Ci sono libri che dovrebbero togliere la smania di giudicare, per aiutarci semmai a capire. "Io, Ibra" è uno di questi. È la ponderosa storia (396 pagine!) del campione milanista, scritta da David Lagercrantz, in uscita in Italia a fine settimana per Rizzoli. Nelle anticipazioni svedesi si è molto parlato degli attacchi di Ibra a Guardiola ("il vigliacco meditabondo") e al Barcellona (" quella m... di collegio").
Ma dentro questo racconto c'è ben altro. Non è solo un libro di sport. È invece un viaggio nel dolore infantile (è dedicato "ai bambini che si sentono un po' strani e diversi"), nel disagio sociale, nell'abbandono. È una lunga trama di solitudine. Qui s'incontra un bimbo maltrattato dalla famiglia, scisso in un'identità meticcia non solo per questioni di provenienza geografica (il padre Sefik, bosniaco, muratore, la madre Jurka, croata, donna delle pulizie), alle prese con una sorella tossica e un papà alcolista, cresciuto in un sobborgo svedese con gli assistenti sociali alle calcagna, e senza amore.
Ecco, nella ferita del non amato Ibra è impressa la matrice di tutto il resto: ovviamente non giustifica i furti di biciclette o le bravate ai 250 all'ora, le risse con i compagni e lo spaventoso egocentrismo non solo calcistico, ma qualcosa spiega. Non serve una laurea in psicologia per capire come
Ma dentro questo racconto c'è ben altro. Non è solo un libro di sport. È invece un viaggio nel dolore infantile (è dedicato "ai bambini che si sentono un po' strani e diversi"), nel disagio sociale, nell'abbandono. È una lunga trama di solitudine. Qui s'incontra un bimbo maltrattato dalla famiglia, scisso in un'identità meticcia non solo per questioni di provenienza geografica (il padre Sefik, bosniaco, muratore, la madre Jurka, croata, donna delle pulizie), alle prese con una sorella tossica e un papà alcolista, cresciuto in un sobborgo svedese con gli assistenti sociali alle calcagna, e senza amore.
Ecco, nella ferita del non amato Ibra è impressa la matrice di tutto il resto: ovviamente non giustifica i furti di biciclette o le bravate ai 250 all'ora, le risse con i compagni e lo spaventoso egocentrismo non solo calcistico, ma qualcosa spiega. Non serve una laurea in psicologia per capire come
quel ragazzino balbuziente, magrissimo, basso (uno scoop) e col naso enorme, bisognoso del logopedista per imparare a dire la esse, avrebbe cominciato a prendere a cazzotti la vita per essere qualcuno, per sentirsi qualcosa.
La biografia di Zlatan Ibrahimovic è impietosa e aspra, piena di spigoli proprio come lui. Il bambino nasone grida io esisto. Irriverente, non sopporta la disciplina, le lezioni morali, le regole. Nel libro ci sono le lacrime di Moggi ormai finito, un provino per il Verona, nientemeno, i trucchi e i ricatti ogni volta che Ibra vuole cambiare squadra: non proprio un lord della trattativa.
E ci sono molti ritratti. Capello è glaciale, ma solo con lui si comincia a crescere. Guardiola è perbene, ma falso. Mourinho è un divo, ma pieno di passione, segue tutto dei suoi ragazzi, sa farsi amare perché ama. E Maxwell è un vero amico. E Beenhakker un pallone gonfiato. E Ronaldo il mito assoluto. E Van Basten un modello. E Mancini un fighetto di sostanza. E quella Juve, la più grande squadra del mondo, piena di uomini d'acciaio, altro che Calciopoli.
C'è un personaggio, in questo romanzone d'appendice, che svetta su tutti: il "ciccione idiota, quel meraviglioso ciccione idiota" di Mino Raiola, il procuratore con l'aria di uno scappato da casa. Quello che va a trattare affari milionari in t-shirt e Nike sfondate, quello che teneva i conti in pizzeria, quello partito da Nocera Inferiore, periferia estrema, un po' come il sobborgo svedese di Rosengard, cioè il ghetto di Ibra, le sue radici: i due si sono piaciuti anche per questo, per una sporca faccenda d'identità condivisa. Poi, certo, Mino tira a fregare tutti e governa senza scrupoli le strategie di Ibra, complice e non solo procuratore: pensavate che il calcio fosse popolato solo da gran signori? In che mondo vivete?
L'altro personaggio importante è Helena, la moglie manager, undici anni in più di Ibra e parecchio sale in zucca. Prima di innamorarsi e sposarlo lo ha accudito, lo ha protetto: i bambini non amati ne hanno bisogno. Ed è così, tra una coccola e un gol di tacco, che lentamente le ferite si rimarginano (scomparire, mai), insieme ai ricordi brutti con i quali scendere a patti: un padre non più perduto e lontano, due figli piccoli dentro una nuova vita, il segno remoto della meningite, l'immagine di un frigorifero sempre vuoto e vagonate di pasta con il ketchup, un paio di scarpette da calcio prese al supermarket. Questo è Ibra, questa la sua antipatica fragilità. Ma dal dolore è germogliata anche tanta bellezza.
La biografia di Zlatan Ibrahimovic è impietosa e aspra, piena di spigoli proprio come lui. Il bambino nasone grida io esisto. Irriverente, non sopporta la disciplina, le lezioni morali, le regole. Nel libro ci sono le lacrime di Moggi ormai finito, un provino per il Verona, nientemeno, i trucchi e i ricatti ogni volta che Ibra vuole cambiare squadra: non proprio un lord della trattativa.
E ci sono molti ritratti. Capello è glaciale, ma solo con lui si comincia a crescere. Guardiola è perbene, ma falso. Mourinho è un divo, ma pieno di passione, segue tutto dei suoi ragazzi, sa farsi amare perché ama. E Maxwell è un vero amico. E Beenhakker un pallone gonfiato. E Ronaldo il mito assoluto. E Van Basten un modello. E Mancini un fighetto di sostanza. E quella Juve, la più grande squadra del mondo, piena di uomini d'acciaio, altro che Calciopoli.
C'è un personaggio, in questo romanzone d'appendice, che svetta su tutti: il "ciccione idiota, quel meraviglioso ciccione idiota" di Mino Raiola, il procuratore con l'aria di uno scappato da casa. Quello che va a trattare affari milionari in t-shirt e Nike sfondate, quello che teneva i conti in pizzeria, quello partito da Nocera Inferiore, periferia estrema, un po' come il sobborgo svedese di Rosengard, cioè il ghetto di Ibra, le sue radici: i due si sono piaciuti anche per questo, per una sporca faccenda d'identità condivisa. Poi, certo, Mino tira a fregare tutti e governa senza scrupoli le strategie di Ibra, complice e non solo procuratore: pensavate che il calcio fosse popolato solo da gran signori? In che mondo vivete?
L'altro personaggio importante è Helena, la moglie manager, undici anni in più di Ibra e parecchio sale in zucca. Prima di innamorarsi e sposarlo lo ha accudito, lo ha protetto: i bambini non amati ne hanno bisogno. Ed è così, tra una coccola e un gol di tacco, che lentamente le ferite si rimarginano (scomparire, mai), insieme ai ricordi brutti con i quali scendere a patti: un padre non più perduto e lontano, due figli piccoli dentro una nuova vita, il segno remoto della meningite, l'immagine di un frigorifero sempre vuoto e vagonate di pasta con il ketchup, un paio di scarpette da calcio prese al supermarket. Questo è Ibra, questa la sua antipatica fragilità. Ma dal dolore è germogliata anche tanta bellezza.
di Maurizio Crosetti; la Repubblica
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