mercoledì 7 settembre 2011

ITALIA-Slovenia 1-0

Il Pazzo Pazzini, entrato dalla panchina, sblocca il risultato e ci qualifica aritmeticamente a EURO 2012. Balotelli gioca solo un quarto d'ora come sempre dovrebbe fare: a mente sgombra, tranquillo, niente broncio, senza cercare lo scontro con gli avversari, si diverte e ci diverte, fa sfracelli, dribbla e sfiora il gol con una bomba dai 35 metri e dagli spalti del Franchi tutti cantano il suo nome.

Isole Fær Øer-ITALIA 0-1

Pessima partita per un ottimo risultato.

giovedì 25 agosto 2011

Grazie a tutti

"Mi sembrano giusti e doverosi alcuni ringraziamenti a persone che mi hanno dato molto in questi due anni fantastici che ho trascorso nell'Inter. Vorrei, innanzitutto, rivolgere un sentito ringraziamento ed il mio saluto più cordiale al Presidente, Dott. Massimo Moratti, ed alla sua famiglia per tutto quanto ha fatto e per la disponibilità dimostrata nei miei confronti e dei miei cari. Rimarrò sempre legato al Dott. Moratti per la stima e l'affetto che mi ha dimostrato in questi splendidi anni. Per poi passare a tutti i compagni di squadra, consapevole che - senza il loro incoraggiamento ed aiuto in campo - l'Inter non sarebbe riuscita ad ottenere numerose ed importanti vittorie sia a livello nazionale che internazionale. Un particolarissimo saluto - anche - a tutti i calciatori italiani e stranieri che mi hanno permesso di essere migliore di partita in partita.

Un sentito ringraziamento anche agli allenatori dell'Inter di questi anni e, soprattutto, a Mister José Mourinho che mi ha voluto fortemente, per l'opportunità che mi ha dato portandomi a Milano.

Un caro saluto anche a Marco Branca, Direttore dell'Area Tecnica, al Direttore Sportivo, Piero Ausilio, al Team Manager, Andrea Butti, e a tutto il personale di F.C. Internazionale e del centro sportivo "Angelo Moratti" di Appiano Gentile: medici e fisioterapisti, accompagnatori, cuochi e camerieri, magazzinieri e giardinieri e a tutti le persone di Inter Channel.

Non dimenticherò mai l'affetto dei tifosi interisti (Mauro il più grande di tutti) che mi hanno fatto sentire uno di loro e che mi hanno sempre sostenuto ed aiutato. Così come a tutti i giornalisti che ho avuto il piacere di conoscere.

Sento, altresì, il dovere di ringraziare la mia 'mama italiana' - Ciacia Guzzetti - per il suo aiuto ed il mio Super Manager - Claudio Vigorelli - per l'impegno e la professionalità che ha dimostrato.

Grazie ad un interista doc mi sono sentito 'italiano': Marco Materazzi. Grazie fratellone mio.

Sperando di non aver dimenticato nessuno, ancora grazie a Voi tutti!"

Samuel Eto'o

... Mi permetto d'aggiungere "grazie a te, Samuel".


giovedì 11 agosto 2011

ITALIA-Spagna 2-1

Va be', è solo un'amichevole, però questa vittoria può darci molta ma molta fiducia. Ottenuta con un po' di fortuna contro una squadra fenomenale.

domenica 7 agosto 2011

Milan-INTER 2-1

Delusi, sì. Ci si giocava un trofeo, è vero. Un derby è sempre un derby, ma... al diavolo. Ho visto una squadra con un'identità.

giovedì 28 luglio 2011

Forza Fabio

La sindrome di Fabio Scozzoli, già conosciuta come sindrome di Willer Bordon, si manifesta in vari modi ma la costante è di arrivare al momento sbagliato, e puntualissimi, all’appuntamento col destino.
Fabio Scozzoli ieri ha vinto la sua seconda medaglia d’argento ai Mondiali di nuoto in contemporanea con il nuovo l’exploit di Federica. La prima l’aveva vinta lunedì, appena 24 ore dopo il titolo iridato nei 400 della Pellegrini, che però è un fenomeno, e le sue medaglie risplendono d’oro. Ieri non c’era un sito che celebrasse con foto e punti esclamativi i trionfi di Scozzoli: erano tutti presi dalle conquiste infinite della Pellegrini, comprese quelle del cuore, per cui in serata si rilanciavano gossip sull’ultimo filarino.

Fin qui il fuoriclasse era stato Bordon. Politico integerrimo ma non fortunatissimo, Bordon toccò il vertice dimettendosi da coordinatore di Alleanza democratica (partito non indimenticabile messo su con Nando Adornato) un quarto d’ora prima che Achille Occhetto si dimettesse da segretario del Pds. Era il 1993. Non gli bastò. Con gesto plateale e cavalleresco, quindici anni più tardi si dimise dalla politica, dal Senato, insomma dalla casta, e lo fece la mattina in cui fu arrestata la moglie di Clemente Mastella, e il governo Prodi cominciò a cadere.

La storia è naturalmente piena di episodi simili. Il grande Carl Lewis inseguì per tutta la carriera il record del lungo di Bob Beamon, 9 metri e 90 e, dopo averlo mancato di centimetri per anni, realizzò a Tokyo il nove novantuno che tre minuti più tardi Mike Powell spazzò via con un incredibile nove e novantacinque. Il povero Roland Ratzenberger morì all’autodromo di Imola il giorno prima di Ayrton Senna, e così fu espulso anche dal libro della scalogna. Jonathan Franzen lanciò Le Correzioni - il romanzo che intendeva raccontare la psicosi della nuova America - l’11 settembre del 2001, giorno in cui le psicosi cambiarono per davvero. «Forza Italia», il documentario di Roberto Faenza, Antonio Padellaro e Carlo Rossella molto critico con la Dc, uscì in contemporanea col sequestro di Aldo Moro, e non finì meglio. La giovane Jo Moore, portavoce di un ministro inglese, l’11 settembre ebbe la prontezza e il cinismo di consigliare la diffusione di notizie indigeribili e occultate per mesi - aumenti di spesa e di tasse eccetera - intanto che i sudditi erano piuttosto distratti. Si sarebbe presto accorta che col virus di Bordon (e di Scozzoli) è meglio non scherzare.

di Mattia Feltri; LA STAMPA

Fede ripagata

Oro anche nei 200 sl.

domenica 24 luglio 2011

Abbiamo Fede...

Oro nei 400 sl.

Finalmente, Cadel

Cadel Evans è un uomo che ha inseguito per 20 anni un sogno e l'ha realizzato quando poteva credere che non l'avrebbe più raggiunto. Ha vinto il Tour de France che si conclude formalmente a Parigi e vediamo in giro gente felice che ci sia riuscito benché non siano suoi parenti nè suoi amici: è che quanti hanno voluto bene al ciclismo negli anni in cui sarebbe stato comprensibile abbandonarlo disgustati, vedono nell'australiano dagli occhi chiari e commossi il ritorno a uno sport in cui credere.

Cadel era il più esposto nel condannare l'abuso di chimica quando i suoi colleghi sostenevano che ci fosse una macchinazione contro il ciclismo e che il doping non esisteva. Sebbene l'esperienza insegni a non mettere la mano sul fuoco per nessuno, se beccassero Evans con il sangue sporco sarebbe come scoprire che Ronald Reagan era una spia dei russi. «Non mi importa cosa pensano gli altri - ha ribadito Evans vestito finalmente della maglia gialla -. La mia idea è che per l'importanza che ha assunto nella società, chi fa sport debba essere un modello».

Nel senso di un esempio. Nell'altra accezione, Cadel non assomiglia a un modello. Anche se guadagna quasi 2 milioni all'anno, non è patinato, non è mondano, non gioca sullo charme: è uno nato a Katherine, un posto nei Territori del Nord «e se c'è una cosa che mi piace dell'Australia è il senso di libertà con cui ci si vive».

Non significa che sia uno grezzo. Parla quattro lingue, vive in una bella casa a Stabio, appena oltre il confine svizzero, si è sposato con Chiara, che conobbe quando arrivò nel Varesotto una decina di anni fa: una raffinata pianista che gli ha insegnato ad amare anche la musica classica. Le sue battaglie sono per i bambini in Tibet e ne ha adottato uno, è coinvolto nell'associazione di Ian Thorpe per l'integrazione degli aborigeni australiani e in una fondazione per la sicurezza dei ciclisti nelle strade. Ma, per raccontare il tipo, Evans è anche uno che indica tra i 4 ristoranti del mondo in cui gli piace mangiare, la cucina del rifugio Fantoli sull'Alpe Ompio, nel Verbano: «Fanno una polenta con il gorgonzola fantastica. Bisogna fare un bel po' di movimento per smaltirla».

Ci si chiederà cosa c'entri tutto questo con la vittoria nel Tour. C'entra perché lo stile di vita e l'umiltà di Cadel sono parte del suo successo sui fratelli Schleck, saliti sul podio ma sui gradini più bassi e non crediamo che la mega festa prenotata dal loro patron, l'imprenditore lussemburghese Flavio Becca, sia riuscita un granché. Era la sfida tra chi poteva sfilarsi l'etichetta di magnifico perdente, per quanto Evans nel 2009 fosse diventato campione del mondo e se la fosse un po' scollata. Era l'occasione lasciata dal cedimento di Contador sul Galibier. Andy Schleck l'ha affrontata con presunzione: la sua squadra era rimasta a dormire all'Alpe d'Huez e si è presentata a Grenoble senza provare il percorso della crono se non in auto.

Evans invece aveva voluto correre il Giro del Delfinato quasi esclusivamente per testare il circuito e l'aveva rianalizzato in allenamento. «Immaginavo che il Tour si potesse decidere qui».
Partiva con 57 secondi da recuperare al lussemburghese. Gliene ha inferti altri 94: dopo 25 chilometri di corsa c'era già stato il sorpasso e l'incompiuto Andy strusciava la faccia sulla spalla, non si sa se per asciugare il sudore o le prime lacrime.

E' stata una delle più belle crono nella vita di Cadel. In bicicletta sembrava persino più spesso e compatto di quanto sia in realtà, forse perché anche il telaio sembrava parte del suo corpo. «Devo ancora rendermi conto di cosa ho fatto - ha ammesso con una voce più flebile di quanto ci si aspetterebbe -. Dopo essere arrivato secondo due volte non so cosa avrei pensato di me se ci fosse stata una terza: ero già stato vicino a vincere il Giro, la Vuelta e il Tour e qualcosa s'era messo di mezzo. Una caduta, un problema intestinale, un guaio meccanico. Non riuscivo a concretizzare ma non ho mai pensato che questa fosse la mia ultima chance».

Il suo Tour non ha avuto cedimenti. Ha vinto in volata su Contador a Mur de Bretagne, ha sfiorato la maglia gialla per 1" già nella seconda giornata, si è difeso in montagna e attaccato in discesa, ha guidato da solo l'inseguimento a Schleck nel tappone del Galibier contenendo i danni (ed è stata la sua impresa decisiva), ha riportato il gruppo su Andy e Contador all'inizio dell'Alpe d'Huez. Un pitbull inschiodabile.

«E' la consacrazione di un campione e il simbolo dell'internazionalizzazione del ciclismo, visto che nessun australiano aveva mai vinto il Tour», ha chiosato Christian Prudhomme, il direttore. Aldo Sassi, il suo preparatore al Centro Mapei di Castellanza, gliel'aveva pronosticato: «Cadel, mi diceva, sei un corridore completo e pronto per vincere il Tour». Sassi è morto di cancro l'anno scorso. Ricordando le sue parole, Evans ha avuto l'unico cedimento in 3 settimane: gli si è rotta la voce, gli sono spuntate le lacrime. Calde e tenere. Ora di perdenti di successo rimane Andy. L'anno scorso per superare la depressione per la sconfitta contro Contador si ritirò a pescare nel suo stagno. Gli hanno riallestito il capanno e controllato le lenze.

di Marco Ansaldo; LA STAMPA

martedì 12 luglio 2011

El Flaco

L'appuntamento è nell'ufficio in centro. Fa freddo. César Luis Menotti si scusa: "S'è rotto il riscaldamento, devo comprare una stufa, sto gelando". Sotto il vetro del tavolo, foto dei figli. Sopra, una pila di libri: Eladia Blázquez, Vázquez Montalbán, Tejeda... Un posacenere pulito ricorda che un po' di tempo fa la chiacchierata si sarebbe riempita di fumo.

Come va dopo aver smesso?
"Male. Mi dissero: "Il primo mese è duro, poi...". I medici insistono per renderci la vita più lunga e meno gradevole. I chirurghi sono i peggiori. Ora hanno una macchinetta, pim pim e ti operano. Non lasciano neppure sangue sul bisturi".

Come andò la sua operazione?
"Dissi al medico: "Faccia lei, io so di calcio, mica di polmoni". Mi impose di non fumare per avere vita normale. Normale per chi? La sigaretta è una compagna. Devo pensare che la compagna è morta. Mi piace quando mi sbuffano il fumo in faccia. Lo cerco alle porte dei ristoranti. Ieri un signore accende e fa: "Esco". Gli ho risposto: "Macché, stia più vicino"".

Anche dal calcio si sta allontanando?
"La Spagna mi ha restituito passione. Vederla giocare con i piccolini mi conforta. Il calcio è tre cose: tempo, spazio e inganno. Però non ci sono tempi, non si cercano gli spazi e non mi ingannano più. Mi annoio tanto che non
mi pare calcio. Il 99,9% degli allenatori invidia il Barcellona. Tutti vogliono essere Guardiola, la maggioranza non sa come si fa".

Guardiola dice con i buoni giocatori...
"Non la bevo. Il lavoro di Guardiola è allenamento, idee chiare, farsi capire. Più importante dei giocatori. Andiamo a vedere chi era Piqué prima di Guardiola, chi era Pedro, chi era Busquets. Nemmeno Iniesta era titolare. E dissento su altro. Non fu Cruyff il primo a giocare così, il primo si chiamava Menotti. Mi costò la vita. Ci fischiavano per i troppi passaggi. Giocavo con Maradona alla Messi e Schuster alla Xavi. Ma ogni volta che Schuster la dava ad Alexanco ci fischiavano. Solo sul 3-0 tutti a fare olé".

Perché andò via dal Barcellona?
"Era morta mia madre, tornava la democrazia in Argentina, dovevo stare lì. Núñez mi diede un assegno in bianco, mi chiese quale giocatore volessi. Nessuno. Volevo che buttasse fuori i grandi per far crescere i giovani. Fu dopo la Coppa del re. Una coppetta. Se oggi la vince il Real, pare abbia vinto l'Intercontinentale. Dicevo?".

L'importanza dell'allenatore.
"Qual è l'influenza dei professori? Dipende. Mi sono innamorato della chimica perché il professore arrivò fumando, riempì la lavagna di formule e disse: "Da imparare entro martedì. Però è impossibile". E aggiunse: "Perché sappiate che la vita è come la chimica: va interpretata"".

La figura del professore è un po' svalutata...
"Da 50 anni si produce dis-cultura. Hanno rubato alla gente il sentimento di appartenenza. Mi sento un marxista ormonale, senza più spiegazione ideologica. Ho sperimentato il disastro del capitalismo in ciò che mi circonda, calcio compreso. Hanno rubato il calcio alla gente".

In Argentina potrebbe esistere una figura alla Guardiola?
"Se esistesse, lo assassinerebbero. Qui ci sono i Mourinho. Tipi come lui. Che pensano a vincere e quando perdono non è colpa loro".

Del Bosque ha detto che voleva essere come Busquets. Più alto. E lei?
"Il migliore che ho visto è stato Pelé. Quando andava a colpire di testa, saliva un altro po' e la stoppava di petto. Non sapevi mai cosa avrebbe fatto".

Come Messi...
"Ci sono stati 4 re. Di Stefano, Pelé, Cruyff e Maradona. Stiamo aspettando il quinto, non è ancora apparso. Messi è il più vicino, ma la corona non gliela do ancora. Dovrei vederlo fuori dal Barcellona, e vincere quello che Maradona ha vinto a Napoli. Era una banda e l'ha trasformata in un'orchestra. Sa perché Messi è il migliore?".

No...
"Ogni volta che prendeva la palla, voleva vincere la partita. Ora no, e si nota la mano del maestro. Cosa sarebbe di questi giocatori senza Pep... Nel Barça non esiste la libertà assoluta. Ci sono regole che permettono ai giocatori di essere liberi e felici. Il Madrid potrà comprare giocatori, e altri, e altri, alla fine vincerà, ma quel 5-0 sarà per tutta la vita. Ha ucciso Mourinho per sempre".

Lei disse che dopo quella partita, Mou se l'è fatta addosso.
"Così si dice a casa mia, farsela addosso. La partita dopo ho visto in panchina Higuain, Adebayor, Benzema e Kaká. La più grande codardia vista in un grande. E con il Madrid: inaudito".

Che succede all'Argentina che fa tanto male a Messi?
"Quando parlo di dis-cultura, non mi riferisco a chi leggeva Borges. Il calcio è come la vita. Non ti alzi alle sei del mattino e ti metti a cercare la donna della tua vita. La incontri o no. Ogni volta che toccano la palla, vogliono vincere la partita. È terribile. Un'angoscia. Nel Barcellona ci sono più passaggi che gol. Di questo si tratta. Passarsi la palla. Non è difficile".

Ora a Batista chiedono che giochi come il Barcellona.
"Imbecilli. Credono che sia facile cantare come Serrat?".

di Luis Martin; El Paìs; da Repubblica.it

lunedì 13 giugno 2011

Povero me

Diciamo la verità: lo scandalo del calcio non sta scandalizzando nessuno. Era appena scoppiato e già mi chiamava un amico, splendida persona e paladino dei valori dell’azionismo piemontese. Per deprecare l’accaduto? No, per sapere se le disgrazie dell’Atalanta avrebbero permesso al nostro Toro di salire in serie A. Il giorno dopo Vittorio Feltri ha scritto un articolo spietato contro i calciatori corrotti, che però si concludeva con l’invito a non punire le squadre per le responsabilità dei singoli. Vittorio Feltri è dell’Atalanta. Ma non c’è conciliabolo da bar in cui i conversatori non regolino le loro opinioni sulla base di un unico metro di giudizio: le convenienze della squadra del cuore.

Ho peccato di ingenuità quando scrissi che i «mercenari dell’anima» stavano corrompendo il sogno bambino dei tifosi. A noi tifosi, dell’integrità dello sport non importa niente. Importa mettere nei guai la contrada nemica, meglio se con l’inganno e la sopraffazione. La partita di calcio non è l’oasi in cui l’adulto ritorna alla passionalità pura delle emozioni infantili, ma un rito di scarico delle schifezze accumulate durante la settimana. Un magma di pulsioni tribali che la retorica del tifo, a cui anch’io ho spesso fornito munizioni, si incarica di nobilitare. Siamo fermi al Colosseo. Un ammasso di spettatori passivi, per lo più di sesso maschile, delega le proprie rivendicazioni a un gruppo di professionisti che fingono di condividerle. Esattamente ciò che accade in politica, altra attività molto dibattuta da noi maschi. Voglio guarire, ma non so come si fa.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

venerdì 3 giugno 2011

Hack-a-Shaq

Il Mostro se ne va. A 39 anni, dopo 19 stagioni Nba. Ha vinto, distrutto, guadagnato. Quattro titoli, Mvp di tre finali, più di 28 mila punti, 12mila rimbalzi, 286 milioni di stipendio. Non solo basket: anche sette film, album da rapper, svariate apparizioni in tv. Shaquille O'Neal si ritira, per tutti è stato Shaq. Un gigante, anche sulla bilancia: 150 kg per 2.16 metri. Tra i cinque migliori centri di tutta la storia Nba. Il post-Jordan e il pre-Bryant. Bravo anche a passare a la palla, a livello di Bill Walton. Un mammuth che spazzava via le difese. Sapeva sgusciare. E se gli girava male, tiè, sbriciolava pure il canestro. Quando prendeva posizione non c'era modo di spostarlo, né di abbatterlo. Diesel il suo soprannome. Perché quando carburava andava lontano. Per stopparlo gli avversari avevano inventato il fallo preventivo, gli andavano addosso a gioco fermo, quando non aveva palla. La manovra si chiamava Hack-a-Shaq, era punita con i tiri liberi: per le squadre nemiche era un sollievo, perché Shaq ai rigori era un disastro. Nella partita Lakers-Supersonics sbagliò 11 tiri dalla lunetta, un record all'incontrario. Forse gli sembrava troppo facile segnare da lì, senza nessuno addosso. Forza, muscoli e fame leggendaria: bistecche condite da altra carne rossa. Sulle porte di casa aveva messo il logo di Superman, tatuato anche sul braccio.

Un clown, un istrione, il suo mito era Magic Johnson, uno che si metteva a Harvard Square fingendo di essere una statua e che ad Halloween si travestiva
da drag queen. Tante stravaganze, molta indolenza. In palestra aveva fatto mettere un divano (era nelle clausole), per poter schiacciare un pisolino. A letto faceva anche le interviste, bofonchiava con il registratore sotto le lenzuola. Non un santo: arrivava tardi agli allenamenti, prendeva a male parole i suoi compagni (appena si trasferiva in un'altra squadra). Gli piaceva trovarsi soprannomi, come Shaqness. Un tiratardi, mai mancato a un party. "Non so come sono riuscito a vincere il titolo nel 2006, a Miami uscivo tutte le sere". Un mammone: aveva convinto sua madre Lucille a scrivere un libro e alla presentazione visto che tutti volevano la sua firma, lui premuroso: "Ma', va bene per te?". Negli ultimi anni aveva provato a mettersi a dieta: "Non capisco, da ragazzo ero scheletrico, mi hanno fatto irrobustire e ora dicono che sono troppo grasso". Sei finali Nba giocate, tre consecutive vinte con Los Angeles, una con Miami. Phil Jackson, coach dei Lakers, lamentava la sua scarsa vena difensiva: "Se solo Shaq si allenasse un po' di più".

Ma Shaq si amava così, elementare e brutale, si faceva bastare. Anche con l'orrore dei 5.000 tiri liberi sbagliati. Otto anni a Los Angeles e l'addio dopo la sconfitta con Detroit nel 2004, per incompatibilità con la stella Bryant, che sentiva il suo regno minacciato. Soprattutto dalla personalità dell'altro, eroe di un'America semplice, che non si prendeva troppo sul serio. Ora tutti a rimpiangerlo e a dire che uno così non ce ne sarà più. Non solo per la generosità della ciccia. Ma anche per la voglia di divertirsi, di ricordare che il canestro ha una circonferenza umana. E che non è male mischiarsi. In quest'ultima stagione a Boston aveva giocato solo 37 partite, mali alle ginocchia, alle caviglie, all'anca. Il mostro incontrollabile e spettacolare saluta. La sua efficacia è al sicuro: una media di 26.2 punti a partita nelle prime 14 stagioni. Anche adesso, sarà difficile spostarlo dalla storia.

di Emanuela Audisio; la Repubblica

lunedì 30 maggio 2011

Povero Toro

Una vita in fuga. Urbano Cairo non è Alberto Contador però il suo destino ormai lo accomuna al ciclista spagnolo: pure lui deve sfuggire sempre al gruppo degli inseguitori che nel suo caso non si limiterebbero a batterlo sul traguardo ma a batterlo con quanto hanno per le mani e basta. Sarebbe successo anche ieri se il fiuto dell’uomo prudente e braccato non avesse spinto il presidente granata a lasciare lo stadio sotto scorta prima che si ufficializzasse la condanna del Toro alla terza stagione consecutiva in serie B, come successe solo nella seconda metà degli anni 90. Sconfitti dal Padova i granata hanno centrato il capolavoro di finire ottavi e hanno fallito i playoff che ritenevamo alla loro portata più dell’anno scorso, vista la compagnia.

Come ha detto Rolando Bianchi, «è un fallimento completo». Almeno c’è chi chiama ancora le cose con il proprio nome. Ognuno ha portato il proprio mattoncino alla causa. Lerda era arrivato con tante speranze perché aveva fatto un buon lavoro a Crotone e perché aveva il «pedigree» granata, ammesso che l’essere cresciuti nel Toro di una volta abbia ancora un valore per il Toro di oggi. Ebbene Lerda è indifendibile come lo sono i giocatori. Modesti di piede, impreparati a ragionare tatticamente, poveri di spirito perché neppure ieri, in una finale da vincere a tutti i costi, hanno messo in campo il carattere, pronti a sbracare nelle difficoltà. Ma il pesce puzza dalla testa e la testa nel Toro è Urbano Cairo. Se usasse nel calcio metà del fiuto che ha dimostrato nell’inventarsi riviste di successo, sarebbe il miglior presidente della storia dopo Ferruccio Novo e Orfeo Pianelli. Ma come si dice a Milano, dove Cairo lavora, «Offelè fà el to’ mestè», ed evidentemente il suo mestiere non è il football.

Da quando arrivò nell’estate del 2005 il suo è stato un fare e disfare, all’inizio seguito con la simpatia che suscitano i neofiti, poi con l’irritazione che accompagna la pervicacia nelle scelte sbagliate. A mettere insieme i direttori sportivi, gli allenatori e i giocatori che ha accumulato in sei stagioni ne esce una Garzantina. Tanto sbattersi per affossarsi a questo punto. La sua fuga stavolta ci sembra al capolinea. Cairo non ha più credibilità nel mondo granata, temiamo non abbia neppure la voglia di mettere i soldi necessari ad attrezzarsi per il prossimo campionato, di cui Bari, Samp e Brescia alzeranno il livello quest’anno modestissimo. Levarsi dalla B sarà più difficile per un club in cui ogni atto del presidente sarà immediatamente accolto con sfavore. Sarebbe più semplice levarsi e basta, cercare un compratore, anziché scoraggiare chi avesse una mezza idea di entrare nel Toro. Cairo disse che avrebbe venduto ma resta lì, cercando nel passato una via di uscita, magari riaffidandosi a un altro allenatore, Colantuono, che aveva preso, cacciato, ripreso e riperso. La sua specialità. Senza futuro.

di Marco Ansaldo, LA STAMPA

Non c'è trippa per gatti

Contador troppo grande o gli altri troppo piccoli? La prima risposta è semplice. Lo spagnolo merita un 10 tondo in pagella. Grande. Ha salutato la compagnia appena la strada del Giro ha cominciato a salire (Etna): ci vediamo a Milano. Ha vinto le ultime sei grandi corse a tappe alle quali ha partecipato, tre Tour, due Giri, una Vuelta, ma forse stavolta è stato il migliore Contador di sempre. Potrebbe diventare il Numero Uno del ciclismo moderno dopo Eddy Merckx, visto che Armstrong sconta il peccato originale di una carriera avara limitata alle strade di Francia. Non si può nemmeno dire che l’abbia favorito il percorso con troppi spigoli, avrebbe vinto in ogni caso. Magari senza uccidere l’interesse della corsa, se il sesto grado fosse stato distribuito meglio. Ma Contador aveva un motivo in più per strafare, doveva dimostrare ai tribunali in agguato che sa andare forte anche quando è supercontrollato. E un risultato l’ha già ottenuto, la sentenza per la vecchia storia di doping presunto prevista fra pochi giorni slitta a settembre. Potrà partecipare al prossimo Tour.

I nostri troppo piccoli? Scarponi nè piccolo nè grande, è stato quel che doveva essere. Ha provato a contrastare il Matador ma si è scottato al calore dell'Etna. Compresa la lezione si è gestito meglio, è finito in crescendo e ha respinto Nibali nel duello per il secondo posto, dove pure non era favorito dalla crono finale. Non è un fuoriclasse, ma un ottimo corridore con un carattere di ferro. Merita un 8 perchè ha dato tutto, naturalmente aiutato da un Giro tutto a naso’in su.

Semmai un voto in meno va dato proprio al più atteso, a quel Vincenzo Nibali dal quale i tifosi, e non solo loro, attendevano buone notizie. Perchè aveva già agguantato il terzo posto al Giro dell'anno scorso pur avendo dovuto aiutare il suo capitano Basso; perchè poi in settembre aveva domato l’arcigna Vuelta. Insomma, il siciliano era considerato ostacolo difficile per Contador e invece in tal senso ha in parte deluso soffrendo più del previsto in salita, dove gli è mancato il cambio di passo. Ma non si è mai arreso, soprattutto pare finalmente uno dei più credibili testimoni del nuovo ciclismo pulito. E ha dalla sua l’età, 27 anni sono appena l’alba per chi si confronta con le grandi corse a tappe. Non siamo più ai tempi di Coppi, che vinse il Giro a vent’anni...

di Gianni Romeo; LA STAMPA

INTER-Palermo 3-1

Si è conclusa un'altra stagione da buttare via...

Ha vinto il migliore

martedì 24 maggio 2011

4-3-3 risate

Gli uomini della domenica se ne vanno. In Europa, in B o al mare. Qualcuno approfitta delle ferie per sposarsi, qualcun altro per divorziare e cambiare maglia. Tutti lasciano un ricordo. Questi 11 più degli altri. Sono stati selezionati con criterio più narrativo che tecnico. E ad esclusione di chi era già stato effigiato in questa pagina. Sono schierati con il 4-3-3 e indossano le maglie della storia del calcio, dall'1 all'11, passando per lo stopper e la mezzala.

1) MARCHETTI
Il portiere che non c'era. Dai Mondiali al nulla. Tutto per aver espresso un desiderio: mi piacerebbe andare alla Sampdoria. Che se poi si realizzava era peggio. Almeno ha l'alibi dell'assenza. E il pregio di aver dimostrato una cosa: nella lite tra un padrone e un lavoratore il popolo e i media stanno con il lavoratore, ammenoché sia un calciatore. In quel caso tra il milionario in porta e quello che lo mette alla porta (si chiami Cellino o Garrone) le simpatie vanno al secondo. E al secondo portiere.

2) NAGATOMO
Un cognome che profetizza disastri nucleari e al loro avverarsi suscita simpatia. La terza ragione per il turismo giapponese a Milano dopo lo shopping e l'aver sbagliato strada. Ma anche un giocatore vero, benché lo trattino da mascotte. Talvolta segna pure. Ancor più straordinario: ha vinto una coppa continentale benché allenato da Zaccheroni. Che ha detto: mi capiva a gesti. A Torino, i giocatori italiani, manco a parole.

3) ARMERO
Ogni tanto partiva un treno. Da Udine. Per la fine del mondo o del campo. L'armata di Guidolin è stata prima Brancaleone, poi Invincibile. Più spesso, Armero. Dicono: i gol di Di Natale, le volate di Sanchez, Isla e Inler. Ma nessuno correva come questo, pareva Maicon quando era Maicon. Un colombiano che conosce un solo cartello: quello che indica la porta avversaria. E lo segue. Poiché uno dell'Udinese tra questi 11 ci voleva, entra lui. Poi stramazza.
4) LEGROTTAGLIE
Ha detto Vasco Rossi in una memorabile intervista: o Dio non c'è o è cattivo. Legrottaglie crede in Dio, ma evidentemente è vera la seconda che dice Vasco. La Juve non lo utilizza e lo vende al Milan, già avviato verso lo scudetto. Lui entra nel secondo tempo e dopo 38 minuti si rompe e non gioca più. Campione d'Italia, certo. Probabilmente lui riesce a vedere lo splendore in questo disegno della provvidenza e ringrazia. Amen.

5) LORIA
Qualcuno può pensare che in fondo non abbia fatto niente di speciale, ma il solo fatto che sia riapparso al centro della difesa di una squadra in lotta per la Champions ha invece qualcosa di eccezionale. E ancor di più lo è che la speranza sia stata riaperta da un suo gol (salvo richiudersi poco dopo per svarioni di marcatura). Ora che Mexes emigra, Di Benedetto potrebbe regalarci un sogno e pretendere Loria titolare. Trasformando l'Olimpico nel Colosseo, quanto a buchi.

6) BOATENG
Dalle lacrime con il Ghana al ballo di Jacko con il Milan. E' il giocatore più esplosivo dell'anno. E il mistero più glorioso del calciomercato. Preziosi lo ha prestato a Berlusconi. Perché il Cavaliere non poteva permetterselo? Perché tanto in quel ruolo aveva già fenomeni tipo Rafinha? Perché ha preferito farne senza, ma con plusvalenza? L'unica certezza è che questo, se ci sta con la testa oltreché con il fisico, non lo toglie più di squadra nessuno.

7) MACHEDA
Al primo gol con la maglia del Manchester United qualcuno chiese all'allora ct Lippi di convocarlo. Siamo un Paese così: o restiamo indietro o fuggiamo in avanti. E tutto quel che è lontano ci sembra brillante: come Macheda in Inghilterra. Poi ce lo mandano a domicilio ed ecco qua lo zircone. Va bene che se uno passa da Ferguson a Cavasin ha i suoi traumi, ma il campionato è finito e questo non si è ancora ripreso. Finisce per diventare un simbolo: dei rottamatori che poi, se li metti al volante, sbandano. E noi lì, al lato della carreggiata, impolverati, a contare i gol di Totti.

8) GIOVINCO
Più che un uomo un emblema. Un asterisco, suvvia. Una piccola metafora, di che? Del grande, incommensurabile spreco che ha saputo fare la Juventus. Che poi sia colpa della "dittatura" di Del Piero o dell'incapacità della dirigenza, che differenza fa? I Miccoli giocano e meravigliano altrove. A Parma è sbocciato perfino Amauri, quando già Giovinco metteva fiori dappertutto. Anche sulla lapide della Signora.

9) BOSELLI
Chi era costui? E' la domanda che seguirà se lo si nominasse tra un anno. Tranne che a Genova. Dove rimarrà memorabile. Un argentino qualunque arrivato a gennaio per sbaglio, già rotto, che entra nel finale di un derby già chiuso e al 97' segna e di fatto retrocede la Sampdoria. Generazioni di piccoli doriani cresceranno con la minaccia: buono o arriva Boselli. Generazioni di genoani invecchieranno addolciti dal ricordo di quel gol improbabile. Ogni altro miracolo sembrerà scontato.

10) PASTORE
Ora, uno a Zamparini può dire di tutto, lui non si offende più. Parla con il pappagallo, sfrutta la popolarità in maniera costruttiva edificando palazzi, fonda il partito del té e capeggia quello del me. Ma non si dica che non capisce di calcio. Dopo aver esonerato Delio Rossi (sconfitto 0 a 7 in casa) prende Cosmi. E lo caccia non appena tiene in panchina Pastore. Ecco, dicono che Zamparini sia matto, ma matto è chi non fa giocare Pastore. Punto. Di lui, riparliamo fra tre anni. Possibilmente da Barcellona.

11) GRANDOLFO
Dimenticate quanto avete letto su Macheda e l'assurdità delle illusioni precoci. Noi vogliamo innamorarci a prima vista. Andiamo allo stadio per poter dire: quel giorno io c'ero. Quando? Quando debuttò Mancini, quando un tal Cassano segnò all'Inter, quando a Bologna, nella più inutile delle partite, sbocciò Grandolfo. Un nome da elfo nel signore degli anelli, uno, due, tre tocchi da predestinato. Lasciateci pensare che sia nato il nuovo Pablito (non ne nasce uno all'anno?), che ogni fine sia un inizio, come ci ha insegnato il saggio morente e che questo campionato appena tramontato abbia generato un raggio verde che illumina il futuro: Grandolfo. Chi era costui?

Allenatore LEONARDO
In Italia non si gioca più per qualcosa, ma contro qualcuno, si vota contro qualcosa o qualcuno, vero o immaginario che sia. Così il Milan non ha vinto lo scudetto per Allegri, ma contro Leonardo, come da cori di Gattuso, il Lassini rossonero da cui la dirigenza ha finto di prendere le distanze. E lui, Leonardo, prima guru della felicità, poi bersaglio della derisione, prima milanista poi interista, prima critico di un presidente, poi cocco di un presidente, prima quasi vincente, poi assoluto perdente, è diventato suo malgrado il centro di questo sgraziato universo. Fino al prossimo campionato, o alla prossima elezione.

di Gabriele Romagnoli; la Repubblica

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    INTER-Catania 3-1

    Aspettando la finale di domenica, una partita presa sul serio. Con un grande Pazzini.

    sabato 14 maggio 2011

    Habitué

    Per timore più o meno reverenziale verso l'AGCOM è bene dare una non-notizia: la vittoria del 19° titolo nazionale del Manchester United.

    35 lunghi anni...

    Il Manchester City del nostro amatissimo Mancio ha appena vinto la finale di FA Cup contro gli ostici boscaioli dello Stoke City per una rete a zero, con un gol rabbioso di Yaya Touré.
    Il mitico Super Mario eletto "Man of the match".

    giovedì 12 maggio 2011

    mercoledì 11 maggio 2011

    Pedala!

    I poveri sono matti, diceva Zavattini. Anche i ciclisti, vorrei aggiungere. Non fuori di testa, ma con quel briciolo di pazzia che li porta a scegliere uno sport di estrema fatica, di molti rischi, di guadagni relativamente bassi. Una volta, era normale, quasi automatico. La bici servì a Binda per non continuare a fare lo stuccatore, sia pure in Costa Azzurra, a Coppi per sottrarsi alla zappa da usare sui costoni argillosi di Castellania. Erano e sono stati, per molti anni, ciclismo e pugilato lo sport degli affamati, il treno su cui saltare in cerca di fortuna. E pazienza se non era l'Orient Express ma una terza classe fumatori, di quelle su cui saliva Fiorenzo Magni su fino al Nord, dormiva come poteva, sempre con un occhio alla bici, e poi vinceva il Giro delle Fiandre. A volte ho pensato che il ciclismo fosse, per i poveri, una soluzione come il seminario: una bocca di meno in casa.

    La vocazione serve ai preti e serve ai ciclisti. A chi stanno più a cuore le anime, a chi i corpi. Ma si è sempre a metà: correre a piedi, correre in bici, e l'uomo è ancora il motore di se stesso, correre a motore. I nostri figli certi lavori non li vogliono più fare, si continua a sentir dire in giro, per questo c'è bisogno degli immigrati. Sì, ma come la mettiamo con certi sport? Isoliamo per un po' il doping, che comunque è un rischio in più, e gravissimo.
    Con o senza, è una fatica da bestie, anche se le bici pesano meno, anche se le strade sono più lisce, anche se i chilometraggi sono più
    miti, anche se gli alberghi non sono più topaie, anche se si è seguiti da un medico o da un preparatore atletico (fin troppo, talvolta).

    Ieri al Processo alla tappa Bettini ha detto che il ciclismo è uno sport che fa sentire liberi. Forse sì, ma facendo una vita da schiavi. Non esiste uno sport in cui io debba comunicare alla superiore autorità ogni mio spostamento. Io ciclista devo essere reperibile tutti i giorni dell'anno, anche in vacanza, anche il giorno in cui vado a un funerale o cambio idea: non vado in pizzeria, vado al cinema. Sono un sorvegliato speciale, un vigilato a vista. Ed è anche colpa mia, o della mia categoria, ma io ciclista sogno il giorno in cui, a poche ore dal derby di Milano o di Barcellona, si presenteranno i cavasangue, come si presentano nei nostri alberghi alle sette del mattino, e magari quel giorno si fa il Ventoux o il Mortirolo, ma se anche fosse una tappa piatta come una mano la sostanza non cambia, anche il più pulito può avere la rogna (questo non è scritto ma lo sappiamo). Io ciclista, che adesso non posso più fare nemmeno una puntura di vitamine, penso a com'è bella la vita dei calciatori, che giocano un'ora e mezzo la domenica e il lunedì riposano, mentre noi dopo una tappa alpina ne abbiamo un'altra e un'altra ancora. Forse è per questo che la gente ci vuole bene, nonostante le macchie di doping che hanno imbrattato questo e quello, campioni e poveracci che tengono l'anima coi denti per arrivare in tempo massimo. E' per questo che la gente ha capito il funerale di ieri, i compagni del morto davanti, come la Motorola per Casartelli, nel '95, e poi la bici numero 114, quella di Fabio, issata sul tetto dell'ammiraglia fino a Parigi, alla sfilata sui Campi Elisi, come una bandiera di metallo, un ricordo piantato nel cervello, un singolare modo, ma trovatene voi un altro, per rendere onore alle armi.

    Perché, torno a dirlo, il ciclista si guadagna il pane lontano da casa, come gli emigranti stagionali e i soldati, e dico soldati perché esiste il capitano per definizione, mentre il tenentino è un giovane di belle speranze e il sergente è il più vecchio, tant'è che lo si definisce anche direttore sportivo in corsa. C'è l'attacco improvviso (il raid) e quello preparato a tavolino, ci sono le alleanze, per simpatia o per quattrini, ci sono le grandi manovre, le fughe (ma chi va in fuga nel ciclismo non è un disertore, è un eroe, c'è una bella differenza). Ci sono gli agguati, le imboscate, le trattative segrete, quelli che hanno studiato dicono che il ciclismo è una chanson de geste, tirano in ballo Omero. Ettore era uno pulito, Achille un dopato. E però, però, la madre di Weylandt che lungo la discesa del Bocco s'inginocchia e bacia l'ultimo pezzo di terra che ha accolto il corpo del figlio, questo sì è omerico nel senso di antichissimo e straziante. Poteva maledirli, quella discesa e quel muretto, con l'urlo di tutte le madri, anche le pecore quando si vedono portar via gli agnellini e sanno che cosa li aspetta. Poteva restare di pietra, per non sbriciolarsi sotto l'urto di un dolore troppo forte e inatteso. Si erano mossi da Gand perché l'anno scorso il loro ragazzo aveva vinto la terza tappa e quest'anno la terza tappa gliel'ha portato via. No, s'è inginocchiata e ha baciato la terra, come faceva papa Wojtyla, come ha fatto la Schiavone al Roland Garros, ma qui era diverso.

    Qui tante cose sono diverse da quello che sembrano. Anche pedalare in gruppo è rischioso, basta sbandare di cinque centimetri e si fa come una palla da bowling. Si fa fatica sempre, ad attaccare e ad inseguire, a salire e a scendere, a tirare la volata come a vincerla, a fare una cronosquadre oppure una crono individuale. Quale altro sport obbliga, da professionisti, a continuare a pedalare anche espletando le cosiddette funzioni corporali, e non solo di pisciare si parla? Certo, ti puoi anche fermare dietro a un cespuglio come Gaul, che per quella fermata perse il Giro del '57. In casi del genere il codice d'onore (non scritto) stabilisce che non si attacca, ma Bobet e Nencini non la pensarono allo stesso modo o forse (erano i tempi dei veri duri) pensarono che un ciclista che per certe cose ha bisogno d'appartarsi non merita rispetto. Peggio per lui.

    Anche questo episodio dimostra che il ciclismo è come la vita e per questo lo capiscono tutti. La gente sa che sulla canna della bici c'è la ventura (l'avventura, anche) e la sventura. Ed è per questo che la morte di Weylandt non appartiene solo alla sua famiglia, né a quella, allargata, del gruppo, ma a tutti quelli che si son fatti il segno di croce quando passava il gruppo, a quelli che non hanno saputo trattenere le lacrime quando una tromba ha intonato il Silenzio oltre il traguardo. Riconoscersi in un momento di dolore, non di vittoria, non è da tutti e io credo che quella sia l'Italia vera, l'Italia che ne ha piene le palle di Berlusconi e dei suoi attacchi ai giudici, di Nicole, di tante cose che riempiono i giornali e i telegiornali, di liti finti e vere, di poteri spartiti, di un Paese col lifting spacciato per realtà, con la guerra che si deve chiamare con un altro nome, con i morti sul lavoro che non hanno l'eco di Weylandt, morto in diretta tv al Giro dei 150 dell'unità d'Italia, un'unità che a volte si fatica a intravvedere, ma per Weylandt c'è stata. Unità. Rispetto. Dolore condiviso. Silenzio.

    Pantani l'aveva detto: vado forte in salita per abbreviare la mia agonia. L'aveva detto con estrema chiarezza, con parole più da poeta che da scalatore. Un ciclista non sogna certo di morire, ma sa che può capitargli. Un ciclista sogna la grande fuga, l'andar via da tutti, l'isolamento, tutte cose che sono l'altra faccia della morte ma in qualche modo la evocano. Il ciclista è un personaggio buzzatiano, e infatti Buzzati sui ciclisti ha scritto pezzi bellissimi: a volte, come i messaggeri dell'imperatore, si spinge così lontano che non torna più. Il ciclista può essere Bertoldo. Un vecchio suiveur, ma ormai lo sono anch'io, mi ha raccontato di un gregario toscano al Tour negli anni '50, sono indeciso tra Ferlenghi e Falaschi. Allora, si raccoglievano le dichiarazioni di tutti gli italiani, non solo di Bartali o Coppi. "Com'è andata, eh?" indagò un giovane cronista al termine di un tappone pirenaico sotto un sole che c'è solo sui Pirenei. "Su e giù, su e giù, come pulirsi il culo a revolverate" fu la risposta.
    Il ciclista gira il mondo, una volta erano Belgio, Francia e Spagna, adesso anche Malaysia, Qatar, Giappone. Gira il mondo ma non lo vede, non può guardare i paesaggi né i monumenti. Gira il mondo e mangia sempre le stesse cose. Vede solo lettini per il massaggio e camere d'albergo, che nel tempo si son fatte più confortevoli. Ho visto Merckx e altri 80 corridori dormire nel liceo di Luchon su brandine stese nei corridoi, sei docce e sei wc per tutti, prendere o lasciare. Prendere, se non prendi non sei un ciclista e in più l'organizzatore ti sbatte a casa perché non si può rifiutare l'alloggio assegnato. E allora, perché oggi uno non sceglie il tennis, il golf, la pallavolo? "Per passione" rispondono i ciclisti. Passione ha la stessa radice di patire e patire è un po' morire. Questo non spiega tutto ma molte cose sì.

    di Gianni Mura; la Repubblica

    martedì 10 maggio 2011

    Un Ringhio penoso

    Perché uno come Rino Gattuso, campione del mondo e vicecapitano del Milan, ha festeggiato lo scudetto trascinando i propri tifosi a intonare il coro «Leonardo uomo di m...»? Si fosse limitato a un saltello sfottente, non avrei mai scritto questo articolo: la pernacchia al rivale sconfitto fa parte del rito. Ma nell’insulto all’allenatore dell’Inter nemmeno un entomologo delle emozioni riuscirebbe a trovare tracce di ironia. Capisco l’antipatia di Gattuso per il suo ex capufficio, che quando allenava il Milan non lo prendeva in considerazione. Capisco meno la ragione per cui molti di noi, non solo Gattuso, abbiano bisogno di vomitare un’infamia per dare ali alla gioia. Cioè, la capisco benissimo. Siamo intrisi di rancore accumulato e inespresso. Verso i politici, i superiori, i colleghi, i congiunti. Una rabbia impotente, tipica di un’epoca di transizione che non offre risposte chiare alle angosce. Serve un capro espiatorio a portata di mano: la persona da cui si ritiene di aver subito un torto. E serve un momento di felicità per liberare senza sensi di colpa la poltiglia dei brutti pensieri. Dopo lo sfogo non ci si sente migliori né appagati. Solo più vuoti.

    Vi auguro di festeggiare i vostri trionfi non come Gattuso ma come Leo Messi, che quando fa gol non porta le mani alle orecchie e non tira calci alle bandierine del corner. Cerca il compagno che gli ha passato il pallone e lo ringrazia con un abbraccio. Per ricordare persino a se stesso, il più forte di tutti, che il calcio - come la vita - è un gioco di squadra.

    di Massimo Gramellini; LA STAMPA

    Wouter Weylandt

    http://www.youtube.com/watch?v=z_cP9mptgd4

    Raccontare una morte in diretta è tremendo. Non ci sono filtri, solo un mare di retorica, tempi difficili da gestire, sensibilità da rispettare. Ieri l’Heysel, oggi il Passo del Bocco. Dunque, non daremo lezioni alla Rai, ma ci permettiamo un consiglio: in questi casi non si lascia un uomo solo al comando. E nemmeno una donna. In questi casi bisogna correre in gruppo. Ieri non è successo. La conduttrice dell’approfondimento post Giro, Alessandra De Stefano, è arrivata esausta alla meta (l’annuncio del decesso di Weylandt) dopo aver lanciato appelli commoventi ai colleghi: «Facciamo squadra, datemi una mano».

    In cambio silenzi, lacrime e una regia inflessibile nell’imporre la regola aurea. «Continuare la trasmissione non ha senso». Pausa: «Dalla regia mi dicono che dobbiamo continuare». E così via, sotto il peso di una verità straziante che non si può dire, perché devono avvertire la moglie del ciclista. Per cui il momento più drammatico è anche quello liberatorio. «Se la regia è d’accordo, farei scorrere le immagini in silenzio». E scapperei da qui, maledetta regia.

    di Guido Boffo; LA STAMPA


     

    INTER-Fiorentina 3-1

    Finalmente Coutinho...

    martedì 3 maggio 2011

    Daniele Mannini

    Quando il gioco si fa duro i molli cominciano a giocare. Questa è la verità delle ultime giornate, quando il campionato si squaglia, le aspettative anche e restano minuti di agonia, sospesi tra la fine e il nulla, la A e la B, la Champions e l'inutilità. È lì che dalle cabine telefoniche rimaste escono Superman di riserva, con la tuta blu un po' stinta comprata in liquidazione. Gli eroi inattesi delle idi di maggio. Prendi la Roma: resta attaccata al sogno europeo degli americani grazie a Rosi, che la mette dentro con l'innominato. E prendi soprattutto la Sampdoria, la squadra del girone infernale di ritorno, quella che aveva perso con tutte le rivali salvezza in casa, tre su tre e stava per fare poker. Nel tunnel buio dell'ultimo minuto non è che potevano più sbucare Cassano o Pazzini, stai fresco se aspetti il giovin Macheda, s'era arreso perfino capitan Palombo ed ecco che fa tutto da solo, percussione, dribbling e gol nello spiraglio impossibile Daniele Mannini. Parliamone.

    Già questo nasce figlio di un portiere. E nel calcio ci sono delle logiche, poche ma ci sono. Come nella scala sociale della vita: se tuo padre fa il portiere, tu fai il portiere. Cudicini jr. mica si è inventato trequartista. Mannini sì, anche se pochi allenatori gli hanno creduto. Esordi giovanili nei campionati minori in Toscana, poi qualcuno nota un suo doppio dribbling contro il Lumezzane e finisce al Brescia, la stessa squadra che ha praticamente mandato in B con il gol della disperazione domenica scorsa. Quando c'è
    da segnare lui non ha pietà. L'episodio che lo porta alla ribalta nazionale, lascia traccia su wikipedia, ma soprattutto in una conversazione intercettata tra Moggi e Giraudo. È una rete da dimenticare, contro l'Udinese, nel 2004. Il portiere De Sanctis è a terra, infortunato, non fa in tempo a citare Francesco Ferrucci: "Vile, tu uccidi un uomo morto!", che Mannini ha già segnato. L'arbitro convalida. È uno di quegli episodi, come le luci a Marsiglia, che fanno scrivere a qualcuno: il calcio è finito. Poi invece continua e non se ne parla più.

    Lanciato da questa e altre prodezze Mannini approda a Napoli. Il prezzo d'acquisto non è giusto: lo pagano per risarcire dell'affarone fatto con Hamsik. L'allenatore Reja lo guarda perplesso mentre si allena con la bandana in testa. Ne segue con disappunto le gesta notturne. Lo schiera poco e non dove quello vorrebbe. Moggi, che ha una passione per intervenire nei fatti altrui, dichiara a Radio Kiss Kiss: è un giocatore di difficile collocazione. Per lo più: panchina. Ancor più lontano lo spedisce una squalifica affrettata per un ritardato controllo antidoping. Gli rifilano un anno. La notizia gli giunge mentre viaggia con la squadra in Eurostar. Si chiude in bagno a piangere per un'ora. Si allena nonostante il rientro sembri lontano. Quando gli riducono la pena è pronto. Il Napoli meno. Lo cede in comproprietà alla Sampdoria.

    Parte fortissimo. Segna perfino. Cassano gli accende la luce e lui apre la porta. Qualcuno scrive: "Lippi non vuole Fantantonio, finirà che prende, invece, Mannini". Non succede. Ci sarebbe perfino un conflitto d'interessi, poiché il suo agente è Davide, figlio del ct. Che da due anni proclama: "C'è battaglia per Mannini, il Napoli lo rivuole, la Samp non lo molla". In realtà la scorsa estate giocarono a "ciapa no" e perse la Sampdoria. Millemiglia, come lo chiamano, quest'anno ha smosso appena il contachilometri. Poi sono arrivate queste giornate terminali in cui gli allenatori vanno in guardaroba e, al grido "proviamole tutte", tirano fuori maglie smesse. Guarda a Firenze che cosa è successo con Cerci e D'Agostino. Guarda a Parma, con Modesto e Valiani.

    Marassi stava sprofondando quando Mannini ha risalito la propria parabola, preso quel pallone e si è inventato la mossa del matto: spalle al muto, capriola e sbuchi dietro l'avversario. Avrebbe dovuto metterla in mezzo, dopo aver saltato l'avversario. L'ha messa dentro. Come, è uno di quei misteri di fine stagione, quando l'impossibile di settembre diventa quotidiana magia. Poi è andato in conferenza stampa e ha fatto "tra virgolette i complimenti" ai suoi compagni. Complimenti a Curci che non para più, a Gastaldello che non marca il centravanti di turno, a Maccarone che spara sul portiere. E questo, al figlio di un portiere, non va giù. Le cronache da Genova raccontano che l'ultimo allenamento prima della partita con il Brescia è stato una bolgia. Ultrà a bordo campo, allenatore contestato, giocatori minacciati. Aspettati all'uscita e ammoniti. Poi sono andati via tutti. A quel punto, nel parcheggio deserto, è sbucato Mannini. Si è guardato intorno. Non c'era più nessuno, l'avevano lasciato solo. Ne ha dedotto: è arrivato il mio momento.

    di Gabriele Romagnoli; la Repubblica

    giovedì 28 aprile 2011

    Questo calcio mi fa schifo

    La notte del Bernabeu lascerà tracce. Anche in tribunale, magari solo un tribunale sportivo ma comunque gli avvocati sono già al lavoro. Avvocati assoldati dal Barcellona, che si ritiene parte lesa e offesa dopo le dichiarazioni di Josè Mourinho alla fine della partita. Il tecnico del Real ha lanciato accuse durissime al club catalano, che sta valutando la possibilità di denunciare Mourinho all'Uefa. Tutto nasce dall'espulsione di Pepe al 16' del secondo tempo, per un'entrata forse solo da ammonizione nei confronti di Dani Alves. In 10, e con Mourinho a sua volta espulso per un applauso all'arbitro tedesco Stark, il Real è crollato sotto i colpi di Lionel Messi, che ha regalato la vittoria per 2-0 al Barça. Dopo, Mourinho si è scatenato: "Questo calcio mi fa schifo. Ormai siamo eliminati, e tutto per una decisione dell'arbitro. Potevamo giocare altre tre ore, ma la partita sarebbe finita 0-0, invece in dieci contro undici non potevamo che perdere. Vado a casa con una domanda che mi tormenta: perché? Perché il Barcellona ha un simile potere? Perché negli anni trova sempre un arbitro che lo aiuta? Perché il Chelsea nel 2009 uscì in semifinale contro il Barcellona per l'arbitraggio di Ovrebo? Perché lo scorso anno la mia Inter fu costretta a un miracolo per eliminare il Barça, dopo l'ingiusta espulsione di Thiago Motta da parte di De Bleeckere? Perché loro trovano sempre un Busacca, un Frisk, uno Stark che li aiuta? Forse perché sono simpatici, dato che hanno la scritta "Unicef" sulle maglie? Forse perché c'è il dirigente Villar nell'Uefa? Perché? Perché? Perché? Spero un giorno di avere una risposta, ma forse non l'avrò mai. Io ho vinto due Champions con Porto e Inter, una era una piccola squadra e l'altra non vinceva la coppa da 45 anni, sono state affermazioni sudate, ottenute col lavoro e il sudore e il sacrificio, ne sono orgoglioso. Guardiola ora andrà in finale, e magari la vincerà. Ma sappia che avrà vinto due Champions non limpide, non pulite. Fossi in lui mi vergognerei di vincere in questo modo. E secondo me il popolo catalano, che conosco e che so attento a certe cose, sa che il sapore di certe vittorie non è quello giusto".

    Di fronte ad accuse così violente, il Barcellona ha fatto sapere di aver avvertito i propri legali, affinché valutino la possibilità di una denuncia all'Uefa nei confronti di Mourinho e per responsabilità oggettiva nei confronti del Real Madrid. E' il primo, e non l'unico strascico della partita del Bernabeu. Gli altri riguardano la posizione di Mourinho a Madrid. Al di là dell'episodio dell'espulsione di Pepe, su cui la protesta del Real ha un suo fondamento, a nessuno è piaciuto l'atteggiamento dei blancos in campo, la loro tattica rinunciataria, il chiaro intento - ammesso anche da Mourinho - di puntare al pareggio, senza provare ad attaccare davvero il Barcellona. Le critiche sul tecnico tornano d'attualità, mentre persino Cristiano Ronaldo, un uomo considerato vicinissimo all'allenatore (con cui condivide la nazionalità e il manager), ha detto: "Non mi piace il modo in cui mi è toccato giocare, ma di solito in campo faccio quello che mi dicono di fare". Tutti contro Mourinho, il grande sconfitto nella notte di Lionel Messi. Che fino a ieri non aveva mai segnato un gol in una semifinale di Champions e alle squadre di Mourinho non aveva mai fatto gol su azione. Che vendetta.

    di Andrea Sorrentino; la Repubblica

    Porca paletta...

    Il Milan ha vinta a Brescia. Ciao ciao.

    sabato 23 aprile 2011

    INTER-Lazio 2-1

    Tre punti pesantissimi: allunghiamo sulla stessa Lazio, sull'Udinese e superiamo il Napoli... e confidando nel Brescia continuiamo a sperare.

    mercoledì 20 aprile 2011

    Roma-INTER 0-1

    Una reazione da grande squadra.

    Parma-INTER 2-0

    Un'altra brutta partita.

    ...

    "Vorrei oggi ringraziare la mia squadra, tutti i giocatori che negli ultimi anni, e anche nell'attuale, hanno portato a tutti i tifosi interisti, me compreso, tanta gioia e i successi dei quali siamo e saremo sempre orgogliosi.
    Nella certezza di ritrovare la forza e la qualità che conosciamo per raggiungere i prestigiosi obiettivi che ci attendono anche quest'anno, sono convinto che, insieme ai tifosi, l'allenatore e la squadra sapranno regalarci ancora altre soddisfazioni".

    Massimo Moratti

    giovedì 14 aprile 2011

    Schalke 04-INTER 2-1

    Abdichiamo. Non nel modo peggiore, ma senz'altro in quello più amaro.
    Ragazzi, i ringraziamenti non basteranno mai, ma è ora di ricominciare.
    Senza dimenticare.

    lunedì 11 aprile 2011

    INTER-Chievo 2-0

    Si torna alla vittoria contro un avversario come sempre ostico, non senza qualche patema.
    Tutto può ancora succedere. Anche a Gelsenkirchen.

    giovedì 7 aprile 2011

    lunedì 4 aprile 2011

    Repetita iuvant

    Napoli, sull'aereo che rulla sulla pista di Capodichino tre leggende del calcio Mondiale discutono animatamente. Burgnich, il granitico Tarcisio dell'Inter euromondiale degli anni Sessanta è il più accanito. "Possiamo vincerlo ancora, oggi abbiamo giocato proprio bene, dipende solo da noi", incita il difensore nerazzurro. Vicino, siede Sandrino Mazzola, figlio del mitico Valentino granata, bandiera e capitano del Biscione. Proprio davanti c'è Facchetti, l'altro terzino delle Coppecampioni e Intercontinentali, il primo difensore capace di segnare come un bomber. Tutti reduci da una sconfitta, bruciante, al San Paolo con il Napoli di Juliano, Zoff e Altafini. E da un tremebondo inizio di torneo che è già costato la panchina al difficile Heriberto Herrera.

    E' il tardo pomeriggio del 22 novembre 1970 quando l'aeroplano decolla, direzione Milano. La discussione si infervora. "A un certo punto io mi convinco - racconta a "Repubblica" Mazzola, custode di tutti i segreti della Grande Rimonta nel campionato '70-'71 di cui ricorre adesso il quarantesimo anniversario - e scuoto il sedile di Giacinto per coinvolgerlo. Passano pochi minuti e ci ritroviamo a far calcoli: io tiro fuori un opuscoletto con tutte le giornate ancora da disputare e cominciamo a fare la famosa tabella". Che poi sarebbe? "Assegnare, partita per partita, i punti possibili a Napoli e Milan, che ci precedono e... a noi stessi. Beh, viene fuori che alla fine vinciamo noi se rispettiamo la tabella".

    Così, letteralmente per aria, nasce la ferrea volontà di cucirsi addosso l'undicesimo scudetto. "Tutti e tre, i vecchi della Grande Inter ci alziamo e andiamo dal presidente Ivanhoe Fraizzoli. Lui, abbatuttissimo, seduto da solo nella parte finale dell'aereo, ci rinvia al mittente parlando milanese stretto: "Scudetto? Figlioli miei andate, andate su, che fantasia figlioli miei, ma di che parliamo? Siamo a 7 punti dal Napoli e a 6 dal Milan, ma va là, dai". Comprensibile, ma noi ci crediamo e in questo sport se ci credi davvero sei a metà dell'opera".

    Alessandro Mazzola ha voglia di raccontare. I suoi ricordi, 40 anni dopo, sono ancora vividi. "Fu un'impresa, l'ultima della Grande Inter, e ne sono tuttora fiero". Nessuna presunzione. Ha ragione: nell'epoca del campionato a 16 squadre e dei (soli) 2 punti per una vittoria, l'Inter seppe rimontare a partire dalla ottava giornata tutto il vantaggio accumulato dalle due squadre che la precedevano per andare a vincere, addirittura, con un distacco di 4 punti. "Già, da quel giorno non perdiamo più, le vinciamo quasi tutte, se non sbaglio concediamo solo tre pareggi, di cui due alla fine, a cose fatte, il tricolore è nostro, ma ci sono altri retroscena".

    Sandrino non si fa pregare. "Dunque, al timone non c'è più Heriberto Herrera ma Gianni Invernizzi e l'atmosfera nello spogliatoio si è rasserenata. Povero Heriberto, era un ottimo allenatore, profeta di un calcio moderno, così moderno, il movimiento (come diceva lui) senza palla, che noi non lo capivamo. E poi il carattere era difficile, chiuso, introverso. Con Gianni, invece, tutta un'altra musica. Per prima cosa rimette in squadra tre giocatori che Heriberto aveva fatto fuori, tutti fortissimi, Gianfranco Bedin, Jair da Costa e Mario Bertini, se non ricordo male. Nasce la tabella e a questa aggiungiamo una scaramanzia: un prete".

    "Il mio prete - prosegue divertito Mazzola - perché era stato professore alla scuola Armando Diaz dove ero andato e in seguito avrebbe anche celebrato le mie nozze. Si chiamava monsignor Spada, da ragazzini lo avevamo soprannominato Don Bomba: era alto e grosso, con un bel vocione e abitava vicino al Duomo. Una sera, visto che Invernizzi aveva l'abitudine di riunirci il venerdì per cena in un ristorante della zona, proposi di andare a trovarlo. Lui ci accolse e ci ordinò di confessarci: "Siete biricchini voi giovani calciatori e se volete vincere dovete dire tutto al Signore". Insomma, la domenica seguente si vinse e per tutto il campionato Don Bomba fu, assieme, il nostro confessore e il nostro talismano".

    E arrviamo alle sfide di ritorno con le grandi rivali. Il Milan e il Napoli. "Il derby è cruciale. Siamo molto tesi. Niente affatto sicuri di vincere. Risultato obbligato, per noi. E la gara resta così, quasi sospesa, finché il geniale sinistro di Mariolino Corso su punizione, la sua specialità, non ci porta in vantaggio. Poi chiudo io la gara su azione di Jair da Costa, contropiede veloce, delizioso cross per Roberto Boninsegna che colpisce di testa e prende il palo oppure ci arriva Fabio Cudicini, comunque sia io ribatto in rete. Due a zero, ma sappiamo che non è finita lì".

    Altro match fondamentale per completare il sorpasso e lasciarsi definitivamente dietro rossoneri e azzurri è la gara con il Napoli. Si gioca a San Siro, il 21 marzo 1971. E lì ne accadono di tutti i colori. Mazzola, 40 anni dopo, con il sorriso sotto i celebri baffi, svela un suo clamoroso blitz: "Feci una cosa che non si può fare, proibita dal regolamento. Una cosa sbagliata. Irruppi nello spogliatoio dell'arbitro e gliene dissi quattro. Ma non volevo ottenere favori. Piuttosto intendevo riequilibrare una conduzione di gara a noi assolutamente sfavorevole". E' il suo punto di vista. Che contiene comunque un'ammissione.

    Il suo racconto: "Il Napoli è avversario tosto, forte e quadrato. Con giocatori di classe cristallina come Dino Zoff in porta, Totonno Juliano a centrocampo, Josè Altafini in attacco. Sta disputando un grandissimo torneo. E' in corsa. E se la gioca. Va in vantaggio con Altafini che riprende una respinta di Lido Vieri. Subito dopo l'arbitro, l'internazionale Sergio Gonella, ci butta fuori Burgnich per un fallo su Umile. Decisione che secondo noi non ci sta. Protestiamo, in quei primi 45 minuti ci sentiamo presi di mira dal direttore di gara e non ci va giù". Sotto di un gol e in dieci contro undici, l'Inter vede svanire la Grande Rimonta. Ma attenti al colpo di teatro. "Finito il primo tempo, mentre i compagni sono nello spogliatoio, io mi dirigo in quello dell'arbitro Gonella. Entro come una furia e lo aggredisco verbalmente. Rammento di avergli detto che non poteva arbitrare in quel mondo, che ci stava penalizzando gravemente e di aver usato qualche espressione colorita il cui senso era: o si dà una regolata o da San Siro usciamo tutti fritti, finisce male: noi, perché perdiamo partita e scudetto e lei, perché con il suo arbitraggio sarà stato il principale responsabile della sconfitta. Gonella è esterrefatto, mi dice qualcosa del tipo: "Mazzola, esca immediatamente da qui, ma cosa fa, come diavolo si permette?". Mi guarda assolutamente sconcertato e ha ragione...".

    Secondo tempo. Cambia tutto. L'Inter attacca a testa bassa e dopo neppure dieci minuti ottiene un rigore. Contestatissimo a dir poco, anche 40 anni dopo: un (ipotetico) fallo di ostruzione in area di Panzanato che protegge l'uscita di Zoff proprio dall'arrivo di Mazzola. Per giunta, Boninsegna lo realizza fermandosi platealmente nella rincorsa. Altafini mima la scena con Gonella chiedendogli almeno di far ripetere il penalty. Nulla da fare. A quel punto il Napoli perde la testa e la partita. Zoff, innervosito, compie una delle sue rarissime papere non trattenendo un colpo di testa in acrobazia sempre di Boninsegna che quasi si spacca una tempia mentre il difensore Panzanato cerca un plastico rinvio. Inter 2, Napoli 1. Lo scudetto prende una sola strada e non porta a Sud.

    Mazzola ammette, ma non ammaina la bandiera dell'orgoglio interista: "Col senno di poi, probabilmente, misi addosso un tale senso di colpa a Gonella che finii per condizionare il suo arbitraggio. Sinceramente penso che alla fine avremmo vinto lo stesso: in quella squadra c'erano sei o sette giocatori dell'Inter che aveva dominato il mondo. E poi ragazzi del calibro di Mauro Bellugi, Mario Giubertoni, Vieri, Bertini, un regista dai piedi buoni come Mario Frustalupi e quel gran goleador acrobata che era Bonimba Boninsegna. Per non parlare di due "bambini" che avrebbero fatto tanta strada: Ivano Bordon e Gabriele Oriali. Tanta roba, insomma. Giocatori tecnici e dal carattere indomito, altrimenti non avremmo firmato quella strepitosa rimonta. Era una corsa a tre, noi, il Napoli e il Milan. Curioso, proprio come adesso...".

    di Giovanni Marino; la Repubblica

    Milan-INTER 3-0

    Fortunatamente non ho potuto vedere la partita...

    martedì 22 marzo 2011

    Big Mac

    Si è tatuato una luna. Ha sparato un rigore sulla luna. Si è tatuato una tigre che riposa. Nei suoi occhi la tigre s'è addormentata. A nanna, cucciolone. Con quell'errore astronomico Massimo Maccarone ha tirato un calcio al piano inclinato su cui viaggiano il futuro della Sampdoria e suo personale. Ma a volte ribaltare il tavolo non serve: i punti e il destino sono segnati.

    Poi si può pensare che gliel'abbia fatto fare la coscienza: il fallo non c'era, il pareggio sarebbe stato immeritato. Non fosse che nello sguardo gli è sceso un velo di colpa e cinque minuti dopo si è fatto sostituire. Non è il suo anno, alla fine ha trovato il posto giusto per dimostrarlo.

    Se n'è andato da Palermo dicendo: "In un matrimonio bisogna essere in due". Per farlo funzionare o per renderlo disperante. A Genova erano ancora sotto choc per la doppia vedovanza Cassano-Pazzini quando l'hanno visto arrivare. Sotto il sole di Nervi il cranio riluceva. Qualcuno ha combattuto la malinconia e i presagi aggrappandosi a un miraggio: "Vialli!", ha gridato. Come evocare Marlon Brando mentre sullo schermo appare Bud Spencer. Eppure i suoi momenti di gloria anche Big Mac li ha avuti. Correva l'anno 2002. Giocava in serie B, nell'Empoli di Silvio Baldini. Faceva coppia in attacco con tal Totò Di Natale. Segnavano 26 gol a stagione (un anno 16 lui e 10 Totò, l'anno dopo viceversa).

    Gentile lo convocò nell'Under 21. Fece gol nel primo tempo. Durante l'intervallo chiamò Trapattoni, che allenava la Nazionale maggiore. Disse al collega: "Fai riposare il centravanti, mi serve contro l'Inghilterra". Si era rotto Vieri, che gli predisse: "Se segni, sei a posto per i prossimi ottant'anni". Ci mancò poco. Procurò il rigore decisivo facendosi atterrare da Calamity James. Non lo tirò lui, l'Italia vinse. E scoprì un nuovo eroe. I giornali impazzirono. Non avevano mai visto nessuno andare dalla B all'azzurro. Si scoprì che arrivava dalla provincia di Novara, come Boniperti. Scivolarono i paragoni. Furono intervistati i genitori, immigrati dal Casertano, che si erano conosciuti in una sala da ballo. Il padre disse: "Ha anche un fratello, a me sembrava più forte di lui, ma ha smesso". Fu scovato il fruttivendolo che l'aveva licenziato nel '94 perché bigiava il lavoro per guardare le partite del mondiale americano. Nella torrida estate di mercato che seguì fu considerato come un affronto pari alla fuga dei cervelli il suo trasferimento al Boro, in Inghilterra. Maccarone si giustificò con grande semplicità: "Pagano un ingaggio più alto". Anche lì, arrivò come un miraggio. L'allenatore McLaren annunciò: "Abbiamo preso il giocatore italiano più simile a Del Piero". Nove anni dopo, nella stessa domenica, Alex è ancora lì a far serpentina-tiro-gol, Big Mac a rimirar le stelle.

    Tuttavia esordì alla grande: tre gol nelle prime cinque partite. Gli inviati partirono per Boro. Atterrarono con lieve disgusto. Alla domanda su come potesse vivere tra i fumi delle industrie Maccarone rispose: "C'è anche il centro, sapete? E i parchi, tipo Scozia. Poi vengo da Oleggio, mica da Firenze". Li condusse a visitare i due ristoranti sardi dove mangiava, uno vicino al campo, l'altro vicino a casa. Spiegò che imparava l'inglese, a fatica, da un compagno argentino. Promise sfracelli.

    E svanì. Infortuni e tristezza. Due anni dopo convinse il Boro a prestarlo al Parma dove allenava Baldini. Non funzionò. Tornò indietro e illuminò qualche notte in Uefa. Vinse una coppa minore restando in panchina. Se ne parlava come di certi attori di seconda fila che a un certo punto vanno a Hollywood, recitano parti minori, fanno sapere che lì è tutta un'altra cosa, altra professionalità. Poi non resta che aspettarli: tornano e si buttano nella commedia.

    Il ritorno di Big Mac è stato invece di un buon livello. A Siena aveva trovato la sua dimensione, segnato 49 gol in 134 partite. Era diventato una bandiera, nonostante la retrocessione. Da lì, non ne ha più azzeccata una. Piuttosto che scendere in B ha accolto con gioia l'abbraccio mortale di Zamparini, che ad agosto lo considerava un campione e a gennaio un bidone. Ha svuotato l'armadietto alla vigilia di una partita con il Parma in cui il suo sostituto (un 18enne paraguayano a nome Jara Martinez) avrebbe segnato il rigore decisivo. Ha rifiutato il Cesena, scelto la Samp. Ha visto il Cesena massacrare la Samp. Ha sbagliato il rigore decisivo contro il Parma. Eppure, in quello sprofondo di rimpianti, orgoglio suicida, avanzi d'Albione (lui e Macheda) che è la Sampdoria attuale, se c'è un uomo che può ancora combinare qualcosa, nel bene o nel male, è Maccarone. Mentre Pazzini fa la danza del gol molti piani più in su.

    di Gabriele Romagnoli; la Repubblica

    INTER-Lecce 1-0

    Che fatica... ma quello che conta è che ora siamo a meno 2 dal Milan, e dopo il derby a ci troveremo a più 1!!!