giovedì 28 luglio 2011

Forza Fabio

La sindrome di Fabio Scozzoli, già conosciuta come sindrome di Willer Bordon, si manifesta in vari modi ma la costante è di arrivare al momento sbagliato, e puntualissimi, all’appuntamento col destino.
Fabio Scozzoli ieri ha vinto la sua seconda medaglia d’argento ai Mondiali di nuoto in contemporanea con il nuovo l’exploit di Federica. La prima l’aveva vinta lunedì, appena 24 ore dopo il titolo iridato nei 400 della Pellegrini, che però è un fenomeno, e le sue medaglie risplendono d’oro. Ieri non c’era un sito che celebrasse con foto e punti esclamativi i trionfi di Scozzoli: erano tutti presi dalle conquiste infinite della Pellegrini, comprese quelle del cuore, per cui in serata si rilanciavano gossip sull’ultimo filarino.

Fin qui il fuoriclasse era stato Bordon. Politico integerrimo ma non fortunatissimo, Bordon toccò il vertice dimettendosi da coordinatore di Alleanza democratica (partito non indimenticabile messo su con Nando Adornato) un quarto d’ora prima che Achille Occhetto si dimettesse da segretario del Pds. Era il 1993. Non gli bastò. Con gesto plateale e cavalleresco, quindici anni più tardi si dimise dalla politica, dal Senato, insomma dalla casta, e lo fece la mattina in cui fu arrestata la moglie di Clemente Mastella, e il governo Prodi cominciò a cadere.

La storia è naturalmente piena di episodi simili. Il grande Carl Lewis inseguì per tutta la carriera il record del lungo di Bob Beamon, 9 metri e 90 e, dopo averlo mancato di centimetri per anni, realizzò a Tokyo il nove novantuno che tre minuti più tardi Mike Powell spazzò via con un incredibile nove e novantacinque. Il povero Roland Ratzenberger morì all’autodromo di Imola il giorno prima di Ayrton Senna, e così fu espulso anche dal libro della scalogna. Jonathan Franzen lanciò Le Correzioni - il romanzo che intendeva raccontare la psicosi della nuova America - l’11 settembre del 2001, giorno in cui le psicosi cambiarono per davvero. «Forza Italia», il documentario di Roberto Faenza, Antonio Padellaro e Carlo Rossella molto critico con la Dc, uscì in contemporanea col sequestro di Aldo Moro, e non finì meglio. La giovane Jo Moore, portavoce di un ministro inglese, l’11 settembre ebbe la prontezza e il cinismo di consigliare la diffusione di notizie indigeribili e occultate per mesi - aumenti di spesa e di tasse eccetera - intanto che i sudditi erano piuttosto distratti. Si sarebbe presto accorta che col virus di Bordon (e di Scozzoli) è meglio non scherzare.

di Mattia Feltri; LA STAMPA

Fede ripagata

Oro anche nei 200 sl.

domenica 24 luglio 2011

Abbiamo Fede...

Oro nei 400 sl.

Finalmente, Cadel

Cadel Evans è un uomo che ha inseguito per 20 anni un sogno e l'ha realizzato quando poteva credere che non l'avrebbe più raggiunto. Ha vinto il Tour de France che si conclude formalmente a Parigi e vediamo in giro gente felice che ci sia riuscito benché non siano suoi parenti nè suoi amici: è che quanti hanno voluto bene al ciclismo negli anni in cui sarebbe stato comprensibile abbandonarlo disgustati, vedono nell'australiano dagli occhi chiari e commossi il ritorno a uno sport in cui credere.

Cadel era il più esposto nel condannare l'abuso di chimica quando i suoi colleghi sostenevano che ci fosse una macchinazione contro il ciclismo e che il doping non esisteva. Sebbene l'esperienza insegni a non mettere la mano sul fuoco per nessuno, se beccassero Evans con il sangue sporco sarebbe come scoprire che Ronald Reagan era una spia dei russi. «Non mi importa cosa pensano gli altri - ha ribadito Evans vestito finalmente della maglia gialla -. La mia idea è che per l'importanza che ha assunto nella società, chi fa sport debba essere un modello».

Nel senso di un esempio. Nell'altra accezione, Cadel non assomiglia a un modello. Anche se guadagna quasi 2 milioni all'anno, non è patinato, non è mondano, non gioca sullo charme: è uno nato a Katherine, un posto nei Territori del Nord «e se c'è una cosa che mi piace dell'Australia è il senso di libertà con cui ci si vive».

Non significa che sia uno grezzo. Parla quattro lingue, vive in una bella casa a Stabio, appena oltre il confine svizzero, si è sposato con Chiara, che conobbe quando arrivò nel Varesotto una decina di anni fa: una raffinata pianista che gli ha insegnato ad amare anche la musica classica. Le sue battaglie sono per i bambini in Tibet e ne ha adottato uno, è coinvolto nell'associazione di Ian Thorpe per l'integrazione degli aborigeni australiani e in una fondazione per la sicurezza dei ciclisti nelle strade. Ma, per raccontare il tipo, Evans è anche uno che indica tra i 4 ristoranti del mondo in cui gli piace mangiare, la cucina del rifugio Fantoli sull'Alpe Ompio, nel Verbano: «Fanno una polenta con il gorgonzola fantastica. Bisogna fare un bel po' di movimento per smaltirla».

Ci si chiederà cosa c'entri tutto questo con la vittoria nel Tour. C'entra perché lo stile di vita e l'umiltà di Cadel sono parte del suo successo sui fratelli Schleck, saliti sul podio ma sui gradini più bassi e non crediamo che la mega festa prenotata dal loro patron, l'imprenditore lussemburghese Flavio Becca, sia riuscita un granché. Era la sfida tra chi poteva sfilarsi l'etichetta di magnifico perdente, per quanto Evans nel 2009 fosse diventato campione del mondo e se la fosse un po' scollata. Era l'occasione lasciata dal cedimento di Contador sul Galibier. Andy Schleck l'ha affrontata con presunzione: la sua squadra era rimasta a dormire all'Alpe d'Huez e si è presentata a Grenoble senza provare il percorso della crono se non in auto.

Evans invece aveva voluto correre il Giro del Delfinato quasi esclusivamente per testare il circuito e l'aveva rianalizzato in allenamento. «Immaginavo che il Tour si potesse decidere qui».
Partiva con 57 secondi da recuperare al lussemburghese. Gliene ha inferti altri 94: dopo 25 chilometri di corsa c'era già stato il sorpasso e l'incompiuto Andy strusciava la faccia sulla spalla, non si sa se per asciugare il sudore o le prime lacrime.

E' stata una delle più belle crono nella vita di Cadel. In bicicletta sembrava persino più spesso e compatto di quanto sia in realtà, forse perché anche il telaio sembrava parte del suo corpo. «Devo ancora rendermi conto di cosa ho fatto - ha ammesso con una voce più flebile di quanto ci si aspetterebbe -. Dopo essere arrivato secondo due volte non so cosa avrei pensato di me se ci fosse stata una terza: ero già stato vicino a vincere il Giro, la Vuelta e il Tour e qualcosa s'era messo di mezzo. Una caduta, un problema intestinale, un guaio meccanico. Non riuscivo a concretizzare ma non ho mai pensato che questa fosse la mia ultima chance».

Il suo Tour non ha avuto cedimenti. Ha vinto in volata su Contador a Mur de Bretagne, ha sfiorato la maglia gialla per 1" già nella seconda giornata, si è difeso in montagna e attaccato in discesa, ha guidato da solo l'inseguimento a Schleck nel tappone del Galibier contenendo i danni (ed è stata la sua impresa decisiva), ha riportato il gruppo su Andy e Contador all'inizio dell'Alpe d'Huez. Un pitbull inschiodabile.

«E' la consacrazione di un campione e il simbolo dell'internazionalizzazione del ciclismo, visto che nessun australiano aveva mai vinto il Tour», ha chiosato Christian Prudhomme, il direttore. Aldo Sassi, il suo preparatore al Centro Mapei di Castellanza, gliel'aveva pronosticato: «Cadel, mi diceva, sei un corridore completo e pronto per vincere il Tour». Sassi è morto di cancro l'anno scorso. Ricordando le sue parole, Evans ha avuto l'unico cedimento in 3 settimane: gli si è rotta la voce, gli sono spuntate le lacrime. Calde e tenere. Ora di perdenti di successo rimane Andy. L'anno scorso per superare la depressione per la sconfitta contro Contador si ritirò a pescare nel suo stagno. Gli hanno riallestito il capanno e controllato le lenze.

di Marco Ansaldo; LA STAMPA

martedì 12 luglio 2011

El Flaco

L'appuntamento è nell'ufficio in centro. Fa freddo. César Luis Menotti si scusa: "S'è rotto il riscaldamento, devo comprare una stufa, sto gelando". Sotto il vetro del tavolo, foto dei figli. Sopra, una pila di libri: Eladia Blázquez, Vázquez Montalbán, Tejeda... Un posacenere pulito ricorda che un po' di tempo fa la chiacchierata si sarebbe riempita di fumo.

Come va dopo aver smesso?
"Male. Mi dissero: "Il primo mese è duro, poi...". I medici insistono per renderci la vita più lunga e meno gradevole. I chirurghi sono i peggiori. Ora hanno una macchinetta, pim pim e ti operano. Non lasciano neppure sangue sul bisturi".

Come andò la sua operazione?
"Dissi al medico: "Faccia lei, io so di calcio, mica di polmoni". Mi impose di non fumare per avere vita normale. Normale per chi? La sigaretta è una compagna. Devo pensare che la compagna è morta. Mi piace quando mi sbuffano il fumo in faccia. Lo cerco alle porte dei ristoranti. Ieri un signore accende e fa: "Esco". Gli ho risposto: "Macché, stia più vicino"".

Anche dal calcio si sta allontanando?
"La Spagna mi ha restituito passione. Vederla giocare con i piccolini mi conforta. Il calcio è tre cose: tempo, spazio e inganno. Però non ci sono tempi, non si cercano gli spazi e non mi ingannano più. Mi annoio tanto che non
mi pare calcio. Il 99,9% degli allenatori invidia il Barcellona. Tutti vogliono essere Guardiola, la maggioranza non sa come si fa".

Guardiola dice con i buoni giocatori...
"Non la bevo. Il lavoro di Guardiola è allenamento, idee chiare, farsi capire. Più importante dei giocatori. Andiamo a vedere chi era Piqué prima di Guardiola, chi era Pedro, chi era Busquets. Nemmeno Iniesta era titolare. E dissento su altro. Non fu Cruyff il primo a giocare così, il primo si chiamava Menotti. Mi costò la vita. Ci fischiavano per i troppi passaggi. Giocavo con Maradona alla Messi e Schuster alla Xavi. Ma ogni volta che Schuster la dava ad Alexanco ci fischiavano. Solo sul 3-0 tutti a fare olé".

Perché andò via dal Barcellona?
"Era morta mia madre, tornava la democrazia in Argentina, dovevo stare lì. Núñez mi diede un assegno in bianco, mi chiese quale giocatore volessi. Nessuno. Volevo che buttasse fuori i grandi per far crescere i giovani. Fu dopo la Coppa del re. Una coppetta. Se oggi la vince il Real, pare abbia vinto l'Intercontinentale. Dicevo?".

L'importanza dell'allenatore.
"Qual è l'influenza dei professori? Dipende. Mi sono innamorato della chimica perché il professore arrivò fumando, riempì la lavagna di formule e disse: "Da imparare entro martedì. Però è impossibile". E aggiunse: "Perché sappiate che la vita è come la chimica: va interpretata"".

La figura del professore è un po' svalutata...
"Da 50 anni si produce dis-cultura. Hanno rubato alla gente il sentimento di appartenenza. Mi sento un marxista ormonale, senza più spiegazione ideologica. Ho sperimentato il disastro del capitalismo in ciò che mi circonda, calcio compreso. Hanno rubato il calcio alla gente".

In Argentina potrebbe esistere una figura alla Guardiola?
"Se esistesse, lo assassinerebbero. Qui ci sono i Mourinho. Tipi come lui. Che pensano a vincere e quando perdono non è colpa loro".

Del Bosque ha detto che voleva essere come Busquets. Più alto. E lei?
"Il migliore che ho visto è stato Pelé. Quando andava a colpire di testa, saliva un altro po' e la stoppava di petto. Non sapevi mai cosa avrebbe fatto".

Come Messi...
"Ci sono stati 4 re. Di Stefano, Pelé, Cruyff e Maradona. Stiamo aspettando il quinto, non è ancora apparso. Messi è il più vicino, ma la corona non gliela do ancora. Dovrei vederlo fuori dal Barcellona, e vincere quello che Maradona ha vinto a Napoli. Era una banda e l'ha trasformata in un'orchestra. Sa perché Messi è il migliore?".

No...
"Ogni volta che prendeva la palla, voleva vincere la partita. Ora no, e si nota la mano del maestro. Cosa sarebbe di questi giocatori senza Pep... Nel Barça non esiste la libertà assoluta. Ci sono regole che permettono ai giocatori di essere liberi e felici. Il Madrid potrà comprare giocatori, e altri, e altri, alla fine vincerà, ma quel 5-0 sarà per tutta la vita. Ha ucciso Mourinho per sempre".

Lei disse che dopo quella partita, Mou se l'è fatta addosso.
"Così si dice a casa mia, farsela addosso. La partita dopo ho visto in panchina Higuain, Adebayor, Benzema e Kaká. La più grande codardia vista in un grande. E con il Madrid: inaudito".

Che succede all'Argentina che fa tanto male a Messi?
"Quando parlo di dis-cultura, non mi riferisco a chi leggeva Borges. Il calcio è come la vita. Non ti alzi alle sei del mattino e ti metti a cercare la donna della tua vita. La incontri o no. Ogni volta che toccano la palla, vogliono vincere la partita. È terribile. Un'angoscia. Nel Barcellona ci sono più passaggi che gol. Di questo si tratta. Passarsi la palla. Non è difficile".

Ora a Batista chiedono che giochi come il Barcellona.
"Imbecilli. Credono che sia facile cantare come Serrat?".

di Luis Martin; El Paìs; da Repubblica.it

lunedì 13 giugno 2011

Povero me

Diciamo la verità: lo scandalo del calcio non sta scandalizzando nessuno. Era appena scoppiato e già mi chiamava un amico, splendida persona e paladino dei valori dell’azionismo piemontese. Per deprecare l’accaduto? No, per sapere se le disgrazie dell’Atalanta avrebbero permesso al nostro Toro di salire in serie A. Il giorno dopo Vittorio Feltri ha scritto un articolo spietato contro i calciatori corrotti, che però si concludeva con l’invito a non punire le squadre per le responsabilità dei singoli. Vittorio Feltri è dell’Atalanta. Ma non c’è conciliabolo da bar in cui i conversatori non regolino le loro opinioni sulla base di un unico metro di giudizio: le convenienze della squadra del cuore.

Ho peccato di ingenuità quando scrissi che i «mercenari dell’anima» stavano corrompendo il sogno bambino dei tifosi. A noi tifosi, dell’integrità dello sport non importa niente. Importa mettere nei guai la contrada nemica, meglio se con l’inganno e la sopraffazione. La partita di calcio non è l’oasi in cui l’adulto ritorna alla passionalità pura delle emozioni infantili, ma un rito di scarico delle schifezze accumulate durante la settimana. Un magma di pulsioni tribali che la retorica del tifo, a cui anch’io ho spesso fornito munizioni, si incarica di nobilitare. Siamo fermi al Colosseo. Un ammasso di spettatori passivi, per lo più di sesso maschile, delega le proprie rivendicazioni a un gruppo di professionisti che fingono di condividerle. Esattamente ciò che accade in politica, altra attività molto dibattuta da noi maschi. Voglio guarire, ma non so come si fa.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

venerdì 3 giugno 2011

Hack-a-Shaq

Il Mostro se ne va. A 39 anni, dopo 19 stagioni Nba. Ha vinto, distrutto, guadagnato. Quattro titoli, Mvp di tre finali, più di 28 mila punti, 12mila rimbalzi, 286 milioni di stipendio. Non solo basket: anche sette film, album da rapper, svariate apparizioni in tv. Shaquille O'Neal si ritira, per tutti è stato Shaq. Un gigante, anche sulla bilancia: 150 kg per 2.16 metri. Tra i cinque migliori centri di tutta la storia Nba. Il post-Jordan e il pre-Bryant. Bravo anche a passare a la palla, a livello di Bill Walton. Un mammuth che spazzava via le difese. Sapeva sgusciare. E se gli girava male, tiè, sbriciolava pure il canestro. Quando prendeva posizione non c'era modo di spostarlo, né di abbatterlo. Diesel il suo soprannome. Perché quando carburava andava lontano. Per stopparlo gli avversari avevano inventato il fallo preventivo, gli andavano addosso a gioco fermo, quando non aveva palla. La manovra si chiamava Hack-a-Shaq, era punita con i tiri liberi: per le squadre nemiche era un sollievo, perché Shaq ai rigori era un disastro. Nella partita Lakers-Supersonics sbagliò 11 tiri dalla lunetta, un record all'incontrario. Forse gli sembrava troppo facile segnare da lì, senza nessuno addosso. Forza, muscoli e fame leggendaria: bistecche condite da altra carne rossa. Sulle porte di casa aveva messo il logo di Superman, tatuato anche sul braccio.

Un clown, un istrione, il suo mito era Magic Johnson, uno che si metteva a Harvard Square fingendo di essere una statua e che ad Halloween si travestiva
da drag queen. Tante stravaganze, molta indolenza. In palestra aveva fatto mettere un divano (era nelle clausole), per poter schiacciare un pisolino. A letto faceva anche le interviste, bofonchiava con il registratore sotto le lenzuola. Non un santo: arrivava tardi agli allenamenti, prendeva a male parole i suoi compagni (appena si trasferiva in un'altra squadra). Gli piaceva trovarsi soprannomi, come Shaqness. Un tiratardi, mai mancato a un party. "Non so come sono riuscito a vincere il titolo nel 2006, a Miami uscivo tutte le sere". Un mammone: aveva convinto sua madre Lucille a scrivere un libro e alla presentazione visto che tutti volevano la sua firma, lui premuroso: "Ma', va bene per te?". Negli ultimi anni aveva provato a mettersi a dieta: "Non capisco, da ragazzo ero scheletrico, mi hanno fatto irrobustire e ora dicono che sono troppo grasso". Sei finali Nba giocate, tre consecutive vinte con Los Angeles, una con Miami. Phil Jackson, coach dei Lakers, lamentava la sua scarsa vena difensiva: "Se solo Shaq si allenasse un po' di più".

Ma Shaq si amava così, elementare e brutale, si faceva bastare. Anche con l'orrore dei 5.000 tiri liberi sbagliati. Otto anni a Los Angeles e l'addio dopo la sconfitta con Detroit nel 2004, per incompatibilità con la stella Bryant, che sentiva il suo regno minacciato. Soprattutto dalla personalità dell'altro, eroe di un'America semplice, che non si prendeva troppo sul serio. Ora tutti a rimpiangerlo e a dire che uno così non ce ne sarà più. Non solo per la generosità della ciccia. Ma anche per la voglia di divertirsi, di ricordare che il canestro ha una circonferenza umana. E che non è male mischiarsi. In quest'ultima stagione a Boston aveva giocato solo 37 partite, mali alle ginocchia, alle caviglie, all'anca. Il mostro incontrollabile e spettacolare saluta. La sua efficacia è al sicuro: una media di 26.2 punti a partita nelle prime 14 stagioni. Anche adesso, sarà difficile spostarlo dalla storia.

di Emanuela Audisio; la Repubblica

lunedì 30 maggio 2011

Povero Toro

Una vita in fuga. Urbano Cairo non è Alberto Contador però il suo destino ormai lo accomuna al ciclista spagnolo: pure lui deve sfuggire sempre al gruppo degli inseguitori che nel suo caso non si limiterebbero a batterlo sul traguardo ma a batterlo con quanto hanno per le mani e basta. Sarebbe successo anche ieri se il fiuto dell’uomo prudente e braccato non avesse spinto il presidente granata a lasciare lo stadio sotto scorta prima che si ufficializzasse la condanna del Toro alla terza stagione consecutiva in serie B, come successe solo nella seconda metà degli anni 90. Sconfitti dal Padova i granata hanno centrato il capolavoro di finire ottavi e hanno fallito i playoff che ritenevamo alla loro portata più dell’anno scorso, vista la compagnia.

Come ha detto Rolando Bianchi, «è un fallimento completo». Almeno c’è chi chiama ancora le cose con il proprio nome. Ognuno ha portato il proprio mattoncino alla causa. Lerda era arrivato con tante speranze perché aveva fatto un buon lavoro a Crotone e perché aveva il «pedigree» granata, ammesso che l’essere cresciuti nel Toro di una volta abbia ancora un valore per il Toro di oggi. Ebbene Lerda è indifendibile come lo sono i giocatori. Modesti di piede, impreparati a ragionare tatticamente, poveri di spirito perché neppure ieri, in una finale da vincere a tutti i costi, hanno messo in campo il carattere, pronti a sbracare nelle difficoltà. Ma il pesce puzza dalla testa e la testa nel Toro è Urbano Cairo. Se usasse nel calcio metà del fiuto che ha dimostrato nell’inventarsi riviste di successo, sarebbe il miglior presidente della storia dopo Ferruccio Novo e Orfeo Pianelli. Ma come si dice a Milano, dove Cairo lavora, «Offelè fà el to’ mestè», ed evidentemente il suo mestiere non è il football.

Da quando arrivò nell’estate del 2005 il suo è stato un fare e disfare, all’inizio seguito con la simpatia che suscitano i neofiti, poi con l’irritazione che accompagna la pervicacia nelle scelte sbagliate. A mettere insieme i direttori sportivi, gli allenatori e i giocatori che ha accumulato in sei stagioni ne esce una Garzantina. Tanto sbattersi per affossarsi a questo punto. La sua fuga stavolta ci sembra al capolinea. Cairo non ha più credibilità nel mondo granata, temiamo non abbia neppure la voglia di mettere i soldi necessari ad attrezzarsi per il prossimo campionato, di cui Bari, Samp e Brescia alzeranno il livello quest’anno modestissimo. Levarsi dalla B sarà più difficile per un club in cui ogni atto del presidente sarà immediatamente accolto con sfavore. Sarebbe più semplice levarsi e basta, cercare un compratore, anziché scoraggiare chi avesse una mezza idea di entrare nel Toro. Cairo disse che avrebbe venduto ma resta lì, cercando nel passato una via di uscita, magari riaffidandosi a un altro allenatore, Colantuono, che aveva preso, cacciato, ripreso e riperso. La sua specialità. Senza futuro.

di Marco Ansaldo, LA STAMPA

Non c'è trippa per gatti

Contador troppo grande o gli altri troppo piccoli? La prima risposta è semplice. Lo spagnolo merita un 10 tondo in pagella. Grande. Ha salutato la compagnia appena la strada del Giro ha cominciato a salire (Etna): ci vediamo a Milano. Ha vinto le ultime sei grandi corse a tappe alle quali ha partecipato, tre Tour, due Giri, una Vuelta, ma forse stavolta è stato il migliore Contador di sempre. Potrebbe diventare il Numero Uno del ciclismo moderno dopo Eddy Merckx, visto che Armstrong sconta il peccato originale di una carriera avara limitata alle strade di Francia. Non si può nemmeno dire che l’abbia favorito il percorso con troppi spigoli, avrebbe vinto in ogni caso. Magari senza uccidere l’interesse della corsa, se il sesto grado fosse stato distribuito meglio. Ma Contador aveva un motivo in più per strafare, doveva dimostrare ai tribunali in agguato che sa andare forte anche quando è supercontrollato. E un risultato l’ha già ottenuto, la sentenza per la vecchia storia di doping presunto prevista fra pochi giorni slitta a settembre. Potrà partecipare al prossimo Tour.

I nostri troppo piccoli? Scarponi nè piccolo nè grande, è stato quel che doveva essere. Ha provato a contrastare il Matador ma si è scottato al calore dell'Etna. Compresa la lezione si è gestito meglio, è finito in crescendo e ha respinto Nibali nel duello per il secondo posto, dove pure non era favorito dalla crono finale. Non è un fuoriclasse, ma un ottimo corridore con un carattere di ferro. Merita un 8 perchè ha dato tutto, naturalmente aiutato da un Giro tutto a naso’in su.

Semmai un voto in meno va dato proprio al più atteso, a quel Vincenzo Nibali dal quale i tifosi, e non solo loro, attendevano buone notizie. Perchè aveva già agguantato il terzo posto al Giro dell'anno scorso pur avendo dovuto aiutare il suo capitano Basso; perchè poi in settembre aveva domato l’arcigna Vuelta. Insomma, il siciliano era considerato ostacolo difficile per Contador e invece in tal senso ha in parte deluso soffrendo più del previsto in salita, dove gli è mancato il cambio di passo. Ma non si è mai arreso, soprattutto pare finalmente uno dei più credibili testimoni del nuovo ciclismo pulito. E ha dalla sua l’età, 27 anni sono appena l’alba per chi si confronta con le grandi corse a tappe. Non siamo più ai tempi di Coppi, che vinse il Giro a vent’anni...

di Gianni Romeo; LA STAMPA

INTER-Palermo 3-1

Si è conclusa un'altra stagione da buttare via...

Ha vinto il migliore

martedì 24 maggio 2011

4-3-3 risate

Gli uomini della domenica se ne vanno. In Europa, in B o al mare. Qualcuno approfitta delle ferie per sposarsi, qualcun altro per divorziare e cambiare maglia. Tutti lasciano un ricordo. Questi 11 più degli altri. Sono stati selezionati con criterio più narrativo che tecnico. E ad esclusione di chi era già stato effigiato in questa pagina. Sono schierati con il 4-3-3 e indossano le maglie della storia del calcio, dall'1 all'11, passando per lo stopper e la mezzala.

1) MARCHETTI
Il portiere che non c'era. Dai Mondiali al nulla. Tutto per aver espresso un desiderio: mi piacerebbe andare alla Sampdoria. Che se poi si realizzava era peggio. Almeno ha l'alibi dell'assenza. E il pregio di aver dimostrato una cosa: nella lite tra un padrone e un lavoratore il popolo e i media stanno con il lavoratore, ammenoché sia un calciatore. In quel caso tra il milionario in porta e quello che lo mette alla porta (si chiami Cellino o Garrone) le simpatie vanno al secondo. E al secondo portiere.

2) NAGATOMO
Un cognome che profetizza disastri nucleari e al loro avverarsi suscita simpatia. La terza ragione per il turismo giapponese a Milano dopo lo shopping e l'aver sbagliato strada. Ma anche un giocatore vero, benché lo trattino da mascotte. Talvolta segna pure. Ancor più straordinario: ha vinto una coppa continentale benché allenato da Zaccheroni. Che ha detto: mi capiva a gesti. A Torino, i giocatori italiani, manco a parole.

3) ARMERO
Ogni tanto partiva un treno. Da Udine. Per la fine del mondo o del campo. L'armata di Guidolin è stata prima Brancaleone, poi Invincibile. Più spesso, Armero. Dicono: i gol di Di Natale, le volate di Sanchez, Isla e Inler. Ma nessuno correva come questo, pareva Maicon quando era Maicon. Un colombiano che conosce un solo cartello: quello che indica la porta avversaria. E lo segue. Poiché uno dell'Udinese tra questi 11 ci voleva, entra lui. Poi stramazza.
4) LEGROTTAGLIE
Ha detto Vasco Rossi in una memorabile intervista: o Dio non c'è o è cattivo. Legrottaglie crede in Dio, ma evidentemente è vera la seconda che dice Vasco. La Juve non lo utilizza e lo vende al Milan, già avviato verso lo scudetto. Lui entra nel secondo tempo e dopo 38 minuti si rompe e non gioca più. Campione d'Italia, certo. Probabilmente lui riesce a vedere lo splendore in questo disegno della provvidenza e ringrazia. Amen.

5) LORIA
Qualcuno può pensare che in fondo non abbia fatto niente di speciale, ma il solo fatto che sia riapparso al centro della difesa di una squadra in lotta per la Champions ha invece qualcosa di eccezionale. E ancor di più lo è che la speranza sia stata riaperta da un suo gol (salvo richiudersi poco dopo per svarioni di marcatura). Ora che Mexes emigra, Di Benedetto potrebbe regalarci un sogno e pretendere Loria titolare. Trasformando l'Olimpico nel Colosseo, quanto a buchi.

6) BOATENG
Dalle lacrime con il Ghana al ballo di Jacko con il Milan. E' il giocatore più esplosivo dell'anno. E il mistero più glorioso del calciomercato. Preziosi lo ha prestato a Berlusconi. Perché il Cavaliere non poteva permetterselo? Perché tanto in quel ruolo aveva già fenomeni tipo Rafinha? Perché ha preferito farne senza, ma con plusvalenza? L'unica certezza è che questo, se ci sta con la testa oltreché con il fisico, non lo toglie più di squadra nessuno.

7) MACHEDA
Al primo gol con la maglia del Manchester United qualcuno chiese all'allora ct Lippi di convocarlo. Siamo un Paese così: o restiamo indietro o fuggiamo in avanti. E tutto quel che è lontano ci sembra brillante: come Macheda in Inghilterra. Poi ce lo mandano a domicilio ed ecco qua lo zircone. Va bene che se uno passa da Ferguson a Cavasin ha i suoi traumi, ma il campionato è finito e questo non si è ancora ripreso. Finisce per diventare un simbolo: dei rottamatori che poi, se li metti al volante, sbandano. E noi lì, al lato della carreggiata, impolverati, a contare i gol di Totti.

8) GIOVINCO
Più che un uomo un emblema. Un asterisco, suvvia. Una piccola metafora, di che? Del grande, incommensurabile spreco che ha saputo fare la Juventus. Che poi sia colpa della "dittatura" di Del Piero o dell'incapacità della dirigenza, che differenza fa? I Miccoli giocano e meravigliano altrove. A Parma è sbocciato perfino Amauri, quando già Giovinco metteva fiori dappertutto. Anche sulla lapide della Signora.

9) BOSELLI
Chi era costui? E' la domanda che seguirà se lo si nominasse tra un anno. Tranne che a Genova. Dove rimarrà memorabile. Un argentino qualunque arrivato a gennaio per sbaglio, già rotto, che entra nel finale di un derby già chiuso e al 97' segna e di fatto retrocede la Sampdoria. Generazioni di piccoli doriani cresceranno con la minaccia: buono o arriva Boselli. Generazioni di genoani invecchieranno addolciti dal ricordo di quel gol improbabile. Ogni altro miracolo sembrerà scontato.

10) PASTORE
Ora, uno a Zamparini può dire di tutto, lui non si offende più. Parla con il pappagallo, sfrutta la popolarità in maniera costruttiva edificando palazzi, fonda il partito del té e capeggia quello del me. Ma non si dica che non capisce di calcio. Dopo aver esonerato Delio Rossi (sconfitto 0 a 7 in casa) prende Cosmi. E lo caccia non appena tiene in panchina Pastore. Ecco, dicono che Zamparini sia matto, ma matto è chi non fa giocare Pastore. Punto. Di lui, riparliamo fra tre anni. Possibilmente da Barcellona.

11) GRANDOLFO
Dimenticate quanto avete letto su Macheda e l'assurdità delle illusioni precoci. Noi vogliamo innamorarci a prima vista. Andiamo allo stadio per poter dire: quel giorno io c'ero. Quando? Quando debuttò Mancini, quando un tal Cassano segnò all'Inter, quando a Bologna, nella più inutile delle partite, sbocciò Grandolfo. Un nome da elfo nel signore degli anelli, uno, due, tre tocchi da predestinato. Lasciateci pensare che sia nato il nuovo Pablito (non ne nasce uno all'anno?), che ogni fine sia un inizio, come ci ha insegnato il saggio morente e che questo campionato appena tramontato abbia generato un raggio verde che illumina il futuro: Grandolfo. Chi era costui?

Allenatore LEONARDO
In Italia non si gioca più per qualcosa, ma contro qualcuno, si vota contro qualcosa o qualcuno, vero o immaginario che sia. Così il Milan non ha vinto lo scudetto per Allegri, ma contro Leonardo, come da cori di Gattuso, il Lassini rossonero da cui la dirigenza ha finto di prendere le distanze. E lui, Leonardo, prima guru della felicità, poi bersaglio della derisione, prima milanista poi interista, prima critico di un presidente, poi cocco di un presidente, prima quasi vincente, poi assoluto perdente, è diventato suo malgrado il centro di questo sgraziato universo. Fino al prossimo campionato, o alla prossima elezione.

di Gabriele Romagnoli; la Repubblica

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    INTER-Catania 3-1

    Aspettando la finale di domenica, una partita presa sul serio. Con un grande Pazzini.

    sabato 14 maggio 2011

    Habitué

    Per timore più o meno reverenziale verso l'AGCOM è bene dare una non-notizia: la vittoria del 19° titolo nazionale del Manchester United.

    35 lunghi anni...

    Il Manchester City del nostro amatissimo Mancio ha appena vinto la finale di FA Cup contro gli ostici boscaioli dello Stoke City per una rete a zero, con un gol rabbioso di Yaya Touré.
    Il mitico Super Mario eletto "Man of the match".