lunedì 28 febbraio 2011

Sampdoria-INTER 0-2

Partita combattuta e vittoria meritata, ottenuta contro la squadra più sportiva del campionato.

domenica 20 febbraio 2011

Il circolo vizioso

Dio deve pensare che sono un tipo fantastico, altrimenti non mi avrebbe concesso tanto.
Josè Mourinho

INTER-Cagliari 1-0

Va bene, ma nel finale si è rischiato troppo. Ora, in Champions, ci aspetta il Bayern Monaco... che mi dice qualcosa.

giovedì 17 febbraio 2011

Il teorema del rischio

L'Inter è lì. La rimonta, o "remontada", di fatto è compiuta. Non del tutto, perché il Milan è ancora a 5 punti di distanza, ma in fondo lo si può dire: missione compiuta, l'Inter è tornata nel gruppo delle prime e ora può lanciare la volata. Basta fare due conti. Il 6 gennaio scorso, prima partita dell'era-Leonardo, lo svantaggio interista dal Milan capolista era di 13 punti, anche se i nerazzurri dovevano recuperare due partite non facili contro Cesena e Fiorentina. Quarantadue giorni e dieci partite dopo, l'Inter si è riallineata alle altre nelle partite giocate ed è a -5 dal Milan, terza in classifica, in piena lotta per il titolo.

E' stata una corsa a perdifiato, rischiando il tutto per tutto in ogni gara. Dieci partite con otto vittorie e due sconfitte, entrambe urticanti, contro Udinese e Juventus: incidenti di percorso o inevitabili pause, dopo tanto correre. Ma l'importante era andare avanti. Del resto non pareggia una partita dal 10 novembre scorso (Lecce-Inter 1-1), perché dopo aver accumulato un cospicuo ritardo in classifica non poteva più far calcoli. E nessuno calcolo c'è stato nella rincorsa di Leonardo, che ha mandato all'attacco la squadra in tutte le partite, tranne quando è stata costretta dagli avversari a rintanarsi (e infatti sono arrivate le sconfitte di Udine e Torino). Molti gol segnati in queste dieci partite (26) e parecchi incassati (15), raccontano che Inter è quella della rincorsa: è ora la squadra con il miglior attacco della serie A (46 gol) ma appena la nona difesa: i 29 gol incassati sono 10 più del Milan capolista. Perché l'Inter di questa pazza stagione ha ora davanti un altro record da battere, o un dato statistico da smentire: di solito, in serie A, lo scudetto va alla squadra con la miglior difesa, o con una delle migliori difese. L'Inter di quest'anno non potrà avere la miglior difesa di tutte, ormai è chiaro. Quindi deve andare alla ricerca di equilibri difficilissimi da raggiungere, se vorrà completare la rincorsa al Milan. Quindi qualcuno asupica che nelle prossime partite, se le distanze col Milan dovessero ulteriormente accorciarsi, Leonardo possa mandare in campo una squadra più equilibrata, più attenta nei ripiegamenti, e magari il ritorno di Lucio al centro della difesa potrà essere utile.

Ma il tecnico non sembra essere di questo avviso, ormai ha lanciato la sfida ed è una sfida ai numeri del nostro campionato, alla sua stessa natura, o forse a un luogo comune: in serie A vince chi si protegge meglio le spalle. L'Inter di Leonardo, l'Inter brasiliana e zemaniana nella sua concezione, vuole invece capovolgere il mondo. Sarà un percorso accidentato e irto di pericoli, ma pare che Leonardo voglia andare avanti sulla sua strada. "Io sono così e non cambio", ha fatto già sapere lui. Fino in fondo così, dunque, rischiando tutto, rischiando sempre. Finora il gioco ha pagato: la media punti di Leonardo è stata di 2,40 punti a partita. Con Benitez erano appena 1,53. Il rischio paga.
 
di Andrea Sorrentino; la Repubblica

Fiorentina-INTER 1-2

Ora che i recuperi sono stati recuperati, ci troviamo nella scia del Milan, distaccati di 5 punti. Forza!!!

martedì 15 febbraio 2011

Il Fenomeno che non c'è più

Ci sono notizie che precedono di molto il proprio annuncio. L’addio di Ronaldo al calcio è una di queste: per noi si era perso da almeno quattro anni, non c’era bisogno della conferenza stampa nella sede del Corinthians per sapere che era diventato un ex.

Lo ha detto tra le lacrime. C’è sempre stato qualcosa di tragico nel suo personaggio. Non ricordiamo un campione che abbia dovuto lottare con tanta follia contro il proprio fisico. Madre Natura lo ha dotato di qualità che, se non ne hanno fatto il centravanti più forte di tutti i tempi, come dice Moratti che per lui stravedeva, lo hanno reso un attaccante molto speciale: quando ti scappava sullo scatto non lo raggiungevi più, e non solo perché aveva una coordinazione straordinaria nel controllare la palla, ma perché era, muscolarmente, veloce. A Parigi, al Parco dei Principi, nella finale di Coppa Uefa contro la Lazio, partì da metà campo e arrivò davanti a Marchegiani, il portiere, ancora con la forza e la lucidità per metterlo a sedere con una serie infinita di finte. Il gol, come altri tra le centinaia che ha segnato, resterà per sempre nelle teche per la sua bellezza più che per l’importanza. Eppure il fisico è stato la sua maledizione.

A 24 anni aveva già un ginocchio in briciole, con due interventi al tendine che lo bloccarono per due stagioni, e molti pensavano che non si sarebbe più ripreso. Un medico ci rivelò che Ronaldo aveva una malformazione al ginocchio mai indagata da bambino per cui quel tendine restava come una corda di violino perennemente tesa e pronta a spezzarsi a ogni accelerazione. Un guaio quasi insanabile per un atleta che aveva nella potenza l’arma più terribile. Ci passò sopra, non si fermò. Ma il fisico gli tese altri cento agguati, alcuni misteriosi. Sempre a Parigi, per la finale di Coppa del Mondo che consacrò Zidane, sul foglio con le formazioni, a meno di un’ora dall’inizio, non appariva il suo nome. Comparve in un secondo tempo e si diffusero illazioni di ogni tipo attorno alle voci di un attacco epilettico. Tutto gli ha giocato contro: i muscoli di cristallo, le articolazioni d’argilla, e il peso difficile da tenere a bada, per colpa di una disfunzione alla tiroide, ha spiegato ieri, ma anche per le troppe birre e uno stile di vita che progressivamente cedeva ai piaceri negati nell’adolescenza a un ragazzo che a 18 anni era già un protagonista in Europa e a 20 una «star».

Negli ultimi anni lo chiamavamo «Sua Grassezza», e non era una definizione esagerata. Ronaldo è stato grandissimo: ha vinto due Mondiali e due «Pallone d’Oro», per tre volte l’hanno giudicato il miglior calciatore del mondo, ha giocato nel Barcellona e nel Real Madrid dei «Galacticos», nell’Inter e nel Milan, anche se quando lo prese Berlusconi era ormai un convalescente cronico, più in infermeria che in campo. A cavallo del nuovo millennio non c’era nessuno come lui, quando era sano. Eppure resta la sensazione di incompiutezza. Ronaldo avrebbe potuto offrire e ottenere di più. A noi italiani, in fondo, restano impresse soprattutto le sue sfortune. Il rigore che non gli fischiarono contro la Juve nel primo anno in cui poteva vincere il campionato; le urla per il ginocchio spezzato senza il minimo contrasto all’Olimpico di Roma; le lacrime con cui si congedò dall’Inter in quel 5 maggio in cui gettò alle ortiche il più incredibile degli scudetti. Grande e tragico. Già disperso nella memoria. All’annuncio dell’addio al calcio molti si saranno sorpresi che giocasse ancora.

di Marco Ansaldo; LA STAMPA

Qua la Zampa

L'excusatio non petita gli è venuta dal cuore e dai polmoni: "Non sono pazzo!", ha gridato Zamparinic. Non lo è, ma lo fa. Anche in questo campionato 2010-2011 guida la classifica dei presidenti da legare. Non è soltanto l'uomo della domenica, dopo lo sfogo contro l'allenatore, è quello di tutte le sante settimane. Quando il Palermo vince è merito suo, quando perde è colpa di Delio Rossi. Che una volta è "uno dei migliori tecnici d'Europa", un'altra "deve imparare ad ascoltare", "non conosce la fase difensiva" e, peggio di tutto, "come i suoi colleghi, si crede un'icona". Non l'ha ancora esonerato e non l'ha ancora riassunto, come gli piaceva fare (rivolgersi a Guidolin e agli altri 27 ex). Con lui (amato e difeso dalla città) il rapporto sadomaso si è fatto più intenso: una frustata e una carezza dopo ogni partita. Anche se Zamparinic non la vede mai, non in diretta. Per non irritarsi passeggia in una delle sue tenute, dialoga con il pappagallo e aspetta il resoconto del vice Micciché. Sulla base del quale esterna a caldo, poi si vede la registrazione e riesterna a freddo.

È una stagione alla grande, la sua. Scandita, come si conviene, da andate e ritorni. Ha lasciato ufficialmente il calcio l'11 novembre scorso, dopo un arbitraggio considerato scandaloso in Milan-Palermo 3 a 1. Ha annunciato l'intenzione con parole chiare: "Smetto, è un mondo di merda!". Poi ha emesso un comunicato più tortuoso da cui si apprendeva che aveva "incaricato un advisor", che i valori sportivi erano "sempre più spariti", che auspicava "gare dove con reciproche garanzie di equità e lealtà possano sempre vincere ad armi pari e i migliori". Intraducibile anche per la Gialappa's. Ma la decisione di mollare restava "netta". Tra virgolette anche nell'originale. A significare: non tanto. Non proprio. Manco morto. Infatti è ancora qui. Nel frattempo ha minacciato di trasferirsi all'estero: una volta in Austria e un'altra in Sicilia (testualmente: "abbandonando l'Italia che tanto prende e poco dà"). Ancor più ferale la minaccia di dedicarsi alla politica, con una lista tutta sua e una posizione ben definita: "né a destra, né a sinistra", "accanto alla Lega, che è il solo partito per la gente", "lontano dalla Lega, perché nel lungo periodo non paga", né con Berlusconi ("ha dato disoccupazione e tolto libertà"), né con Tremonti ("è diventato comunista"). Una specie di tea party, a cui era l'unico invitato.

Un uomo solo al comando. Incompreso. Anche perché: incomprensibile. Quando parla. Quando agisce, l'obiettivo è piuttosto chiaro: fare soldi. Zamparinic è un immigrato al contrario. Friulano, ha gestito il Venezia, ma quando ha capito che non avrebbe potuto costruire lo stadio si è trasferito a Palermo. Dove, ma pensa, vuol costruire lo stadio. Nell'attesa tira su centri commerciali. Quest'anno gli si è accesa la luce dell'Est e compra qualsiasic calciatoric gli capitic: Ilicic (nell'intervallo di una partita di Europa League), Bacinovic, Andelkovic. Alla prima buona prestazione proclama: "Ora vale il triplo!". In effetti è così. Il suo Palermo, va detto, ha un ottimo bilancio, perché poi lui rivende, incassa, ripiana. Certo, a vedere quel che è successo con Cavani (e prima ancora con Toni) l'affare vero lo fa chi compra. Quest'anno ha messo insieme un buon attacco (anzi "ottimissimo") e una difesa che va in nazionale (però "inguardabile"). Voleva la Champions "come minimo". Come massimo: la luna, non fosse, teme, "che ci è già arrivato Lotito".

Appena esce fa un guaio: è andato dai bambini dello Zen e ha litigato con il collega del Palermo Rugby, facendosi querelare. È andato a Benevento e lo volevano arrestare. Va in tv e sbotta come Raimondo Vianello ma senza ironia: "Quelli giocano, e io pago!". Si sente emarginato: "Ho chiamato Nicchi, all'associazione arbitri: si è offeso", "Ho chiamato Beretta in lega: non mi ha risposto". Lo tradiscono anche i presagi: "Mi son svegliato di colpo, ho guardato la sveglia, eran le 3 e 33, ho capito che ne avremmo vinte tre di fila". In hoc signo vinces? Era solo notte fonda: ha perso con la Fiorentina. Si è incupito: lassù qualcuno non lo ama. Fermate il mondo, vuole scendere. Trattando con gli arabi ha scoperto che sono lenti, lentissimi: "Vanno al ritmo della natura, che non è stupido". Ma non rallenta, non può. Rozzi ci ha lasciato, Gaucci è espatriato (lui sì) a Santo Domingo con la badante giovane, Lotito, dopo l'allunaggio, tace. Con la giugulare in fiamme, a far da sponda a Biscardi è rimasto soltanto Zamparinic, prigioniero del ruolo. Non è pazzo. Dice di sé: "Anche Napoleone ha perso qualche battaglia".

di Gabriele Romagnoli; la Repubblica

domenica 13 febbraio 2011

T. Motta

Thiago Motta, centrocampista dell'Inter e ora anche della Nazionale: lei ha amici nel mondo del calcio?
«Vuole la verità? Forse un paio. È colpa mia. Cambio città e non so tenere i contatti con le persone. Non uso né facebook né twitter, odio la tecnologia. Quindi, chi mi cerca non mi trova. Non ho un bel rapporto neppure con il cellulare».

Nessuna eccezione?
«Sì, una c'è. È il mio amico Lionel Messi. È come me, non risponde quasi mai. E quindi non s'arrabbia se sparisco. Mia moglie, invece... Adesso (guarda il telefonino che vibra, ndr) mi sta cercando per sapere se torno a casa a pranzo. Ma che le rispondo a fare? Tra poco torno e così lo vede».

Tranquillo fuori dal campo, un po' meno quando gioca. Si ricorda la lite con Buffon della stagione scorsa?
«Ne abbiamo parlato anche in Nazionale e gli ho chiesto nuovamente scusa. C'era già stato un chiarimento subito dopo la partita ma ho voluto riaffrontare la questione. E' stato simpatico e molto tollerante».

Lei invece si è guadagnato l'appellativo di antipatico.
«Mi frega il fatto di voler vincere sempre. Ero così anche da bambino nonostante i rimproveri di mio padre».

Un ragazzino vivace alla Balotelli?
«Non fino a quel punto... però qualche zuffa l'ho fatta, ho il sangue caldo come mio padre e se perdevo piangevo».

Come l'hanno accolta in azzurro?
«Benissimo, posso catalogarla come una delle esperienze più belle della mia vita».

E di Prandelli cosa pensa?
«Se allena l'Italia vuol dire che è bravo ma a me ha colpito il suo lato umano. È una persona molto calma e sensibile».

Thiago Motta non rientra nei piani del Brasile, ma il cittì della Seleçao, Menezes, ha voluto comunque far sapere di essere contrario ai cambi di nazionalità.
«Rispetto il suo pensiero ma non lo condivido».

Leonardo l'avrebbe convocata.
«Mi sta dando grande fiducia e io spero di ripagarlo. Non lo conoscevo ed è stata una sorpresa. Ci ha fatto ritrovare l'entusiasmo e l'allegria. E poi è completamente diverso da tutti gli altri allenatori che ho avuto, Benitez compreso».

In che senso?
«Sa come gestirci. Quando ci vede stanchi non ha problemi a darci un giorno di riposo senza assilli. Forse salteremo qualche ritiro e mi pare una grande decisione. Si gioca ogni tre giorni e dormire una notte in più a casa aiuta».

Crede al teorema: stress uguale infortuni?
«Sì, giochiamo troppe partite. Non è una questione di età o di usura, si stanno facendo male anche i ragazzini».

Che idea si è fatto del caso Milito?
«Leonardo l'ha mandato in Argentina a riposare e ha fatto bene. Era depresso, non sembrava neppure più lui. Quest'ultimo infortunio è stata una mazzata. Diego ha bisogno di pensare alla sua famiglia e basta. Viene da una stagione straordinaria e da un Mondiale molto impegnativo, la migliore medicina è staccare la spina».

Nel frattempo voi proverete a agganciare il Milan.
«Tutte le squadre hanno un momento di flessione. Noi speriamo che succeda anche al Milan».

Domani sera c'è la Juventus e, a causa di Calciopoli, non è mai una gara come le altre.
«Non bado a queste faccende, per me questa partita vale tre punti come le altre. La Juve si gioca più di noi, ha un disperato bisogno di punti e credo che non abbia abbandonato il sogno scudetto».

Che ne pensa dei giocatori-bandiera alla Del Piero?
«Li ammiro perché hanno sposato una causa. Nel nostro mondo la riconoscenza non esiste ma deve esserci onestà. Se un presidente mi considera finito deve avere il coraggio di dirmelo. Vorrei chiudere la carriera all'Inter e diventare anch'io una bandiera».

Ci dia una prova della sua italianità. Cibo preferito?
«Dovrei dire spaghetti, invece, vado matto per aglio e cipolla. Ma tenga conto che mio suocero è coreano...».

Ha ottenuto il passaporto grazie ai parenti di suo padre.
«Vivono nel Polesine. Presto li andrò a trovare».

Suo padre Roberto cosa pensa della sua scelta di vestire la maglia azzurra?
«È entusiasta».

Cosa le ha detto dopo la partita?
«Non gli ho risposto al telefono. Nel suo caso è una scelta ben precisa. Mi avrebbe criticato come al solito!».

di Laura Bandinelli; LA STAMPA

lunedì 7 febbraio 2011

INTER-Roma 5-3

Grandi fuochi d'artificio in scena al Meazza, mentre il Milan continua a rallentare...

venerdì 4 febbraio 2011

Se questo (non) è un uomo di merda

C'è sempre da imparare. E ce lo hai ricordato, malgrado il malcapitato Rossi.

Bari-INTER 0-3

Una partita vinta, ma non stravinta come parrebbe, grazie alle reti di Kharja, Pazzini e del rientrante Sneijder.

domenica 30 gennaio 2011

INTER-Palermo 3-2

Vittoria. Una grandissima vittoria in rimonta: sono altri tre punti... Che però valgono molto di più.
A dir poco deludenti gli esordi dei nuovi Pazzini e di Kharja.

lunedì 24 gennaio 2011

Udinese-INTER 3-1

Tutti giù per terra. Il girotondo delle cinque vittorie consecutive si interrompe al "Friuli" e l'Inter si risveglia un po' intronata, un po' meno sicura di sé. Si sa che le rincorse costano fatica e questa, in particolare, è tra le più difficili: non si deve rimontare solo il Milan ma anche le altre squadre che sono davanti, cioè il Napoli e le romane. Per cinque partite, negli ultimi 17 giorni, l'Inter ha fatto il suo dovere, ritrovando le energie psichiche assenti nell'ultima fase di Benitez e atterrando avversari alla sua portata, oltre al Napoli all'esordio. Ma a Udine certi nodi sono venuti al pettine. La squadra, a parte qualche impercettibile correzione dettata dagli infortuni a Thiago Motta e Milito, in queste partite è stata praticamente la stessa, e contro l'Udinese s'è visto: tutti molto stanchi, o comunque poco brillanti, ed è finita che gli avversari andavano al doppio della velocità. Inoltre Leonardo non ha voluto, o non gli è riuscito di cambiare qualcosa nell'assetto della squadra. Eppure ce ne sarebbe stato bisogno, e parecchio. D'accordo, l'Inter era andata in vantaggio ben presto e sembrava poter controllare la partita, ma quando l'inerzia è cambiata a metà del primo tempo si dovevano prendere contromisure adatte, perché l'Udinese, si vedeva a occhio nudo, era padrona del gioco sulle fasce e lì si doveva intervenire. Invece di interventi non ne sono arrivati, a parte la sostituzione tardiva di Thiago Motta con Biabiany, e l'Inter si è lentamente adagiata sulla partita, senza reagire più. A ben guardare insomma, da Udine giungono improvvisamente segnali allarmanti.

Un elemento, su tutti, sembra farci tornare al passato recente, quello da tutti rimosso come un fastidioso ricordo. Benitez è stato esonerato anche per le sue richieste sul mercato, ritenute esose: "A gennaio mi servono quattro giocatori", proruppe nella famosa notte di Abu Dhabi, a Mondiale per club appena vinto. Fu ritenuto un pazzo, e venne cacciato. Ma dalla sconfitta di Udine qualche allarme arriva, eccome, e forse il non rimpianto Rafa aveva ragione. Ad esempio, è sempre più necessario l'acquisto di un attaccante di peso, che manca come il pane. Se non c'è Milito, come a Udine (e come tante altre volte, perché quest'anno i muscoli del Principe sono di cristallo), l'Inter si ritrova di fatto senza centravanti, perché Eto'o continua a starsene sulla sinistra e guai a chiedergli di spostarsi. E senza centravanti, si sa, nel calcio non si arriva da nessuna parte. Altro che Sanchez o altre seconde punte, all'Inter serve un numero 9: Caracciolo, o uno come lui. Inoltre è fin troppo chiaro che anche a centrocampo servono rinforzi, perché non si può insistere sempre sul trio Zanetti-Cambiasso-Thiago Motta. Col ritorno di Sneijder anche Stankovic potrà dare un aiuto in mediana, ma preso atto che la fiducia di Leonardo in Mariga, Muntari e Obi è limitata, forse si deve intervenire anche in questo reparto. Per non parlare del ruolo di portiere, dove è necessario prendere un vice-Julio Cesar che dia maggiori garanzie di Castellazzi, deludente anche a Udine come in quasi tutte le sue uscite stagionali. Infine, una domanda che comincia a essere inquietante: ma che fine ha fatto Ranocchia? Perché l'unico acquisto del mercato invernale, salutato come il sospirato sostituto di Samuel, non viene mai schierato? Finora, in sei gare ufficiali, ha giocato da titolare solo in Tim Cup contro il Genoa, poi avrebbe dovuto disputare Inter-Cesena ma fu mandato in tribuna nel timore che il suo ingresso provocasse problemi sul piano del regolamento. Forse sarebbe ora di compiere una scelta decisa e rischiare, dandogli finalmente fiducia. Altrimenti questi giovani quando crescono?

di Andrea Sorrentino; la Repubblica

giovedì 20 gennaio 2011

Il tempio della Lanterna

Dal monocolo del marchese Musso Piantelli alle cesoie di Ivan il Nero fa un secolo. Un secolo di storia e di emozioni, di preghiere e di bestemmie, di pianti e di urrà. Di cori, fischi, bandiere. Un secolo di sogni. Era cominciato tutto il 22 gennaio 1911 con un match tra Genoa e Internazionale di Milano. Buon compleanno, Luigi Ferraris: cento candeline per cento anni di gol da favola e partite memorabili, pallonate in tribuna e squallidi pareggi, invasioni di campo, retrocessioni e scudetti: tre rossoblù, uno blucerchiato. Calcio ma anche rugby, concorsi ippici, baseball. Concerti pop, opere liriche, esercitazioni militari. Scimmie, Ufo, fantasmi e una maledizione. Uno stadio ribattezzato il Tempio. Una scatola magica nata per custodire leggende.
Lo stadio più inglese e più antico d'Italia. Il primo monumento ligure da preservare ai posteri, secondo un censimento del Fondo Ambientale Italiano. Più importante dell'Abbazia di San Fruttuoso di Camogli, della cattedrale di San Lorenzo, della grotta di Byron a Portovenere o delle caverne paleolitiche dei Balzi Rossi. Perché Marassi, come è meglio conosciuto per via del quartiere popolare sorto tutt'intorno, rappresenta davvero un pezzo di storia della città e del paese intero. Una storia che sembra uscita dalle pagine di un libro d'avventura, invece è tutto vero.
Qui nel 1935 si giocava già a rugby, l'unico sport cui il regime non "italianizzò" il nome: l'Italia superò la Catalogna, che aveva una sua nazionale. Sessantacinque anni più tardi Lo Cicero avrebbe fatto a cazzotti con gli All Blacks sotto la Gradinata Nord. Dicono che i boati per le reti segnate dal Genoa alla Juventus abbiano coperto il rumore del bombardamento navale degli inglesi, il 9 febbraio del 1941. Durante l'occupazione, con la palla ovale ci si allenavano gli Alleati: i pali erano gialli e neri, qualche yankee provò persino col football Usa. Cinquant'anni fa si esibì la nazionale di baseball cubana, al primo incontro europeo nel segno di Fidel Castro. Su questo prato hanno cantato l'opera, Bruce Springsteen ha ballato la tarantella insieme alla mamma e alla zia. Frank Zappa festeggiò la vittoria azzurra sul Brasile dell'82, Lou Reed giurò di aver chiuso con l'eroina. Dalla e De Gregori scoprirono che quella prima tournée insieme poteva essere un successo. Nei magazzini sotto le gradinate, per anni i fabbri del Comune di Genova hanno forgiato ringhiere e cancelli. E c'era una stanza dove si ricoveravano gli animali feriti trovati nei parchi cittadini: una piccola scimmia fu accudita per settimane, nutrita con banane e frutta regalate dai verdurai del mercato di corso Sardegna. Prima c'erano carbone e fascine sotto il terreno, per impedire le pozzanghere, e il campo era in salita: il dislivello tra la linea di porta e il centrocampo era di quasi di mezzo metro.

Era il prato migliore d'Europa. Poi nel Novanta arrivarono le riprese televisive da una porta all'altra, e allora via la gobba. Adesso rizollano ogni due mesi e nessuno è mai contento. Ci avevano seppellito due medaglie, sotto terra, una d'argento e l'altra d'oro. Quando hanno rifatto il terreno non c'erano più. Qui hanno giocato due Mondiali di calcio. Marcò pure Leonidas, che "segnava gol così belli che anche i portieri si rialzavano per congratularsi". Narrano che tutte le notti i fantasmi dei campioni scomparsi provino e riprovino le azioni sbagliate quando erano in vita, fino a quando la palla non entra in rete. E non mancano gli Ufo, naturalmente: per anni i giardinieri hanno trovato delle misteriose macchie d'erba bruciata a forma di cerchio. Qualcuno sostiene che siano le pipì dei gatti randagi del quartiere, ma non è mai stato provato.

Luigi Ferraris era il centromediano del vecchio Genoa, quello che vinceva tutti gli scudetti. Morì nella Grande Guerra insieme ad altri 25 soci del club (tra gli altri, il terzino Casanova e il leggendario dottor James Spensley, icona rossoblù). Sarà anche per questo che i tifosi del Grifone si sentono i soli padroni di casa. Ma in questo stadio la Samp ci ha vinto un campionato con Vialli e Mancini. E poi qui ci giocava già l'Andrea Doria all'inizio del secolo scorso, in un campo che correva accanto a quello del Genoa: la Cajenna, lo chiamavano.

Da alcuni mesi l'amministrazione comunale genovese ha deciso per il restyling della struttura: insieme agli incontri di calcio tornerà ad ospitare concerti musicali ma anche pièces teatrali, un museo del football su tre piani e convegni. In autunno è stato celebrato il primo matrimonio con foto di rito sul prato. Lo sposo era genoano, la sposa blucerchiata. Hanno pagato seicento euro. "Deve essere un luogo di incontro, di socializzazione: una pagina del passato, del presente e del futuro, a disposizione della città e dei turisti", spiega l'assessore allo sport Stefano Anzalone. Domani sono in programma delle visite guidate per le scuole con visite alle gradinate, spogliatoi, al laboratorio agronomo e proiezione di un video sulla storia del Tempio. Sabato, per festeggiare il centenario, porte aperte al pubblico. I superstiziosi tirano un sospiro di sollievo: avrà termine anche la "maledizione della vecchia", l'anatema dell'anziana proprietaria di un piccolo orto che cent'anni fa fu espropriato per completare la costruzione del campo da gioco. Marassi domenica ospiterà un delicato Sampdoria-Juventus: "Mi accontenterei di celebrare con una vittoria", taglia corto il presidente Riccardo Garrone, che non ha mai nascosto il desiderio di costruire un nuovo stadio genovese, tutto blucerchiato.

Ivan il Nero è l'ultrà serbo che in occasione delle qualificazioni europee ha sfondato a sprangate le vetrate, sradicato seggiolini, imbrattato muri, s'è arrampicato sulle barriere di recinzione e ha tagliato le reti a colpi di cesoia. Non lo sapeva, d'essere a cavalcioni della storia. Il marchese Musso Piantelli, nobile membro del Genoa Cricket and Football Club, è quello che cent'anni fa mise a disposizione un terreno davanti alla sua villa cinquecentesca, di solito lasciato ai cavalli del maneggio. Dicono che da allora tutti, ronzini e fuoriclasse, abbiano sempre corso liberi. E felici.

di Massimo Calandri; la Repubblica