lunedì 25 ottobre 2010

La magia nera di Fernando

Bernie Ecclestone, che compirà 80 anni giovedì, è nato a Ipswich, il paese delle streghe. La traduzione dal tedesco del cognome di Vettel significa «vecchia strega».

Ma il vero sciamano della F1 è Fernando Alonso, che sembra essere in grado di predire il futuro. In tempi non sospetti, esattamente l’11 luglio scorso a Silverstone, in uno dei peggiori giorni della Ferrari, dopo essersi classificato al 14º posto, staccato di oltre un minuto, il pilota spagnolo, sorprendendo tutti, disse: «I risultati non ci sono, ma la macchina sì. Vincerò il Mondiale».

Un’affermazione che conferma tutta la determinazione del ventinovenne campione di Oviedo. Non c’è soltanto il talento del pilota nei suoi successi. Certo, la visione della gara, la capacità di essere di volta in volta, a seconda delle situazioni, riflessivo o aggressivo, sono parte integrante delle sue qualità. Ma è sopratutto il carattere vincente a farne un fuoriclasse. Da ragazzino, accompagnato dal padre José Luis, viaggiava su un’auto sgangherata sulla quale dormiva anche, per correre in kart da una pista all’altra. «Sapevo dare valore a quello che avevo, perché siamo una famiglia normale. I miei genitori lavoravano entrambi e una buona parte di questo sforzo finiva nelle corse. L’unico modo per ripagarli era vincere le gare e darci soddisfazione».

Alonso è uno splendido solista capace di instaurare con la squadra un rapporto biunivoco: ieri per spiegare il problema con il dado della ruota avuto al box, ha detto che non si era fermato al posto giusto. L’obiettivo? Coprire il meccanico che sarebbe potuto finire nei guai. L’empatia crea simpatia, il campione spagnolo e il marchio italiano si fondono in un impasto unico, com’era quello tra la Rossa e Schumacher. Proprio così, Alonso e la Ferrari esportano l’immagine di un’Italia vincente, quasi un’eccezione di questi tempi.

di Cristiano Chiavegato; LA STAMPA

venerdì 22 ottobre 2010

Rifondazione

Il nuovo tecnico dell'Under 21 è e sarà Ciro Ferrara, che sostituisce Gigi Casiraghi.
Buona fortuna a entrambi, e vediamo di risollevare questo movimento sportivo.

Avviso ai naviganti

Scrivo e "pubblico" articoli altrui soprattutto per confrontarmi con Voi.
Saremo pure quattro gatti, ma commentate!!!

giovedì 21 ottobre 2010

INTER-Tottenham 4-3

Punteggio più deviante di questo non esiste. Partita, che in realtà non c'è mai stata, dominata per tre quarti, quasi buttata per merito di Bale (mica scarso...), e per colpa dell'atteggiamento dei nostri, che hanno smesso di giocare.
Vantaggio dopo 70 secondi con Zanetti, su assist di Eto'o servito da Coutinho,  passano 10 minuti e c'è il raddoppio su rigore di Eto'o per fallo di Gomes (espulso) su Biabiany, poco dopo terzo gol di Stankovic (molto bello), infine al 35° minuto quarta rete ancora del grande Samuel su passaggio in profondità di Coutinho.
Il Tottenham non riesce a reagire, ed evita un passivo peggiore grazie a Cudicini, ma dopo 6 minuti della ripresa Bale si inventa un'azione da fuoriclasse conclusa degnamente, e segna quello che sembra il più classico dei gol della bandiera. Nel finale l'Inter crolla, e Bale al 90° timbra il cartellino con una rete quasi identica alla prima, e un minuto dopo, ne fa un altro.
...A proposito di cartellini, il buon Bale da ieri costa 10 milioni in più.

martedì 19 ottobre 2010

Cagliari-INTER 0-1

Nonostante i cori razzisti ai suoi danni, Samuel Eto'o si conferma il vero e unico trascinatore dell'Inter di questo inizio di stagione, segnando un'altra rete, un'altra magnifica rete da fuoriclasse, giocando nella posizione di Milito.
Da segnalare il ritorno di Thiago Motta, e le prestazioni più che opache di Sneijder e Maicon.

mercoledì 13 ottobre 2010

Il peggio peggiora

Bruttissimo colpo al cuore del calcio. Il cuore non è la pancia e neanche la testa. È voglia di godersi uno spettacolo, è passione, è saper stare con gli altri. Poco importa sapere che Italia-Serbia avrà come risultato un 3-0 a tavolino e che la Serbia, per colpa dei suoi tifosi peggiori, sarà probabilmente esclusa dalla competizione. Importa che contro l'ottusità e la violenza non si scorga una linea di difesa. Che la festa di Genova sia rinviata a data da destinarsi.

I bambini in maglia azzurra e anche gli altri, quelli serbi con la maglia bianca e rossa, avevano gli occhi tristi e pieni di domande, cui qualcuno dovrà rispondere.

Una sola riguarda l'Italia: come ha fatto a entrare allo stadio, tanto più dopo i tafferugli in città che hanno coinvolto lo stesso pullman della nazionale serba e particolarmente il portiere Stojkovic, che s'è chiamato fuori, quella cinquantina di figli di Arkan, attrezzati con tutto il necessario per far saltare la partita? Il capo, un grassone a volto coperto, maglietta nera con teschio e numero 28 tatuato sul braccio, dev'essere molto fiero di sé. Il resto è noto, forse sottovalutato. Nell'est europeo, dalla Polonia all'Ungheria, dalla Serbia alla Russia, negli stadi stanno crescendo i gruppi ultranazionalisti e neonazisti. Non ci sarà molto da divertirsi, ai prossimi europei. Altri sport hanno saputo isolare e guarire il fenomeno della violenza. Il calcio no, e non è da discutere ora l'impegno (relativo o scarso). Ma il risultato è quello di Marassi. Un non risultato. Una partita sequestrata da un gruppo di imbecilli che crede di stabilire cosa sia l'onore o il disonore di un Paese. Beccare 3-1 in casa dall'Estonia è un disonore, di qui la marcia su Marassi e nell'intervallo, giusto per tenersi in allenamento, un po' di botte sulla giornata belgradese del Gay Pride.

Basta un gruppetto di questi black block senza uno straccio d'ideologia per fermare una partita? Sì. Dopo oltre mezz'ora di ritardo sul fischio d'inizio si è giocato per 5', un fumogeno è finito vicino a Viviano e al quel punto l'arbitro scozzese ha deciso che non c'erano più le garanzie di sicurezza per continuare. Difficile dargli torto, anche se ricordo situazioni peggiori. L'unica alternativa era sloggiare i tifosi peggiori, ma la polizia s'è limitata a guardarli dal campo. Irrompere in quel settore avrebbe causato guai peggiori e l'"arrivano i nostri" ormai si vede solo al cinema.

La federcalcio serba non pare molto preoccuparsi dei galantuomini che espatria, sia pure verso uno stadio, ma anche questa è un'osservazione marginale. Si dovevano ricordare con un minuto di silenzio i nostri militari morti nel corso di una guerra vera. Da spettatori, con diversi stati d'animo, di quella che doveva essere una semplice partita di calcio, abbiamo man mano visto la solita guerriglia da pallone, ma non solo, non sottovalutiamo le dimostrazioni di orgoglio cetnico, le bandiere bruciate. Il grassone tatuato e i suoi amici questo hanno provato a dirci: che il calcio per qualcuno o molti è anche politica, roba sporca, esibizione di muscoli e slogan. Non è pace, non è fairplay, non è etica. Nel caso lo avessimo dimenticato, grazie di avercelo ricordato.

di Gianni Mura; la Repubblica

martedì 12 ottobre 2010

Non va...

Il vantaggio ottenuto vincendo in casa 2-0 contro la Bielorussia non è servito a nulla: l'Under 21 nel match di ritorno, spareggio per qualificarsi all'Europeo, è stato perso 3-0, prendendo due sberle nei primissimi minuti di gioco, ed il colpo del ko nei supplementari.
E' un risultato molto deludente, ma basta con i processi, soprattutto da parte di chi fino a ieri esaltava la vittoria casalinga dell'andata. Ad ogni modo, Casiraghi rischia grosso.

mercoledì 29 settembre 2010

La nuova giovinezza di Edy

Signore e signori ecco a voi l'allenatore del momento: il primo in classifica, il più rivoluzionario e imprevedibile. Non cercate di aggiustare la sintonia: non ci sono interferenze, non è la replica di un vecchio programma, sebbene sia in bianco e nero e il protagonista parli come una telecronaca di Pizzul. È proprio lui: Edoardo Reja, classe 1945, l'uomo venuto dal passato. Quello che era stato scolpito nel marmo di uno schema fisso: 3-5-2. Quello che riscrisse i dieci comandamenti: primo, non retrocedere. E infatti, da primo, declama: "Meno trenta alla salvezza", essendo abituato a guardare avanti e vedere la fila, non lo sportello. A Napoli il fantasioso De Laurentiis l'aveva soprannominato "il mio Clint Eastwood" (anche se poi era lui a sparargli). Come somiglianza vengono in mente piuttosto Burgnich e Bearzot, prodotti della stessa terra. Come percorso fa pensare a un Camilleri del calcio: all'ora della pensione, toh: il successo.
Sono i paradossi dell'Italia gerontocratica: c'è gente in giro da così tanto tempo che s'è annoiata di se stessa e alla fine fa quel che non ha fatto mai, sperimenta. I giovani, pur di vincere, obbediscono; i vecchi, niente da perdere, trasgrediscono.
A 65 anni Reja ha preso in mano la Lazio come fosse il cubo di Rubik, la frulla e a ogni giro la presenta con una faccia diversa: chi stava in tribuna va in campo, chi era esterno va al centro, gli attaccanti si allineano in orizzontale poi in verticale, il centrocampo fa l'asse e fa il rombo. Pare che a un allenamento d'inizio stagione, seduto sul prato con i suoi assistenti, abbia guardato l'orizzonte venirgli addosso e abbia chiesto, più a se stesso che agli altri: "Ma saremo ancora capaci di insegnare qualcosa di diverso da quel che abbiamo sempre fatto?". A occhio sì. Comincia a imparare perfino Zarate, per il quale Reja ha una sana allergia. La ragione risale all'anno 1967, l'immaginazione sognava di prendere il potere, i barbieri di prendere le forbici.
Alla Spal, dove divideva la camera con Capello ("un secchione"), arrivò Ezio Vendrame, un figlio dei tempi quanto Reja ne era, già allora, uno zio. Esibì talento e anarchia. Fece innamorare il pubblico e una giovane prostituta di Genova. Per stare con lei simulò una colite cronica. Qualcuno (pare Capello) fece la spia al presidente. Reja imparò a detestare i brillanti solitari. Da allenatore, non ne avrebbe voluto uno. Se lo trovava in dotazione, lo riponeva nel cassetto. Non è che gliene siano capitati tanti in una carriera di panchine che sembra una classifica di A2: Verona, Bologna (dove organizzò una partitella tecnici-giornalisti e azzoppò un critico), Lecce, Brescia, Pescara (formidabili gli anni in coppia con Galeone), Torino, Vicenza, Genoa, Catania, Cagliari. Specializzato in squadre ascensore, quelle che vanno su e giù. Con lui, per lo più su: quattro promozioni contro due retrocessioni. Una volta arrivato all'attico, di solito faceva come il ragazzo in guanti bianchi nei grandi alberghi: riscendeva.
Ma prima, chiedeva una sigaretta a scrocco. Non lo ritenevano adatto ai piani alti. A Napoli mandava la squadra fuori dallo spogliatoio urlando: "Amma vincere!". A Roma urla: "Dovemo vince!". Quando, nel 2008, l'Università delle terza età gli procurò un Erasmus a Spalato non si sa, ma si può intuire, che cosa urlasse. Si dice che a convincere Lotito a chiamarlo per salvare la Lazio sia stato Gianfranco Fini, benché Reja abbia espresso anni fa una simpatia politica per Rosy Bindi.
Arrivò con il suo bagaglio a mano, si sistemò in albergo con la moglie, chiese una sola indicazione stradale: per Formello. Radunò i senatori e chiese dove stesse il problema: "Mister, dovremmo giocare in undici". Fece, per così dire, rifiatare Zarate, benché amatissimo da presidente e curva. La svolta avvenne in ritiro a Norcia, dopo l'ennesima batosta. Il presidente Lotito spedì a Reja un motivatore. Un po' come mandare a Oscar Luigi Scalfaro il link per un sito pornografico. Indignato, fece firmare ai giocatori un appello contro la psicologia. La riscossa seguì a breve. La conferma fu meno scontata. A questo punto, di solito, Clint Eastwood tornava in garage a lucidare la Gran Torino. Invece, eccolo che sfreccia con la capote abbassata. Sarà che anche Lotito s'è annoiato della propria follia. Gli ha lasciato fare il mercato e al posto del solito ribaltone, ecco il mini rimpasto: un solo prezioso innesto, Hernanes. A Santa Cruz ha rinunciato per non innervosire gli attaccanti, incluso Zarate. Lo schiera più largo sulla fascia per potergli sbraitare nelle orecchie. Ha ripescato dal ripostiglio perfino Foggia che l'anno scorso gli aveva calpestato gli occhiali. Quando gli hanno venduto Kolarov ha detto, imperturbabile come uno scoglio lambito dalla marea del paradosso: "Tanto ho Del Nero". Il cubo di Edy Rubik continua a frullare, le facce a cambiare ("Ma che è? Mò non s'infortuna più nessuno?). A chi l'ha accusato di avere idee confuse ha replicato stizzito: "Non mi è venuta l'arteriosclerosi". Piuttosto, una terminale curiosità di vedere come va a finire se, a forza di giocare, uno comincia a divertirsi.

di Gabriele Romagnoli; la Repubblica

Roma-INTER 1-0

Lasciamo perdere...

giovedì 23 settembre 2010

INTER-Bari 4-0

Dopo il grande spavento del palo colpito da Almiron dopo appena 20 secondi, l'Inter domina il Bari di Ventura, con un Eto'o magnifico, e con Milito che finalmente torna al gol, realizzando due reti. Una bella partita, giocata alla grande.
Mentre il Milan continua ad arrancare, e la Roma, per sfortuna, e per l'arbitraggio, si fa battere con dal Brescia.

martedì 21 settembre 2010

Palermo-INTER 1-2

Due perle di Samuel Eto'o oscurano il prolungato digiuno di Milito, e ci permette di tornare in testa alla classifica, a pari merito con il sorprendente Cesena.

domenica 19 settembre 2010

Narciso

Così l'ex allenatore del Milan, scaricato immeritatamente da Berlusconi:
"A Narciso tutto quello che non è specchio non piace."

martedì 14 settembre 2010

Questa è la storia di Giaccherinho

A occhio, era meglio se il Milan avesse comprato Giaccherinho. Sabato sera il portatile del Cesena ha fatto vedere cose che voi brasiliani non avreste mai potuto immaginare. È nata una stella, o almeno metà. Venticinque anni, 167 centimetri, 60 chili, maglia numero 23, ingaggio che due anni fa era di 23 mila euro e adesso è decuplicato, Giaccherinho è l'uomo del momento per molti motivi. Nella giornata della "rivolta dei puffi" ne diventa il simbolo, alla vigilia dello sciopero dei milionari racconta un'altra storia, fatta di rifiuti, volontà, improvvisa folgorazione e, all'indomani del requiem per la scomparsa dell'ala, toh, ecco lì uno che dribbla anche la morte.

Per raccontare chi è occorre partire da un pomeriggio estivo di due anni fa. Il Cesena è in ritiro da due giorni, sta per giocarsi il campionato di Prima divisione, sperando, ma non troppo, nella promozione in serie B. Allena Pierpaolo Bisoli, guarda caso un altro dei puffi che sabato sera hanno steso una grande (la Roma, con il Cagliari). Mentre i titolari corrono sul prato di Castrocaro, all'orizzonte, oltre le terme, compare una Ford Fiesta. Il contachilometri segna 300000 (trecentomila). Al volante c'è un uomo solo che ha guidato per anni da Talla, provincia di Arezzo, dove è nato e vive, a tutte le città dove l'hanno mandato a giocare: Bibbiena, Bellaria, Pavia.

Fa il rappresentante di se stesso, ma nessuno lo compra. Il Cesena non crede in lui. È il classico piccoletto, quello che da ragazzino lo fermi solo con il fucile, ma da grande non passa la dogana dei terzini a (altro) livello. L'anno precedente s'è pure infortunato, ha pensato di smettere. A casa sua son tutti operai e un posto in fabbrica glielo possono trovare. Se ha ripreso la Fiesta e investito in un altro pieno è per l'insistenza del suo procuratore, che ha un nome da leggenda: Furio Valcareggi. È il figlio dell'ex ct di Messico '70. Quando arriva in Romagna, con le sue giacche a quadretti e la chioma ribelle a ogni decadenza, si aprono in un soffio le porte delle balere e riparte la musica. Valcareggi jr, nel suo mestiere, è di un'altra epoca. Dice: "Ho preso il patentino nell'ottantacinque. Non ho bisogno di molto: son figlio di Ferruccio". In A ha un solo calciatore. Un po' come Danny De Vito quando, in un film di Woody Allen, faceva l'agente per un solo attore. L'ha preso da ragazzino e non lo lascia. Dice: "Mi aspetti un attimo che le racconto il resto, debbo comprare il pallone a un bambino". Potrebbe essere il nipote, ma anche Giaccherinho, che lui chiama "il bimbo".

Quando scende dalla Fiesta lo guardano con espressioni del tipo: "Che cosa ci fa qui?". Lo mandano nella camera dei "non graditi" insieme con altri due (Lauro e Biasi) che cambieranno il destino del Cesena. Furio insiste: "Il contratto ce l'hai, stai lì finché non ti vendono, fagli vedere chi sei". Ci voleva l'eclissi di sole. Più modestamente, s'infortuna Bracaletti. Bisoli ha bisogno di un altro esterno d'attacco. Dice: "Mandatemi il piccoletto". Quello entra, se li beve tutti, va in porta. Poi lo rifà. Bisoli chiede: "Quanto ci costa?". Controllano, rispondono: "Niente". Gli dà una maglia da titolare ed è come gliela cucisse sulla pelle.

Tre anni, tre serie a crescere, tre debutti con il botto. Dopo il primo anno dicono: "Sì, però non è da B". Dopo il secondo: "Sì però non è da A". L'allenatore Ficcadenti s'è innamorato di lui. Sabato sera ha fatto divertire mezza Italia, quella che non ama il presidente del Milan, i mercenari, i galattici. Partiva da sinistra, faceva lo slalom tra paletti e palettopulos della difesa milanista e andava dentro. Facile così. Roba da ali. Dice Furio: "Non è che noi siam bravi e l'altri bischeri. Non bisogna essere scienziati". Basta guardare. Il calcio è banale fisiognomica: il pennellone lo metti al centro, il piccoletto all'ala. Deve avere lo spunto, la fame, sbocciare tardi e riprendersi il tempo perduto. Conti, Fotia, Filippi. Giaccherinho è la prosecuzione della specie dichiarata estinta per un equivoco: se all'ala ci metti Pepe che ha il fisico da mediano è come pretendere il volo da una gallina.

Ora tocca al 23 bianconero proseguire nella sua corsa. Stava per fermarsi due anni fa, stava per essere ceduto la scorsa estate e magari avrebbe fatto panchina al Parma e nulla più. Invece eccolo lì. Con l'adeguamento del contratto si è comprato un'Audi. L'estate scorsa Fabio Benaglia, giornalista sportivo cesenate, gli ha telefonato invano durante il mercato. Mezz'ora dopo si è sentito richiamare: "Scusa, ero in piscina. Oh, ho nuotato un'ora e avevo dodici chiamate perse. L'anno scorso prima di riceverne una avrei potuto stare in vasca una settimana". Adesso probabilmente gli basterebbe una doccia. Dicono abbia mangiato troppa polvere per fermarsi al primo autogrill e accontentarsi di una rustichella. "Ma il bimbo non si monta", garantisce Furio. Doveva essere un campionato spento e invece guarda: hanno acceso i neon, suona la fisarmonica, c'è gente che balla sulla fascia e noi qui, a battere il tempo.

di Gabriele Romagnoli; la Repubblica

INTER-Udinese 2-1

Un'Inter gradevole per appena un quarto d'ora riesce ad andare in vantaggio con Lucio dopo una corta respinta di Handanovic su un calcio d'angolo. La squadra come spesso capita si accontenta e si rilassa, concedendo campo ai friulani che pareggiano con Floro Flores. Da lì in poi la partita diventa sempre più noiosa, per un'Inter che non convince, per via di un Milito sostanzialmente insistente, per una Cambiasso invisibile, e per un Biabiany che, nonostante un buono inizio, si è via via spento, per colpa di tutta la squadra e per il suo accentrarsi. I Nerazzurri però ringraziano il giovane Angella, che ci ha regalato un fallo di mano in area con conseguente rigore realizzato (non senza patemi) da Samuel Eto'o, ancora una volta il migliore in campo. nsomma, il compitino è andato in porto.
E intanto il Milan di Ibracadabra perde a Cesena, la Roma sprofonda a Cagliari e la Juve ottiene il primo punto stagionale segnando due gol irregolari alla Samp.

lunedì 6 settembre 2010

The show must (not) go on

Giornata tristissima per lo sport: a Misano durante il GP della Moto2, un pilota giapponese di 19 anni correva a 240 all’ora, la sua moto s’è intraversata, lui è balzato in aria, e quand’è caduto i due piloti che lo inseguivano gli sono finiti addosso e l’hanno travolto.

Ferite multiple, elicottero fino all’ospedale più vicino, Cesena, da qui all’ospedale meglio attrezzato della zona, Riccione. Si temeva l’arresto cardiaco, e infatti il cuore s’è arrestato. Ma non stanno qui gli apici della tragedia. Non è per questo che ne parliamo. Alla tragedia sportiva, sempre possibile nelle gare dove per vincere bisogna oltrepassare i limiti di sicurezza, si aggiungono altre tragedie, che vorrei dire morali. Dopo la visione atrocemente spettacolare del multiplo incidente, con tre moto e tre piloti coinvolti, la gara è proseguita come se non fosse successo niente. Dunque quella tragedia «era» un niente. Per molti minuti il pilota-ragazzino è rimasto sospeso tra la vita e la morte, nel circuito le autorità sapevano tutto, ma nessuno ha pensato che quel tutto valesse qualcosa.

Si trattava di una gara della Moto2, le gare che precedono la MotoGp sono sentite da tutti, organizzatori e spettatori, come una introduzione di scarsa importanza alla vera gara che riempie la giornata, la MotoGp. Qui, in MotoGp, corrono gli assi mondiali del motociclismo, così veloci che sembrano volare rasoterra. Il problema era: si poteva perdere tempo per la morte di un ragazzino, si poteva ritardare la partenza dell’unico vero grande spettacolo sportivo della domenica, il MotoGp? La riposta è stata: no. Non si dica: ma non sapevano ancora che il giovane pilota sarebbe morto, potevano pensare a ferite rimarginabili, concludere la gara di Gp col giovane pilota giapponese fuori pericolo era un bene per tutti, ritardare la gara non serviva a nessuno.

Errore. Non è un ragionamento lecito. Perché la cronaca del Gp è proseguita in costante collegamento con la clinica dove il 19enne giapponese stava morendo, la notizia della sua morte è arrivata in diretta a tutti nel circuito (e a tutti noi, nelle case del mondo), e il coro dei cronisti è stato: «Non c’è niente da dire», «Non c’è niente da fare». E così tutto proseguiva come se niente fosse. Ma neanche questo è il vero acme dell’insensatezza di questa tragedia in diretta: perché quando la gara è finita, e i grandi campioni sfilavano uno alla volta davanti alle telecamere, strizzati nelle tute multicolori, tutti venivano informati, e tutti reagivano con: «Così è lo sport», «Non si poteva fermare la gara», «Sappiamo che la logica è questa» (quest’ultima risposta è del grande Valentino Rossi, il più amato dagli italiani). Sono parole di scarsa sensibilità? Provengono da un fondo morale dove mancano i valori? Ma no. I valori ci sono, e sono enormi. Valgono più della vita. Più della vita di tutti. Perché i grandi campioni che parlano così mettono in conto non solo che la vita dei concorrenti può essere stroncata di colpo, ma anche la propria: partono, e non sanno se arrivano. Se accettano che la loro vita finisca così, accettano anche che la gara non s’interrompa, che il palinsesto delle tv non venga modificato neanche di un minuto.

Nei siti dei giornali, ieri, la tragedia ovviamente c’era, con tanto di filmato, ma prima e dopo c’erano l’ordine d’arrivo e la classifica mondiale, e queste notizie valgono più di quella. Chi vince resta, chi muore svanisce. Oggi tutti parlano della tragedia. Alla prossima gara non ne parlerà nessuno. E la prossima gara non avrà tanti spettatori come ieri, ma di più. Se lo spettacolo che vediamo conta più della vita, non possiamo perderlo.

di Fernando Camon; LA STAMPA

(Slovenia-ITALIA 1-2)

Di gol la Nazionale italiana non ne segna certo a grappoli, se poi ci si mette anche un regista quantomeno avventato che manda in onda uno spot pubblicitario mentre gli azzurri stanno battendo un calcio d'angolo, allora gli appassionati di casa nostra fanno veramente ancora più fatica ad affezionarsi alla formazione di Cesare Prandelli...

Quello che è successo durante la diretta televisiva di Italia-Estonia, primo incontro delle qualificazioni agli Europei 2012 per Pirlo e compagni, non ha uguali nel mondo intero, una vera vergogna. Gli spettatori italiani grazie alla Rai non hanno infatti potuto vedere in diretta il gol del pareggio di Antonio Cassano, siglato al quarto d'oro della ripresa a Tallinn. L'assurdo è che la tv di Stato paga milioni di euro per acquistare i diritti televisivi in esclusiva, che poi da sola svilisce con questi comportamenti. Ma la vera beffa è che con l'abbonamento i soldi li chiede proprio a noi cittadini, contribuenti e teleutenti.
E' proprio vero, come recitava uno slogan di qualche anno fa: Rai, di tutto di più.

di Massimo Mazzitelli; la Repubblica

sabato 4 settembre 2010

Bologna-INTER 0-0

Debutto deludente. Molto. Ma forse va bene così, perché pareggiare la prima porta fortuna. Si poteva e si doveva giocare meglio, soprattutto nel primo tempo, ma è anche vero che con un po' di fortuna avremmo segnato due o tre gol.

martedì 3 agosto 2010

Era ora

Sulle macerie del Mondiale, è fiorito improvvisamente un giardino: Roberto Baggio e Gianni Rivera lavoreranno in Federazione. Domani la ratifica del gran consiglio.

Baggio guiderà il Settore tecnico della Federazione. La proposta reca la firma del presidente Abete, uscito con il carisma rotto dall’avventura africana. Baggio, 43 anni, non ha bisogno di sviolinate. Anche se Michel Platini lo definì un «nove e mezzo» (traduzione: metà centravanti, metà rifinitore), Roberto abitava al numero «dieci». Fantasia, magie, 205 gol in serie A: e quel codino che sarebbe diventato un documento d’identità, un simbolo di diversità. Chi scrive, è sempre stato favorevole all’impiego degli ex calciatori nei ranghi dirigenziali. Penso allo stesso Platini, dal 2007 presidente dell’Uefa, e allo spagnolo Villar, mediano dell’Athletic Bilbao, dal 1988 presidente della Federazione spagnola. Per tacere di Franz Beckenbauer e Karl Heinz Rummenigge, una vita nel Bayern, prima in campo e poi in ufficio. Non è detto che chi ha giocato sappia per forza inventarsi precettore o tutore d’alto livello. Proviamoci, però.

Baggio, dunque. Uno strepitoso inviato che si è sempre rifiutato di fare il direttore: gli piaceva il brivido del gol, non l’ebbrezza del comando; una carriera così. Certo, il ruolo non è ben chiaro («Non l’ho capito manco io», allegria). Certo, siamo in Italia, Paese facile alle suggestioni: tutti sul carro dopo il trionfo di Berlino, tutti giù dopo il tonfo di Johannesburg. In questi casi, si cercano soluzioni a effetto nella speranza che si rivelino efficaci. Baggio è sempre stato un solista e un solitario, ha avuto ginocchia troppo fragili perché il carattere non diventasse forte e sospettoso. Un buddhista col fucile.

E non solo Roberto, anche Gianni Rivera, classe 1943, un altro signor dieci, molto impegnato in politica, anti sistema da capitano del Milan e anti Berlusconi da onorevole: gli è stato promesso il comparto giovanile e scolastico. Da un eccesso all’altro, in perfetto italian style: tutto a un tratto, sta nascendo una nazionale che fiancheggerà la Nazionale. Di Demetrio Albertini vice presidente e referente, si sapeva; idem di Gigi Riva, team manager degli azzurri; e pure di Cesare Prandelli al posto di Marcello Lippi, visto che l’annuncio risale addirittura alla vigilia del Mondiale. Non si poteva nemmeno lontanamente immaginare, viceversa, cosa il destino avesse in serbo per Baggio e Rivera; o per Antonio Cabrini, osservatore al servizio del ct, e Giancarlo Antognoni, «dieci» pure lui, in ballottaggio con Arrigo Sacchi e Paolo Maldini per il ruolo di coordinatore tecnico delle squadre nazionali.

Voce dal fondo: troppa grazia, sant’Abete. Il calcio ai calciatori, chi lo avrebbe mai detto? Il rischio è che tutto sia nato per emozione e non mozione, per distrarre il popolo e non per attrarre i problemi; e risolverli. La speranza è che, dal momento che qualcuno si muove, qualcosa possa finalmente cambiare. Al di là dei risultati nudi e crudi. Baggio & Rivera, non Baggio o Rivera. Capisco la «gelosia» di Sandro Mazzola: abbasso la staffetta.

di Roberto Beccantini; LA STAMPA

domenica 1 agosto 2010

E' lo sport

Ammazzato dallo sport. Ucciso dalla fatica. Sommerso dalla nausea. Alex Schwazer è a terra. «Sono stanco di queste brutte figure, per me e per chi mi segue». Spietato. «Sono sazio, sono due anni che non mi diverto più, non è un problema di tattica». Il ragazzo d'oro della marcia italiana non c'è più. Schwazer, il padrone della 50 chilometri olimpica di Pechino è svanito. Ritirato al 35esimo. Aveva il futuro davanti, ora non lo vuole più. «Non sento più niente, mi pesa tutto, soffro ogni minuto, andare avanti così non va bene. Il guaio è che anche l'argento sulla 20 km non mi ha fatto né caldo né freddo». Sull'orlo di una crisi di nervi a 26 anni. «Sono stato ad allenarmi 5 settimane in altura, due da solo, ho sofferto come un cane. Mi fa senso dirlo alla mia età, ma non sono più quello di una volta». Al padre dice in tedesco: «Questa è la mia ultima gara». Carolina Kostner, la sua ragazza, lo abbraccia e lo consola: «Non buttarti giù, ci rialzeremo». Alex, il ragazzo allegro che si divertiva a consumare chilometri di strada, ora è uno straccio. Il suo sorriso divertito non c'è più. La sua allegria scanzonata nemmeno. Lo sport fa così: ti succhia e ti lascia lì spremuto, senza vita. La sua è una marcia funebre, straziata da esigenze corporali e crampi. «Schwazer, el monumento», urla il radiocronista della gara. Per poi rettificare: «Schwazer, la capacidad de sufrimiento». Sì una via crucis quella di Alex: si tocca la coscia destra, si massaggia, si ferma, riparte, una, due, tre, sei volte, si trascina come un vecchio zoppo. «Questa è una distanza molto difficile e quando hai dei problemi continuare è dura. Bisogna avere voglia di spaccare il mondo e io non ce l'ho più». Basta, fine di tutto. Arriva primo il francese Yohann Diniz, che difende il suo titolo europeo con coraggio, va subito in fuga e ci resta fino al traguardo (3h40' 37"). Schwazer che prima di fermarsi aveva quasi due minuti di distacco, non scappa, affronta le domande, affonda il coltello: «Ho cercato di darmi altre motivazioni, di provare l'accoppiata 20-50 appunto per trovare nuovi stimoli, non ha funzionato». Non funziona mai volere di più. Alex dopo Pechino 2008 ha terminato una sola maratona (50 km), a Signa lo scorso marzo, e ha fatto il record italiano sulla 20. Ma ora a due anni dai Giochi di Londra l'oro più sicuro si è perso. Capita, dopo una bella sbornia, dopo il trionfo olimpico a 24 anni, ti guardi e ti chiedi: e adesso che vorranno da me? Capitò a Yannick Noah, tennista francese, che nell'83 a 23 anni vinse il Roland-Garros. La Francia impazzì, lui pure, si trovò su un ponte della Senna con la voglia di buttarsi giù. Troppa pressione, troppa oppressione. Si salvò dal suicidio volando a New York, camminandoa Central Park, trasferendosi in America. «Anonimo, sconosciuto, uno qualunque, con il diritto ad essere finalmente nessuno». Stessa cosa capitò alla velocista francese Marie-Jo Perec, campionessa mondiale e olimpica, così senza dire niente a nessuno e senza sapere una parola d'inglese prese l'aereo e emigrò a Los Angeles. «Mi hanno già rovinato la vita una volta, basta e avanza, ora resto nella mia casa di Beverly Hills, adesso sono finalmente mia». La marcia si sa è un piccolo mondo antico. Passi e solitudine, anche in allenamento. Per Schwazer, allenato da Sandro Damilano, una razione di 35 chilometri al giorno, 10 mila km l'anno, 1.050 solo in un mese. In tre stagioni di marcia Alex faceva il giro della terra. A novembre scorso si è stancato e ha detto basta, voglio gestirmi diversamente, respirare di più. Ha lasciato Saluzzo per allenarsi a casa, a Calice, un paesino di montagna di appena 31 persone. Adesso Sandro Damilano dice: «Si è fermato perché non ne aveva più. Ha pagato la 20 km., troppo vicina alla 50, la coperta era troppo corta, non poteva funzionare per due gare. Io e lui ci parleremo. Adesso sul momento è depresso, e magari dice cose che non pensa. Solo che io quello che voglio fare da grande lo so, ma lui?». Anche per Maurizio Damilano, uno che se ne intende, lo sbaglio è stato eccedere: «Questo europeo ci dice che Alex si deve concentrare sulla 50 e lasciar perdere la 20. E' un illusione che ho covato anch'io, ma poi ho rinunciato». Raffaello Ducceschi, ex marciatore azzurro, quinto ai Giochi di Los Angeles '84, nato non a caso a Sesto San Giovanni, nell'officina della strada, dice di essersi salvato dall'afasia di questo sport con la creatività. «Mi sono messoa dipingere quell'urlo trattenuto che è la marcia, che usura non solo il corpo, ma anche la testa, mi sono salvato con l'arte». Infatti è autore di una bella mostra di acrilici su tela sull'atletica, ma sta anche disegnando dei bozzetti erotici. Però vedere Alex e Carolina, due giovani seduti su un marciapiede come vecchi pensionati, curvati dallo sport, faceva effetto. E soprattutto il loro futuro strappato.

di Emanuela Audisio; la Repubblica

mercoledì 21 luglio 2010

Poverino...

Non serviva Paul il polipo per prevedere che Berlusconi avrebbe distolto le attenzioni dalle sue difficoltà nel Milan buttandola in politica e cabaret. Meglio una barzelletta che lasciare la parola, anche una sola, a Massimiliano Allegri che è nuovo dell’ambiente e chissà cosa poteva dire: metti che sgonfiasse l’ottimismo presidenziale oppure le cifre dei sondaggi di cui Berlusconi parla sempre senza indicare la provenienza né l’attendibilità. Abbiamo assistito allo spettacolo surreale e mai visto di una presentazione nell’assoluto silenzio dei presentati. Passi per Amelia, Papastathopoulos e Yepes ma si sarebbe voluto sapere da Allegri e su Allegri qualcosa di meglio della considerazione berlusconiana: «È bello come un indossatore, avremmo dovuto farci pagare di più da Dolce&Gabbana».

Nell’irrefrenabile protagonismo, il premier non ha messo in conto l’imbarazzo del professionista che gli sedeva al fianco, sempre più a disagio. In una botta sola è riuscito a tratteggiare il nuovo tecnico come uno «yesman» di gradevole aspetto, il cui compito sarà allenare la squadra per farla giocare come vuole il Capo. Gli ha persino suggerito dove collocare Ronaldinho: dietro alle punte e guai a tenerlo fuori perché è l’attrazione del Milan. Insomma Allegri fa la figura del ragazzo di bottega cui il maestro indica dove mettere il colore. Avendoci raccontato di che pasta è fatto, l’impressione è che ieri Allegri abbia abbozzato per gentilezza: la prossima volta non lo farà. E il suo primo problema non sarà gestire i campioni, cui non è abituato, ma il presidente che ha conosciuto ieri.

di Marco Ansaldo; LA STAMPA

sabato 17 luglio 2010

Blah-Blah-Blah

Il possesso parola. Sottoposto ad analisi testuale un campione di partite dei recenti Mondiali (Sky e Rai), è risultato che la media generale del possesso parola dei telecronisti italiani si aggira intorno al 95%. Che, tradotto in parole povere, significa che non stanno mai zitti. Non abbiamo dati altrettanto sicuri sul resto del mondo (è probabile che tutti si comportino alla stessa maniera),ma il rilievo è estremamente significativo: i telecronisti sono rimasti alla radio; bisognerebbe avvertirli che nel frattempo è stata inventata la tv, persino l’HD.

Suppongo che la ragione di questo forsennato possesso parola (che, espressivamente significa rinunciare al fondamentale apporto dei rumori ambientali, e pazienza se in Sudafrica c’erano le vuvuzelas!) sia di origine psicologica. Il telecronista ha paura che la partita gli sfugga di mano, e quindi parla, parla, parla. Pure in apnea. La seconda voce è come se avesse rinunciato al commento squisitamente tecnico per fare da spalla alla prima voce (una decina di interventi a tempo sarebbe più che sufficiente). Entrambi, parlando a getto continuo, s’impossessano della partita, s’illudono che i giocatori siano figure immaginarie, create dalla loro fervida e ciarliera fantasia, e gli spettatori bambini cui raccontare una favola.

I telecronisti non conoscono il sex appeal del silenzio, una conquista eloquente di grandissimo valore. Il silenzio parla. Il silenzio conquista. Il silenzio affascina. I nostri telecronisti sono come alcuni personaggi di un romanzo di Natalia Ginzburg: «Parlano così per ingannare il silenzio. Parlano così perché non sanno più come parlare». Dopo l’esperienza sudafricana, i nostri telecronisti (tutti, indiscriminatamente) dovrebbero frequentare un corso di recupero del silenzio: com’è noto, non vince chi mantiene il possesso parola per più tempo, ma chi fa gol. Il silenzio non è assenza, il silenzio scuote le reti.

di Aldo Grasso; Corriere della Sera

mercoledì 14 luglio 2010

Resta dove sei

Il ritardo di sette minuti alla prima campanella dell’anno suonata da Rafa Benitez stavolta c’entra ben poco, così come le dimissioni presentate all’Associazione italiana calciatori. Mario Balotelli ha le valigie in mano (così dice il suo potente manager) e il «sistema Italia» si interroga, o almeno dovrebbe farlo. La domanda è semplice, le risposte confuse: se la Nazionale di Prandelli sarà multietnica e aperta agli oriundi, perché il nostro campionato sta per farsi soffiare uno dei suoi pochi, veri, talenti simbolo dell’integrazione? La decisione finale ovviamente spetta a Massimo Moratti, che di Supermario è il datore di lavoro. L’Inter ha cambiato filosofia, il mercato non è più terra di conquista da parte di un club che si è allineato al motto «prima si cede, poi si acquista...». Dunque, Balotelli non è più incedibile, Manchester (il City è in vantaggio sullo United) lo corteggia, e il presidente nerazzurro - forse piccato dagli ammiccamenti del giocatore e dall’attivismo dell’agente- ha affermato che non attaccherà il telefono in faccia a nessuno.

Fin qui si potrebbe leggere il tutto come ordinarie schermaglie di mercato, domanda e offerta, vinca il più forte. Ma nel caso di Balotelli qualcosa sfugge, perché una sua cessione segnerebbe una nuova sconfitta del calcio italiano che si è appena leccato le ferite mondiali al grido «ripartiremo dall’interista». Cosa fare per evitare i saluti? Moratti sembra aver gettato la spugna e davanti alla chiamata giusta è pronto a inaugurare l’era del cosiddetto fair play finanziario (un occhio ai bilanci) proprio sacrificando il suo gioiello più invidiato: stranezze dei tempi e addio progetti a lunga scadenza.

L’Inter non costruisce muri invalicabili, dunque. Chi di variabili del calcio se ne intende, prova ad analizzare il possibile scenario. «All’estero Balotelli diventerebbe un vero professionista e più in fretta che da noi», così Arrigo Sacchi, il cui nome viene accostato alla Federcalcio per andarne a occupare un ruolo di grande consigliere nella gestione Prandelli. «Stiamo parlando di un giocatore dell’Inter e, a Moratti, spettano le scelte findamentali sul suo conto: i problemi del nostro calcio - continua Sacchi - sono quelli legati ai 16 esoneri di allenatori in una stagione, alla gente che gira con i coltelli e agli stadi come galere. Il miracolo l’abbiamo fatto quattro anni fa a Berlino, quanto accaduto in Sudafrica è lo specchio fedele della situazione». Balotelli via senza alterare i già fragili equilibri del sistema Italia, così la pensa l’ex ct azzurro di Pasadena ’94. Un altro tecnico, oggi alla guida dell’Under 21, sorride un po’ meno. «Premesso che non conosco la situazione e non so dove giocherà Balotelli la prossima stagione, posso dire che avere sotto gli occhi per tutto l’anno un giocatore forte e di talento sarebbe meglio», spiega Pierluigi Casiraghi che chiederà a Prandelli di lasciargli Balotelli per le sfide con Bosnia e Galles di settembre, incroci decisivi dove gli azzurrini si giocheranno il visto per le Olimpiadi di Londra 2012 (negli stessi giorni l’Italia debutterà nel girone di qualificazione per gli Europei del 2012).

L’Under 21 lo aspetta, la Nazionale anche, l’Inter lo ha messo sul mercato. L’effetto di un possibile trasloco all’estero di Balotelli spariglierebbe i giochi, ma non stravolgerebbe i piani di Prandelli. «Il nuovo ct è stato chiaro: non ha parlato di uomini, ma di attaccamento alla maglia e dell’orgoglio di sentirsi italiani. In Nazionale - precisa Demetrio Albertini, vice presidente della Figc e candidato a guidare il Club Italia - gioca chi merita e Balotelli deve meritarselo, nel nostro campionato o altrove. Una sconfitta per il nostro sistema? Il sistema Italia è stato rappresentato ai massimi livelli dall’Inter che ha vinto tutto. E, poi, stiamo parlando della possibile partenza di un talento, non di uno sconosciuto».

di Guglielmo Buccheri; LA STAMPA

martedì 13 luglio 2010

Mahut

Adesso non può fare due passi senza che qualcuno lo fermi e gli chieda un autografo. E si complimenti. Con enfasi. Per un insuccesso...

Succede più o meno dalla fine di giugno, data della sua sconfitta nel match più lungo della storia del tennis: il ko per 70 a 68 con il gigante americano John Isner al primo turno di Wimbledon. Roba da tre giorni tre di partita. E che match: splendido per intensità e qualità dei colpi.

Ma pur sempre una sconfitta per il francese Nicolas Mahut, talentuoso e tormentato giocatore francese, inseguito da troppo tempo dalla nomea di sicuro campione mai realizzato. Più volte sul punto di esplodere e affermare la sua chiara qualità dei colpi, puliti, classici e completi dal servizio alla volee, dopo le affermazioni da juniores, mai esploso nel traumatico salto nel mondo dei professionisti, l'Atp tour.

Nicolas quasi non se ne capacita. Si possono ottenere fama e gloria anche da sconfitto. Bello, tutto sommato, un po' l'essenza del vero sport, quello giocato sui campi e non saccentemente commentato dalle poltrone.

Wimbledon e l'erba sembrano essere nel suo destino. Nel bene e nel male. A Londra, da juniores, vinse addirittura il titolo sconfiggendo in finale un altro campione inespresso, Mario Ancic. Era il 2000. Dieci anni dopo, la sconfitta più maledettamente bella, epica e coraggiosa che gli potesse capitare. E, con questa, la sua vita da giocatore di mezza classifica che non sa sfruttare le sue reali capacità che cambia. Definitivamente. Mahut è nei libri dei primati, è nella storia del tennis. Comunque.

Quasi incredulo, lo ha realizzato concretamente quando è tornato in campo. Nel torneo più snob del circuito, a Newport. Erba, sempre erba, ma americana. E, soprattutto, sede della Hall of Fame del tennis, il museo degli immortali della racchetta, insomma. Ebbene, Nicolas, da attuale numero 143 del mondo, si è visto chiedere maglietta, pantaloncini e una scarpa indossati nella gara con Isner (gli era accaduta una cosa analoga per il museo di Wimbledon). In campo e nel club è stato travolto da una overdose di simpatia e popolarità. Al punto da fargli dire: "Io non posso credere che sta succedendo tutto ciò, la gente in fila per incontrarmi e congratularsi, io prendo energia da tutto questo, devo trarne nuovo vigore per la mia carriera".

A Newport non ha fatto molta strada. Arrendendosi al secondo turno. Ma è comprensibile. Deve smaltire, oltre alla stanchezza, anche queste nuove e decisamene insolite emozioni. "Adesso ho bisogno di un periodo di riposo, poi ripartirò", ha detto, per cercare di calarsi in questa nuova dimensione e tentare finalmente di affermarsi dando continuità ai risultati.

"Io sinceramente - ha confidato negli Stati Uniti - pensavo che la gente mi consolasse come uno sconfitto, mi sbagliavo alla grande, non fanno altro che dirmi: "Nicolas, non abbiamo mai visto nulla di simile su un campo da tennis, entrambi meritavate di vincere, sei stato grande, sei nella storia". Pazzesco".

Lo hanno corteggiato le telecamere di tutto il mondo, a Newport. E i fotoreporter hanno scattato centinaia di foto. La Espn, colosso dei network televisivi sportivi, poi, gli ha dedicato uno speciale con una lunga intervista. Nella quale Nicolas Pierre Armand Mahut, francese di Angers, figlio di un ingegnere specialista in informatica, orfano di madre (scomparsa cinque anni fa), tre fratelli più grandi, idoli sportivi Pete Sampras, Yannick Noah e Michael Jordan (insomma, non tre pellegrini...), film preferito Matrix, gusti musicali Oasis, John Mayer, tifosissimo del Paris Saint Germain, ha ammesso di essersi sentito "indistruttibile a un certo punto della partita con John Isner e quando ho perso, ovviamente, è stata una sensazione crudele".

Ma dopo ogni caduta bisogna rialzarsi. E i tennisti, che si confrontano quotidianamente con questa altalena di successi e ko, lo sanno bene. Ora tocca a te, Nicolas. Hai il gioco, il talento e il fisico. Scaccia i fantasmi ("Ogni tanto sogno di vincerlo ancora io quel match con Isner e devo ammettere che ci penso spesso") e cerca di riprenderti quello che ti spetta: una classifica degna della tua capacità. Vittorie sul campo. Qualche trofeo.
Il resto, la gloria e la fama, li hai già ottenuti. E il destino, beffardo, ti ha regalato tutto questo con una magnifica, indimenticabile sconfitta.

di Giovanni Marino; la Repubblica

lunedì 12 luglio 2010

Campioni

Iker Casillas ha sollevato la Coppa, la Spagna ha riempito il buco della propria storia e il calcio si chiede se siamo davanti al trionfo di una generazione o di un’idea. Qualunque successo ha alla base un gruppo di buoni giocatori con alcuni fuoriclasse e richiede che le loro qualità si esprimano al massimo nel periodo in cui si realizza l’evento.

L’Italia di quattro anni fa aveva pochi fenomeni veri, meno del Brasile, ad esempio, ma ottenne da tutti un rendimento straordinario nel mese decisivo: così andò oltre le attese. La dimostrazione è che quando quella generazione si è appannata ed è tornata nella normalità lo stesso metodo seguito da Lippi nel 2006 si è rivelato un fallimento. Nel caso della Spagna la vittoria suona meno casuale. Dietro ai giocatori c’è lo stile che ha fatto del Barcellona una delle squadre migliori dell’ultimo decennio. Dal successo di Vienna nel 2008 gli spagnoli erano tra i favoriti in Sudafrica perchè non c’era un motivo per cui il blocco di un club fortissimo non raccogliesse i frutti anche in Nazionale. Del Bosque ha rispettato la prima regola di un allenatore: non fare danni. Come Bearzot con il gruppo juventino del ’78 e dell’82, non ha cercato formule strane, non si è inventato trasformazioni dell’ultimo momento.

I suoi uomini hanno svolto i compiti cui sono abituati da sempre, l’ordito del Barça si è impreziosito là dove serviva (Casillas, Sergio Ramos, Villa, Xabi Alonso, Capdevila) e non ne è stato stravolto. Lippi sosteneva fino alla nausea che ogni giocatore italiano ha due squadre: il proprio club e la Nazionale. La forza degli spagnoli è stata che per molti di loro le due squadre coincidessero e che per gli altri fosse facile inserirsi in una macchina che gioca a memoria, con la fiducia nei propri mezzi.

Certamente nel successo della Spagna c’è anche la qualità degli uomini. Ma come si spiega che dalla generazione che vinse il Mondiale Under 20 nel ’99 si sia passati a quella di Iniesta e Torres, fino ai più giovani Busquets e Pedro senza che si noti una frattura? E’ come se fossero passati tutti dalla stessa scuola in cui si insegnano ai giovani la tecnica, il palleggio, lo sviluppo dell’azione. Il successo della Spagna benedice quindi il ritorno a un football in cui l’aspetto atletico e l’esasperazione della tattica non sono tutto. Torneranno anche per loro i giorni bui ma per ora a lezione ci vanno gli altri.

di Marco Ansaldo; LA STAMPA

Spagna-Olanda 1-0

I più belli del mondo ne diventano i padroni: non succede sempre, dunque l'epilogo della Coppa 2010 è anche un atto di giustizia. Giusto che la Spagna faccia perdere all'Olanda la terza finale della sua storia: e se nel '74 e nel '78 gli oranje avevano smarrito un mondiale che viceversa sarebbe stato loro di diritto, stavolta hanno saputo quasi solo picchiare. Un espulso (Heitinga) e un elenco di ammoniti più lungo della guida telefonica di New York. Pesa, sulla sconfitta olandese, un grave errore di Robben che però è stato anche una parata miracolosa di Iker Casillas, migliore in campo, colui che alla fine ha alzato il trofeo tutto d'oro: non accadeva dal 1982 che un portiere lo sollevasse, quella volta era toccato a un altleta leggendario di nome Dino Zoff. Era, guarda caso, un altro 11 luglio e c'entrava anche allora la Spagna.
Non è stata una finale-spettacolo. In questi casi, se qualcuno segna subito ci si può divertire, viceversa si gioca a sudoku. E i numeretti non sempre tornano. L'Olanda ha cercato di soffocare il formidabile centrocampo spagnolo, preso in blocco dal Barcellona, la più bella squadra di club del pianeta (a volte però s'incarta per eccesso di contemplazione, dunque di accademia: vedi la Champions contro l'Inter). L'operazione ha funzionato per un po', finché gli arancioni non si sono disuniti per stanchezza, per troppi falli e alla fine, nei supplementari, per inferiorità numerica. Quando il match non è più stato chiuso in cassaforte, chi sa giocare meglio l'ha giocato di più, e l'ha vinto.
Mai, nella sua storia, la Spagna era riuscita ad arrivare tra le prime tre. E dopo 80 anni di mondiale, ecco un nome nuovo che permette alla vecchia Europa di superare il Sudamerica (10 a 9), e tra quattro anni in Brasile ci sarà l'occasione per una rivincita. Anche se poi, a ben guardare, poche squadre sono più "sudamericane" di questa Spagna, che se non diventa leziosa è irresistibile. Aveva perso la prima gara contro la piccola Svizzera, eppure ha saputo trovare il passo magnifico che le aveva permesso di vincere l'Europeo due anni fa: dunque, il mondiale sudafricano rappresenta la migliore evoluzione possibile del percorso. E quando vincono i più bravi, e i più belli, c'è solo da essere contenti.

di Maurizio Crosetti; la Repubblica

domenica 11 luglio 2010

Ex

Ancora poche ore e sarò un ex campione del mondo. Mi spiace, ma potrò sempre dire di esserci passato, quella Coppa l’ho alzata ed è un privilegio che non capita a chiunque. Da bambino ci speravo, la vita mi ha fatto anche questo regalo.

Intanto per quattro anni il campione del mondo sono stato io assieme ai miei compagni. La notte di Berlino resterà indimenticabile e siccome sono pronto a ripartire per un’altra avventura con Prandelli, magari nel 2014 in Brasile rivivrò le stesse emozioni. Per adesso prendono il sopravvento i ricordi. Prima della finale con la Francia avevo sensazioni buone. L’ottimismo era il sentimento prevalente in me e in tutti noi. Ripensavo alle vittorie ottenute, soprattutto a quella contro la Germania in semifinale, e sapevo che avevamo tutto per tornare a casa da trionfatori. Sono qui al mare con i miei figli ed Alena e un poco invidio olandesi e spagnoli. Ma si sapeva che sarebbe stata dura riprovarci, che sarebbe stato un sogno quasi irrealizzabile.

Nello sport c’è un tempo per ogni cosa: per le vittorie, e per le grandi delusioni. Siamo passati attraverso questo momento negativo, ma la voglia non mi è passata. Sarà difficile ripartire, però un’altra notte fantastica vorrei dedicarmela. Stasera darò un’occhiata alla partita ma non riuscirò a farmi catturare del tutto. La penso come il polpo Paul, la Spagna è favorita, è la più forte in assoluto, gioca il calcio migliore. Anche se gli olandesi sono tosti.

Gianluigi Buffon

sabato 10 luglio 2010

Si cambia(?)

Roby Baggio torna a... Coverciano. L'ex campione, dopo aver rifiutato tantissime proposte (ultima quella della Rai per fare l'opinionista) ha detto di sì al suo ex allenatore, Renzo Ulivieri. E' lo stesso Ulivieri, presidente dell'Aiac (Associazione italiana allenatori calcio), a spiegarcelo: "Conosco bene Roberto perché l'ho avuto come calciatore e mi sembrava quindi interessante proporgli la presidenza del Settore tecnico. Mi ha subito risposto con entusiasmo: 'la cosa mi garba ma dovete darmi una mano...'. Appena saputo della sua disponibilità, nel pieno rispetto dei miei compiti, ho chiamato subito il direttore generale della Figc, Antonello Valentini, e mi sono messo in contatto con il presidente, Giancarlo Abete. Ripeto: Roberto è stato un grande calciatore, è un uomo di prestigio e penso che potrebbe fare bene, con quella umiltà che l'ha sempre contraddistinto anche quando giocava".

La scelta di Baggio non è certo economica: per ricoprire il ruolo che è stato di Azeglio Vicini, il cui contratto è scaduto il 30 giugno scorso, la Federcalcio mette a disposizione soltanto una diaria e i rimborsi spese, circa 10 mila euro all'anno. Poca roba. Ma Baggio è tentato di rientrare nel mondo del calcio con un incarico di grande prestigio. Sarebbe un bel colpo per Giancarlo Abete impegnato a rilanciare la Federcalcio dopo il flop mondiale. Demetrio Albertini sarà il presidente del Club Italia, coordinerà tutte le Nazionali, dalla giovanile alla maggiore. Paolo Maldini dovrebbe infine prendere il posto di Massimo Giacomini come responsabile del Settore Giovanile e scolastico. Queste (probabili) nomine hanno creato però un po' di scalpore nel mondo della Figc: i vicepresidenti federali, Carlo Tavecchi e Mario Macalli ne erano all'oscuro. Ne parleranno martedì prossimo in una riunione che avranno martedì prossimo a Roma con Abete in previsione del Consiglio federale del 16 luglio.

di Fulvio Bianchi; la Repubblica

La scelta del Prescelto

Gli amici contano più dei soldi: con questa motivazione il campione della Nba LeBron James ha sciolto la riserva in diretta sulla tv Espn facendo sapere all’America il nome della squadra con cui ha scelto di giocare. Si tratta dei Miami Heat e se il 25enne cestista li ha preferiti ai Knicks di New York, il cui terreno di casa è il Madison Square Garden, ai Cavaliers di Cleveland, dove ha giocato negli ultimi sette anni, e ad altri quattro club della Nba è perché vuole militare nella stessa squadra di altri due campioni: Dwyane Wade e Chris Bosh.

Le tre stelle hanno molto in comune. Debuttarono nello stesso anno, 2003, hanno consentito alla Nazionale Usa di vincere l’oro a Pechino riscattando l’umiliazione di Atene e ora sono convinte che assieme possono «iniziare una serie di vittorie in campionato» come lo stesso LeBron ha fatto capire. «Quest’autunno porterò i miei talenti a South Beach - sono state le parole di "King James" - e ciò che più mi ha spinto a questo è che si tratta della migliore opportunità di vincere, vincere adesso e vincere in futuro». Il titolo Nba è infatti ciò che più manca a record e trionfi di LeBron e fra i commentatori di basket, da Chad Ford a John Hollinger, è radicata l’opinione che «la sinergia a tre» non solo proietta i Miami Heat fra i club favoriti per la vittoria nel prossimo anno - assieme a Lakers, Magic, Spurs e Celtic - ma gli consente di poter sognare «più titoli nei prossimi cinque anni». Sebbene vi sia chi obietta, come Marc Stein di Espn, che il rischio è di «avere caos in campo» per le troppe stelle.

Vestito casual sul set di Espn circondato dai giovani cestisti del «Boys & Girl Club» di Greenwich, in Connecticut, LeBron ha detto all’intervistatore Jim Gray di aver avuto «con mia madre questa mattina» la conversazione «decisiva» per scegliere fra l’arena di Manhattan, i 127 milioni di dollari messi sul piatto da Cleveland e i 97 che invece erano stati offerti da Pat Riley, l’ex Knicks presidente degli Heat di Miami. Ma è difficile non immaginare che anche Wade e Bosh siano stati interpellati da LeBron, tanto più che contemporaneamente all’annuncio l’Hotel W di South Beach a Miami registrava la prenotazione di 25 suite con vista sull’Oceano per ospitare amici e parenti del campione in occasione del debutto. A conferma che l’operazione-Miami era in corso da tempo.

Aver rinunciato a 30 milioni di dollari - la differenza fra l’offerta di Miami e quella di Cleveland - dà la misura della scommessa fatta dal campione citato dal presidente Barack Obama e dal veterano dei senatori John Kerry come modello di invincibilità quando la sfida diventa più dura.

LeBron è convinto che il trio con Bosh e Wade gli possa far vincere una raffica di titoli Nba - spodestando i Lakers di Kobe Bryant - portandogli tali e tanti introiti pubblicitari da polverizzare il plusvalore messo sul piatto dai Cavaliers nell’ultimo, disperato tentativo di trattenerlo allorché l’1 luglio King James è diventato proprietario di se stesso. In Ohio i fans l’hanno presa malissimo, bruciando le magliette dell’ex paladino sulla piazza di Cleveland con un’aggressività da spingere la polizia a dispiegarsi in massa a difesa della casa dove risiede. Per calmare gli animi LeBron ha assicurato che non lascerà Cleveland perché la natìa «Akron resterà per sempre la mia casa», ma ciò non ha fatto che moltiplicare la rabbia. «E’ un bugiardo e un traditore» ha gridato dagli schermi di una tv locale un fan dell’Ohio mentre nei pub di Manhattan i supporter dei Knicks venivano presi dallo sconforto per l’illusione svanita. A South Beach invece è festa grande.

di Maurizio Molinari; LA STAMPA

martedì 6 luglio 2010

Orania

Il nome è da fantascienza. Da pianeta surreale. Ma Orania è su questa terra, a metà del Sudafrica, un ombelico nel mezzo del niente, nella regione Karoo. Una landa desolata, da Wile il Coyote, o da Spike, il fratello di Snoopy. Cactus, cespugli, polvere, strade sterrate, il fiume Orange. E tante bandiere arancioni. È una comunità afrikaner: gote rosse, occhi chiari, visi che sembrano dipinti da Rembrandt e da Vermeer. Un po' paffuti, dolci, da colonia sfuggita alla storia. Orania vive accanto a 48 milioni neri, ma non ne sente il respiro. Qui non sono graditi. È una comunità solo per banchi. La fondò un gruppo di 11 persone, comprandola per 200 mila dollari dal governo, che l'aveva costruita come campo-base e cantiere per gli operai che lavoravano all'acquedotto.

Era il dicembre 1990, Mandela non era più in prigione e l'apartheid era stato abolito. La risposta di Carel Boshoff, genero dell'ex premier Hendrik Verwoerd, l'architetto della segregazione fu: e noi ci facciamo una città e una repubblica tutta nostra, "only whites". Il posto, ormai in rovina, non era tra i più belli, solo una pioggia all'anno, accanto alla miniere di Kimberly. A metà tra la comunità Amish e una setta di fanatici con la zappa in mano. "Non vogliamo essere comandati da chi non è Afrikaner. La nostra cultura è oppressa e ai nostri bambini con la lingua inglese viene fatto il lavaggio del cervello".

A Orania oggi vivono 700 persone, gran parte impegnati nei lavori agricoli. C'è grano, miglio, e noci (esportate in Cina). E un tifo dichiarato per l'Olanda, anche se ormai una madrepatria lontana e stinta. A Orania c'è il campo di rugby e una piscina. E quello da calcio? "Scherziamo? Il football è roba da neri, a noi non interessa, però i nostri bambini qualche volta lo praticano". Bè, non gli rovinerà la pelle. "Non è quello, nelle nostre scuole vige un sistema educativo che abbiamo preparato noi, abbiamo anche i computer, che non prevede la contaminazione. Per noi i soldi non sono un valore, lo è l'indipendenza che si ottiene con il lavoro anche manuale. Siamo calvinisti. La maggior parte dei comuni sudafricani è in bancarotta, il nostro no. Noi non strapaghiamo i fannulloni, noi non mendichiamo. Il resto dell'Africa campa sulla beneficenza. Pretendevano che la squadra del Sudafrica andasse avanti, e in base a cosa, ai sogni? Bisogna meritarseli certi traguardi, non sperare nella bontà di un regalo".

Orania ha case basse, alcune ristrutturate, sembra un camping dell'Adriatico, senza il mare, popolato da corpi contadini. Della polizia non c'è bisogno, la criminalità qui va a letto presto. "Ci conosciamo tutti" dice l'ex dottore John Strydon, 55 anni, portavoce della comunità. " E se passa una macchina sconosciuta, prendo subito la targa e passo parola". Ah, bene. Non sarà facile per i giovani vivere qui? "Soprattutto per i singles, per quelli che non hanno famiglia, e che la sera sono stanchi morti. Il Sudafrica ha sempre delegato ai suoi schiavi neri i lavori più umili, anche perché la manodopera non costava niente. Ma qui i neri non ci sono. Ognuno deve darsi da fare da sé. E questo per la gioventù è psicologicamente inaccettabile ". Stasera tutti al bar a tifare per gli arancioni? "Non esageriamo, solo quelli che all'indomani non lavorano, e magari a casa davanti alla tv. Le fans più scatenate da noi sono le donne, Madelein e Mara non si perdono un giocatore". Magari qui la vita sentimentale è noiosetta? "Ci si sposa, si fanno tre figli, si va in chiesa". Ecco, appunto, uno spasso. "Per quello c'è l'auditorium dove proiettiamo vecchi film". Hollywwodiani? "No, afrikaner, per promuovere la nostra cultura".

Orania ha cartelli e insegne afrikaner, piccoli studi medici, panetteria e supermercato. "Ci autogestiamo fino quando possiamo, poi andiamo in città". Quando Mandela dovette far capire al paese che non cercava vendetta, venne qui, ad incontrare per un tè, la fragile 94enne Betsy Verwoerd, vedova dell'uomo che aveva costruito l'apartheid. Come fu l'incontro? "Passiamo ad altro". Però Orania ha festeggiato i dieci anni della liberazione di Mandela a suo modo, stampando una propria moneta. Anzi dei voucher da 10,20,50,100 rand. Con disegni tipo Hendrick il coraggioso e leggende afrikaner. Bianchissimi. Ad Orania c'è anche una radio, che trasmette nel raggio di 60 chilometri. Va in onda dalle 17 alle 22. E prima? "Non serve, la gente sta nei campi". La conducono in due: un tecnico e un presentatore. Parlate di calcio, di Robben, dei mondiali? "No, delle condizioni meteorologiche e leggiamo il Vangelo". Pure se oggi l'Olanda segna che non speri in un fuoriorario. Però la preghiera è garantita. Qui Orania, a voi mondo.

di Emanuela Audisio; la Repubblica

sabato 3 luglio 2010

Germania-Argentina 4-0

Le hanno prese, eccome...

Wesley

L'hanno educato per una vita da mediano, se l'è conquistata da trequartista. L'hanno ribattezzato Whisky Sneijder perché non potendo giocare beveva, oggi stappa champagne alla faccia loro. L'hanno venduto per fare spazio a Kakà e adesso guardali sul prato, vedi un po' dei due chi è quello che ride ultimo, felice e meritevole. Wesley Sneijder, se giochi a calcio è uno che vorresti avere accanto, sempre. Probabilmente Platini arriccerebbe il naso: "Non è un dieci, ma un nove e mezzo". Monsieur, questo è un dieci e mezzo: corre e ragiona, passa e tira, ha giocato incontrista, ala, interno e oggi fa semplicemente l'uomo squadra. Quello che ha mandato a casa il Brasile, non da solo, ma quasi.

Per spiegare chi è Sneijder e arrivare alla partita di ieri vorrei partire da un altro punto nel tempo, dal quale è possibile tirare una linea retta fino al quarto di finale sudafricano. Non vado neppure troppo lontano: al 16 agosto dell'anno scorso. È una sera calda in Spagna. Tutto il Paese è percorso da una brezza di leggera follia. A Barcellona hanno comprato Ibrahimovic dando Eto'o e 50 milioni di euro. A Madrid pensano come eguagliare il colpo di genio. Già hanno preso quel che resta di Kakà, il magnifico giocatore che i medici da due anni consigliano al Milan di dar via, per 68 milioni. A questo punto, decidono: svendiamo Sneijder: a che serve? Glielo dicono. Le parole sono più o meno queste, Florentino Perez signore lo nacque. Wesley ci resta male, vorrebbe restare, ama Madrid, gli piacciono i locali dove tira tardi la notte perché non ha una partita da aspettare. Prova a resistere, ma il Real, che l'ha pagato 27 milioni all'Ajax nel 2007, lo ha già promesso all'Inter per 16. Praticamente, lui e 52 milioni per Kakà. Sono riusciti a battere il Barcellona, complimenti. Sneijder prepara le valigie, ma lo chiamano per l'ultima partita. Potrebbe mandarli dove meritano, invece va in campo. C'è una punizione da tirare. Ci pensa lui. Segna. Come Liam Brady nell'ultima recita con la Juve: rigore al Catanzaro e scudetto. Anche lui, un dieci e qualcosa. Quelli senza spocchia né sregolatezza, quelli che non bestemmiano e non pregano, giocano. Da quando li mettono in campo a quando è finita. Infatti Sneijder arriva a Milano, non disfa neppure le valigie, debutta nel derby con il Milan e si capisce che oltre le chiavi di casa gli hanno dato quelle della squadra. Lui le infila nella serratura e apre la porta al migliore dei futuri possibili.

Questa serie di articoli si chiama "L'uomo del giorno", ma fin da ora Wesley è "L'uomo dell'anno". Perché è stato il cervello in campo della formidabile stagione interista ed è mente e braccio di quest'Olanda che veleggia verso la finale di tutte le vendette. Dove non è riuscito Cruyff, sta a vedere che riesce questo. Impossibile? Sneijder è alto 1,70 e ieri l'ha messa dentro di testa in mezzo a una difesa che schierava colossi come Lucio e Maicon: il gigante era lui. Siamo a cinque partite nel mondiale e ha già segnato tre gol. È il miglior marcatore dell'Olanda, ma sarebbe insufficiente valutarlo per questo. È il consigliere personale dell'allenatore. È quello che ha messo in riga il capriccioso Van Persie, indispettito per la sostituzione contro la Slovacchia. Ehi, numero 9 (8 e mezzo sarebbe troppo bello per te) quanti gol hai fatto tu? È l'anima del collettivo, quello che digrigna i denti quando gli altri mollano la presa. Riguardatevi l'assurda partita di ieri. Il Brasile domina, l'Olanda svalvola, c'è un uomo che guarda i compagni stringendo i pugni a dire: possiamo farcela. Ha la maglia numero 10. Non crede nel Signore di tutti i destini, come Kakà. Crede nei piedi, nell'umana fortuna, nelle bizze del caso. Stravolge il corso degli eventi con un episodio. Butta in mezzo una palla e vai a credere che (non dico Felipe Melo, ma) Julio Cesar inventa una fesseria. Quel che succede dopo è che Sneijder corre verso la telecamera, ci sbatte la mano contro, esaltato oltre la misura delle cose. Il punto è, padroni di non crederci, che lui ha capito: si è aperta una crepa, diventerà una falla. Il Brasile è una squadra afflitta dall'ignoranza del dolore. Sono tutti ragazzi spensierati. Numeri incompleti, ma per difetto. Il nove e mezzo è Kakà. Felipe Melo: uno 0,5.

Sneijder prende per mano i suoi e spiega loro che, se non un altro mondo, un altro mondiale è possibile. Uno senza più il Brasile, d'incanto. Dove la parte di Robinho la fa un sontuoso Kuyt e quella di Julio Cesar il sempre più encomiabile Stekelenburg. E dove il fantasista (ma anche la diga, l'uomo gol e un po' l'allenatore) lo fa lui. Non so quante volte gli olandesi abbiano provato lo schema del calcio d'angolo: batte Robben, la alza Kuyt, la schiaccia Sneijder. Forse tante per eseguirlo così, forse mai perché era una pazzia. Magari non doveva essere lui, così diversamente alto, il terminale dell'azione. Ma è il suo momento, il suo giorno, il suo anno: tutti i passaggi portano a Wesley. Dopo, sai già come va a finire.

di Gabriele Romagnoli; la Repubblica

venerdì 2 luglio 2010

Dettagli

"Noi fuori per colpa di dettagli."
Kakà

Sì, avere Felipe Melo in campo è un piccolo dettaglio.

Abdicò

Sorpresa, chi era costei? E' una sorpresa che Roger Federer, il maggior tennista di ogni tempo (secondo i malinformati), non sarà in grado di vincere un' altra edizione di Wimbledon, dopo esserci riuscito sei volte su sette, perdendo solo una volta per un pelo da Nadal, che oggi non ha incontrato? E' una sorpresa che, dopo esser stato battuto quest' anno otto volte, da giocatori anche mediocri, sia riuscito a perdere la nona contro un tipo possente ma, sin qui, diseguale e non certo realizzato quale Berdych? Non è una sorpresa per chi, come lo Scriba, l' abbia visto sconfitto nelle ultime settimane, una volta a Roma da Gulbis, un' altra a Parigi da Soderling, e una terza qui, oggi, da Berdych. A conferma non certo delle mie qualità divinatorie, ma di un minimo di buon senso, l' avevo anticipato nel mio pezzetto del 27 giugno. Roger era già stato in pericolo, e quanto, nel match d' esordio, contro un tennista, il colombiano Falla, che aveva soprattutto il pregio di essere mancino. Si era salvato, ancor prima che per meriti propri, per demeriti di quell' avversario. Aveva migliorato, ma non di tanto, in un secondo turno non semplice contro il serbo Bozoljac, per passare ad allenarsi contro due gregari quali lo ex Clemente l' austriaco Melzer. Simile sequenza aveva provocato la facile impressione che il peggio fosse alle spalle, e che Federer stesse ritrovando via via la forma, all' inizio davvero pallida. E' invece stato sufficiente ritrovare un tennista quale Berdych spesso incostante ma in buona giornata, per non trovare risorse utili a meglio difendersi. Un tennista, il ceco, con il quale Roger vantava nei passati testa a testa un vantaggio di ben otto match a due, avendo tuttavia perduto l' ultimo, a Miami, a furor di tiebreak, stretta in cui la creatività e l' ego di Federer non faticano troppo ad affermarsi. Non è stato così, oggi, in una giornata in cui la grande varietà di colpi e rotazioni di Federer è stata insidiata dalla sua propria irregolarità (41 % dal fondo) e da un autentico bombardamento di Berdych, superiore non solo al servizio (82 % nelle terribili prime, varianti tra i 210-220 orari) ma anche di molto (25% in più) nelle complementari reciproche ribattute. La spiegazione di tutto ciò, più che evidente per chi ha assistito senza occhiali neri al match, non è certo stata offerta da Federer, meno brillante del solito anche al microfono. «Sto battendomi un tantino con la gamba destra e la schiena, e questo mi fa sentire meno a mio agio sul campo. Ciò mi mette in qualche difficoltà soprattutto sulle palle basse, e mi lascia con lo svantaggio di non poter colpire fluidamente». E, a proposito dell' aspetto tattico della partita, si è spinto a dire: «Ho avuto anch' io le mie chances. Non credo avrei dovuto cambiare molto la mia tattica. Per quanto riguarda le ribattute, avrei potuto vincere io». Rimanevo incredulo nell' udire simile disamina, e ho sufficiente stima del tennista, e umana compassione, per non ritornare con la memoria al giorno in cui gli chiesi se conoscesse Freud, ricevendone una risposta interrogativa. Mi affrettavo quindi a abbandonare la sala nella quale gli specialisti del virgolettato rimaneva a costruire i loro articoli privi di personali opinioni. Confesso di non essere deluso che la mancanza di spazio non mi permetta di accennare alle altre tre partite. Sono deluso che Federer non mi abbia consentito di sbagliare un pronostico sin troppo facile. Spero ritorni Federerissimo, ma ho qualche dubbio.

di Gianni Clerici; la Repubblica

mercoledì 30 giugno 2010

O Fabuloso

Luis Fabiano fa il più bel mestiere del mondo: il centravanti del Brasile. Il centravanti del Brasile è quella cosa che ti arriva il pallone e tu fai gol. Il pallone ti arriva sempre perfetto, e tu sei altrettanto perfetto perché sei il centravanti del Brasile. Se invece fossi sbilenco, o svirgolato, o abulico, o sempre spalle alla porta, allora saresti il centravanti dell'Italia, o magari la riserva del centravanti dell'Italia.
Luis Fabiano, per chi se lo ricorda, assomiglia un po' a Careca: nel fisico, nei movimenti e anche un po' di faccia (solo un po'). Careca aveva Maradona come compagno, Luis Fabiano vuole battere Maradona in finale.
Contro il Cile, colui che fa il più bel mestiere del mondo ha segnato il gol numero 28 in 42 partite in nazionale, che è proprio un numero gigantesco, tipo i chilometri dalla terra alla luna e ritorno. (I giocatori del Brasile, però, sembrano sempre appartenere alla luna, senza ritorno. Altri pianeti, altri satelliti, altre galassie).
Il Milan cerca di comprare Luis Fabiano, che gioca nel Siviglia, da un bel po' di tempo e magari prima o poi ci riesce: non sarebbe una cattiva idea. Servono però un sacco di soldi e molta convinzione. Si tenga comunque presente che non stiamo parlando di un ragazzino ma un giocatore che a novembre, per la precisione il giorno 8, compirà trent'anni: gliene restano tre o quattro ad alto livello, poi può diventare Luca Toni o Gilardino da vecchio.
Nelle qualificazioni verso il Sudafrica, Luis Fabiano ha segnato 9 gol, più di tutti i suoi compagni e del resto quello è il suo mestiere. Se facesse un mestiere diverso, molto diverso, come abbiamo visto sarebbe il centravanti dell'Italia.

Quando il pallone arriva a Luis Fabiano, ci sono possibilità diverse per un unico epilogo, il gol. E cioè: stangata, colpo morbido, colpo di testa, zampata, inserimento improvviso, tiro in corsa, chiusura del geometrico triangolo, destro o sinistro a piacere. L'unica cosa che non può accadere è il gollonzo, perché Luis Fabiano è un campione e non segna mai per caso. Nei primi minuti della partita contro gli sventurati cileni, colui che fa il più bel mestiere del mondo aveva sbagliato qualche passaggio, e quelli del Cile pensavano: okay, Luis Fabiano stavolta non c'è. Dopo tre secondi Robinho passa a Kakà, Kakà passa a Luis Fabiano, Luis Fabiano la mette dentro. Se l'avesse messa fuori, secondo voi di quale squadra sarebbe il centravanti?

di Maurizio Crosetti; la Repubblica

El Guaje

Se Messi vuole la corona che gli ha promesso Maradona dovrà toglierla dalla testa di David Villa, da ieri padrone del Mondiale. Quattro gol, uno più pesante dell’altro. Ha tirato fuori la Spagna da un girone dove stava per sprofondare dopo la batosta al debutto con la Svizzera, l’ha qualificata con la rete contro il Cile e ora la porta ai quarti. Non da solo, ma quasi. «Siamo tornati? Non ci siamo mai persi, la fiducia non è mai mancata». La Spagna del gruppo che trascina e disorienta non c’è più, non è la Roja che ha vinto gli Europei, veloce, compatta e imprevedibile, è la squadra di un bambino cresciuto. Il Guaje (bimbo in asturiano appunto) è pronto fare la differenza perché non solo segna, scardina. Ha fregato anche Eduardo, portiere del Portogallo che non aveva ancora preso un gol in questo torneo e che in totale ne ha incassati solo tre da quando Queiroz lo ha scelto come titolare. Villa ha iniziato a tirare al quinto minuto e non ha mai smesso, anche nell’azione del vantaggio ha insistito fino a che la palla non è entrata.

Era in fuorigioco ma stavolta non sarà la moviola a lasciare il segno, l’eroe è ancora lui, «Villamaravilla» anche se non gli piace essere chiamato così. È ossessivo, ostinato e rognosissimo perché non solo prova da ogni angolo ma non molla mai un’azione, crede ai miracoli e sente di essere arrivato qui al suo meglio. Ne era tanto certo che ha obbligato il Barcellona a fare in fretta, a chiudere il suo contratto prima di partire perché «non potevo stare in bilico e rischiare distrazioni». A 28 anni, ti capita l’ingaggio della vita (40 milioni più premi) nella squadra che hai sempre sognato («non esiste un altro posto dove sarei voluto andare») e l’uomo chiamato bambino è così maturo da dettare il tempo. Proprio come fa in campo. Quattro gol come i quattro che ha segnato all’Europeo vinto nel 2008 con il titolo di miglior realizzatore (giusto ieri, due anni fa). Allora era uno del gruppo.

Adesso è la faccia della Spagna. Testa piena di gel, passione per i giubbotti di pelle e per il pizzetto e una timidezza cacciata indietro a forza di risultati. Al Valencia dicono che parlava poco, che era uno noioso, abitudinario, IPod nelle orecchie e poca vita sociale. Qui però ci è arrivato diverso, spavaldo e dopo la sconfitta con la Svizzera ha avuto coraggio: «Garantisco, questa è la miglior Spagna di sempre». Era quello che serviva, uno scossone o un atto di fede. Poteva sembrare un pazzo, ma con questa fiducia ha svegliato l’ambiente. 42 reti in nazionale, gliene mancano solo due per raggiungere Raul. «Le voglio fare tutte qui», ha detto ieri sera dopo aver distribuito complimenti ai compagni rimasti sul campo a festeggiare. Per motivarsi ascolta la musica, «come Bolt ma non mi piace il rap, solo pop spagnolo anni e Ottanta e Novanta».

Perché l’attaccante del momento non è proprio un raffinato e in Spagna lo prendono un po’ in giro per lo stile da Dan Arrow. Nella moda è un reduce, gli piacciono gli stivaloni, le frange, i jeans strappati e non importa se la movida spagnola esporta modelli più raffinati. È fermo a un poster di 20 anni fa e se ne vanta. Quelli all’ultimo grido, alla Cristiano Ronaldo, tanto elegante da essere uomo immagine per Armani, non gli sono mai piaciuti. Ha preparato questa Coppa del Mondo con attenzione maniacale e il solo dettaglio che lo sorprende è di fare ombra a Messi, suo futuro compagno al Barça, predestinato, idolo e arrivato in Sudafrica per essere consacrato erede di Maradona. Al momento non ha mai segnato e contro il Messico si è perso dopo un tempo. Villa invece c’è sempre, Xavi dice che «ha il gol nella testa» e che «ricorda Stoichkov, uno che era sempre sicuro che esistesse una strada per fregare le difese».

Villa è diventato un leader senza bisogno di parole perché non è uno da grandi discorsi, non è il tipo da frasi decisive, convince perché è costante, presente. Del Bosque sostiene che «solo chi è cresciuto sempre, a ogni partita della sua vita, può mostrare tanta determinazione. Ci sono i talenti e poi ci sono quelli bravi che migliorano perché lo vogliono, come David».

di Giulia Zonca; LA STAMPA

lunedì 28 giugno 2010

Via!

Il processo all'Italia presa a schiaffi a Johannesburg ha preso una furbissima e ingannevole piega giustificazionista, scaricando così la maggior parte delle proprie colpe.
1) è colpa dei troppi stranieri che ci sono ormai in Italia;
2) è colpa dei vivai che i club non alimentano più;
3) è colpa dei tecnici che non lanciano nuovi giovani in squadra;
4) è colpa della cultura del risultato per cui si punta su giocatori sicuri e già affermati magari anche logori, piuttosto che puntare sulla crescita di nuovi talenti;
5) è colpa della crisi economica per cui il calcio italiano è oggettivamente mediocre e non più di alto livello;
6) è colpa dell'ostinazione a non voler portare in nazionale giocatori nati in altri paesi o nati da famiglie straniere e che sarebbero perfettamente "azzurrabili";
7) è colpa della bulimia dei campionati troppo grandi, con troppe squadre e che logorano i giocatori.
E così via. Tutto ciò è assolutamente vero e credibile, sicuramente tutti questi sono fardelli che pesano sulla nazionale, sicuramente bisogna fare il punto sul calcio italiano e ricominciare praticamente da capo. Sicuramente tutto questo è ciò che diciamo da almeno dieci anni... Quello che non posso fare a meno di constatare pertanto è questo: 4 anni fa la situazione non era poi molto diversa - anzi, veniva dallo scandalo di Calciopoli e quindi la destabilizzazione era ancora più forte - eppure l'Italia vinse il campionato del mondo. Per cui io penso che al momento tutti questi motivi, pur apprezzabilissimi, vengano usati come un comodissimo e allo stesso tempo furbissimo "scaricabarile". Si vuole cioè sostenere che la disfatta del calcio italiano non è colpa per la massima parte di chi quella spedizione ha organizzato e di chi vi ha partecipato, quanto del sistema sportivo e del calcio italiano in generale. Il sistema, il calcio: niente nomi e cognomi. No, troppo comodo così.
Io penso che una nazionale italiana ben organizzata, ben strutturata e ben guidata il mondiale non lo avrebbe rivinto certamente, ma comunque sarebbe arrivata molto più in là. Ai quarti insomma sarebbe dovuta arrivare, senza dover addurre attenuanti di alcun tipo. Al contrario posso scommettere che una nazionale nata in un campionato e in un calcio più o meno perfetto, senza tutti quei difetti di cui dicevamo sopra, se mal organizzata e mal condotta otterrebbe comunque un risultato pessimo se ripetesse gli stessi errori di Sudafrica 2010.
Insomma no allo "scaricabarile" e dimissioni (Giancarlo Abete & C.) per coloro cui questa disfatta va in conto. Chiaro no?

di Fabrizio Bocca; la Repubblica

sabato 26 giugno 2010

Rivoluzione

Abete ha pronto un piano per rilanciare il calcio italiano: si occuperà di ippica.

da "IL ROMPIPALLONE", di Gene Gnocchi; La Gazzetta dello Sport

venerdì 25 giugno 2010

Domani

È da mesi che in tutti i tinelli d’Italia stiamo scrivendo questo articolo. La vita non è quasi mai un romanzo, ma un concatenarsi di eventi prevedibili.

Persino in una scienza inesatta come il calcio. Se giochi contro squadre più scarse che ti costringono a fare gioco, tu che un gioco non lo hai mai avuto, perdi (parola di Gianni Brera, nei secoli dei secoli). Se hai vinto un campionato del mondo e ne affronti un altro con lo stesso gruppo, perdi (Pozzo rivinse perché cambiò 9 giocatori su 11 e dei due sopravvissuti uno si chiamava Peppin Meazza). Se lasci a casa i pochi artisti che ti passa il convento perché sono impegnativi da gestire e tu invece trovi più comodo far marciare in riga dei soldatini, perdi. Se mandi in campo uno stopper di trentasette anni che è stato una diga in gioventù, ma adesso verrebbe saltato in velocità anche da una lumaca obesa, perdi. Se là dove giocavano i Baggio e i Vieri - ma anche solo i Toni e i Totti di quattro anni fa - metti Iaquinta e Di Natale, con tutto il rispetto, perdi. Se chiami Pepe invece di Balotelli e poi ti arrabbi in mondovisione perché non riesce a saltare l’avversario, perdi e ti fai anche ridere dietro. Se nelle amichevoli prima dei Mondiali l’unico attaccante che ti fa gol è Quagliarella e tu non lo fai giocare. Se negli allenamenti l’unico attaccante che ti fa gol è Quagliarella e tu continui a non farlo giocare. Se metti in campo Quagliarella nel secondo tempo dell’ultima partita per disperazione e lui ti fa un gol, forse due, più un altro salvato sulla linea, perdi: ed è pure giusto. Perché il dovere di un condottiero durante una battaglia (scusate il linguaggio bellico, ma il calcio ha sostituito le guerre fra i popoli cosiddetti evoluti) è comprendere quale dei suoi uomini sia baciato in quel momento dalla grazia e lanciarlo nella mischia sovvertendo le gerarchie e le simpatie. Come Totò Schillaci a Italia 90, che pure finì male, ma non così male. Così male - ultimi in classifica nel girone eliminatorio - non era finita mai.

Lippi presuntuoso, Lippi confuso, Lippi logoro: il tiro al bersaglio è fitto ma durerà poco. Gli abitanti della città delle emozioni (noi) hanno l’indignazione facile, però a smaltimento rapido. Il fantasma della Corea inseguì il c.t. Mondino Fabbri fino alla tomba. Quello della Slovacchia svanirà dopo il primo gol della nuova Nazionale di Prandelli. Non portare Balotelli in Sudafrica è servito almeno ai giornali per poter titolare speranzosi nei prossimi giorni: l’Italia riparte da Balotelli. In realtà bisognerebbe ripartire dal rafforzamento dei settori giovanili e dalla ristrutturazione degli stadi, mostri polverosi e semivuoti, abbandonati dalla piccola borghesia che non se li può più permettere. Investire sugli uomini e sulle strutture. Sembra una delle tante prediche inutili intorno all’economia italiana. I problemi sono gli stessi e si riducono a uno: assenza di visione del futuro. In questa Italia alla deriva, dove nessuno ha tempo e voglia di programmare, si prediligono le soluzioni spicce. La Corea fu uno choc profondo in un Paese ancora parzialmente serio e portò all’autarchia calcistica, con l’esclusione di oriundi e stranieri dal campionato. La Slovacchia è uno choc evaporabile e in un mondo senza più frontiere condurrà semmai alla decisione opposta: far passare per italiano anche chi non lo è. Possibile che Messi e Milito non abbiano nemmeno una nonna di Castel Volturno?

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

Responsabilità

Egregio Presidente della Figc Giancarlo Abete,

non torno sull'analisi della disfatta azzurra più grave della storia della nazionale. Se è assodato che quanto avvenuto in Sudafrica è peggio della Corea 1966 - il che è tutto dire - vorrei sapere semplicemente quali saranno le conseguenze di quanto avvenuto. Perché non mi è chiaro. Il commissario tecnico Marcello Lippi infatti non ha nemmeno bisogno di dimettersi perché tanto è arrivato al Mondiale alla scadenza del mandato, tanto che lei ha già messo ufficialmente sotto contratto il suo successore Cesare Prandelli addirittura prima della partenza per il Sudafrica. Buona parte dei giocatori che hanno contribuito a questa disfatta non devono nemmeno dire addio alla nazionale per sopraggiunti limiti di età. Insomma in un paese che si rispetti al termine di storie del genere c'è sempre qualcuno che deve rassegnare le dimissioni. E credo fortemente che questo sia sua preciso dovere, quale responsabile della più disastrosa spedizione azzurra della storia.

Ho saputo che lei stamani terrà una conferenza stampa prima di tornare in Italia, e non essendo in Sudafrica non ho possibilità di alzare il dito e di parlarle di persona. Cerco pertanto di spiegarmi via Repubblica.it.

A evitare una situazione tipo quella di ieri in cui il commissario tecnico Marcello Lippi ha cominciato dicendo "Mi assumo tutte le responsabilità", così da evitare le due o tremila domande che davvero, e non solo formalmente, lo inchiodassero alle sue responsabilità - ricordo sempre l'arrogante e maleducato "Io non debbo spiegazioni a nessuno" - vorrei almeno fare una mozione di servizio. Lei secondo me deve cominciare così: "Mi assumo tutte le responsabilità di Sudafrica 2010 (che da oggi, nell'immaginario collettivo a simulare il senso di una disfatta, prenderà il posto di Corea 1966 ndr) e pertanto ho deciso di rassegnare le dimissioni quale presidente della Federcalcio".

Dopo, stia tranquillo, parliamo di tutto il resto.

Cordiali saluti,

Fabrizio Bocca (la Repubblica)

giovedì 24 giugno 2010

Eutanasia (II)

Nicolas Mahut non ce l'ha fatta, cedendo alle lusinghe di John Isner, dopo circa 11 ore e 5 minuti complessivi di duro e onesto gioco, ha detto addio all'erba di Wimbledon. L'americano dunque si è aggiudicato l'incontro vincendo il quinto set col punteggio di 70-68 ai danni del disperato tennista francese. Che sollievo...