martedì 23 novembre 2010

A proposito...

Eto'o si becca, oltre ad una multa di 30.000 euro (noccioline), tre giornate di squalifica.
L'Inter presenterà ricorso sperando di scendere a due, ma comunque bisognerà fare a meno dell'unico che finora l'ha messa dentro.

Pelo

Più Pelo per tutti! Con questo allegro slogan la curva del Chievo ha accolto il ritorno in campo del suo capitano, Pellissier Sergio da Aosta, 10 anni e 87 reti con la stessa maglia, in B come in Europa, finché pensionamento non li separi. Ha 31 anni, ma è molto più giovane di quando ha cominciato a giocare su questo campo defilato, senza immaginare che si sarebbe preso la luce dei riflettori, la fascia da capitano, una maglia (proprio una) della nazionale e che una domenica di novembre avrebbe, tornando da un infortunio, affondato l'Inter, segnando come Eto'o, ma uscendo, lui, a testa alta, con l'inedita umiltà dei vincitori.
È un animale in via d'estinzione, Pelo: incarna la specie a rischio degli attaccanti di provincia. Discende dai Maraschi di Vicenza, dagli Hubner di Cesena. Condivide un testardo presente con Di Natale a Udine. Non prevede eredi, ha una figlia femmina di nome Sofia che veste di gialloblu e mostra al popolo adorante come una principessa ignara. Dopo di lui, il diluvio, ma intanto piovono gol.
Pelo è un uomo di montagna, ruvidamente avvolto nel silenzio, aggrappato a un tronco di semplicità. Cominciò al Torino dove, ma che sorpresa, non lo capirono. Lo prese il Chievo, quando ancora uno si chiedeva che autostrada prendere per arrivarci. Lo diede in prestito alla Spal. Andava a mangiare in un ristorante convenzionato. S'innamorò di una ragazza che ci lavorava. Una storia d'amore e buoni pasto. Poiché le parole definitive gli inciampavano in gola si dichiarò per e-mail. Andarono in luna di miele a New York, poi si stabilirono nel libero stato di Chievo, repubblica federalista di Verona. Lì, partiti Marazzina e Corradi, è diventato il faro dell'attacco, il capitano, il sindaco (volendo). Riverito, ma non controllato. Amato, ma non asfissiato.
È il miglior cannoniere della storia della squadra. Punta ai 100 gol prima di lasciare e il suo sito si apre coniugando all'infinito molti verbi (correre, sudare, lottare), ma non quello. Se prendete un qualunque goleador da copertina e lo fotocopiate in bianco e nero viene fuori Pelo. Non passa le serate all'Hollywood ma a casa con la moglie, giocando insieme alla playstation o guardando lo snooker in tv. Al polso ha uno Swatch.
Dice cose come: "La passione è quella cosa che ti fa guardare le caviglie gonfie e sorridere", "Se segno sono felice", "Chievo è il mio paradiso". Per due volte è stato vicino all'ascensore che l'avrebbe portato ancora più su. Due anni fa lo voleva il Napoli e lui era pronto. Ci è rimasto male quando ha capito che offrivano troppo poco, ma l'ha presa come una lezione. Quando l'estate scorsa è arrivata la chiamata della Fiorentina, con ingaggio raddoppiato, è stato lui a riappendere. Meglio un posto sicuro in prima squadra. Meglio giocare. E meglio ancora dire: "Io lo so come vive la gente e se penso che guadagno già venti, trenta volte più di uno che ha studiato, perché dovrei volere di più?".
Ha avuto perfino la nazionale, anche se è stata la storia di una notte. L'ha raccontata presentando il libro di Gigi Cavone e Francesco Facchini "Romanzo mondiale" di cui ha scritto la prefazione. Coverciano, nel suo ricordo, sembra un posto sospeso tra Disneyland e la Città del Sole. La porta dell'albergo che si chiude alle sue spalle mentre con la sacca dal bordo tricolore si avvia al campo è una porta che si apre. Nel prepartita, accarezzato dai cori che inneggiano all'Italia, scambia due chiacchiere con l'unico con cui ha già giocato: Matteo Brighi. Ha l'estrema dignità di ammettere: "Ero lì come sostituto di un sostituto". Si era fatto male Floccari. La prima volta va bene così. La seconda, considera, meglio andarci perché sei una vera scelta, sennò tanto vale restare a casa con la famiglia. Poi entrò pure in campo e segnò un gol: il terzo, il più bello. Non fu "l'inizio di una bella amicizia", fu la fine di tutto. Ai Mondiali non ci è mai arrivato. Non si è perso molto: poteva partecipare alle nomination del Sestriere, o andare in Sudafrica e fare Quagliarella, segnare fuori tempo massimo. Di sicuro non avrebbe pianto. Ha il senso del pudore, delle proporzioni e della realtà.
Sentendo parlare di Argentina '78 (aveva sei anni), del trofeo propaganda, del capitano Carrascosa che si chiamò fuori per protesta, delle torture a pochi passi dallo stadio, ha domandato, più sensato che ingenuo: "È tutto vero, sì? Ma perché nessun giornalista ne parlò allora?". Perché spesso i giornalisti sono difensori con pessima scelta di tempo. Entrano in scivolata quando già la palla è lontana, l'attaccante è scappato via. S'annoiano del mondo, mai di se stessi. Il Chievo? Uh, una vecchia favola moralista. E intanto ti sfugge il Pelo, un pelo d'etica nell'uovo marcio.

di Gabriele Romagnoli; la Repubblica

lunedì 22 novembre 2010

Chievo-INTER 2-1

Continua il grande momento dell'Inter, sotto l'aspetto del gioco, della brillantezza e dei risultati. Così un Chievo che non segnava da quattro (!) partite infila due gol a Castellazzi, come sempre molto sicuro e autoritario sulle uscite. Ma quello che preoccupa di più è la squalifica che andrà a prendersi Eto'o per una testata degna del miglior Zidane.

giovedì 18 novembre 2010

Siamo tutti Balotelli

C'era una volta la Nazionale, con la voglia di stare tutti uniti almeno in occasione delle partite dell'Italia. C'era una volta una squadra di tutti, un simbolo. Adesso, anche quando gioca l'Italia, si respira un clima insopportabile: dopo la partita maledetta di Genova, ecco il razzismo nelle sue varie forme. I buu e i cori contro Balotelli hanno accomunato gli ultrà azzurri e quelli romeni. E non capiremo mai in quale logica se non calandoci in tanta immensa e nera (questa sì) ignoranza. C'era una volta la nazionale, perché aspettavamo questa partita per riconciliarci col calcio dopo i fatti devastanti di Genova: la violenza e il delirio degli ultrà serbi, la partita sospesa, gli incidenti gravissimi dentro e fuori lo stadio. E invece non c'è stata alcuna riconciliazione, la partita rovinata da un razzismo becero e insopportabile. Forse qualcuno avrebbe dovuto intervenire, forse l'arbitro doveva essere sollecitato, forse i giocatori stessi avrebbero dovuto fermarsi, in ogni caso è assurdo e inconcepibile che questo accada. Questa storia va avanti da due anni e non ne siamo mai usciti, ce la portiamo appresso come una maledizione, un cancro del nostro sport.

Forse una cosa positiva alla fine di tutto questo c'è: speriamo che nessuno intervenga più nella polemica negando che questi non siano cori razzisti, ma solo contestazione verso un giocatore. Né più né meno fischi di disapprovazione per un gol sbagliato. Che la pelle insomma non c'entra. Invece c'entra, eccome. Ormai è dimostrato: il razzismo negli stadi cresce e si moltiplica. E' diventato quasi una moda, un rito assurdo, allucinante. Speriamo che almeno ci si renda finalmente conto del problema, che non lo si nasconda più, e che si cominci ad affrontarlo con tutte le armi possibili. Idea personale: che le squadre si fermino e che il pubblico venga richiamato, in questi casi è fondamentale.

Fin troppo bravo è stato Balotelli costretto a vivere con questa storia che lo insegue e non lo abbandona mai. Di città in città, di stadio in stadio: ogni volta che mette piede su un campo, o anche in un bar o una piazza (è capitato pure questo, purtroppo) il muro di fischi e buuh che lo rifiuta. Ha giocato la partita con grande freddezza, e persino con grande efficacia (è stato uno dei migliori in campo) senza farsi condizionare.

Ha provato anche a scappare in Inghilterra, ma ogni contatto con l'Italia a questo porta. Quello degli ultrà italiani che lo hanno contestato era un piccolo gruppo, qualche decina di esaltati che come prova di virilità, nel loro delirio, guardano queste partite al freddo a torso nudo: hanno pure fatto molti chilometri e sono arrivati fin qui a Klagenfurt in Austria per farsi notare. Per pubblicizzare il loro razzismo. Ma sono qualche decina di razzisti dietro cui si cela purtroppo una massa molto più grande. "No all'Italia multietnica" - lo striscione che gli ultrà Italia hanno esposto nel secondo tempo - è un concetto purtroppo condiviso da molti.

A tutti loro rispondiamo che "Siamo tutti Balotelli". E basta.

di Fabrizio Bocca; la Repubblica

lunedì 15 novembre 2010

INTER-Milan 0-1

Sarebbe stata una notiziona, l'anno scorso (e non solo), ma non lo è. Purtroppo.

giovedì 11 novembre 2010

Lecce-INTER 1-1

Ragazzi, se perdiamo il derby finiamo a meno 6 dal Milan. Dimostrate chi siete.
Siamo con voi.

martedì 9 novembre 2010

R. Baggio

Campione grande e atipico, difficile da collocare non solo in campo: Roberto Baggio è un "fuori taglia", un personaggio altro, talvolta altrove. E' diventato buddista in anticipo sulle mode, quando quel tipo di scelta non era ancora da copertina (l'attore famoso, il cantante in cerca di se stesso, qualche guru da asporto). Era, nel suo caso, la risposta a una ricerca di senso. A Baggio accadde dopo un infortunio molto grave, quando il dolore del corpo dice al fuoriclasse, al privilegiato, che anche i marziani possono atterrare in un istante sul pianeta di tutti, quello dove si soffre, si è soli, si viene sconfitti e la pelle è cucita dalle cicatrici.
Persona schiva, Roberto Baggio è scivolato via dal calcio dal giorno del suo ritiro fino a poche settimane fa, quando la Federcalcio gli ha offerto un incarico ufficiale nell'anno nero del nostro pallone: se non sarà solo un ruolo di facciata, è possibile che Baggio - dalle profondità del suo silenzio, che però non è vuoto - trovi qualche idea per rilanciare, magari, il talento così bistrattato rispetto a muscoli e palestre.
Simile a Francesco Totti per l'impegno umanitario e benefico, Baggio (come il capitano della Roma) preferisce fare il bene a fari spenti, e per questo la sua azione vale di più. Non sorprende, dunque, questo premio che i Nobel gli hanno assegnato, perché davvero Baggio ha presente che la sofferenza e la miseria altrui non sono concetti astratti. E se può, quando può, aiuta. Probabile che lo stia facendo anche adesso, nel suo Veneto martoriato dall'alluvione: ne ha sofferto Caldogno, il suo paese, il suo borgo vicentino dove sempre Baggio si è rifugiato in mezzo alle tante tempeste della carriera (il passaggio quasi blasfemo dalla Fiorentina alla Juventus, il rigore sbagliato a Pasadena, i rinnovi contrattuali complessi come incontri al vertice tra capi di stato), perché la dimensione domestica è quella che gli appartiene di più. Oppure, per contrasto, Baggio sceglie la fuga verso le praterie, o nella pampa argentina dove ama cacciare (nessuno è perfetto, neppure i buddisti) e dove il concetto di amore universale difficilmente si coniuga con il fragore della doppietta. Ma sono dettagli, è la semplice cornice di un quadro complesso, a tinte forti, anche se la leggerezza del suo modo artistico di vivere lo sport ha alleggerito i pesi, ha tolto spessore all'intricata complessità delle cose. Uno vero, comunque, Robibaggio. E raro.

di Maurizio Crosetti; la Repubblica

INTER-Brescia 1-1

Sempre peggio, nella sfiga e nel gioco.
...Ma soprattutto auguri Walter!!!

mercoledì 3 novembre 2010

Tottenham-INTER 1-3

Il finale di partita dell'andata si è protratto, con immenso dispiacere per i nostri.

lunedì 1 novembre 2010

Formula Fernando

Le mani di Fernando Alonso Dìaz sono ancora mani da ragazzo. Sottili, glabre, le vene azzurre si scorgono appena attraverso la pelle del dorso, le unghie sono curate, una fede d'argento è infilata all'anulare destro. Ai polsi non porta nulla. Le tiene appoggiate sui jeans chiari. Il resto sono scarpe da ginnastica, t-shirt nera e felpa grigia. Nelle mani c'è una parte del suo talento. "In gara con una mano in media cambio marcia settanta, settantacinque volte ogni giro. Schiaccio un pulsante sul volante, seguendo le indicazioni di una luce graduata sul computer. Nello stesso momento con l'altra mano modifico i parametri della macchina. Ne abbiamo quaranta, dalla mappatura del motore, al differenziale, dal freno motore alla miscela della benzina, dal sottosterzo al sovrasterzo. Mentre faccio queste operazioni penso a come affrontare la curva successiva, ascolto ciò che gli ingegneri mi dicono dai box, se piove e non vedo assolutamente nulla leggo il circuito che mi sono impresso nella memoria, calcolo mentalmente in quale punto di esso mi trovo in quel preciso secondo, cerco di scorgere chi mi precede e chi mi sta dietro".

Parla lentamente, con l'indulgenza dei giovani bene educati messi di fronte a uno sprovveduto. Lo ascolto, so che non riuscirò a riportare con fedeltà la tecnica che sta illustrando con tanta naturalezza, ma sarebbe così anche se avessi di fronte un ciabattino. Alonso sorride, di nascosto, e in quest'ombra si accomoda l'altra parte del talento, quella che sta nella sua testa, ed è la freddezza. Del campione, dell'uomo non so, anche se pare di vedere in lui il solco della solitudine, quella necessaria in un mondo in cui se sei solo non può accaderti nulla di male.

"Rimanere da solo mi piace molto, stare lontano dalla gente, dal rumore. Vivo a Ginevra. Mi alzo alle dieci o alle undici del mattino, una fortuna che condivido con pochi, forse con gli scrittori? Salgo sulla bici, una bicicletta da corsa, e sto in sella fino alle due del pomeriggio. Penso. Penso alle cose che devo fare, al prossimo gran premio, alle mie faccende private. Faccio calcoli, programmi... Alle tre e mezzo mangio, poi esco a fare la spesa, la sera guardo la tv, vado al cinema, qualche volta a teatro. Non ceno mai prima delle undici. Tutto qui".

Alla Ferrari per qualcuno Schumacher era il "monaco", c'è chi impiegò due anni per trovare il coraggio di rivolgergli la parola. Fernando era il "nemico", in due settimane li ha condotti tutti dalla sua parte. Da solo, senza portarsi neppure un suo ingegnere. "Non so a chi assomiglio, credo sia impossibile fare raffronti con i campioni del passato. Non ho studiato nessuno, mi sono costruito da solo il mio stile di guida. Quando avevo otto anni c'era Senna, ma in Spagna la Formula Uno allora aveva poco appeal e scarso spazio televisivo. Ecco, Ayrton lo ricordo in tivù. Lo ammiravo soprattutto perché mi piacciono quelli che vincono. Sul lavoro sono un perfezionista, non mi risparmio, sono molto concentrato sui dettagli. Qualcuno può definirmi per questa ragione un rompicoglioni. Non mi offendo".

Nella Formula Uno dicono che ci sono uomini che si riconoscono da come consumano le gomme nelle curve. Alonso vi arriva dritto, punta la curva con il muso della macchina, poi gira di colpo. Niente di morbido, le gomme lui le scava. È uno che può permettersi di non essere ipocrita, a costo di apparire feroce. In dio non crede: "È stata una mia scelta". Si fida poco anche degli uomini: "Sono timido, chiuso, se mi chiedi il numero di cellulare non te lo do, è un modo per proteggermi". Non ha mai votato: "Mi manca il tempo di seguire la politica". E non ha paura della morte. "Non penso di fare un mestiere pericoloso, mi dico: Fernando, stai sereno, non succederà mai niente di brutto. E se dovesse accadere non potrei cambiare il corso del destino nell'ultimo secondo riservato alla mia esistenza".

È venerdì mattina, lo chiama Montezemolo. Vuole semplicemente sapere se è in forma. Gli dice che la Ferrari vuole vincere il mondiale, è naturale. Mancano due gare, Brasile e Abu Dhabi. Alonso gli risponde che può essere come no, quasi lo tranquillizza. È venuto a Oviedo per riposarsi. Questa è la sua terra, la sua famiglia, l'infanzia, l'adolescenza. Qui c'è la verità. C'è Fernando e basta. Martedì prenderà un aereo per il Sudamerica e allora tornerà a essere Alonso. "Posso vincere. Posso perdere. Tutto in poche ore, in pochi minuti, in un attimo. È la quarta volta in sei anni che mi trovo in una situazione del genere, in due occasioni mi è andata bene e sono diventato campione del mondo. Lo stress è sempre lo stesso, ci sono abituato".

Nelle Asturie, terra di montagne, foreste e mare in uno spazio di sessanta chilometri, in questa stagione la mattina è buio fino alle nove. "Sono entrato sempre a scuola di notte". Il ristorante Tierra Astur è di legno e vetro, gli passi davanti e vedi chi c'è seduto ai tavoli. Dentro incontri soprattutto ragazzi, i camerieri alzano a tutto braccio la bottiglia di sidro sulla testa per versarlo nel bicchiere che tengono con l'altra mano all'altezza del ginocchio. Un po' di sidro cade sempre sul pavimento, rendendolo molto scivoloso. È uno dei locali preferiti da Fernando. Ogni tanto ci viene per sfidare la fabada, fagioli bianchi, coda, orecchie e stinco di maiale, sanguinacci, un osso di jamon serrano, lardo, cipolle, due denti d'aglio e altri ingredienti infuocati. "Ma i miei piatti preferiti sono la pizza, la paella e le tortillas. Sono fiero di essere asturiano, credo sia la sola terra della Spagna che non è mai stata conquistata, anche se venne saccheggiata da Napoleone e assediata durante la guerra civile. Ovunque siano nel mondo, gli asturiani portano la bandiera piegata nella valigia, la croce gialla in campo blu. Io ce l'ho disegnata sul casco".

La sua famiglia da qualche anno abita fuori città. Il padre Josè Luis fabbricava esplosivi per le miniere, la madre Ana lavorava in un centro commerciale, la sorella Lorena, che ha trentaquattro anni, cinque più di Fernando, è medico. La casa dei ricordi, però, stava in centro, in via Capitan Almeida, quella la strada, ora è diventata via Fernando Alonso. "In quell'appartamento ho trascorso vent'anni della mia vita, ho nella testa ogni sua mattonella, la mia camera, il tavolo sul quale allineavo le macchinine rosse, il corridoio dove correvo stringendo un volante tra le dita e mimavo il rumore del motore con la bocca. Ricordo le passeggiate con mia nonna, Luisa, le sue parole rassicuranti quando mi lasciava davanti al portone della scuola. Non ero un bambino di grandi sogni. Se giocavo a pallone m'interessava vincere, se ingaggiavo una corsa in bici con i compagni di classe il mio solo desiderio era di arrivare primo. Sono diventato pilota non perché lo ha scelto papà o la vita, ma perché lo ha deciso il risultato".

Un giorno suonerà la campana della fine. "Lo so, ho fatto la mia prima gara a tre anni. Ne ho ventinove, potrei arrivare, che so, a trentasei o trentasette, come potrei smettere prima. Quando scenderò dalla macchina scenderò anche dalla Formula Uno. A me piace guidare, vorrei organizzare un'academy, insegnare il mestiere. Ci saranno nuove esperienze da affrontare. Invecchierò e non sarà facile affrontare questa realtà. Sono stato sempre il più giovane in tutte le categorie, non lo sarò più. Arriveranno altre sfide. I figli, la famiglia, credo succederà presto. Un posto dove stare e costruire finalmente qualcosa lì. Mi piacerebbe Tokyo, ma è soltanto una suggestione. Oggi non riesco a immaginare un'altra vita per me. Sono stato trattato molto bene dal destino fin qui". La moglie di Alonso è una cantante pop, Raquel Del Rosario. Il suo gruppo si chiama Il sogno di Morfeo. Si sono conosciuti durante un'intervista radiofonica fatta a Fernando in un palazzetto dello sport di Madrid. C'erano oltre quindicimila persone, Raquel si esibiva nelle pause, appena prima della pubblicità. Sono diventati anche loro uno spot. Lui dice di credere in un amore che si potrebbe definire variabile: "L'intensità del sentimento non è sempre la stessa. Servono pazienza e tranquillità. Spesso ci confondiamo, diamo il nome dell'amore a qualcosa che con l'amore non ha nulla a che vedere. Non importa quale sia la vita che facciamo, se siamo piloti, maghi della finanza, impiegati, operai. Molti tengono il cuore coperto".

Fernando Alonso è un uomo che guadagna forse trenta milioni di euro a stagione. Almeno quindici glieli dà la Ferrari. "È tutto in banca, non compro case, non seguo nulla. Se ne occupa soprattutto mio padre". Trascorre centocinquanta giorni l'anno tra pista, motorhome, box e Maranello. Nel 2010 ha già percorso 8752 chilometri, di cui quasi 5123 in gara, 665 al comando. Come i cowboy ha sempre nelle tasche un mazzo di carte con le quali si esibisce in giochi di prestigio. È superstizioso, attento soprattutto ai numeri: "Considero il 14 il mio portafortuna perché il 14 luglio 1996 vinsi il campionato del mondo di kart e avevo 14 anni. Temo il 13, il 17 e altri che preferisco non nominare". Sceglie le camere d'albergo a seconda del numero, a volte gli capita la peggiore e il suo manager si accomoda in quella in un primo tempo destinata a lui. È stato tradito, deluso, non ha dimenticato e non ha mai cercato vendette. Ha pochi amici veri, non nel suo ambiente. "In Formula Uno non esiste l'amicizia, esistono soltanto buoni rapporti. Gli amici sono quelli che avevo qui, a Oviedo. Loro sono rimasti fedeli a un patto lontano, nonostante il tempo e le distanze. C'è Alberto che è diventato maestro di sci. C'è Manuel, detto Kama perché era un fan di Camacho, che ora monta ascensori. Infine c'è Pedro, che costruisce infissi per le case".

Vorrebbe andare con loro a vedere il Real Madrid, in incognito, per evitare l'assedio dei fan. Assieme alla Nazionale è diventato il simbolo della Spagna. A Oviedo nelle vetrine delle librerie ci sono soltanto la biografia di Letizia Ortiz, altro orgoglio delle Asturie, e di Felipe di Borbone, "i principi che si preparano a regnare", i volumi su Wojtyla e Benedetto XVI, le guide sui funghi della regione e libri fotografici su Alonso. Nelle stanze d'albergo i clienti trovano accanto alla Bibbia una rivista patinata con Fernando in copertina, il "cavaliere" che vuole il suo terzo titolo. Gli domando se lo inseguirà con la testa o con le mani. Dice che non può rispondere: "Non so se sono intelligente. So qual è il mio istinto. Lo ascolterò".

di Dario Cresto-Dina; la Repubblica

martedì 26 ottobre 2010

Ballon d'Or

Ecco i 23 candidati del 2010:
Xabi Alonso (Spagna);
Daniel Alves (Brasile);
Iker Casillas (Spagna);
Cristiano Ronaldo (Portogallo);
Didier Drogba (Costa d'Avorio);
Samuel Eto'o (Camerun);
Cesc Fabregas (Spagna);
Diego Forlán (Uruguay);
Asamoah Gyan (Ghana);
Andrés Iniesta (Spagna);
Júlio César (Brasile);
Miroslav Klose (Germania);
Philipp Lahm (Germania);
Maicon (Brasile);
Lionel Messi (Argentina);
Thomas Müller (Germania);
Mesut Özil (Germania);
Carles Puyol (Spagna);
Arjen Robben (Olanda);
Bastian Schweinsteiger (Germania);
Wesley Sneijder (Olanda);
David Villa (Spagna);
Xavi (Spagna).

Il grande assente? Un tale Diego Alberto Milito, un giocatore da podio.
Speriamo che a Sneijder sia permesso di ritirare il premio, così da rendere ancora più storica la scorsa annata, e da tentare si risalcire il Principe.

Come avete visto mi sono astenuto dall'insultare chi ha contribuito a stilare questo ridicolo elenco.

10-0

Il famoso "tanto a poco". Un dieci a zero è difficile da sopportare comunque lo si veda. Infastidisce chi vince, perché esce imbarazzato, come se avesse inveito sul corpo di un avversario già abbondantemente sovrastato, probabilmente già arreso. Sconvolge chi perde perché l'antica immagine del pallottoliere funziona ancora benissimo nonostante le trasformazioni del linguaggio metaforico dello sport. Palla al centro per dieci volte nel giro di novanta minuti. Più di un gol ogni dieci minuti. Se poi a prenderle è una squadra blasonata, che ha pure vinto tanto in tempi che adesso non appaiono soltanto lontani ma addirittura fiabeschi, c'è da chiedersi perché, da dove venga il tracollo emotivo, sociale, esistenziale che ha costretto il Feyenoord, la prima squadra, prima addirittura dell'Ajax, a disseminare per il mondo i semi del calcio totale, a perdere non tanto una partita quanto la dignità davanti a una sua simile, il PSV (è come se Manchester United-Chelsea finisse 10-0). Il Feyenoord, proprio il Feyenoord, la prima ad alimentare pubblicamente il sospetto che quell'Olanda, l'Olanda di fine anni Sessanta, fosse un paese molto più ricco e complesso, molto diverso dalle viete esemplificazioni (noi pizza e mandolino, loro mulini a vento e tulipani).

Dunque vediamo: il PSV batte il Feyenoord 10-0. Che fosse la partita del dieci lo si capisce al 34' del primo tempo quando gli ospiti, appena sotto di un gol, restano con un uomo in meno per le espulsione di Leerdam, che colleziona due cartellini gialli in poco più di cinque minuti (cinque è il doppio di dieci). Reis aveva segnato poco prima per gli illuminati uomini della Philips (il PSV Eindhoven è praticamente un filo di tungsteno calcistico dell'azienda). Il secondo tempo comincia sul 3-0: si può temere il rovescio perché il team dei ricordi allenato da Mario Been (uno dei tanti piccoli stranieri scovati da Anconetani per il suo Pisa) non corre più. Ma il rovescio e l'umiliazione, fra le gambe molli e l'impotenza autolesionista pare ci sia ancora una differenza. Al 24' il risultato è 8-0. Sugli spalti non sanno se ridere o andarsene, vincitori compresi: "Mi vergogno come un ladro - dirà Been - se volete me ne vado". Non è questione di tecnico. E' una specie di vortice che risucchia l'intera storia di un club. Il calcio è pieno di partite finite "tanto a poco".

Negli almanacchi Panini, fra le grate che riassumevano genialmente tutti i risultati delle varie stagioni del campionato italiano a girone unico, entrava a malapena il 10-0 inflitto dal Grande Torino all'Alessandria. Erano gli anni in cui i granata segnavano 125 gol a campionato. Noi ragazzini eravamo quasi impauriti a guardare. C'è un celebre 7-1 che sempre il Toro rifilò alla Roma allo Stadio Nazionale (poi proprio Stadio Torino, quindi Flaminio): ma i giallorossi avevano chiuso il primo tempo in vantaggio. Il Milan travolse un giorno l'Atalanta (9-3). Era il 1973. Un anno dopo la Jugoslavia fece 9-0 con lo Zaire ai mondiali tedeschi. Ci si chiede sempre se abbiapiù senso insistere o smettere, una volta superato un certo numero di reti di vantaggio. Ancora la Roma, quella di Spalletti, quando vinse 7-0 col Catania di Marino, venne accusata di ferocia e il Catania, con in testa Mascara (quel giorno espulso), se la legò al dito al punto di annunciare: "Ci vediamo al ritorno". Ci furono incidenti. Ma ci pensò il Manchester United a vendicare i siciliani: 7-1 in Champions League in una serata che difficilmentte sarà dimenticata dal popolo giallorosso. Altri casi su cui discutere. Inzaghi, un giorno, col Torino sdraiato (5-0), esultò al 6-0 come se avesse vinto un mondiale da solo. Corsa dei calciatori granata verso Pippo: le intenzioni erano palesi. Nessun problema ebbero gli australiani quando, in un match di qualificazione mondiale, ebbero il coraggio di battere le Isole Samoa per 31-0, stabilendo un record paradossale col quale finisce il divertimento: il calcio che diventa basket, ma soltanto per una delle sue squadre. Romario disse: "Lo spirito dello sport non prevede compassione. La compassione è una mancanza di rispetto per l'avversario". Poi aggiunse, coltamente: "E' come se un pittore avesse a cuore soltanto uno dei personaggi o degli oggetti del suo quadro, dipingendo gli altri con la mano sinistra: ne verrebbe fuori un orrore". Che poi è una traduzione libera della cavalleria all'inglese: io ti voglio bene, per questo ti uccido. Animato da un profondo senso di rispetto, lo scorso anno il Tottenham riuscì a battere 9-0 il Wigan senza code psichiatriche.

La coda, semmai, è quella fra le gambe dei giocatori del Feyenoord, la squadra che 40 anni fa, guidata dall'austriaco Ernst Happel, vinse la Coppa dei Campioni battendo a San Siro il Celtic con lo svedese Ove Kindvall al centro dell'attacco e con l'alter ego di Cruyff a centrocampo, Van Hanegem (arbitrò Lo Bello). Il Feyenoord è in crisi culturale (un mix di disastri tecnici ed economici da anni). Dalla sua scuola in disarmo sono usciti, fra gli ultimi, Dirk Kuyt e Robin Van Persie. Prima di loro Roy Makaay e Tomasson. Qui hanno giocato negli ultimi anni, sperando più di quanto forse fosse lecito, Julio Cruz, il Boateng del City e un giovanissimo Salomon Kalou (ora riserva di lusso al Chelsea). Ora la leggenda rantola con soli otto punti al terz'ultimo posto in classifica e con una macchia indelebile sulla sua fedina agonista. La vita è breve ma certe partite sono lunghissime.

di Enrico Sisti; la Repubblica

Il buon Milos

Milos Krasic è un ragazzo serio e serbo. Riaccostati questi due aggettivi messi in contrasto dallo sventato gioco di parole di un giornalista Mediaset, resta il fatto che il bravo ragazzo è uomo della domenica per un tuffo altrettanto sventato da cui si rialza con la forza della resipiscenza, scontando un anticipo di pena che si autoinfligge. Così facendo ci induce a sospettare che anche i calciatori abbiano una coscienza.

Milos Krasic va giù al 34' del primo tempo nell'area di rigore del Bologna. Nei minuti precedenti non è stato all'altezza della sua recente fama: ha vagato sulla fascia anziché terremotarla come fa di solito. Infine ingrana e si lancia verso il fondo, da cui può inventare qualsiasi cosa. Infatti è proprio quel che succede. Portanova gli va incontro, ma non addosso. Eppure cade, Milos. Vola, subisce, invoca. E l'arbitro dà rigore. Un rigore inesistente fischiato a favore della Juventus non è un evento qualsiasi, è una categoria dello spirito, una forma di sofferenza acuta e condivisa da chiunque juventino non sia. È il broglio elettorale del partito di maggioranza: non occorre, ma infierisce.

È un trauma che ne riporta alla luce altri, sepolti sotto la rimozione e l'oblìo. Sulla panchina rossoblu Malesani rivive come dall'analista il gol annullato a Cannavaro con il Parma che decretò il declino della sua carriera. E lo stadio? Ci sarebbe voluto Edmondo Berselli per descrivere il Dall'Ara perso a sfogliare un album Panini di figurine dell'ingiustizia, da Trezeguet fino a, per chi ne ha memoria, Cinesinho. Avrebbe scritto, parafrasando al contrario la descrizione dell'autogol di Niccolai, che quel rigore inesistente "è la realizzazione di un avvenimento lungamente esorcizzato attraverso un'esperienza arcana, il solidificarsi delle paure collettive, l'inaccettabile che si compie come una profezia sciagurata in questa valle di lacrime, con un sospiro rassegnato della Storia ineluttabilmente realizzata".

Iaquinta invece non realizza, Viviano para, Malesani comincia a credere in Dio o, almeno, nello spirito di Giacomo Bulgarelli e tutto riprende come prima, con un'eccezione: Milos Krasic. Scompare dal campo molto prima che Delneri, con una mossa senza precedenti, lo sostituisca al 18' della ripresa. Che gli è successo? Lo paralizza il senso di colpa? Possibile? Thierry Henry, dopo il fallo di mano che ha negato la qualificazione per il Sudafrica all'Eire, è di fatto svanito tra un mondiale vergognoso e l'esilio a New York. La pena di Krasic è proporzionata alla minor gravità del reato, ma dimostra che il ragazzo è davvero serio: non potendo autodenunciarsi si è autopunito.

Milos è una specie di alieno per destino. Nato a Kosovska Mitrovica, viene sospinto dal padre a giocare altrove, dove la vita quotidiana non contempli pane e rischio. Quattordicenne, finisce a Novi Sad, in una specie di collegio per calciatori della Vojvodina. Qui conosce la ragazza con cui si fidanzerà e Milan Jovanovic, che gli farà da fratello maggiore. Ha raccontato in una bella intervista a Tuttosport che un giorno di bombardamenti, mentre gli altri erano scappati nei rifugi, lui era rimasto nella stanza, a guardare gli aggiornamenti in tempo reale alla tv. Poi si è accorto di non essere solo: alle sue spalle c'era un biondino, il più piccolo del gruppo: Krasic. Come molti della loro generazione confondevano realtà e rappresentazione, guardavano sullo schermo quel che era visibile alla finestra e accettavano una sfida in cui avevano nulla da guadagnare. Jovanovic gli dà un solo consiglio: non ascoltare l'allenatore. Lui lo mette in pratica con chiunque, da ultimo con Delneri che si sgola per ricordargli l'esistenza della fase difensiva. Invano. Milos parla soltanto la propria lingua perduta. È stato solo per anni a Mosca, è solo a Torino. In campo è una monade che non si cura dell'armonia prestabilita: avanza perché gli piace, salta l'avversario perché sa farlo. Nell'unica vittoria ai mondiali, incredibilmente contro la Germania, fece perdere il posto in squadra al terzino Badstuber, superandolo dodici volte.

Voleva andarsene dalla Russia, sognava l'Italia. Al compleanno gli regalarono una torta rossonera. Quando è arrivato alla Juventus ha comunque detto: "It's my dream". Poi ha taciuto, corso e segnato. I tifosi lo chiamano Red Bull perché mette le ali, ne hanno fatto un simbolo di riscossa, lo proteggono da ogni critica, reale o immaginaria. Nella blogosfera è stata richiesta la denuncia di un giornalista della Gazzetta che lo ha definito "veloce sulla fascia, ma non nella saletta antidoping". La società lo ha messo in una teca. Strepitosa la giustificazione di Delneri per quel tuffo dove l'erba è più verde: "Non ha simulato, ha immaginato". Questo è un Paese cattolico, mister, almeno la domenica: si pecca anche con il pensiero. Per sua fortuna Krasic non capisce ancora quel che dicono nei dopopartita, non lo feriscono né l'attacco alla logica né quello alle sue origini. S'indigna per procura il suo agente. Lui aspetta solo di tornare a correre, immaginando sul serio di non cadere più.

di Gabriele Romagnoli; la Repubblica

lunedì 25 ottobre 2010

Il weekend

L'analisi

L'1-1 di Inter-Samp fa sorridere Reja. In attesa di Napoli-Milan, stasera, la Lazio ha 4 punti sulla più vicina. C'è un dato che infastidirà Reja: dal 2004 in avanti la squadra in testa dopo l'ottava giornata ha sempre vinto lo scudetto. Non gli dispiacerà invece sapere che la sua Lazio ha fatto meglio di quella di Maestrelli e di quella di Eriksson, colleghi stimati che evocano scenari precisi. Reja è un tecnico realista, nato sul confine e abituato a guardare avanti appena ha passato un ostacolo. Sa che le grandi tradizionali prima o poi si sveglieranno, ma quante? Una? Due? Tutte? Sa che il discorso dei punti buoni per la salvezza è più giusto che lo faccia Pioli (mica male, il Chievo quarto) e che la Lazio non può nascondersi. Mancano alcune partite di vertice per definirne il valore globale, comunque alto (in attesa del miglior Zarate). Non è lo squadrone che annienta la concorrenza, ma nemmeno per ora si vede in giro, uno squadrone così. E' una squadra ordinata, che difficilmente perde la testa (col Cagliari, che ha giocato bene, qualche attimo di sbandamento c'è stato, essere primi richiede anche un allenamento mentale). Per dimostrare che non ci sono figli e figliastri, ieri Reja ha richiamato in panchina Hernanes, il nuovo idolo, perché Matuzalem gli garantiva maggior copertura in difesa dei tre punti.
Strano campionato, decisamente. Prendiamo l'Udinese, zero punti dopo 4 partite: Altre quattro partite e ha nove squadre alle spalle. Prendiamo la Roma dei dolori e delle amnesie: è 2 punti sopra la zona B, ma 3 punti sotto la Juve di cui Del Neri si dichiara soddisfatto anche dopo uno 0-0 a Bologna abbastanza piatto. E' mancata la consueta spinta di Krasic, che s'è fatto notare solo in occasione del rigore a favore (che non c'era, e che Viviano ha respinto). Ruotate tutte le punte (problemi al tendine per Amauri) ma senza cavarne molto, Del Neri proietta buona parte della soddisfazione sulla prestazione della difesa. Gli eredi di Buffon (Viviano e Sirigu) hanno già incassato 12 reti. Non è detto che sia colpa loro, anzi, ma di peggio ha fatto solo Gillet (13). Dettaglio che s'allunga mestamente su una settimana in cui solo l'Inter ha vinto in Europa, e nemmeno il 4-0 dopo 45' e un uomo in più le hanno garantito un sereno finale.
La Samp ha fatto la partita difensiva che doveva fare, senza mai rinunciare al contropiede. Restano dubbi sul modo in cui Cassano ha fatto fuori Chivu, ma il pari della Samp è giustificato anche dalle occasioni di Koman e Pazzini sull1-1 e dalla giornata di riposo in meno. L'Inter ha dato il meglio una volta sotto nel punteggio. Con generosità (Lucio e il miglior Coutinho della stagione), in modo confuso (Sneijder, Pandev), tanto va a finire che segna sempre Eto'o, meno brillante del solito (e bisogna capirlo) ma puntuale alla deviazione su assist di Coutinho, che visto dall'alto ricorda un cavallino della giara di Gesturi e comincia a mostrare un piede melodioso. L'Inter ha costruito molto e segnato poco, è un vecchio discorso legato alla scarso numero di punte, vecchio ma molto attuale.

di Gianni Mura; la Repubblica