lunedì 10 maggio 2010

Ma cribbio

Caro Presidente,
dal triplice fischio del Camp Nou, non faccio che pensare alla finale di Madrid. Da allora - ed anche prima seppur non troppo intensamente causa scaramanzia - ho cercato di capire come potessi fare per recuperare un biglietto. Seguo l’Inter da sempre, abbonata da anni, prima in Curva ora al primo anello, ho il cuore nerazzurro fin da bambina, per quei colori ho pianto, sofferto e da qualche anno ho cominciato anche a gioire. A Madrid volevo esserci. Appunto, volevo, passato...
Da oggi, Caro Presidente, ho deciso che a Madrid non ci sarò. Dopo due settimane alla ricerca estenuante di un’informazione, di una possibilità, confusa da mille voci, chiesto udienza a mille amici di famiglia, conoscenti ben introdotti, sentito migliaia di millantatori, centinaia di tour operator, ho finalmente deciso: la mia passione non è in vendita.
Mi sono umiliata per avere un biglietto e, alla fine, c’ero anche riuscita: a 500 euro, ovviamente, non certo al prezzo ufficiale - di molto inferiore - ma se non altro ce l’avevo. Pronta anche a partire in macchina pur di esserci, perché naturalmente i voli sono andati esauriti o, comunque, sono già a prezzi esorbitanti. Poi, però, mi son fermata un attimo a pensare e mi son chiesta: ma è giusto tutto questo? E’ giusto che io, come milioni di tifosi dell’Inter, sia trattata in questo modo?
Il Bernabeu conterrà 100mila spettatori più o meno, no? Quanti tifosi dell’Inter provenienti da tutta Italia si accamperanno da venerdì sera (se non già da giovedì) davanti all’unica filiale della Banca autorizzata dalla società alla vendita di 5mila biglietti? 5mila biglietti su 100mila? E tutti gli altri? Non erano 23mila - già una miseria - quelli assegnati a ciascuno dei due club? E in vendita ce ne vanno solo 5mila?
Ah già, ci sono quelli della Curva - pur doverosi per assiduità, passione e costanza - che però finiranno nelle mani dei soliti noti e dei loro amici e parenti, poi ci sono quelli per giocatori e staff, mogli, figli e cugini fino al settimo grado, poi ci sono quelli per gli sponsor e i loro clienti, infine non ci vogliamo portare la Vecchia Inter e tutti i dipendenti di quella Nuova? I biglietti finiscono in fretta, tranne che nelle mani dei bagarini, vero? A loro non mancano mai e - ovviamente - nessuno riesce a capire da dove li prendano, giusto? Non sarà mica per questo che all’appello ne mancano più di 15mila? Non è che - visto che ha aspettato 40 anni - qualcuno ha pensato bene di arricchirsi che chissà mai quando ricapita?
Ai tifosi, Caro Presidente, Lei - o qualcuno della società - ci ha pensato, magari anche solo per un secondo? A quelli veri, intendo, quelli che l’Inter la seguono una vita, ovunque, gli abbonati, quelli fedeli, non gli amici degli amici che “esserci a Madrid” fa figo. O quelli li abbiamo già spremuti a sufficienza? O per quelli c’è solo un grazie e arrivederci al prossimo abbonamento? Eh no, Caro Presidente, io a Madrid non ci sarò, perché non mi piego alla solita mentalità italiana, per cui se vuoi qualcosa - anche un tuo diritto - ti devi vendere, prostituire, umiliare o - se sei fortunata - chiedere una semplice raccomandazione.
Ieri, dunque, è stata la mia ultima partita della stagione. Ho salutato i miei “vicini” di seggiolino e dato loro appuntamento all’anno prossimo. Perché benché la società non se lo meriti - e stia facendo di tutto per farmi disamorare - continuerò a tifare per quei colori che mi fanno ancora emozionare. E col cuore, sarò a Madrid, al fianco di chi, questa finale, se l’è davvero meritata, invidiando migliaia di persone che - invece - ci sono solo perché amici di qualcuno.

Irene, tifosa interista; da Goal.com

INTER-Chievo 4-3

E dire che era quasi fatta...
Partita da goleada, ma vinta, un po' per distrazione un po' per sfortuna, con un solo goal di scarto. Degno di nota la rete di Milito per la sua bellezza, quella di Balotelli per la sua importanza.

domenica 9 maggio 2010

Quanto tempo...

Erano quattromila gli spettatori all'Arena di Milano per la prima partita della Nazionale allenata da Umberto Meazza (nessuna parentela con Peppin). Otto milanesi in squadra, più il doriano Calì, capitano coi baffoni a manubrio, e i torinisti Capello e Debernardi. Italia-Francia finisce 6-2, il primo gol in azzurro è del milanista Lana. In bianco, anzi, perché in azzurro sono i francesi. Le prime due gare (la seconda è un pesante 1-6 a Budapest) l'Italia le gioca in maglia bianca e solo alla terza e definitivamente la Federcalcio sceglie l'azzurro di casa Savoia, con tanto di stemma sul cuore. Di Umberto Meazza, ct e giornalista, va ricordata la definizione del portiere Faroppa, dopo un 3-4 con la Francia a Torino, quattro gol su errori del portiere. "Era lì goffo, coi piedi larghi, sembrava una papera". È da allora, pare, che si chiama papera lo svarione del portiere.

E veniamo a Vittorio Pozzo. Durante la guerra era stato capitano degli alpini e si racconta che caricasse la squadra con canzoni patriottiche. No, secondo lui. Solo una volta aveva portato la squadra tra le lapidi di Gorizia e Redipuglia. Parlava cinque lingue, era impiegato alla Pirelli e dalla Federcalcio non volle mai una lira. Era anche giornalista alla Stampa e dai mondiali (cosa oggi impensabile) dettava i suoi pezzi. Mezzora dopo la partita si metteva a scrivere, poi dettava.

Pozzo è una figura fondamentale del vecchio calcio, quello raccontato da Nicolò Carosio (cominciò nel '32). Fu in panchina dal 1929 al 1948, e nel primo decennio vinse due mondiali ('34 e '38), un'olimpiade ('36) e due coppe internazionali ('30 e '35). Parlano i numeri: 87 partite, 60 vittorie, 16 pareggi e 11 sconfitte.

Calcisticamente, Pozzo non inventò nulla (giocava secondo il "metodo", non si adeguò al "sistema") ma conosceva bene i suoi calciatori, il suo gruppo, e si fidava molto della vecchia guardia. In particolare, di calciatori piemontesi, veneti e lombardi, anche se uno dei suoi pupilli, Attilio Ferraris, era romano. Andò a ripescarlo in un bar alla vigilia dei mondiali del '34. Fumava quaranta sigarette al giorno. Promise di scendere a tre, lo fece e Pozzo lo convocò. Sempre in un bar, ma di Torino, era andato a convincere il portiere Combi, che aveva cessato l'attività.

Sul titolo conquistato in casa, storia vecchia, pesa l'ombra della vittoria di regime. Dopo l'1-1 e i supplementari con la Spagna del grande Zamora, che con le sue parate evitò la sconfitta, c'era da rigiocare il giorno dopo. L'Italia cambiò solo tre giocatori, la Spagna sette, compreso Zamora. Mano dolorante, fu la spiegazione ufficiale, ma sembra più probabile un favore all'Italia di Mussolini. Nell'Italia, titolari tre oriundi (Monti, Guaita e Orsi, suonatore di violino che giocava con un jolly tra calzettone e parastinchi) e saltuariamente De Maria.

Esordio largo, nel '34, con un 7-1 agli Usa, poi 1-1 e 1-0 con la Spagna, 1-0 all'Austria e finale da crepacuore con la Cecoslovacchia che va in vantaggio al settantesimo, Orsi pareggia all'ottantesimo e gol decisivo di Schiavio al quinto pts. I cechi hanno colpito tre pali. I giocatori pensano di chiedere a Mussolini, come premio-vittoria, una tessera per viaggiare gratis sui treni, ma il terzino Monzeglio, fascista al cento per cento, s'impone: compiuta la missione, il premio sarà una foto con dedica del Duce. Mai arrivata.

Il simbolo della squadra era Meazza, capelli imbrillantinati e occhio languido, classe 1910, figlio di una fruttivendola, padre morto in guerra. Nell'Inter, che poi dovrà chiamarsi Ambrosiana, esordisce non ancora diciassettenne. "Cos'è, oggi giocano anche i bambini?", brontola in spogliatoio Gipo Viani. "Sì", dice l'allenatore Arpad Weisz, e manda Viani in tribuna e Meazza in campo. La sua specialità è il tocco sornione in porta sull'uscita del portiere. Non è alto, ma segna anche di testa. Non è un armadio come Piola ma sa farsi rispettare. E col pallone fa quello che vuole.

Tra i due mondiali l'Italia vince l'olimpiade a Berlino ed è una squadra tutta nuova, formata da studenti anche delle serie minori, che Pozzo manda in campo. E nel '38, in Francia, ha con sé solo due dei campioni di quattro anni prima: Meazza e Ferrari, il cervello della squadra. "Dove arriva lui, l'equilibrio è assicurato", scrisse Brera. "Un grande giocatore e un grande maestro", lo definì Bearzot. In Francia l'Italia non trova folle osannanti, ma un tifo contro compatto: oltre ai francesi, le migliaia di fuorusciti italiani che non si riconoscono in quella squadra irrigidita nel saluto romano a centrocampo. Sofferto esordio con la Norvegia a Marsiglia, Piola firma il 2-1 nei supplementari. Clima ostile e squadra tesa. Meazza sa perché e va a dirlo a Pozzo, in albergo, quasi in un orecchio. Pozzo fa segno che va bene e dei giocatori chi vuole va a sciogliere la tensione in una casa chiusa. Ci tocca la Francia, i bleus, che provocatoriamente propongono agli azzurri una maglia rossa. Giammai: divisa nera e 3-1 facile, e stavolta i francesi applaudono perché il dominio italiano è nettissimo. E di oriundi Pozzo ne ha uno solo, Andreolo, di genitori cilentani.

Erano mondiali strani, nel '38. Senza Argentina e Uruguay, con la Germania hitleriana che aveva assorbito l'Austria (ma perse con la Svizzera). La Spagna era in ginocchio dopo la guerra civile, l'Inghilterra preferiva stare nel suo isolamento. Tra i risultati strani, un Cuba-Romania 2-1 e un Brasile-Polonia 6-5 (ai supplementari). Il sogno di ogni attaccante (segnare un gol al Brasile) Willimoski lo moltiplicò per cinque, ma non fu sufficiente. I brasiliani erano così sicuri di vincere che avevano prenotato tutti i posti sull'unico volo Marsiglia-Parigi, sede della finale. Erano così sicuri che lasciarono a riposo i due attaccanti più bravi, Tim e Leonidas. Finì 2-1 per l'Italia, prima Piola poi Meazza su rigore, tenendosi con la sinistra l'elastico spezzato delle braghette e spiazzando, come al solito, il portiere. I brasiliani si tengono i biglietti aerei, gli azzurri trovano solo cinque posti a sedere sul treno per Parigi. Dormiranno a turno. "Prima i più stanchi", raccomanda Pozzo. In finale, l'Ungheria è forte, ma l'Italia di più: 4-2. Calano le contestazioni, forti al momento del saluto romano, poi zitti davanti allo spettacolo. Dal commento di Bruno Roghi, direttore della Gazzetta: "C'è qualcosa di più della vittoria sportiva conquistata a prezzo di muscoli e intelligenza in un torneo faticosissimo e insidiosissimo. Al di là della vittoria atletica risplende la vittoria della razza". Con le veline del Minculpop non si scherzava.

La guerra. Il dopoguerra. Pozzo lascia la panchina dopo le olimpiadi del '48. Il Grande Torino si schianta a Superga. Anche per via di questa tragedia, nel '50 in Brasile l'Italia va in nave (due settimane di viaggio). Persi via via in mare i palloni per gli allenamenti, mezza squadra scossa dal mal di mare, subito eliminati dalla Svezia. Mesto ritorno in aereo (trentacinque ore). Nel '54 allena l'ungherese Czeizler e c'è la televisione. Italia subito fuori (1-4 dalla Svizzera, padrona di casa). Sono gli anni bui, di calcio autarchico (Andreotti ha chiuso le frontiere nel '53). Non va meglio riaprendo agli oriundi e cambiando ct. Nel '58 è Foni e ai mondiali in Svezia (quelli che riveleranno Pelé) l'Italia nemmeno ci arriva, eliminata dall'Irlanda del Nord. Ed era un'Italia che schierava Ghiggia, Schiaffino, Montuori e Da Costa. Così come c'erano Maschio, Altafini, Sivori e Sormani nel '62 in Cile, ct Giovanni Ferrari. Arbitraggio molto casalingo di Aston, espulsi Ferrini e David, azzurri in nove che resistono fino al 74', poi finisce 2-0, a casa.

Anche peggio nel '66, ct Fabbri, a Middlesbrough la fatal Corea (del Nord). Ce ne sarà un'altra (ma del Sud) a eliminarci nel 2002, capro espiatorio l'arbitro Moreno. Tra il '60 e il '70, mentre i club di Milano s'impongono a livello europeo e mondiale, solo due soddisfazioni per gli azzurri: l'oro nell'olimpiade del '60 e il titolo europeo nel '68, annuncio di una crescita che porta gli azzurri alla finale di Mexico '70. Si parla ancora molto della semifinale, 4-3 alla Germania dopo l'1-1, partita brutta assai ma emozionante nei supplementari. Con il Brasile finisce 4-1 per loro ed è un fiorire di polemiche (la staffetta Mazzola-Rivera, soli sei minuti giocati da Rivera). Un secondo posto dopo tante angustie non è festeggiato con l'allegria prevista. Contrappasso: nel 1974 subito a casa dalla Germania, per mano della Polonia.

Da Valcareggi la Nazionale passa a Bearzot, uomo di frontiera, solidi principi, cuore-Toro che s'affida al blocco Juve. Nel '78 è una bella squadra davvero, ringiovanita dall'innesto di Cabrini e Rossi, e orgogliosa: già qualificata, non intorta la gara con l'Argentina dei generali, anzi la batte, poi finisce al quarto posto. Con Olanda e Brasile Zoff è incerto sui tiri da lontano e viene massacrato. Diventerà uno degli eroi dell'82, unico a parlare, è il capitano, degli azzurri in silenzio-stampa. Bearzot, appassionato di jazz, ama i solisti, ma nel contesto dell'orchestra. Dopo un avvio stentato la squadra cresce, elimina Argentina, Brasile e Polonia e batte in finale la Germania. Foto-simbolo: l'urlo di Tardelli e l'esultanza di Pertini in tribuna. Giocatori-simbolo: Zoff, Rossi reduce dalla squalifica del calcioscommesse, Gentile (che ferma Maradona e Zico in modi non sempre ortodossi). Nell'86 in Messico Bearzot sconta la gratitudine verso i campioni dell'82 e due anni senza partite vere: la Francia di Platini ci elimina negli ottavi.

Bearzot lascia ed esce dal calcio, come Cincinnato, dando una lezione di serietà. Al suo posto Vicini. Allestisce una nazionale molto tecnica e votata all'offensiva. In Italia, l'Argentina di Maradona (a Napoli) vince ai rigori in semifinale. Per gli azzurri il terzo gradino del podio, che diventerà secondo a Usa '94, con Sacchi in panchina. Brutta finale, col Brasile, e ancora rigori. Sbagliano Baresi, Massaro e Roberto Baggio. Come nel '70, al ritorno più fischi che applausi. E ancora rigori nel '98 in Francia, con la Francia che poi avrebbe vinto il titolo. Nei quarti, sulla traversa colpita da Di Biagio si fanno le valigie. Non può andar sempre male, ai rigori. Difatti nel 2006 va bene: con la Francia, dopo l'espulsione di Zidane per testata a Materazzi, la traversa è per Trezeguet e il titolo mondiale per l'Italia di Lippi. Sembra ieri. Ed è ancora Lippi a guidare gli azzurri in Sudafrica: manca poco, ormai.

di Gianni Mura; la Repubblica

Cartoline

Quando la Parigi-Dakar si disputa
 tra Argentina e Cile,
è normale che il Giro d'Italia si corra
per tre giorni in Olanda?

Globalizzazione

Bochum-Hannover 0-3:
Bochum retrocesso in Zweite Liga,
e come al solito...
tutto il mondo è paese.

sabato 8 maggio 2010

Accipicchia

La trattativa è stata molto riservata, s’è conclusa qualche giorno fa. Samuel Eto’o, attaccante dell’Inter, ha appena acquistato una nuova casa. Anzi, tre case: tre maxi appartamenti che occupano l’intero ultimo piano di un palazzo in via Turati, proprio di fronte alla sede del Milan. Costo dell’operazione: 17 milioni di euro, per una superficie di circa mille metri quadri. Guardando risultati e classifica, con l’Inter in testa al campionato e la finale di Champions da disputare tra un paio di settimane, l’acquisto assume un forte valore simbolico. Samuel Eto’o, campione della squadra di Moratti, da oggi potrà guardare dall’alto in basso (anche fisicamente) i rivali del Milan. Per la sua nuova casa milanese, Eto’o ha scelto via Turati. E ha acquistato l’intero ultimo piano di un palazzo che si trova proprio di fronte alla sede della società rossonera. Affacciandosi dal terrazzo, là sotto, l’attaccante dell’Inter si troverà davanti gli uffici in cui Galliani e Braida gestiscono il Milan. Dall’alto di quello stabile si vede mezza Milano e pare che il capitano della nazionale del Camerun intenda godersi lo spazioso terrazzo: il primo lavoro che ha ordinato, si dice, è la costruzione di una grande piscina.

La trattativa è stata lunga e molto riservata. Alla fine Eto’o si è accordato con i venditori per un prezzo di 17 milioni di euro. Che a dirla così sembrerà una cifra stratosferica, ma di fatto è in linea con i valori di mercato in quella zona, sopra i 15mila euro al metro quadrato. In realtà non si tratta di una sola casa, ma di ben tre maxi appartamenti, uno accanto all’altro, che occupano l’intero ultimo piano dello stabile, per una superficie totale di circa mille metri quadri. Non si sa ancora (sembra che il calciatore stia decidendo) se i muri verranno buttati giù o se verranno conservati appartamenti indipendenti. Racconta un esperto di intermediazione immobiliare ad alto livello: «Con quelle caratteristiche, potrebbe diventare una delle case più belle di Milano. Una sorta di villa, pensando ai grandissimi spazi, ma all’altezza dei tetti della città».

L’operazione immobiliare sarà anche un investimento, per uno dei calciatori più ricchi del mondo. Al di là dello stipendio dell’Inter, Eto’o ha accumulato una fortuna dai tempi del Barcellona, squadra con cui ha vinto tre campionati spagnoli e due Champions League. Un campione con la passione per le fuoriserie: negli anni è riuscito a mettere insieme una collezione di oltre 30 auto. In via Turati abiterà in un palazzo dallo stile lusso-moderno, appena ristrutturato, con una facciata in marmo chiaro. Al piano terra c’è una sorta di piazzetta interna che, dall’altra parte, sbocca verso i giardini «Montanelli» di via Palestro. Le voci del palazzo sorridono: «La casa acquistata da Eto’o potrebbe essere addirittura più bella di quella di Massimo Moratti».

di Alberto Berticelli e Gianni Santucci; CORRIERE DELLA SERA

giovedì 6 maggio 2010

Puntualizziamo

Parafrasando Mou: per Totti non chiedo una squalifica, la esigo. E non voglio vederlo in Nazionale.

Roma-INTER 0-1

(La) Roma dà l'ennesima prova della sua sportività, con una partita costellata di tuffi e fallacci. Senza scendere nei particolari dell'incontro, mi soffermo sul rientro di Balotelli e sulla scorrettezza di Totti. Mario entra dopo 5 minuti di gioco per l'infortunio di Wesley, e gioca una grande partita. Ormai giunti al 90°, Mou lo cambia per Muntari, ed esce scambiando il "cinque" con i compagni, e stringendo la mano al nostro Josè.
Invece, su Totti, mi limito a rendere noto il mio disgusto nei confronti di questo coglione.
Forza ragazzi!!!

lunedì 3 maggio 2010

Lazio-INTER 0-2

No comment.
Non ho la minima intenzione di rispondere agli sciacalli di turno.

venerdì 30 aprile 2010

Mourilandia

Novantanovemila persone che lo detestano. E lui là in mezzo, il dito verso il cielo, eccitato da quel rifiuto feroce. Un torero folle: ha ucciso il toro davanti a una mandria immensa. Camp Nou -scrivono i giornali spagnoli- diventa Camp Mou. Perché l’uomo è riuscito a cambiare il Barcellona: da club perfetto ed ecumenico a squadra acida e ansiosa. Ma -cosa ben più important - è riuscito a cambiare l’Inter. Sempre pazza, per fortuna, ma la pazzia adesso è calma, lucida e spietata. È vero, non ha vinto ancora nulla. Ma non ha perso ancora niente. Questo miracolo di maggio -comunque vada a finire -è merito di José Mourinho, personaggio allergico alle definizioni. L'ho chiamato torero, ma è banale. L’uomo ha invece lo stile e la grinta di un comandante sudamericano, uno di quelli che riunivano una banda di irregolari e la trasformavano in una formazione capace di vincere una guerra. Che Mou Guevara! Ma non diteglielo, altrimenti si fa crescere la barba e si compra un basco. Quali le qualità del buon comandante? Un buon comandante, nella giungla del calcio italiano, deve avere una preparazione -ora dico una parolaccia: una cultura- superiore alla media. I giocatori devono pensare che il capo sa le cose, non si limita a ripeterle o a indovinarle. Deve possedere «carisma e sintomatico mistero», per citare Battiato (che Mou conosce, potete giurarci). Non deve essere autoritario, bensì autorevole: l'unico modo di imporre la propria autorità. Ecco perché JM non poteva permettere lo sgarro di Balotelli: una crepa può portare al crollo. Altre caratteristiche del comandante Mou? La sincerità verso il gruppo. Una prova? Eccone due: età ed Eto'o.

Quando il centravanti, già vincitore di due Champions League, è rientrato dalla Coppa d’Africa, l'allenatore l'ha informato che «non avrebbe trovato un tappeto rosso»; così è stato, e Sammy ha dovuto riconquistarsi il posto. Quando, dopo l'assedio di Barcellona, ha spiegato le motivazioni dei suoi giocatori in vista della finale di Madrid, ha fatto notare che non erano ragazzi: si tratta, per loro, di un'occasione forse irripetibile. Su Corriere.it ascolto Diego Abantantuono mentre dice «È tutto merito dei giocatori, non di Mou». Come t'inganni, buon baffo rossonero! Ma non sei il solo. Le capacità istrioniche di JM -il tempismo delle battute, le pause teatrali- traggono in inganno. Molti osservatori sono convinti che quello sia il suo talento, mentre è solo un accessorio. L’uomo studia ossessivamente uomini, fatti e cose. In un Paese di geniali improvvisatori risulta strano, sospetto o tutt'e due le cose. Sì, Mou è un grande attore. Ma se glielo dici -ho provato- s’arrabbia. Sostiene che, in questo modo, i media italiani hanno provato a sminuirlo. Ho insistito, e lui ha accettato la discussione. L'uomo argomenta con abilità, e il suo italiano è migliore del suo inglese (efficace, ma elementare). Accetta anche d'essere contraddetto. Quando ho provato a discutere alcune cessioni dell’Inter, non mi ha affidato a Lucio perché mi spiegasse il significato della vita. Ha ribattuto colpo su colpo, con argomentazioni tecniche che mi lusingavano, ma non meritavo. Da quando è arrivato in Italia molti colleghi cercano di convincermi che l’uomo è insopportabile. Per fortuna, dico io: coi bonaccioni perdenti, noi dell’Inter, abbiamo già dato. In un mondo di abili agnelli, bisogna essere un po’ lupi. La determinazione feroce di Mou è così evidente che diventa qualcos’altro: carattere. Una macedonia di egocentrismo e altruismo, passione e calcolo, incoscienza e memoria, clausura e teatro, esempio e crudeltà. L’incontro di cui parlavo è avvenuto ad Appiano Gentile nell’autunno 2009: l’uomo, il suo stile e il suo progetto apparivano già evidenti.

Erano tempi difficili in Champions League -il palcoscenico che Mourinho considera adeguato e naturale- ma non sembrava minimamente preoccupato. Ora di pranzo, i giocatori divisi per tavoli, attenti e rispettosi come i bambini di Mary Poppins. Ricordo Samuel, Milito, Materazzi. Mou, nel tavolo vicino all’ingresso, mi spiegava tutti i motivi per cui non doveva darmi un’intervista. Ogni tanto qualcuno passava e salutava rispettosamente. Nessuno chiedeva «Posso alzarmi?», ma se fosse accaduto non mi sarei stupito. Qualcuno dirà: Severgnini, decida. Il suo Mourinho è Che Guevara o Mary Poppins? La risposta incredibile è: tutt'e due. Che Guevara con l’ombrellino o Mary Poppins col mitra. Non c’è dubbio che alcune delle sparate sull’ambiente siano parziali -l’uomo porta solo le prove che gli servono- e talvolta inopportune. Ma proviamo a chiederci: cos’è l’opportunità, nel calcio italiano? Forse il silenzio peloso dentro il quale, per anni, abbiano nascoste le cattive abitudini di tutti e i crimini di qualcuno? Resterà, Mou? Certo che no: ha la valigia pronta. L’epilogo della stagione, qualunque sia, fornirà occasioni perfette per chi vuol partire. Solo i giocatori -forse- possono convincerlo a restare un altro anno: ma non credo avverrà. Sarà un’uscita di scena drammatica, secca, indimenticabile: anche Capello (uno specialista in materia) rimarrà a bocca aperta. Dove andrà, José Mário dos Santos Félix Mourinho? Probabilmente a Madrid, dove già lo adorano -ha evitato l’incubo del Barça finalista al Bernabeu- e dove il 22 maggio andrà in scena il gran finale della sua seconda stagione nerazzurra. Vedete? Sembra un copione scritto per lui. Che José Guevara e Mary Mou Poppins! Sparerà una mitragliata d’aggettivi e decollerà con un ombrello milionario: e noi sotto, a salutarlo con la mano. Un'ascensione laica, l’unica consentita a un portoghese cattolico e borghese.

di Beppe Severgnini; CORRIERE DELLA SERA

giovedì 29 aprile 2010

Vamos a Madrid!!!

"E' la più bella sconfitta della mia vita."
Josè Mourinho

L'impresa

Eroica Inter, grande Mourinho, impresa immensa. Questa partita è stata il sigillo di questa squadra, ha confermato quanto avevamo detto durante tutta la stagione: un grande gruppo guidato con una cattivera positiva dal miglior allenatore del mondo. Mourinho ha una gestione dello spogliatoio straordinaria: attento, meticoloso, nulla lasciato al caso. E' il migliore per come gestisce l'aspetto psicologico della partita, sa sempre quello che serve perché i giocatori possano dare il massimo. Mourinho è unico nel trasferire su di se l'attenzione e la tensione degli eventi e lascia i giocatori liberi di dedicarsi completamente alla partita. E dopo una partita come quella del Camp Nou è facile fare la pagella dei giocatori interisti: dieci a tutti e pure con la lode. Non c'è uno che non ha dato il massimo e i movimenti difensivi sono stati perfetti. In dieci spesso si dice che si gioca meglio, ma poi si perde. L'Inter invece ha giocato bene e ha ottenuto quello che voleva. Ha perso, ma bloccando il Barcellona sino al 86' si è garantita la qualificazione. Io una partita cosi l'ho giocata, sempre in Spagna, al Bernabeu contro il Real Madrid che ci ha aggredito per 90' e so cosa voglia dire giocare in quella bolgia. Bisogna dare tutto, anche solo in fase difensiva. L'Inter lo ha fatto perfettamante e non importa se il portiere del Barcellona non ha fatto una parata. Una finale di Champions League vale le barricate.
Grande impresa dell'Inter, ma ho visto un Barcellona brutto, inconcludente, senza idee. Messi sempre prevedibile, Ibra irriconoscibile. Non ho capito perché Guardiola ha mandato via Eto'ò e preso Ibra, un giocatore che, è evidente, non va bene per il gioco della squadra spagnola. Certo è che Guardiola ha confessato l'errore commesso: quando stai in svantaggio e fai uscire il centravanti del calibro di Ibrahimovic, vuol dire che hai sbagliato.

da "VISTI DALL'ALA", di Massimo Mauro; la Repubblica

martedì 27 aprile 2010

Rimuginazioni

Solo noi che vogliamo bene a Balotelli possiamo dirgli che ha torto. E ha torto a prescindere. A noi, infatti, il merito non interessa, ma non ci può essere eccellenza senza autodisciplina, e nel calcio non esistono campioni senza squadra. È vero che lui e Mourinho si somigliano: l'uno è l'altro realizzato. Balotelli è Mourinho da giovane e Mourinho è quel che Balotelli dovrebbe diventare.

Insomma sono due magnifici campioni, entrambi sono fatti a fasci di luce, a fasci di nervi, a fasci di genialità. E sono entrambi irriducibili. Da settimane si fronteggiano, arroganti, insofferenti, poco raccomandabili, spavaldi e spacconi, tendono a irridere e a irritare. E magari sono così per un incontrollato eccesso di talento. Sono insomma come Orlando e Rinaldo, due pilastri di paladini della squadra di Carlo Magno: duellanti siamesi. E però Balotelli ha torto, e lo ribadiamo proprio perché ci è molto più caro di Murinho. Balotelli infatti è acerbo nei suoi 19 anni, è italiano ed è nero. E' il campione che mette in crisi la stupidità dei tifosi razzisti che gli fanno 'buuu'.

Quel che è accaduto tra i due è allo steso tempo banale e aggrovigliato. L'allenatore ha preso per la maglietta il giocatore e gli ha strappato la catenina che aveva al collo, l'altro lo ha mandato a quel paese, ma sono dettagli che non contano e non importa conoscere le parole che sono volate. Il punto è che Balotelli non accetta il ruolo di Mourinho, senza capire che la delegittimazione del capo danneggia tutta la squadra, Balotelli compreso. Tanto più che il giovane campione sta andando avanti per allusioni, per mezze frasi pronunziate in televisione, ha persino indossato la maglia del Milan ed è stata la più sciocca delle rivalse perché adombra il tradimento e quindi la slealtà. Infatti Berlusconi ha subito approfittato della confusione dei ruoli dicendo che Balotelli starebbe bene nel Milan. Sicuramente non è stato elegante con l'antagonista ben sapendo che le coabitazioni tra campioni sono difficili e sempre critiche. In qualsiasi squadra.

Parla come fosse l'agente 007, introduce misteri, segreti e complotti nel classico stile italiano che ispira le commissioni di inchiesta. E ha ripetuto che non si piegherà mai: "Non sono uno stupido da saltare cinque partite, ho ragione e non chiedo scusa. Non è stato solo un episodio, sono stati tanti. Ne parlerò quando tutto sarà passato". Ma avesse davvero ragione Balotelli dovrebbe comunque piegarsi alle ragioni della squadra e non attaccarsi al naufragio delle proprie. Indipendentemente da quel che ha fatto Mourinho, qui c'è infatti un gruppo di lavoro, c'è un'azienda, ci sono stipendi e investimenti fatti su di lui, sul suo futuro e sul futuro del calcio italiano. Balotelli non può permettersi l'anarchia che mortifica il suo valore, l'autoreferenzialità che lo rende cieco, l'arroganza che gli brucia gli orizzonti e gli fa squagliare la solidarietà dei compagni, di una squadra dove sono tutti campioni come lui e forse più di lui che ancora non ha vinto nulla perché è appunto giovane.

E' chiaro che Mourinho non può tornare indietro. Un capo non può farlo. E' così in qualsiasi azienda retta dall'unicità del comando. Ma Mourinho non può fare il sergente: rinunziare a Balotelli è una sconfitta dell'allenatore che è lì per gestire e governare tutti i suoi campioni. Il capo che si lascia prendere da troppo orgoglio - lo stesso del suo giovane sosia - macchia gravemente la sua funzione. Mourinho è obbligato a trarre il meglio dal meglio che ha. E' insomma vero, come sostengono i tifosi dell'Inter, che Balotelli senza Mourinho è un mercenario. Ma Mourinho senza Balotelli è un allenatore che ha fallito.

di Francesco Merlo; la Repubblica

lunedì 26 aprile 2010

Devozione

Un enorme grazie alla u.c. Sampdoria tutta.

INTER-Atalanta 3-1

Direi che si tratta della classica partita contro una squadra di bassa classifica: vinta, nonostante qualche sofferenza per la nostra sufficienza e superficialità nei primi minuti del primo tempo e della ripresa, sfruttando al meglio i minimi cambi di marcia. A Tiribocchi, lasciato colpevolmente libero da Materazzi, risponde Milito, poi raddoppia con Muntari (colpito dal tiro di Mariga), e chiude la pratica con un capolavoro di Christian Chivu, alla prima marcatura con la maglia nerazzurra. Da segnalare l'uscita dal campo di Sneijder nell'intervallo per un infortunio che non ci farà dormire sonni tranquilli da qui al match con il Barcellona; e la genuina pazzia di Marko Arnautovic, che, in un quarto d'ora, ha saputo farmi divertire alla grande, con giocate da autentico fuoriclasse.

mercoledì 21 aprile 2010

INTER-Barcellona 3-1 (VI)

Per capire il gesto di Balotelli vi chiedo solo un piccolo sforzo di fantasia: chiudete gli occhi e pensate di vivere uno dei momenti più importanti della vostra vita professionale. Ci siate arrivati dopo tanto lavoro, tesi perchè conoscete l'importanza dell'evento; arrabbiati perchè volevate essere protagonisti e invece siete diventati solo comprimari. Poi, nel momento più bello, una zolla di terra rovina tutto e 80 mila persone comiciano a fischiare. A fischiarvi. Questo è successo a Balotelli: al primo errore, un passaggio sbagliato per colpa del terreno e tutto San Siro ha cominciato a insultarlo. E qualcuno poi si sorprende della reazione di questo ragazzo di venti anni? Io lo difendo e lo capisco. Quella maglia gettata per terra, le offese al pubblico, sono stati gesti forti ed esagerati, ma proporzionati al momento, all'evento, alla tensione di una partita come Inter-Barcellona. Io ricordo quando giocavo quanto mi davano fastidio i fischi che arrivavano dopo una giocata non riuscita. Ero già arrabbiato per l'errore e quei fischi proprio non li sopportavo, non li capivo, se arrivavano dai miei tifosi.

Balotelli è un ragazzo di venti anni che ha bisogno di aiuto per crescere. E' un grande talento, forse il più importante del calcio italano ma è evidente che ha problemi con le regole, nel rapportarsi con il gruppo, nell'accettare ruoli e decisioni. Il talento lo gestisce lui, per il resto ha bisogno di qualcuno che gli dia una mano. Mourinho si è stancato di fargli da balia, ma vuole tutelare il giocatore: infatti domenca lo farà giocare per non bruciarlo. Al ragazzo, all'uomo, devono pensare i genitori, i fratelli e il suo procuratore: giorno dopo giorno. Purtroppo per diventare campioni i piedi non bastano.

da "VISTI DALL'ALA", di Massimo Mauro; la Repubblica

INTER-Barcellona 3-1 (V)

Una festa grandissima, uno stadio, quello di San Siro, acceso, ribollente e addirittura commovente per come ha portato l'Inter al successo più bello e incredibile di questi ultimi anni. 3-1 al Barcellona è un risultato importante, quasi storico, che determina il grande salto dell'Inter fra i grandi club internazionali. Anche se sarebbe stupido portare questa esaltazione troppo in là: il grosso del lavoro deve essere ancora compiuto e la finale di Madrid ancora tutta da conquistare. Per l'Inter non è certo impossibile adesso arrivarci, ma per il Barcellona - se non sarà quello irriconoscibile visto a San Siro - non è impossibile ribaltare quel risultato. Gioire ma non montarsi la testa e rimanere con i piedi a terra. Da oggi in poi il futuro della squadra di Mourinho più che dall'Italia - con lo scudetto che le viene conteso dalla Roma - passa per la Spagna. La settimana prossima il ritorno al Camp Nou: per passare, tutto sommato, basta non perdere male. E poi si spera, la finalissima di Madrid ora vicina più che mai.

Complimenti a Mourinho innanzitutto. Non sarà simpatico a molti, sarà arrogante ed eccessivo in qualche occasione, ma è un tecnico che ha dato all'Inter cuore e carattere e soprattutto una coscienza da grande squadra. L'Inter, così come contro il Chelsea, ha affrontato i campioni d'Europa, addirittura la squadra più forte al mondo si dice, da pari a pari, senza alcun timore, ben decisa a fare più gol possibile per arrivare al match di ritorno ben coperta, con buone chances insomma\di qualificazione alla finale. Non inganni l'iniziale gol di Pedro con cui il Barcellona è andato in vantaggio, l'Inter aveva avuto le sue palle gol con Milito e aveva subito occupato il campo per far vedere chi era il padrone di casa, per far vedere che non c'era alcun timore riverenziale. Il Barcellona cercherà di ripagarla con la stessa moneta al ritorno.

Il grande protagonista della serata è stato l'argentino Milito dell'Inter e non l'argentino Messi del Barcellona. I pronostici sono stati rovesciati: l'argentino con la maglia nerazzurra è stato perfetto, quello in maglia rosa (mamma mia che colori...) è stato incredibilmente nullo e fuori partita. Capita anche ai grandissimi. Milito è arrivato a segnare il suo 23° gol in 43 partite, mentre Messi, proprio nella serata in cui serviva di più, non è riuscito ad incrementare il suo già strabiliante record di 40 gol in 46 partite. Abbiamo guardato bene in campo, ma non abbiamo visto gabbie, non abbiamo visto giocatori affannarsi disperatamente nella sua marcatura. Il grande campione è stato affrontato marcandolo come uno dei tanti, Cambiasso quando capitava, ma poi poteva toccare a Motta a Zanetti o anche a qualcun altro. Messi - insieme ad Ibrahimovic - è stato la sorpresa in negativo di questa partita. La sensazione è che non funzioni proprio la coppia con Ibra, che quando c'è lo spilungone svedese a fare da tappo vada in difficoltà, che non si senta sufficientemente libero. In ogni caso se ha giocato male Messi, altrettanto male ha giocato Ibrahimovic. L'Inter da questo punto di vista è stata fortunata certamente, non era sicuramente il Barcellona che ha distrutto l'Arsenal. Ma un po' di fortuna bisogna pure meritarsela, e l'Inter se l'è più che meritata.

La partita nella sostanza è stata spaccata esattamente a metà. Dopo il pareggio del primo tempo, nella ripresa l'Inter è tornata in campo chiudendo la partita in meno di un quarto d'ora. Contropiedi velocissimi e anche giocatori molto più determinati: il Pandev che all'inizio sembrava un po' sbandato nella ripresa è cresciuto tantissimo, e così Milito che sembrava aver perso il suo veleno sottoporta si è reso utilissimo prima come assist-man e poi anche come goleador. Lucio ha fatto una partita di commovente bellezza per l'impegno e per le splendide acrobazie, Maicon ha riscattato il brutto errore di essersi fatto sfuggire Maxwell sul gol del Barcellona, Samuel ha tenuto salda la difesa, Cambiasso come al solito ha fatto una quantità enorme di lavoro a centrocampo oltre che annullare il tiratore avversario più pericoloso, Eto'o che pure non ha segnato è comunque andato al tiro e si è proposto come assist man. Julio Cesar rimasto poco impegnato per un'ora è stato perfetto e grandioso in alcuni interventi di pugno e che hanno contribuito alla vittoria né più né meno dei gol di Sneijder, Maicon e Milito.

Unico giocatore assolutamente fuori partita, in maniera incredibile e clamorosa, Balotelli entrato negli ultimi venti minuti al posto di Milito. Uno psicodramma davanti a 80mila persone. E' riuscito a entrare, a sbagliare tutto e a litigare col pubblico. Tutta una sequenza di gestacci e di segni di insofferenza. E' uscito tra i fischi sbattendo la maglia a terra. E' stato un finale incredibile, choccante, in assoluto contrasto con tutta la partita. E' stata anche la sera in cui si è probabilmente deciso il divorzio tra l'unico attaccante italiano dell'Inter (unico italiano in assoluto in questa partita...) e la società che ne ha fatto un campione. Rimasto però ancora fortemente acerbo a livello di testa. Inspiegabile e assurdo, ma è così.

Mou continua nella sua imbattibilità casalinga che dura dal 2002. Diversamente da quando trovò il Barcellona nella prima partita del girone (0-0), l'Inter è stata subito aggressiva. Da allora è una squadra che è cambiata molto, che ha rinunciato molto in campo nazionale, ma che ha fatto progressi notevoli in campo internazionale. E' stata una scelta controversa, e mai del tutto espressa, ma che ha avuto una sua logica. Potrebbe pagare ulteriormente a livello di lotta scudetto l'Inter se dovesse effettivamente arrivare in finale (non tanto nel prossimo turno di campionato, forse, visto che gioca con l'Atalanta...), ma che ha una sua assoluta logica. L'Inter è in corsa su tutti i fronti: potrebbe andare, per dirla alla Mourinho, da "tre tituli" a "zeru tituli". Forse non è nemmeno questione di scegliere, ma di affrontare gli impegni così come arrivano. Di certo l'occasione di riportare a Milano quella Coppa che manca ormai da 45 anni è troppo importante e comincia a diventare sempre meno un sogno.

di Fabrizio Bocca; la Repubblica

Sviluppi

Mou "perdona" Balotelli, che giocherà con l'Atalanta: Mario dimostri di aver capito, ed il pubblico gli dia un'altra occasione sostenendolo. Siamo tutti sulla stessa barca... e che barca!!!

INTER-Barcellona 3-1 (IV)