Van Gaal, fai schifo per quanto sei bugiardo, ipocrita e antisportivo.
lunedì 24 maggio 2010
Adiòs
Josè Mourinho si è fatto dare il pallone del match, lo conserverà come il più caro dei ricordi di quella che lui stesso ha definito "la partita più importante della sua vita". A quanto pare a partire da stanotte la vita sua e quella di molti altri cambierà - anche questa l'aveva detta lui alla vigilia - a quanto pare ha davvero il coraggio di lasciare una creatura che è assolutamente sua, che lui ha inventato, ha cresciuto, ha perfezionato. E del resto non è certo il coraggio, che manca all'allenatore che ha vinto già con due squadre diverse, il Porto prima e l'Inter stasera. Vuole farlo con tre e il Real Madrid fa al caso suo. Con uno così mai sorprendersi troppo. Difficile calarsi nella mente di un uomo del genere, e soprattutto durante una notte del genere: gli stimoli e i pensieri suoi non sono quelli degli altri, il ragionamento che facciamo noi non può essere lo stesso di uno così imprevedibile, spesso insopportabile, ma altrettanto geniale.
Forse quello che Mou recita è un magistrale copione, una strategia, forse con il Real non è tutto fatto al 100%, come sostiene lui stesso e come invece dicono qui a Madrid, ma la sensazione, in questo momento, è che la vittoria abbia proprio chiuso il breve e trionfale ciclo di Mourinho all'Inter. Evidentemente non ha più nulla da chiedere al club di Moratti, una volta riportatolo sul trono d'Europa dopo 45 anni di attesa, e come tutti quelli che amano la perfezione, vogliono andarsene sul più bello. Proprio per lasciare un ricordo eccezionale, insuperabile, unico, irripetibile. Certo deve essere dura lasciare una squadra con cui potrebbe vincere molto altro ancora, proprio come fece la Grande Inter degli anni 60, ma Mou è capace di scelte clamorose. Anzi, vive di colpi di scena. Anche Milito, il grande protagonista della notte spagnola e della stagione dell'Inter, ha detto che non è sicuro di restare: l'Inter che in una notte torna campione d'Europa, perde il suo allenatore, e rischia di perdere il suo centravanti. Difficile da credere, ma bisogna farlo, e da raccontare.
La festa di Madrid è stata totale, ma più la notte avanzava e più c'era sbigottimento, incredulità, quasi una vena di malinconia. Il futuro di Mourinho è evidentemente in Spagna, lo si è intuito subito dalle parole di Moratti: "Stasera ho visto Mourinho piangere, non vorrei fosse il senso di colpa". E lui poi ha aggiunto: "Voglio essere l'unico allenatore che vince la Champions con tre squadre diverse. E' più probabile che vada via, piuttosto che rimanga". E ancora: "Io quando vinco non mi fermo, e qui ho vinto tutto: ho vinto la Champions con due club, posso farlo con tre". Del resto lo sapevamo è con l'Italia e in particolare col calcio italiano che il rapporto non funziona: "Tante cose non mi sono piaciute, da tre o quattro mesi penso di andare via".
L'Inter della notte magica di Madrid è una splendida follia nelle mani di un attore geniale. Non difficile, quasi impossibile da raccontare. La gente impazzisce di gioie e corre felice verso l'aeroporto per tornare a festeggiare a Milano. Al domani ci si penserà.
di Fabrizio Bocca; la Repubblica
Diego Alberto
Mou, certo, ma soprattutto Milito. Meraviglia, forse mito, ma non mistero perché tutto vero. L'iniziale dell'Inter è la lettera emme, quella del suo favoloso Principe che ha sfarinato con la sua doppietta il Bayern e ha dimostrato che la differenza, sempre, la fanno i fuoriclasse. Diego Milito, l'argentino con la faccia triste e le occhiaie, il campione arrivato abbastanza tardi alla gloria (ha già passato i trenta) e ora assolutamente completo, indispensabile non solo all'Inter ma anche alla nazionale argentina, ammesso che Maradona se ne accorga (ad un certo punto, pareva che neppure lo portasse in Sudafrica).
L'Inter, giustamente favorita, non ha mai corso il rischio di non vincere la sua storica Coppa, 45 anni dopo Herrera e Corso, Angelo Moratti e Jair. Anche nei momenti d'attesa (una finale ne ha sempre), i nerazzurri hanno governato se stessi e la partita, e poi hanno infierito con le prodezze morbide e crudeli di Milito. La prima, quasi una carezza sotto il pallone, un mezzo cucchiaio sull'uscita del portiere; la seconda, uno slalom che ha fatto impazzire la difesa tedesca, concluso con un tocco aggirante da fuoriclasse assoluto.
Inter superiore in tutto, nella fase difensiva dopo l'uno a zero, all'inizio della ripresa che ha proposto qualche logica sofferenza (nulla di esagerato, però) e nel momento dell'attacco, gestito con le sponde di Sneijder (suo l'assist, nella triangolazione del vantaggio) e Eto'o, che ha innescato l'azione del raddoppio. La padronanza nerazzurra di ogni zona del campo e di quasi ogni momento della gara si è formata, come sempre accade, a centrocampo: lì è stata scavata una differenza abissale.
Mai nessuna squadra, nella storia del calcio italiano, era riuscita a realizzare la tripletta: scudetto, Coppa Italia e soprattutto Coppa dei Campioni. Per riuscirci, l'Inter del secondo anno di Mourinho ha addirittura cambiato cinque titolari su undici, operazione che poteva scombinarne l'assetto e richiedere tempi lunghi di rodaggio. Invece il capolavoro di Mourinho è stato creare un'Inter nuova molto più forte di quella vecchia, quella di Ibrahimovic, che non era certo scarsa ma assai meno compatta, non fondata sul mutuo soccorso ma sui lampi estemporanei.
Ora, rimane da sciogliere il dubbio sul futuro di Mourinho, anche se tutti sono convinti che il portoghese abbia già scelto il Real Madrid. A chi resta, l'impegno di proseguire il ciclo italiano ed europeo di una squadra più che forte, formidabile.
di Maurizio Crosetti; la Repubblica
venerdì 21 maggio 2010
L'antivigilia
Ci siamo. Niente va più. Ecco il penultimo pranzo prima della finale, ecco nel pomeriggio l'ultimo allenamento a Valdebebas, il centro sportivo del Real Madrid. A sera l'ultima cena prima dell'evento, le chiacchiere in ritiro e le ore che corrono lente, la storia che si avvicina, la notte che deve passare. Vigilia di Bayern-Inter. E' la cinquantasettesima partita ufficiale dei nerazzurri in questa stagione, ed è la più importante. Trentotto anni dopo, l'Inter è in finale di Champions: nel 1972 finì 2-0 per l'Ajax a Rotterdam, ma erano i lanceri inumani di Cruijff. Quarantacinque anni dopo l'ultima vittoria (1-0 sul Benfica a Milano, rete di Jair nella tempesta), la Beneamata potrebbe tornare ad abbrancare le grandi orecchie della coppa più prestigiosa che ci sia. E Massimo Moratti, coronando un sogno che dura da qualche decennio, potrebbe eguagliare il padre Angelo.
Che pressione, ma che soddisfazione. E' la quarta finale nella storia dell'Inter: le prime due vinte (3-1 sul Real nel 1964, poi l'1-0 sul Benfica), le altre due perse: Celtic-Inter 2-1 nel 1967, poi la lezione dell'Ajax cinque anni dopo. L'Inter è arrivata qui eliminando grandi avversarie come Chelsea e Barcellona (oltre al Cska Mosca), ogni volta qualificandosi giocando il ritorno in trasferta. E' qui perché ha giocato con un'intensità eccezionale nelle gare decisive, perché ha giocatori universali come Eto'o, Sneijder e Milito che sono stati la marcia in più, perché intorno a Lucio e Samuel si è arroccato il reparto difensivo più coriaceo d'Europa. Sono soltanto due, nell'Inter, i giocatori che hanno già disputato una finale di Champions: Eto'o, che ha giocato e vinto (segnando in entrambe le occasioni) le finali del 2006 e del 2009 col Barcellona, e Lucio, che ha giocato e perso (ma segnando un gol) la finale tra Real e Bayer Leverkusen nel 2002. L'altro reduce da una finale, Thiago Motta (col Barcellona nel 2006), è squalificato.
L'Inter è leggermente favorita, perché a livello individuale ha giocatori più decisivi di quelli del Bayern (Mou ha ancora un solo dubbio, quello tra Pandev e Balotelli), ma lo stratega Van Gaal può complicare i piani di chiunque. Persino di Josè Mourinho, che pure ha condotto per mano l'Inter a una finale che un anno fa sembrava impensabile: l'uomo di Setubal ha cambiato la testa e il cuore di un intero gruppo di giocatori, ed è questo il suo merito principale, oltre a quello di essere arrivato fin qui anche con qualche aiuto della buona sorte, ma si sa che la fortuna è necessaria. Sarà anche l'ultima partita di Josè Mourinho sulla panchina dell'Inter, ormai si è capito, ormai lo sanno tutti. Entro martedì ci sarà l'annuncio ufficiale del suo passaggio al Real Madrid, ci sarà un contratto triennale da molti milioni di euro (almeno 12) e Mou dirà addio all'Italia, senza rimpianti, se non quelli di lasciare un vuoto enorme nell'Inter. Prima, però, vorrebbe regalare al club il successo cui tutti tengono tantissimo.
Madrid annega nel sole, il cielo è di un azzurro limpido che fa bene al cuore, l'aria è calda e secca e la gente affolla i marciapiedi, le piazze, i bar e i ristoranti all'aperto. E' una città meravigliosa, come meraviglioso e rigonfio di gloria è il vecchio Bernabeu, teatro della finale. Sarà una grande partita. L'Inter spera che vinca il migliore.
di Andrea Sorrentino; la Repubblica
San Josè
In ordine alla causa di beatificazione di Josè Mario dos Santos Felix Mourinho per gli amici Mou, ecco i dati raccolti a favore e contro. Biografia. Josè dos Santos Mourinho nasce a Setubal in Portogallo, e ha un'infanzia felice ma turbolenta. In lui si manifesta subito lo spirito anticonformista che lo accompagnerà tutta la vita. Acinque anni ha già la barba e gioca a pallone solo contro al muro, mandandosi a fanculo quando sbaglia. I suoi libri preferiti sono le satire di Manuel Maria Barbosa du Bocage, poeta portoghese romantico e ribelle, e la "Ciencia della provocaciòn futbolistica" di Pablo Cabrones, leggendario allenatore di calcio dal pessimo carattere che dopo aver picchiato una ventina di arbitri e cambiato centoquindici squadre sparì nel Mato Grosso. Il padre di Josè è portiere della squadra del Victoria Setubal, e Josè ama andare negli spogliatoi e a bordo campo, annotando sul suo famoso taccuino tutto ciò che vede. Dopo una partita, vedendo un presidente di calcio che regala dei Rolex ai guardalinee, ha l'intuizione che lo renderà famoso. Il calcio non si gioca solo con i piedi, ma anche con l'astuzia e la dialettica. Prova a diventare calciatore, ma nonè il suo sport. Mentre si gioca annota la posizione degli avversari in campo, manda a fanculo il suo marcatore dicendo di non stargli così vicino, e fa turbolente discussioni col pubblico. Il risultato è che tocca il pallone tre volte a partita. Diventa professore di educazione fisica. Ma anche in questo lavoro il suo carattere è troppo fiero ed esigente. I genitori non accettano il fatto che venga a prendere i loro figli alle tre di mattina per andare a far footing nella neve. Entra nel calcio allenando le squadre giovanili del Victoria Setubal. Si capisce subito che ha della stoffa. In un incontro di allenamento, la sua squadra pulcini, formata da ragazzini di otto anni, inchioda sul pareggio la nazionale spagnola. Gli spagnoli si lamentano per il gioco duro dei bambini e le numerose testate nelle palle ma Mourinho li manda a quel paese. Ed ecco che incontra uno dei tre uomini fondamentali della sua carriera: l'allenatore Bobby Robson. Bobby, burbero e generoso, sarà per lui un grande maestro. All'inizio Mourinho gli fa da vice e da traduttore. Mourinho non ama l'inglese e Bobby non conosce il portoghese: il fatto che si parlino a gesti evita litigi e allena la famosa mimica mourinica. Poi Josè allena il Benfica, il Porto e infine conosce il secondo uomo fondamentale per la sua carriera. Il miliardario russo Abramovich. Abramovich lo convoca sul suo yacht di centoventi metri con timone di platino e salvagenti di Armani. Gli offre di allenare il Chelsea. Compra quintali di giocatori ma Mourinho non lega molto con lui. Josè è raffinato e non sopporta che Abramovich parli sempre con del caviale in bocca. A questo punto Josè conosce il terzo uomo del destino, Massimo Moratti. Moratti lo riceve sul suo maxi-gommone Pirelli con volante leopardato e gli offre l'Inter. Moratti è distinto, non parla col caviale in bocca anche se sembra che ce l'abbia, edè un vero appassionato di calcio. Gli compra fior di giocatori. Il resto è storia recente.
Cosa dicono i nemici
Mourinho dice che da noi non si sente a casa, ma in realtà ha imparato perfettamente lo stile italiano. Ha capito che se dice una cosa ironica o intelligente nessuno lo considera, ma se spara una perfidia o un'insinuazione tutti impazziscono. Pur essendo diverso dei berciatori nostrani, è sempre incazzato e con il broncio. È paterno ma spietato con i giocatori. Ha lasciato fuori Balotelli perché non tornava indietro a marcare il suo uomo. Balotelli ha cercato di giustificarsi dicendo che non poteva marcarlo in quanto in quel momento era in una discoteca a trenta chilometri dallo stadio. Altro difetto: Josè denuncia complotti dappertutto. Ma a differenza del nano milanista, non smentisce subito dopo.
Cosa dicono gli amici
Mourinho ha senso dell'ironia, e si diverte. Spesso dice la prima cosa che gli passa in testa, ma sempre meglio di Calderoli. Talvolta è presuntuoso, ma un centesimo di Lippi. Il suoi italo- portoghese è spesso sommario, ma è lingua dantesca in confronto a Gasparri. Ce l'ha con gli arbitri ma non ha mai pronunciato l'ipocritissima frase «gli arbitri sono sempre in buonafede». Mourinho ha causato un movimento di estimatori e contro-estimatori, i muisti e gli antimuisti. Le donne lo trovano irresistibile, un incrocio tra un romantico hidalgo e un pistolero da spaghetti-western. Gli uomini gli invidiano lo stile e lo stipendio. Gli antimuisti invece lo beccano qualsiasi cosa faccia. Su Internet ha un Facebook con trecentomila iscritti e un grande sito «Io odio Mourinho».
Come finirà (sette ipotesi)
Uno. Mourinho e l'Inter vinceranno la coppa. Mourinho verrà fatto santo e una sua statua in rame dorato verrà issata vicino alla Madonnina del Duomo, con gran rabbia di Silvio che aveva già appaltato ad Anemone la ristrutturazione delle guglie. Per rafforzare la squadra Mou chiederà Messi, Drogba, Tyson e i trecento migliori giovani giocatori africani perché bisogna pensare un po' al vivaio. Come direttore tecnico, farà tornare Paolo Cabrones.
Due. Mourinho perderò la coppa. Verrà processato e tutti i giornalisti diranno che non è affatto speciale come dice di essere. Chiederà di rafforzare la squadra e Moratti gli comprerà tre juniores maltesi, e un asso brasiliano dal nome di Tarcisinho, che a un più attento esame risulterà Burgnich riciclato. Come direttore tecnico, gli verrà affiancato Moggi. Josè dovrà farsi la barba ogni giorno con una crema al pistacchioe verrà costretto a vivere in un condominio tutto abitato da guardalinee.
Tre. Sia che vinca sia che perda, Mourinho andrà al Real Madrid. Una volta arrivato a Madrid gli diranno che però il Real ha un nuovo proprietario, un uomo misterioso che è arrivato nella notte e ha comprato la squadra in contanti. Mourinho si accorgerà con terrore che il compratoreè Moratti,e che non si libererà mai più di lui.
Quattro. Mourinho riceverà un'offerta-ricatto da Berlusconi. Se non accetterà di andare al Milan tutte le tivù e i giornali di Silvio prepareranno dossier su di lui. Il diabolico Mourinho accetterà e inventerà il "party training". Dopo ogni allenamento, sei volte alla settimana, sarà obbligatoria una cena con trippa e bomboloni, poi discoteca, veline e strip integrale di Galliani. Berlusconi comincerà a avere sospetti di sabotaggio solo quando vedrà in calendario Milan-Solbiatese.
Cinque. Mourinho fuggirà nel Mato Grosso dove incontrerà nuovamente il suo idolo Paolo Cabrones.
Sei anni dopo, la squadra del Manaos Cannibals vincerà la Coppa dei Campioni. Questo grazie a una tattica segreta. I Manaos giocano col modulo 1-4-3-3. Gli avversari finiscono sempre col 1-3-2. Cinque spariscono misteriosamente Sei. Mourinho diventerà presidente del Portogallo e farà Cassano ministro alla Cultura. Sempre meglio di Bondi.
Sette. Mourinho farà di testa sua, come ha sempre fatto. Quindi auguri di cuore a lui e all'Inter, con tutta l'invidia di uno che, ahimè, è tifoso del Bologna.
di Stefano Benni; la Repubblica
mercoledì 19 maggio 2010
martedì 18 maggio 2010
ianpaice_01
Ho trovato su Corriere dello Sport.it, dopo le recenti dichiarazioni di Balotelli sul celeberrimo calcione del Pupone, un commento micidiale e fenomenale:
"Totti ha avuto quella reazione perché gli era rimasta la porchetta sullo stomaco e faceva acidità".
Coerenza di uno juventino rimbambito
"Con Totti ho avuto sempre un rapporto molto bello. Sappiamo tutti delle difficoltà di Totti, ribadite anche dal suo allenatore, a giocare una partita ogni tre giorni. Balotelli? Non parlo di giocatori che non sono qua".
Marcello Lippi
Scusa, ma Totti dov'è, invece?
Don Josè
È a noi che Josè Mourinho deve quella preziosa lacrima che finalmente lo consegna alla normalità. Eva bene che l'Italia, dove «non si sente a casa», gli deve la scoperta che anche un allenatore di calcio può permettersi l'ironia dinoccolata di Yves Montand e la profondità triste di Albert Camus. Ma forse dall'Italia, che fortissimamente lo vuole in casa, dal Paese del batticuoree del turbamento, Mourinho ha imparato che anche la lacrima è dignità. Forse siamo noi ad avergli insegnato che qualche volta l'incontinenza delle emozioni è la vera prova di carattere dell'uomo di carattere. È infatti diventata bellissima quella sua faccia che cercava il distacco e trovava la passione: la faccia di un uomo che, abituato a prendere le cose di faccia, voleva negarsi alle lacrime e non ci riusciva. E inutilmente cercava la freddezza, la compostezza e la calma mentre scopriva che l'emozione ha le sue leggi biologiche e si può piangere in privato o in pubblico, al balcone o con la testa sotto il cuscino, trattenendosi e gonfiandosi o abbandonandosi ai singhiozzi, ma ci sono momenti in cui bisogna piangere, perché anche il pianto è verità. Mourinho è dunque diventato italiano grazie alla fragilità e alla presunzione di una lacrima? Spavaldo e intelligente, abituato alle iperboli, ha riempito gli archivi di battute taglienti e di sorrisi sprezzanti, di sarcasmo e di dileggi, senza mai abbandonarsi però all'insulto e al turpiloquio. Ma se e vero che si è concesso una sola ingenuissima parolaccia («pirla») è anche vero che gli scatti malandrini spesso lo hanno reso antipatico, si è impicciato di tutto, ha biasimato ogni volta che ha potuto l'antropologia del paese che lo ospita e lo divizza, anche se lo ha fatto con la solidarietà di tutti quegli italiani che ogni giorno combattono contro la loro Italia. Quanti sono gli italiani che ripeterebbero la terribile frase di Mourinho, «qui non mi sento a casa»? E ha coltivato un legame di complicità, fatto di fastidio e di supponenza, con il complesso di superiorità di una certa Milano, una complicità basata ormai sullo humus e non più sulla ragione, una complicità calda che Josè Mourinho piange? Forse vorrebbe farlo, ma riesce a trattenersi in qualche modo. Lo seguiamo passo passo nel suo giro di campo: mai visto così in difficoltà, l'uomo di ghiaccio, così felice e così tormentato al tempo stesso. Si può abbandonare tanto amore? E a Madrid, oltre all'ambizione ricompensata, cosa ci sarà? L'uomo riflette, e soffre. Passi sempre più lenti, poi occhi sul prato, le tempie che pulsano. Ci facciamo avanti: Josè, ma allora ci lasci? «Non so, non so. Adesso non riesco a pensarci. Devo farlo più in là. Ciao, ci vediamo a Madrid», e il momento è davvero particolare, e la giornata davvero storica, perché ti molla una carezza uscendo dal campo. Più tardi racconterà il suo tumulto: «Ora non ho tempo per Muorinho trasforma sempre in battute fredde: contro Sconcerti, il giornalista con il quale non andrà mai a cena; contro Lo Monaco il quale spera -povero sconosciuto- che Mourinho si occupi di lui per diventare famoso; contro Ranieri al quale ha contrapposto Jean Paul Sartre; e ovviamente contro la Roma, presunta corruttrice... Ed è stato severissimo con il suo giovane pensare a me stesso, al mio futuro: bisogna preparare la finale di Madrid. Solo dopo avrò qualche giorno per pensare e lì prenderò le mie decisioni, che non dipenderanno certo dall'esito della finale. Devo pensare alle tante cose positive che ho vissuto con l'Inter e a quelle negative del calcio italiano. Devo capire cosa mi farà più felice dal punto di vista professionale. Sono valutazioni importanti. Ma è falso che sono già con un piede e mezzo a Madrid, anzi sono lontanissimo dall'essere l'allenatore del Real». Però l'Italia gli pesa e lo ammette: «Spesso non mi sono sentito a casa, non nel mio habitat naturale, sono stato a disagio, non nel posto adatto per essere felice e lavorare felice. Dentro l'Inter però sto benissimo, io sono un pezzo di questo club e il club è una parte di me, proprio come accadde al Porto e al Chelsea. È fuori che ci sono stati problemi. Parlavo, e mi squalificavano. Ho rischiato di non esserci neanche a Siena, e per una battuta sui soldi del Siena che hanno fatto tutti. Eravamo in vantaggio di 11 punti e la cosa non piaceva a nessuno, ai giornalisti, alle tv. Allora avete deciso di fare qualcosa tutti assieme: un po' di prostituzione intellettuale, la Roma fuori dall'Uefa ed è iniziata la rimonta, mentre noi in Champions affrontavamo squadre come Chelseae Barcellona e tutti erano contro di noi, compresa la Juve che è venuta a Milano per farci perdere lo scudoppio, quel Balotelli che, da pessimo italiano, crede che la maleducazione sia la virtù del ribelle, cattivo esempio di un bullismo che si atteggia a genialità, come Cassano e come Totti: anche se ciascuno a suo modo i campioni d'Italia sono sempre pronti all'innocente mascalzonata. In questa Italia di bulli e di padroni, di comandanti e di duci ma non di leader, Mourinho è straniero anche perché è la leadership che governa, guida e dirige -e vince- con una supremazia riconosciuta innanzitutto dai suoi uomini che difende anche quando hanno torto, condottiero e stratega nel Paese delle crisi di consenso. E vuole sempre scalare l'Olimpo ed è napoleonico ma a viso aperto e con una sorprendente girandola di battute sapide e non programmate, da anarchico metodologico, come sono soltanto gli italiani migliori. E facendo spallucce a tutto ciò che non si incontra con il suo detto... Il momento più difficile è stato dopo Fiorentina-Inter: non eravamo più padroni del nostro destino. Poi la Samp ha tolto i punti decisivi alla Roma e siamo tornati su. Comunque complimenti alla Roma, umore, ogni tanto Mourinho trova pure la battuta staordinaria, un vero capolavoro nel paese degli aforismi. Così, una frase nata dall'oscuro biasimo di un allenatore di calcio è diventata intelligenza critica, ha conquistato ed abbagliato, entrando di diritto in quell'elenco di frasette, battutine, libretti e canzoncine che racchiudono un'epoca come, per esempio, la battuta di Paolo Villaggio sulla corazzata Potemkin «cagata pazzesca». Allo stesso modo è una piccola frase di Mourinho che rivela il nostro tempo, non solo calcistico, una frase che opprimee illumina non la Roma e non solo il calcio ma, dalla politica alla cultura alla morale, l'intera Italia «zero tituli». Non è insomma possibile che Mourinho abbia vinto una coppa, due scudetti e milioni di animi, e magari riesca a vincere la Champions League europea, contro gli italiani che lo rendono infelice. Il primo piano di quegli occhi rossi e gonfi ce lo rivelano e ce lo consegnano. Se all'Italia così prodiga di lacrime qualsiasi e cosi traboccante di sceneggiate Mourinho ha insegnato la spietatezza asciutta del campione, dall'Italia ha imparato la civiltà del pianto.
di Francesco Merlo; la Repubblica
lunedì 17 maggio 2010
Sono 18
Pentacampioni! Suona bene, mi piace. All’ultimo respiro, stavolta: c’è più gusto. Cinque scudetti di fila, da 75 anni, non li vinceva nessuno. In totale sono diciotto. Uno più del Milan, e non possiamo dire che la cosa ci addolori. Qualcuno ora dice: eravate più simpatici prima! Ovvio, ma è una qualità cui rinunciamo volentieri. C’è una simpatia che scivola nella compassione; e noi l’abbiamo rischiata, anni fa. Così esiste un’antipatia che confina con l’arroganza. E quella dobbiamo evitarla, è lo stile di qualcun altro.
Esiste una fisiologia e una patologia dei sentimenti. L’Inter ha già ottenuto una rarissima doppietta - campionato e Coppa Italia - contro una fantastica Roma, senza la quale sarebbe stata una stagione da sbadigli. E sappiamo che sabato sera siamo di nuovo tutti impegnati. Com’è possibile che la nostra gioia non susciti un po’ d’invidia, e l’invidia cerchi le sue giustificazioni? José Mourinho, per esempio? Sarebbe lui il generatore d’antipatia? Ma quando mai! L'avete visto ieri a Siena? Commosso e con gli occhi lucidi. Va be', dopo un’ora ha trovato il modo di ricordare che gli avversari, una volta ancora, vanno in vacanza con «zero tituli». Ma che ci volete fare? Il Comandante Mou è un timido-aggressivo, come lo fu Mancini in nerazzurro. Ma, a differenza di Mancini, Mourinho è diretto: se deve dire una cosa, la dice. Ranieri è meglio? È come dire che Hugh Grant è meglio di Russell Crowe: bravi tutt’e due, ma interpretano personaggi diversi. O invece sono i giocatori dell’Inter a risultare antipatici?
Alcuni li conosco, altri me li sono studiati. A me sembrano ragazzi a posto e atleti ammirevoli. Ieri hanno avuto paura (tutti meno Balotelli, che non teme neanche il demonio): il Siena ci ha messo una grinta che il Chievo s’è ben guardato dall’esibire (dico, ma l’avete visto Rosi?). Poi, quando l’ansia stava arrivando al livello di guardia, capitan Zanetti s’è infilato in area e ha messo la palla magica sul piede del principe Milito. Altro che arroganza: i due sono monumenti internazionali all’umiltà e alla serietà. Insieme a Cambiasso, quello che Masomaradona non porta in Sudafrica.
Oppure è Moratti che non si fa amare? Ma se gliene hanno dette e fatte di tutti i colori, per anni! L’uomo che non sa di calcio, il miliardario pollo e spendaccione, il membro poco furbo della famiglia, e via carogneggiando. Dal ’95 al 2005 ha imparato il mestiere, mentre intorno a lui trafficavano in modo indegno. Da cinque anni vince, con una programmazione che andrebbe studiata nelle Università: insieme a Branca e Oriali ha scovato Maicon e Julio Cesar, ripescato Cambiasso e Sneijder, resuscitato Samuel e Lucio, cresciuto Balotelli, valorizzato Milito, Thiago Motta ed Eto’o. Sarebbe questo, il ricco incompetente? Ho capito: siamo noi interisti a essere antipatici. Perché, da qualche anno, vinciamo? Se fosse così, ditecelo subito. Siamo disposti a continuare, antipaticamente, così.
PS: la chiamate antipatia. Ma non è, piuttosto, invidia?
di Beppe Severgnini; IL CORRIERE DELLA SERA
domenica 16 maggio 2010
giovedì 13 maggio 2010
AAA
10 fortunati potranno ancora ottenere (gratis!) dei biglietti per la finale di Madrid, ecco i requisiti:
- i candidati dovranno presentare documento di identità, certificato di negatività Hiv, licenza di pesca alla trota in acque libera, tessera Fidaty Esselunga con almeno 2.500 punti (non verrà accettata cessione di punti nemmeno tra parenti), figurina originale Panini del giocatore Piraccini Adriano stagione 1987/1988;
- i candidati dovranno esibirsi sul piazzale della banca in almeno 15 (quindici) palleggi consecutivi con pallone SuperTele fornito e autenticato da funzionari BPM;
- obbligo di registrazione preventiva del socio acquirente nel data base del programma on-line ccic.inter.it, ad esclusione delle tessere sottoscritte presso il 'Winterstore' di Milano, presso il desk informazioni del CCIC a 'Expo Levante' di Bari, presso lo sportello gruppi di Gardaland e presso il motel K di Casei Gerola;
- obbligo di certificazione medico-sportiva per pratica agonistica (la spirometria, a richiesta, si effettua in via Massaua angolo via Bezzi, in un apposito gazebo);
- non saranno ammessi candidati ermafroditi (il test del sesso, a richiesta, si effettua in via Massaua, angolo via Bezzi, in un apposito gazebo);
- non saranno ammessi candidati con brufoli;
- non saranno ammessi candidati con parenti di primo grado non interisti (la dichiarazione giurata di tutti i membri della famiglia, corredata da fototessera e fotocopia di un documento di identità, va fatta autenticare da un notaio entro e non oltre il giorno 14 alle ore 18)
- non saranno ammessi candidati con auto concorrenti della Volvo;
- non saranno ammessi candidati con gomme concorrenti della Pirelli;
- non saranno ammessi candidati più alti di metri 1,90 e più bassi di metri 1,50;
- non saranno ammessi candidati che non abbiamo almeno un amico o un cugino iscritto in un Inter club da almeno 5 anni (la dichiarazione del presidente del club interessato, autenticata da un giudice di pace o da uno sciamano, va allegata alla domanda);
- non saranno ammessi candidati più eleganti di Oriali;
- non saranno ammessi candidati biondi;
- non saranno ammessi candidati.
PS: Mi complimento solennemente con l'anonimo che ha ideato questo irriverente concorso, ma mando volentieri a cagare chi si è occupato della distribuzione dei tagliandi.
mercoledì 12 maggio 2010
Assurda perplessità
Caro Marcello, non mi soffermo a criticare tutte le tue scelte, ma solo una: perché non hai (mai) convocato Thiago Motta?
Se fossi al tuo posto, non saprei come rispondere.
Humanitas
Ieri ho avuto modo di vedere (su Sky Sport24, per completezza) Gianfranco Zola che, assediato dai cronisti a causa del suo improvviso ed immeritato esonero dalla panchina del West Ham, esce dalla sua bellissima casa offrendo loro del the. Mi è piaciuto moltissimo.
Talento vietato
Hai talento? Hai fantasia? Hai personalità? Allora resta a casa. La lista dei trenta calciatori fra cui il c.t. Lippi sceglierà i 23 che voleranno con lui in Sudafrica è una Nazionale che assomiglia alla Nazione. Abbondano i reduci e i bravi ragazzi, ma latitano disperatamente i numeri 10, quelli in grado di movimentare una conferenza-stampa e soprattutto una partita che si sta mettendo male. Quando devi recuperare lo svantaggio e azzardare la mossa del cavallo, facendo alzare dalla panchina il campione che sovverte gli schemi, inventa un gol o un assist, si procura un rigore. Noi ai Mondiali, con tutto il rispetto, dalla panchina faremo alzare Pepe o Cossu. E Mario Balotelli, fisico maestoso e tecnica straordinaria? Immaturo, e poi è così giovane. Totti? Vecchio, e poi è così immaturo. Del Piero? Lui maturo lo sarebbe, ma anche troppo vecchio. Cassano e Miccoli? Ah, quelli non si sa, perché il c.t. non ritiene di dover dare spiegazioni delle sue scelte al volgo. Solo una volta gli scappò detto che Cassano non si adattava al gruppo per ragioni «psicotattiche»: forse il barese e Miccoli soffrono di sonnambulismo o dicono troppe parolacce negli spogliatoi.
Intendiamoci. Anche Vittorio Pozzo, unico c.t. capace di bissare la vittoria mondiale, preferiva gli uomini solidi ai guitti.
Ma ebbe sempre cura di coltivare un paio di fenomeni nelle sue squadre. Inoltre, fra il trionfo del 1934 e quello del 1938, cambiò ben nove undicesimi della formazione titolare, lasciando in campo soltanto Ferrari e Meazza - come dire De Rossi e Pirlo al quadrato - mentre qui la lista dei reduci è sterminata. In compenso la grande Inter è assente (capitava già a quella di Herrera), nonostante Motta e Balotelli abbiano la cittadinanza italiana. E la Roma seconda in classifica ha meno convocati dell'Udinese, in lotta fin quasi all'ultimo per la salvezza. La parte del leone continuano a farla Juventus e Milan, che dominavano nel decennio scorso. E' proprio una Nazionale che assomiglia alla Nazione: voltata all'indietro, arroccata intorno a un capo che non ama le personalità altrui, vietata ai giovani e priva di rispetto per chi canta fuori dal coro. Quando chiesero a Vicente Feola - selezionatore del Brasile di Djalma Santos, Garrincha, Didì, Vavà e Pelé - con quale criterio facesse le convocazioni, lui rispose: «Prima chiamo tutti quelli che sanno giocare a calcio. Poi, nei ruoli rimasti liberi, metto gli altri».
Non conosceva la psicotattica, lui.
di Massimo Gramellini; LA STAMPA
Infermità mentale
Maradona non ha convocato per il Mondiale né Javier Zanetti né Esteban Cambiasso.
Che emerita testa di minchia.
lunedì 10 maggio 2010
Anche questo è calcio
Dalla guerra civile del Sudan alla finale di Coppa Campioni a Madrid. Da giovedì sera, Kon Kelei ha un appuntamento al Santiago Bernabeu per sabato 22 maggio: "Vieni, c'è un biglietto per te", gli ha detto Mario Balotelli dopo quasi due ore passate a parlare con lui e Zlata Filipovic sui divani della hall di un hotel di Milano, non distante dalla Stazione Centrale. Kon e Zlata erano appena atterrati a Malpensa per portare la loro testimonianza nel corso di un convegno sui bambini coinvolti nelle guerre all'Università Statale ("Tecnologie per la pace: i bambini soldato", organizzato da Nova Multimedia con il patrocinio dell'Onu). In comune questi due ragazzi di quasi 30 anni hanno un presente pieno di speranze (Kon frequenta un master in Diritto internazionale in Olanda e Zlata lavora a Dublino dopo essersi laureata in Scienze politiche nella capitale irlandese) e un passato tragico: il primo è stato costretto a imbracciare un kalashnikov a 7 anni nella feroce carneficina sudanese, la seconda ha trascorso la sua adolescenza, entrando e uscendo da una cantina di Sarajevo per proteggersi dalle bombe (esperienza raccontata in un libro "Il diario di Zlata", scritto nel 1994).
Ma giovedì sera, in quell'albergo milanese dove hanno appena posato le valigie, è un'altra cosa a unire Kon e Zlata: lo stupore di avere di fronte uno dei più grandi talenti del calcio europeo. "Non riuscivo a credere che questo campione di 19 anni, celebre, ricco e vestito alla moda, che avrebbe potuto fare mille altre cose nel corso della serata, fosse lì per ascoltare le nostre storie. Io non l'avevo mai visto perché non so niente di calcio, ma quando ho capito di chi si trattava, sono rimasta davvero sorpresa", racconta Zlata con un inglese perfetto. "L'ho seguito tante volte in televisione durante le partite di Serie A o Champions League. E' un giocatore che mi piace. Ed era lì davanti a me che mi faceva mille domande", aggiunge Kon, ex tifoso dell'Inter ("Io tengo per le squadre in difficoltà che hanno bisogno di un supporto, ma adesso i nerazzurri sono troppo forti, non gli servo più", è la sua curiosa teoria, ispirata a una versione solidaristica della passione calcistica). Non sono loro a interrogare il calciatore famoso, ma il contrario: "Kon, tu hai mai ucciso qualcuno quando combattevi?", chiede Mario che ha raccolto con piacere l'invito della sorella Cristina, giornalista di Radio 24, a incontrare i due ragazzi. "No, perché ero più piccolo del kalashnikov. Ero troppo leggero e così non sono stato ritenuto idoneo a certe missioni", risponde il giovane sudanese che poi lancia un appello accorato a Balotelli: "Ricordati sempre che puoi essere un modello per tanti giovani che ti guardano anche nei villaggi più sperduti dell'Africa. Io ti ho visto quando hai lanciato la maglia alla fine di Inter-Barcellona - dice con un sorriso e modi eleganti da "piccolo Obama" -. E quando segni c'è sempre un bambino che si asciuga le lacrime perché con quel gol hai dato una speranza". "E' impressionante sentire questi racconti direttamente da chi li ha vissuti", commenta Mario. Il filo con questi due ragazzi coraggiosi probabilmente non si interromperà più. Il giorno dopo Balotelli regala loro due magliette dell'Inter con una dedica speciale.
E c'è la promessa più preziosa fatta a Kon (grande amante del calcio, in passato ha incontrato anche Roy Makaay e Giovanni Van Bronckhorst nel corso della sua attività di ambasciatore degli ex bambini soldato): "Ti invito a Madrid per la finale, ci sarà un biglietto per te al Santiago Bernabeu". Lo studente di diritto internazionale, appena tornato in Europa dopo tre mesi nel suo Paese, inizia a consultare il calendario: "Quand'è la finale?", chiede all'indomani della chiacchierata con Balotelli. Il 22 maggio sarà un giorno speciale anche per Kon Kelei. "Di solito preferisco guardare le partite in televisione, perché riesco a capire meglio cosa succede tra mille telecamere e i commenti di telecronisti e opinionisti". Ma per la finalissima Inter-Bayern Monaco vale la pena fare un'eccezione. Per la sua ex squadra del cuore e per rispondere all'invito del suo nuovo amico Mario.
di Stefano Scacchi; la Repubblica
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