempita di fumo.

Come va dopo aver smesso?
"Male. Mi dissero: "Il primo mese è duro, poi...". I medici insistono per renderci la vita più lunga e meno gradevole. I chirurghi sono i peggiori. Ora hanno una macchinetta, pim pim e ti operano. Non lasciano neppure sangue sul bisturi".

Come andò la sua operazione?
"Dissi al medico: "Faccia lei, io so di calcio, mica di polmoni". Mi impose di non fumare per avere vita normale. Normale per chi? La sigaretta è una compagna. Devo pensare che la compagna è morta. Mi piace quando mi sbuffano il fumo in faccia. Lo cerco alle porte dei ristoranti. Ieri un signore accende e fa: "Esco". Gli ho risposto: "Macché, stia più vicino"".

Anche dal calcio si sta allontanando?
"La Spagna mi ha restituito passione. Vederla giocare con i piccolini mi conforta. Il calcio è tre cose: tempo, spazio e inganno. Però non ci sono tempi, non si cercano gli spazi e non mi ingannano più. Mi annoio tanto che non
mi pare calcio. Il 99,9% degli allenatori invidia il Barcellona. Tutti vogliono essere Guardiola, la maggioranza non sa come si fa".

Guardiola dice con i buoni giocatori...
"Non la bevo. Il lavoro di Guardiola è allenamento, idee chiare, farsi capire. Più importante dei giocatori. Andiamo a vedere chi era Piqué prima di Guardiola, chi era Pedro, chi era Busquets. Nemmeno Iniesta era titolare. E dissento su altro. Non fu Cruyff il primo a giocare così, il primo si chiamava Menotti. Mi costò la vita. Ci fischiavano per i troppi passaggi. Giocavo con Maradona alla Messi e Schuster alla Xavi. Ma ogni volta che Schuster la dava ad Alexanco ci fischiavano. Solo sul 3-0 tutti a fare olé".

Perché andò via dal Barcellona?
"Era morta mia madre, tornava la democrazia in Argentina, dovevo stare lì. Núñez mi diede un assegno in bianco, mi chiese quale giocatore volessi. Nessuno. Volevo che buttasse fuori i grandi per far crescere i giovani. Fu dopo la Coppa del re. Una coppetta. Se oggi la vince il Real, pare abbia vinto l'Intercontinentale. Dicevo?".

L'importanza dell'allenatore.
"Qual è l'influenza dei professori? Dipende. Mi sono innamorato della chimica perché il professore arrivò fumando, riempì la lavagna di formule e disse: "Da imparare entro martedì. Però è impossibile". E aggiunse: "Perché sappiate che la vita è come la chimica: va interpretata"".

La figura del professore è un po' svalutata...
"Da 50 anni si produce dis-cultura. Hanno rubato alla gente il sentimento di appartenenza. Mi sento un marxista ormonale, senza più spiegazione ideologica. Ho sperimentato il disastro del capitalismo in ciò che mi circonda, calcio compreso. Hanno rubato il calcio alla gente".

In Argentina potrebbe esistere una figura alla Guardiola?
"Se esistesse, lo assassinerebbero. Qui ci sono i Mourinho. Tipi come lui. Che pensano a vincere e quando perdono non è colpa loro".

Del Bosque ha detto che voleva essere come Busquets. Più alto. E lei?
"Il migliore che ho visto è stato Pelé. Quando andava a colpire di testa, saliva un altro po' e la stoppava di petto. Non sapevi mai cosa avrebbe fatto".

Come Messi...
"Ci sono stati 4 re. Di Stefano, Pelé, Cruyff e Maradona. Stiamo aspettando il quinto, non è ancora apparso. Messi è il più vicino, ma la corona non gliela do ancora. Dovrei vederlo fuori dal Barcellona, e vincere quello che Maradona ha vinto a Napoli. Era una banda e l'ha trasformata in un'orchestra. Sa perché Messi è il migliore?".

No...
"Ogni volta che prendeva la palla, voleva vincere la partita. Ora no, e si nota la mano del maestro. Cosa sarebbe di questi giocatori senza Pep... Nel Barça non esiste la libertà assoluta. Ci sono regole che permettono ai giocatori di essere liberi e felici. Il Madrid potrà comprare giocatori, e altri, e altri, alla fine vincerà, ma quel 5-0 sarà per tutta la vita. Ha ucciso Mourinho per sempre".

Lei disse che dopo quella partita, Mou se l'è fatta addosso.
"Così si dice a casa mia, farsela addosso. La partita dopo ho visto in panchina Higuain, Adebayor, Benzema e Kaká. La più grande codardia vista in un grande. E con il Madrid: inaudito".

Che succede all'Argentina che fa tanto male a Messi?
"Quando parlo di dis-cultura, non mi riferisco a chi leggeva Borges. Il calcio è come la vita. Non ti alzi alle sei del mattino e ti metti a cercare la donna della tua vita. La incontri o no. Ogni volta che toccano la palla, vogliono vincere la partita. È terribile. Un'angoscia. Nel Barcellona ci sono più passaggi che gol. Di questo si tratta. Passarsi la palla. Non è difficile".

Ora a Batista chiedono che giochi come il Barcellona.
"Imbecilli. Credono che sia facile cantare come Serrat?".

di Luis Martin; El Paìs; da Repubblica.it

lunedì 13 giugno 2011

Povero me

Diciamo la verità: lo scandalo del calcio non sta scandalizzando nessuno. Era appena scoppiato e già mi chiamava un amico, splendida persona e paladino dei valori dell’azionismo piemontese. Per deprecare l’accaduto? No, per sapere se le disgrazie dell’Atalanta avrebbero permesso al nostro Toro di salire in serie A. Il giorno dopo Vittorio Feltri ha scritto un articolo spietato contro i calciatori corrotti, che però si concludeva con l’invito a non punire le squadre per le responsabilità dei singoli. Vittorio Feltri è dell’Atalanta. Ma non c’è conciliabolo da bar in cui i conversatori non regolino le loro opinioni sulla base di un unico metro di giudizio: le convenienze della squadra del cuore.

Ho peccato di ingenuità quando scrissi che i «mercenari dell’anima» stavano corrompendo il sogno bambino dei tifosi. A noi tifosi, dell’integrità dello sport non importa niente. Importa mettere nei guai la contrada nemica, meglio se con l’inganno e la sopraffazione. La partita di calcio non è l’oasi in cui l’adulto ritorna alla passionalità pura delle emozioni infantili, ma un rito di scarico delle schifezze accumulate durante la settimana. Un magma di pulsioni tribali che la retorica del tifo, a cui anch’io ho spesso fornito munizioni, si incarica di nobilitare. Siamo fermi al Colosseo. Un ammasso di spettatori passivi, per lo più di sesso maschile, delega le proprie rivendicazioni a un gruppo di professionisti che fingono di condividerle. Esattamente ciò che accade in politica, altra attività molto dibattuta da noi maschi. Voglio guarire, ma non so come si fa.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

venerdì 3 giugno 2011

Hack-a-Shaq

Il Mostro se ne va. A 39 anni, dopo 19 stagioni Nba. Ha vinto, distrutto, guadagnato. Quattro titoli, Mvp di tre finali, più di 28 mila punti, 12mila rimbalzi, 286 milioni di stipendio. Non solo basket: anche sette film, album da rapper, svariate apparizioni in tv. Shaquille O'Neal si ritira, per tutti è stato Shaq. Un gigante, anche sulla bilancia: 150 kg per 2.16 metri. Tra i cinque migliori centri di tutta la storia Nba. Il post-Jordan e il pre-Bryant. Bravo anche a passare a la palla, a livello di Bill Walton. Un mammuth che spazzava via le difese. Sapeva sgusciare. E se gli girava male, tiè, sbriciolava pure il canestro. Quando prendeva posizione non c'era modo di spostarlo, né di abbatterlo. Diesel il suo soprannome. Perché quando carburava andava lontano. Per stopparlo gli avversari avevano inventato il fallo preventivo, gli andavano addosso a gioco fermo, quando non aveva palla. La manovra si chiamava Hack-a-Shaq, era punita con i tiri liberi: per le squadre nemiche era un sollievo, perché Shaq ai rigori era un disastro. Nella partita Lakers-Supersonics sbagliò 11 tiri dalla lunetta, un record all'incontrario. Forse gli sembrava troppo facile segnare da lì, senza nessuno addosso. Forza, muscoli e fame leggendaria: bistecche condite da altra carne rossa. Sulle porte di casa aveva messo il logo di Superman, tatuato anche sul braccio.

Un clown, un istrione, il suo mito era Magic Johnson, uno che si metteva a Harvard Square fingendo di essere una statua e che ad Halloween si travestiva
da drag queen. Tante stravaganze, molta indolenza. In palestra aveva fatto mettere un divano (era nelle clausole), per poter schiacciare un pisolino. A letto faceva anche le interviste, bofonchiava con il registratore sotto le lenzuola. Non un santo: arrivava tardi agli allenamenti, prendeva a male parole i suoi compagni (appena si trasferiva in un'altra squadra). Gli piaceva trovarsi soprannomi, come Shaqness. Un tiratardi, mai mancato a un party. "Non so come sono riuscito a vincere il titolo nel 2006, a Miami uscivo tutte le sere". Un mammone: aveva convinto sua madre Lucille a scrivere un libro e alla presentazione visto che tutti volevano la sua firma, lui premuroso: "Ma', va bene per te?". Negli ultimi anni aveva provato a mettersi a dieta: "Non capisco, da ragazzo ero scheletrico, mi hanno fatto irrobustire e ora dicono che sono troppo grasso". Sei finali Nba giocate, tre consecutive vinte con Los Angeles, una con Miami. Phil Jackson, coach dei Lakers, lamentava la sua scarsa vena difensiva: "Se solo Shaq si allenasse un po' di più".

Ma Shaq si amava così, elementare e brutale, si faceva bastare. Anche con l'orrore dei 5.000 tiri liberi sbagliati. Otto anni a Los Angeles e l'addio dopo la sconfitta con Detroit nel 2004, per incompatibilità con la stella Bryant, che sentiva il suo regno minacciato. Soprattutto dalla personalità dell'altro, eroe di un'America semplice, che non si prendeva troppo sul serio. Ora tutti a rimpiangerlo e a dire che uno così non ce ne sarà più. Non solo per la generosità della ciccia. Ma anche per la voglia di divertirsi, di ricordare che il canestro ha una circonferenza umana. E che non è male mischiarsi. In quest'ultima stagione a Boston aveva giocato solo 37 partite, mali alle ginocchia, alle caviglie, all'anca. Il mostro incontrollabile e spettacolare saluta. La sua efficacia è al sicuro: una media di 26.2 punti a partita nelle prime 14 stagioni. Anche adesso, sarà difficile spostarlo dalla storia.

di Emanuela Audisio; la Repubblica

lunedì 30 maggio 2011

Povero Toro

Una vita in fuga. Urbano Cairo non è Alberto Contador però il suo destino ormai lo accomuna al ciclista spagnolo: pure lui deve sfuggire sempre al gruppo degli inseguitori che nel suo caso non si limiterebbero a batterlo sul traguardo ma a batterlo con quanto hanno per le mani e basta. Sarebbe successo anche ieri se il fiuto dell’uomo prudente e braccato non avesse spinto il presidente granata a lasciare lo stadio sotto scorta prima che si ufficializzasse la condanna del Toro alla terza stagione consecutiva in serie B, come successe solo nella seconda metà degli anni 90. Sconfitti dal Padova i granata hanno centrato il capolavoro di finire ottavi e hanno fallito i playoff che ritenevamo alla loro portata più dell’anno scorso, vista la compagnia.

Come ha detto Rolando Bianchi, «è un fallimento completo». Almeno c’è chi chiama ancora le cose con il proprio nome. Ognuno ha portato il proprio mattoncino alla causa. Lerda era arrivato con tante speranze perché aveva fatto un buon lavoro a Crotone e perché aveva il «pedigree» granata, ammesso che l’essere cresciuti nel Toro di una volta abbia ancora un valore per il Toro di oggi. Ebbene Lerda è indifendibile come lo sono i giocatori. Modesti di piede, impreparati a ragionare tatticamente, poveri di spirito perché neppure ieri, in una finale da vincere a tutti i costi, hanno messo in campo il carattere, pronti a sbracare nelle difficoltà. Ma il pesce puzza dalla testa e la testa nel Toro è Urbano Cairo. Se usasse nel calcio metà del fiuto che ha dimostrato nell’inventarsi riviste di successo, sarebbe il miglior presidente della storia dopo Ferruccio Novo e Orfeo Pianelli. Ma come si dice a Milano, dove Cairo lavora, «Offelè fà el to’ mestè», ed evidentemente il suo mestiere non è il football.

Da quando arrivò nell’estate del 2005 il suo è stato un fare e disfare, all’inizio seguito con la simpatia che suscitano i neofiti, poi con l’irritazione che accompagna la pervicacia nelle scelte sbagliate. A mettere insieme i direttori sportivi, gli allenatori e i giocatori che ha accumulato in sei stagioni ne esce una Garzantina. Tanto sbattersi per affossarsi a questo punto. La sua fuga stavolta ci sembra al capolinea. Cairo non ha più credibilità nel mondo granata, temiamo non abbia neppure la voglia di mettere i soldi necessari ad attrezzarsi per il prossimo campionato, di cui Bari, Samp e Brescia alzeranno il livello quest’anno modestissimo. Levarsi dalla B sarà più difficile per un club in cui ogni atto del presidente sarà immediatamente accolto con sfavore. Sarebbe più semplice levarsi e basta, cercare un compratore, anziché scoraggiare chi avesse una mezza idea di entrare nel Toro. Cairo disse che avrebbe venduto ma resta lì, cercando nel passato una via di uscita, magari riaffidandosi a un altro allenatore, Colantuono, che aveva preso, cacciato, ripreso e riperso. La sua specialità. Senza futuro.

di Marco Ansaldo, LA STAMPA

Non c'è trippa per gatti

Contador troppo grande o gli altri troppo piccoli? La prima risposta è semplice. Lo spagnolo merita un 10 tondo in pagella. Grande. Ha salutato la compagnia appena la strada del Giro ha cominciato a salire (Etna): ci vediamo a Milano. Ha vinto le ultime sei grandi corse a tappe alle quali ha partecipato, tre Tour, due Giri, una Vuelta, ma forse stavolta è stato il migliore Contador di sempre. Potrebbe diventare il Numero Uno del ciclismo moderno dopo Eddy Merckx, visto che Armstrong sconta il peccato originale di una carriera avara limitata alle strade di Francia. Non si può nemmeno dire che l’abbia favorito il percorso con troppi spigoli, avrebbe vinto in ogni caso. Magari senza uccidere l’interesse della corsa, se il sesto grado fosse stato distribuito meglio. Ma Contador aveva un motivo in più per strafare, doveva dimostrare ai tribunali in agguato che sa andare forte anche quando è supercontrollato. E un risultato l’ha già ottenuto, la sentenza per la vecchia storia di doping presunto prevista fra pochi giorni slitta a settembre. Potrà partecipare al prossimo Tour.

I nostri troppo piccoli? Scarponi nè piccolo nè grande, è stato quel che doveva essere. Ha provato a contrastare il Matador ma si è scottato al calore dell'Etna. Compresa la lezione si è gestito meglio, è finito in crescendo e ha respinto Nibali nel duello per il secondo posto, dove pure non era favorito dalla crono finale. Non è un fuoriclasse, ma un ottimo corridore con un carattere di ferro. Merita un 8 perchè ha dato tutto, naturalmente aiutato da un Giro tutto a naso’in su.

Semmai un voto in meno va dato proprio al più atteso, a quel Vincenzo Nibali dal quale i tifosi, e non solo loro, attendevano buone notizie. Perchè aveva già agguantato il terzo posto al Giro dell'anno scorso pur avendo dovuto aiutare il suo capitano Basso; perchè poi in settembre aveva domato l’arcigna Vuelta. Insomma, il siciliano era considerato ostacolo difficile per Contador e invece in tal senso ha in parte deluso soffrendo più del previsto in salita, dove gli è mancato il cambio di passo. Ma non si è mai arreso, soprattutto pare finalmente uno dei più credibili testimoni del nuovo ciclismo pulito. E ha dalla sua l’età, 27 anni sono appena l’alba per chi si confronta con le grandi corse a tappe. Non siamo più ai tempi di Coppi, che vinse il Giro a vent’anni...

di Gianni Romeo; LA STAMPA

INTER-Palermo 3-1

Si è conclusa un'altra stagione da buttare via...

Ha vinto il migliore