martedì 24 maggio 2011

4-3-3 risate

Gli uomini della domenica se ne vanno. In Europa, in B o al mare. Qualcuno approfitta delle ferie per sposarsi, qualcun altro per divorziare e cambiare maglia. Tutti lasciano un ricordo. Questi 11 più degli altri. Sono stati selezionati con criterio più narrativo che tecnico. E ad esclusione di chi era già stato effigiato in questa pagina. Sono schierati con il 4-3-3 e indossano le maglie della storia del calcio, dall'1 all'11, passando per lo stopper e la mezzala.

1) MARCHETTI
Il portiere che non c'era. Dai Mondiali al nulla. Tutto per aver espresso un desiderio: mi piacerebbe andare alla Sampdoria. Che se poi si realizzava era peggio. Almeno ha l'alibi dell'assenza. E il pregio di aver dimostrato una cosa: nella lite tra un padrone e un lavoratore il popolo e i media stanno con il lavoratore, ammenoché sia un calciatore. In quel caso tra il milionario in porta e quello che lo mette alla porta (si chiami Cellino o Garrone) le simpatie vanno al secondo. E al secondo portiere.

2) NAGATOMO
Un cognome che profetizza disastri nucleari e al loro avverarsi suscita simpatia. La terza ragione per il turismo giapponese a Milano dopo lo shopping e l'aver sbagliato strada. Ma anche un giocatore vero, benché lo trattino da mascotte. Talvolta segna pure. Ancor più straordinario: ha vinto una coppa continentale benché allenato da Zaccheroni. Che ha detto: mi capiva a gesti. A Torino, i giocatori italiani, manco a parole.

3) ARMERO
Ogni tanto partiva un treno. Da Udine. Per la fine del mondo o del campo. L'armata di Guidolin è stata prima Brancaleone, poi Invincibile. Più spesso, Armero. Dicono: i gol di Di Natale, le volate di Sanchez, Isla e Inler. Ma nessuno correva come questo, pareva Maicon quando era Maicon. Un colombiano che conosce un solo cartello: quello che indica la porta avversaria. E lo segue. Poiché uno dell'Udinese tra questi 11 ci voleva, entra lui. Poi stramazza.
4) LEGROTTAGLIE
Ha detto Vasco Rossi in una memorabile intervista: o Dio non c'è o è cattivo. Legrottaglie crede in Dio, ma evidentemente è vera la seconda che dice Vasco. La Juve non lo utilizza e lo vende al Milan, già avviato verso lo scudetto. Lui entra nel secondo tempo e dopo 38 minuti si rompe e non gioca più. Campione d'Italia, certo. Probabilmente lui riesce a vedere lo splendore in questo disegno della provvidenza e ringrazia. Amen.

5) LORIA
Qualcuno può pensare che in fondo non abbia fatto niente di speciale, ma il solo fatto che sia riapparso al centro della difesa di una squadra in lotta per la Champions ha invece qualcosa di eccezionale. E ancor di più lo è che la speranza sia stata riaperta da un suo gol (salvo richiudersi poco dopo per svarioni di marcatura). Ora che Mexes emigra, Di Benedetto potrebbe regalarci un sogno e pretendere Loria titolare. Trasformando l'Olimpico nel Colosseo, quanto a buchi.

6) BOATENG
Dalle lacrime con il Ghana al ballo di Jacko con il Milan. E' il giocatore più esplosivo dell'anno. E il mistero più glorioso del calciomercato. Preziosi lo ha prestato a Berlusconi. Perché il Cavaliere non poteva permetterselo? Perché tanto in quel ruolo aveva già fenomeni tipo Rafinha? Perché ha preferito farne senza, ma con plusvalenza? L'unica certezza è che questo, se ci sta con la testa oltreché con il fisico, non lo toglie più di squadra nessuno.

7) MACHEDA
Al primo gol con la maglia del Manchester United qualcuno chiese all'allora ct Lippi di convocarlo. Siamo un Paese così: o restiamo indietro o fuggiamo in avanti. E tutto quel che è lontano ci sembra brillante: come Macheda in Inghilterra. Poi ce lo mandano a domicilio ed ecco qua lo zircone. Va bene che se uno passa da Ferguson a Cavasin ha i suoi traumi, ma il campionato è finito e questo non si è ancora ripreso. Finisce per diventare un simbolo: dei rottamatori che poi, se li metti al volante, sbandano. E noi lì, al lato della carreggiata, impolverati, a contare i gol di Totti.

8) GIOVINCO
Più che un uomo un emblema. Un asterisco, suvvia. Una piccola metafora, di che? Del grande, incommensurabile spreco che ha saputo fare la Juventus. Che poi sia colpa della "dittatura" di Del Piero o dell'incapacità della dirigenza, che differenza fa? I Miccoli giocano e meravigliano altrove. A Parma è sbocciato perfino Amauri, quando già Giovinco metteva fiori dappertutto. Anche sulla lapide della Signora.

9) BOSELLI
Chi era costui? E' la domanda che seguirà se lo si nominasse tra un anno. Tranne che a Genova. Dove rimarrà memorabile. Un argentino qualunque arrivato a gennaio per sbaglio, già rotto, che entra nel finale di un derby già chiuso e al 97' segna e di fatto retrocede la Sampdoria. Generazioni di piccoli doriani cresceranno con la minaccia: buono o arriva Boselli. Generazioni di genoani invecchieranno addolciti dal ricordo di quel gol improbabile. Ogni altro miracolo sembrerà scontato.

10) PASTORE
Ora, uno a Zamparini può dire di tutto, lui non si offende più. Parla con il pappagallo, sfrutta la popolarità in maniera costruttiva edificando palazzi, fonda il partito del té e capeggia quello del me. Ma non si dica che non capisce di calcio. Dopo aver esonerato Delio Rossi (sconfitto 0 a 7 in casa) prende Cosmi. E lo caccia non appena tiene in panchina Pastore. Ecco, dicono che Zamparini sia matto, ma matto è chi non fa giocare Pastore. Punto. Di lui, riparliamo fra tre anni. Possibilmente da Barcellona.

11) GRANDOLFO
Dimenticate quanto avete letto su Macheda e l'assurdità delle illusioni precoci. Noi vogliamo innamorarci a prima vista. Andiamo allo stadio per poter dire: quel giorno io c'ero. Quando? Quando debuttò Mancini, quando un tal Cassano segnò all'Inter, quando a Bologna, nella più inutile delle partite, sbocciò Grandolfo. Un nome da elfo nel signore degli anelli, uno, due, tre tocchi da predestinato. Lasciateci pensare che sia nato il nuovo Pablito (non ne nasce uno all'anno?), che ogni fine sia un inizio, come ci ha insegnato il saggio morente e che questo campionato appena tramontato abbia generato un raggio verde che illumina il futuro: Grandolfo. Chi era costui?

Allenatore LEONARDO
In Italia non si gioca più per qualcosa, ma contro qualcuno, si vota contro qualcosa o qualcuno, vero o immaginario che sia. Così il Milan non ha vinto lo scudetto per Allegri, ma contro Leonardo, come da cori di Gattuso, il Lassini rossonero da cui la dirigenza ha finto di prendere le distanze. E lui, Leonardo, prima guru della felicità, poi bersaglio della derisione, prima milanista poi interista, prima critico di un presidente, poi cocco di un presidente, prima quasi vincente, poi assoluto perdente, è diventato suo malgrado il centro di questo sgraziato universo. Fino al prossimo campionato, o alla prossima elezione.

di Gabriele Romagnoli; la Repubblica

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    INTER-Catania 3-1

    Aspettando la finale di domenica, una partita presa sul serio. Con un grande Pazzini.

    sabato 14 maggio 2011

    Habitué

    Per timore più o meno reverenziale verso l'AGCOM è bene dare una non-notizia: la vittoria del 19° titolo nazionale del Manchester United.

    35 lunghi anni...

    Il Manchester City del nostro amatissimo Mancio ha appena vinto la finale di FA Cup contro gli ostici boscaioli dello Stoke City per una rete a zero, con un gol rabbioso di Yaya Touré.
    Il mitico Super Mario eletto "Man of the match".

    giovedì 12 maggio 2011

    mercoledì 11 maggio 2011

    Pedala!

    I poveri sono matti, diceva Zavattini. Anche i ciclisti, vorrei aggiungere. Non fuori di testa, ma con quel briciolo di pazzia che li porta a scegliere uno sport di estrema fatica, di molti rischi, di guadagni relativamente bassi. Una volta, era normale, quasi automatico. La bici servì a Binda per non continuare a fare lo stuccatore, sia pure in Costa Azzurra, a Coppi per sottrarsi alla zappa da usare sui costoni argillosi di Castellania. Erano e sono stati, per molti anni, ciclismo e pugilato lo sport degli affamati, il treno su cui saltare in cerca di fortuna. E pazienza se non era l'Orient Express ma una terza classe fumatori, di quelle su cui saliva Fiorenzo Magni su fino al Nord, dormiva come poteva, sempre con un occhio alla bici, e poi vinceva il Giro delle Fiandre. A volte ho pensato che il ciclismo fosse, per i poveri, una soluzione come il seminario: una bocca di meno in casa.

    La vocazione serve ai preti e serve ai ciclisti. A chi stanno più a cuore le anime, a chi i corpi. Ma si è sempre a metà: correre a piedi, correre in bici, e l'uomo è ancora il motore di se stesso, correre a motore. I nostri figli certi lavori non li vogliono più fare, si continua a sentir dire in giro, per questo c'è bisogno degli immigrati. Sì, ma come la mettiamo con certi sport? Isoliamo per un po' il doping, che comunque è un rischio in più, e gravissimo.
    Con o senza, è una fatica da bestie, anche se le bici pesano meno, anche se le strade sono più lisce, anche se i chilometraggi sono più
    miti, anche se gli alberghi non sono più topaie, anche se si è seguiti da un medico o da un preparatore atletico (fin troppo, talvolta).

    Ieri al Processo alla tappa Bettini ha detto che il ciclismo è uno sport che fa sentire liberi. Forse sì, ma facendo una vita da schiavi. Non esiste uno sport in cui io debba comunicare alla superiore autorità ogni mio spostamento. Io ciclista devo essere reperibile tutti i giorni dell'anno, anche in vacanza, anche il giorno in cui vado a un funerale o cambio idea: non vado in pizzeria, vado al cinema. Sono un sorvegliato speciale, un vigilato a vista. Ed è anche colpa mia, o della mia categoria, ma io ciclista sogno il giorno in cui, a poche ore dal derby di Milano o di Barcellona, si presenteranno i cavasangue, come si presentano nei nostri alberghi alle sette del mattino, e magari quel giorno si fa il Ventoux o il Mortirolo, ma se anche fosse una tappa piatta come una mano la sostanza non cambia, anche il più pulito può avere la rogna (questo non è scritto ma lo sappiamo). Io ciclista, che adesso non posso più fare nemmeno una puntura di vitamine, penso a com'è bella la vita dei calciatori, che giocano un'ora e mezzo la domenica e il lunedì riposano, mentre noi dopo una tappa alpina ne abbiamo un'altra e un'altra ancora. Forse è per questo che la gente ci vuole bene, nonostante le macchie di doping che hanno imbrattato questo e quello, campioni e poveracci che tengono l'anima coi denti per arrivare in tempo massimo. E' per questo che la gente ha capito il funerale di ieri, i compagni del morto davanti, come la Motorola per Casartelli, nel '95, e poi la bici numero 114, quella di Fabio, issata sul tetto dell'ammiraglia fino a Parigi, alla sfilata sui Campi Elisi, come una bandiera di metallo, un ricordo piantato nel cervello, un singolare modo, ma trovatene voi un altro, per rendere onore alle armi.

    Perché, torno a dirlo, il ciclista si guadagna il pane lontano da casa, come gli emigranti stagionali e i soldati, e dico soldati perché esiste il capitano per definizione, mentre il tenentino è un giovane di belle speranze e il sergente è il più vecchio, tant'è che lo si definisce anche direttore sportivo in corsa. C'è l'attacco improvviso (il raid) e quello preparato a tavolino, ci sono le alleanze, per simpatia o per quattrini, ci sono le grandi manovre, le fughe (ma chi va in fuga nel ciclismo non è un disertore, è un eroe, c'è una bella differenza). Ci sono gli agguati, le imboscate, le trattative segrete, quelli che hanno studiato dicono che il ciclismo è una chanson de geste, tirano in ballo Omero. Ettore era uno pulito, Achille un dopato. E però, però, la madre di Weylandt che lungo la discesa del Bocco s'inginocchia e bacia l'ultimo pezzo di terra che ha accolto il corpo del figlio, questo sì è omerico nel senso di antichissimo e straziante. Poteva maledirli, quella discesa e quel muretto, con l'urlo di tutte le madri, anche le pecore quando si vedono portar via gli agnellini e sanno che cosa li aspetta. Poteva restare di pietra, per non sbriciolarsi sotto l'urto di un dolore troppo forte e inatteso. Si erano mossi da Gand perché l'anno scorso il loro ragazzo aveva vinto la terza tappa e quest'anno la terza tappa gliel'ha portato via. No, s'è inginocchiata e ha baciato la terra, come faceva papa Wojtyla, come ha fatto la Schiavone al Roland Garros, ma qui era diverso.

    Qui tante cose sono diverse da quello che sembrano. Anche pedalare in gruppo è rischioso, basta sbandare di cinque centimetri e si fa come una palla da bowling. Si fa fatica sempre, ad attaccare e ad inseguire, a salire e a scendere, a tirare la volata come a vincerla, a fare una cronosquadre oppure una crono individuale. Quale altro sport obbliga, da professionisti, a continuare a pedalare anche espletando le cosiddette funzioni corporali, e non solo di pisciare si parla? Certo, ti puoi anche fermare dietro a un cespuglio come Gaul, che per quella fermata perse il Giro del '57. In casi del genere il codice d'onore (non scritto) stabilisce che non si attacca, ma Bobet e Nencini non la pensarono allo stesso modo o forse (erano i tempi dei veri duri) pensarono che un ciclista che per certe cose ha bisogno d'appartarsi non merita rispetto. Peggio per lui.

    Anche questo episodio dimostra che il ciclismo è come la vita e per questo lo capiscono tutti. La gente sa che sulla canna della bici c'è la ventura (l'avventura, anche) e la sventura. Ed è per questo che la morte di Weylandt non appartiene solo alla sua famiglia, né a quella, allargata, del gruppo, ma a tutti quelli che si son fatti il segno di croce quando passava il gruppo, a quelli che non hanno saputo trattenere le lacrime quando una tromba ha intonato il Silenzio oltre il traguardo. Riconoscersi in un momento di dolore, non di vittoria, non è da tutti e io credo che quella sia l'Italia vera, l'Italia che ne ha piene le palle di Berlusconi e dei suoi attacchi ai giudici, di Nicole, di tante cose che riempiono i giornali e i telegiornali, di liti finti e vere, di poteri spartiti, di un Paese col lifting spacciato per realtà, con la guerra che si deve chiamare con un altro nome, con i morti sul lavoro che non hanno l'eco di Weylandt, morto in diretta tv al Giro dei 150 dell'unità d'Italia, un'unità che a volte si fatica a intravvedere, ma per Weylandt c'è stata. Unità. Rispetto. Dolore condiviso. Silenzio.

    Pantani l'aveva detto: vado forte in salita per abbreviare la mia agonia. L'aveva detto con estrema chiarezza, con parole più da poeta che da scalatore. Un ciclista non sogna certo di morire, ma sa che può capitargli. Un ciclista sogna la grande fuga, l'andar via da tutti, l'isolamento, tutte cose che sono l'altra faccia della morte ma in qualche modo la evocano. Il ciclista è un personaggio buzzatiano, e infatti Buzzati sui ciclisti ha scritto pezzi bellissimi: a volte, come i messaggeri dell'imperatore, si spinge così lontano che non torna più. Il ciclista può essere Bertoldo. Un vecchio suiveur, ma ormai lo sono anch'io, mi ha raccontato di un gregario toscano al Tour negli anni '50, sono indeciso tra Ferlenghi e Falaschi. Allora, si raccoglievano le dichiarazioni di tutti gli italiani, non solo di Bartali o Coppi. "Com'è andata, eh?" indagò un giovane cronista al termine di un tappone pirenaico sotto un sole che c'è solo sui Pirenei. "Su e giù, su e giù, come pulirsi il culo a revolverate" fu la risposta.
    Il ciclista gira il mondo, una volta erano Belgio, Francia e Spagna, adesso anche Malaysia, Qatar, Giappone. Gira il mondo ma non lo vede, non può guardare i paesaggi né i monumenti. Gira il mondo e mangia sempre le stesse cose. Vede solo lettini per il massaggio e camere d'albergo, che nel tempo si son fatte più confortevoli. Ho visto Merckx e altri 80 corridori dormire nel liceo di Luchon su brandine stese nei corridoi, sei docce e sei wc per tutti, prendere o lasciare. Prendere, se non prendi non sei un ciclista e in più l'organizzatore ti sbatte a casa perché non si può rifiutare l'alloggio assegnato. E allora, perché oggi uno non sceglie il tennis, il golf, la pallavolo? "Per passione" rispondono i ciclisti. Passione ha la stessa radice di patire e patire è un po' morire. Questo non spiega tutto ma molte cose sì.

    di Gianni Mura; la Repubblica

    martedì 10 maggio 2011

    Un Ringhio penoso

    Perché uno come Rino Gattuso, campione del mondo e vicecapitano del Milan, ha festeggiato lo scudetto trascinando i propri tifosi a intonare il coro «Leonardo uomo di m...»? Si fosse limitato a un saltello sfottente, non avrei mai scritto questo articolo: la pernacchia al rivale sconfitto fa parte del rito. Ma nell’insulto all’allenatore dell’Inter nemmeno un entomologo delle emozioni riuscirebbe a trovare tracce di ironia. Capisco l’antipatia di Gattuso per il suo ex capufficio, che quando allenava il Milan non lo prendeva in considerazione. Capisco meno la ragione per cui molti di noi, non solo Gattuso, abbiano bisogno di vomitare un’infamia per dare ali alla gioia. Cioè, la capisco benissimo. Siamo intrisi di rancore accumulato e inespresso. Verso i politici, i superiori, i colleghi, i congiunti. Una rabbia impotente, tipica di un’epoca di transizione che non offre risposte chiare alle angosce. Serve un capro espiatorio a portata di mano: la persona da cui si ritiene di aver subito un torto. E serve un momento di felicità per liberare senza sensi di colpa la poltiglia dei brutti pensieri. Dopo lo sfogo non ci si sente migliori né appagati. Solo più vuoti.

    Vi auguro di festeggiare i vostri trionfi non come Gattuso ma come Leo Messi, che quando fa gol non porta le mani alle orecchie e non tira calci alle bandierine del corner. Cerca il compagno che gli ha passato il pallone e lo ringrazia con un abbraccio. Per ricordare persino a se stesso, il più forte di tutti, che il calcio - come la vita - è un gioco di squadra.

    di Massimo Gramellini; LA STAMPA

    Wouter Weylandt

    http://www.youtube.com/watch?v=z_cP9mptgd4

    Raccontare una morte in diretta è tremendo. Non ci sono filtri, solo un mare di retorica, tempi difficili da gestire, sensibilità da rispettare. Ieri l’Heysel, oggi il Passo del Bocco. Dunque, non daremo lezioni alla Rai, ma ci permettiamo un consiglio: in questi casi non si lascia un uomo solo al comando. E nemmeno una donna. In questi casi bisogna correre in gruppo. Ieri non è successo. La conduttrice dell’approfondimento post Giro, Alessandra De Stefano, è arrivata esausta alla meta (l’annuncio del decesso di Weylandt) dopo aver lanciato appelli commoventi ai colleghi: «Facciamo squadra, datemi una mano».

    In cambio silenzi, lacrime e una regia inflessibile nell’imporre la regola aurea. «Continuare la trasmissione non ha senso». Pausa: «Dalla regia mi dicono che dobbiamo continuare». E così via, sotto il peso di una verità straziante che non si può dire, perché devono avvertire la moglie del ciclista. Per cui il momento più drammatico è anche quello liberatorio. «Se la regia è d’accordo, farei scorrere le immagini in silenzio». E scapperei da qui, maledetta regia.

    di Guido Boffo; LA STAMPA


     

    INTER-Fiorentina 3-1

    Finalmente Coutinho...

    martedì 3 maggio 2011

    Daniele Mannini

    Quando il gioco si fa duro i molli cominciano a giocare. Questa è la verità delle ultime giornate, quando il campionato si squaglia, le aspettative anche e restano minuti di agonia, sospesi tra la fine e il nulla, la A e la B, la Champions e l'inutilità. È lì che dalle cabine telefoniche rimaste escono Superman di riserva, con la tuta blu un po' stinta comprata in liquidazione. Gli eroi inattesi delle idi di maggio. Prendi la Roma: resta attaccata al sogno europeo degli americani grazie a Rosi, che la mette dentro con l'innominato. E prendi soprattutto la Sampdoria, la squadra del girone infernale di ritorno, quella che aveva perso con tutte le rivali salvezza in casa, tre su tre e stava per fare poker. Nel tunnel buio dell'ultimo minuto non è che potevano più sbucare Cassano o Pazzini, stai fresco se aspetti il giovin Macheda, s'era arreso perfino capitan Palombo ed ecco che fa tutto da solo, percussione, dribbling e gol nello spiraglio impossibile Daniele Mannini. Parliamone.

    Già questo nasce figlio di un portiere. E nel calcio ci sono delle logiche, poche ma ci sono. Come nella scala sociale della vita: se tuo padre fa il portiere, tu fai il portiere. Cudicini jr. mica si è inventato trequartista. Mannini sì, anche se pochi allenatori gli hanno creduto. Esordi giovanili nei campionati minori in Toscana, poi qualcuno nota un suo doppio dribbling contro il Lumezzane e finisce al Brescia, la stessa squadra che ha praticamente mandato in B con il gol della disperazione domenica scorsa. Quando c'è
    da segnare lui non ha pietà. L'episodio che lo porta alla ribalta nazionale, lascia traccia su wikipedia, ma soprattutto in una conversazione intercettata tra Moggi e Giraudo. È una rete da dimenticare, contro l'Udinese, nel 2004. Il portiere De Sanctis è a terra, infortunato, non fa in tempo a citare Francesco Ferrucci: "Vile, tu uccidi un uomo morto!", che Mannini ha già segnato. L'arbitro convalida. È uno di quegli episodi, come le luci a Marsiglia, che fanno scrivere a qualcuno: il calcio è finito. Poi invece continua e non se ne parla più.

    Lanciato da questa e altre prodezze Mannini approda a Napoli. Il prezzo d'acquisto non è giusto: lo pagano per risarcire dell'affarone fatto con Hamsik. L'allenatore Reja lo guarda perplesso mentre si allena con la bandana in testa. Ne segue con disappunto le gesta notturne. Lo schiera poco e non dove quello vorrebbe. Moggi, che ha una passione per intervenire nei fatti altrui, dichiara a Radio Kiss Kiss: è un giocatore di difficile collocazione. Per lo più: panchina. Ancor più lontano lo spedisce una squalifica affrettata per un ritardato controllo antidoping. Gli rifilano un anno. La notizia gli giunge mentre viaggia con la squadra in Eurostar. Si chiude in bagno a piangere per un'ora. Si allena nonostante il rientro sembri lontano. Quando gli riducono la pena è pronto. Il Napoli meno. Lo cede in comproprietà alla Sampdoria.

    Parte fortissimo. Segna perfino. Cassano gli accende la luce e lui apre la porta. Qualcuno scrive: "Lippi non vuole Fantantonio, finirà che prende, invece, Mannini". Non succede. Ci sarebbe perfino un conflitto d'interessi, poiché il suo agente è Davide, figlio del ct. Che da due anni proclama: "C'è battaglia per Mannini, il Napoli lo rivuole, la Samp non lo molla". In realtà la scorsa estate giocarono a "ciapa no" e perse la Sampdoria. Millemiglia, come lo chiamano, quest'anno ha smosso appena il contachilometri. Poi sono arrivate queste giornate terminali in cui gli allenatori vanno in guardaroba e, al grido "proviamole tutte", tirano fuori maglie smesse. Guarda a Firenze che cosa è successo con Cerci e D'Agostino. Guarda a Parma, con Modesto e Valiani.

    Marassi stava sprofondando quando Mannini ha risalito la propria parabola, preso quel pallone e si è inventato la mossa del matto: spalle al muto, capriola e sbuchi dietro l'avversario. Avrebbe dovuto metterla in mezzo, dopo aver saltato l'avversario. L'ha messa dentro. Come, è uno di quei misteri di fine stagione, quando l'impossibile di settembre diventa quotidiana magia. Poi è andato in conferenza stampa e ha fatto "tra virgolette i complimenti" ai suoi compagni. Complimenti a Curci che non para più, a Gastaldello che non marca il centravanti di turno, a Maccarone che spara sul portiere. E questo, al figlio di un portiere, non va giù. Le cronache da Genova raccontano che l'ultimo allenamento prima della partita con il Brescia è stato una bolgia. Ultrà a bordo campo, allenatore contestato, giocatori minacciati. Aspettati all'uscita e ammoniti. Poi sono andati via tutti. A quel punto, nel parcheggio deserto, è sbucato Mannini. Si è guardato intorno. Non c'era più nessuno, l'avevano lasciato solo. Ne ha dedotto: è arrivato il mio momento.

    di Gabriele Romagnoli; la Repubblica

    giovedì 28 aprile 2011

    Questo calcio mi fa schifo

    La notte del Bernabeu lascerà tracce. Anche in tribunale, magari solo un tribunale sportivo ma comunque gli avvocati sono già al lavoro. Avvocati assoldati dal Barcellona, che si ritiene parte lesa e offesa dopo le dichiarazioni di Josè Mourinho alla fine della partita. Il tecnico del Real ha lanciato accuse durissime al club catalano, che sta valutando la possibilità di denunciare Mourinho all'Uefa. Tutto nasce dall'espulsione di Pepe al 16' del secondo tempo, per un'entrata forse solo da ammonizione nei confronti di Dani Alves. In 10, e con Mourinho a sua volta espulso per un applauso all'arbitro tedesco Stark, il Real è crollato sotto i colpi di Lionel Messi, che ha regalato la vittoria per 2-0 al Barça. Dopo, Mourinho si è scatenato: "Questo calcio mi fa schifo. Ormai siamo eliminati, e tutto per una decisione dell'arbitro. Potevamo giocare altre tre ore, ma la partita sarebbe finita 0-0, invece in dieci contro undici non potevamo che perdere. Vado a casa con una domanda che mi tormenta: perché? Perché il Barcellona ha un simile potere? Perché negli anni trova sempre un arbitro che lo aiuta? Perché il Chelsea nel 2009 uscì in semifinale contro il Barcellona per l'arbitraggio di Ovrebo? Perché lo scorso anno la mia Inter fu costretta a un miracolo per eliminare il Barça, dopo l'ingiusta espulsione di Thiago Motta da parte di De Bleeckere? Perché loro trovano sempre un Busacca, un Frisk, uno Stark che li aiuta? Forse perché sono simpatici, dato che hanno la scritta "Unicef" sulle maglie? Forse perché c'è il dirigente Villar nell'Uefa? Perché? Perché? Perché? Spero un giorno di avere una risposta, ma forse non l'avrò mai. Io ho vinto due Champions con Porto e Inter, una era una piccola squadra e l'altra non vinceva la coppa da 45 anni, sono state affermazioni sudate, ottenute col lavoro e il sudore e il sacrificio, ne sono orgoglioso. Guardiola ora andrà in finale, e magari la vincerà. Ma sappia che avrà vinto due Champions non limpide, non pulite. Fossi in lui mi vergognerei di vincere in questo modo. E secondo me il popolo catalano, che conosco e che so attento a certe cose, sa che il sapore di certe vittorie non è quello giusto".

    Di fronte ad accuse così violente, il Barcellona ha fatto sapere di aver avvertito i propri legali, affinché valutino la possibilità di una denuncia all'Uefa nei confronti di Mourinho e per responsabilità oggettiva nei confronti del Real Madrid. E' il primo, e non l'unico strascico della partita del Bernabeu. Gli altri riguardano la posizione di Mourinho a Madrid. Al di là dell'episodio dell'espulsione di Pepe, su cui la protesta del Real ha un suo fondamento, a nessuno è piaciuto l'atteggiamento dei blancos in campo, la loro tattica rinunciataria, il chiaro intento - ammesso anche da Mourinho - di puntare al pareggio, senza provare ad attaccare davvero il Barcellona. Le critiche sul tecnico tornano d'attualità, mentre persino Cristiano Ronaldo, un uomo considerato vicinissimo all'allenatore (con cui condivide la nazionalità e il manager), ha detto: "Non mi piace il modo in cui mi è toccato giocare, ma di solito in campo faccio quello che mi dicono di fare". Tutti contro Mourinho, il grande sconfitto nella notte di Lionel Messi. Che fino a ieri non aveva mai segnato un gol in una semifinale di Champions e alle squadre di Mourinho non aveva mai fatto gol su azione. Che vendetta.

    di Andrea Sorrentino; la Repubblica

    Porca paletta...

    Il Milan ha vinta a Brescia. Ciao ciao.

    sabato 23 aprile 2011

    INTER-Lazio 2-1

    Tre punti pesantissimi: allunghiamo sulla stessa Lazio, sull'Udinese e superiamo il Napoli... e confidando nel Brescia continuiamo a sperare.

    mercoledì 20 aprile 2011

    Roma-INTER 0-1

    Una reazione da grande squadra.

    Parma-INTER 2-0

    Un'altra brutta partita.

    ...

    "Vorrei oggi ringraziare la mia squadra, tutti i giocatori che negli ultimi anni, e anche nell'attuale, hanno portato a tutti i tifosi interisti, me compreso, tanta gioia e i successi dei quali siamo e saremo sempre orgogliosi.
    Nella certezza di ritrovare la forza e la qualità che conosciamo per raggiungere i prestigiosi obiettivi che ci attendono anche quest'anno, sono convinto che, insieme ai tifosi, l'allenatore e la squadra sapranno regalarci ancora altre soddisfazioni".

    Massimo Moratti

    giovedì 14 aprile 2011

    Schalke 04-INTER 2-1

    Abdichiamo. Non nel modo peggiore, ma senz'altro in quello più amaro.
    Ragazzi, i ringraziamenti non basteranno mai, ma è ora di ricominciare.
    Senza dimenticare.

    lunedì 11 aprile 2011

    INTER-Chievo 2-0

    Si torna alla vittoria contro un avversario come sempre ostico, non senza qualche patema.
    Tutto può ancora succedere. Anche a Gelsenkirchen.

    giovedì 7 aprile 2011

    lunedì 4 aprile 2011

    Repetita iuvant

    Napoli, sull'aereo che rulla sulla pista di Capodichino tre leggende del calcio Mondiale discutono animatamente. Burgnich, il granitico Tarcisio dell'Inter euromondiale degli anni Sessanta è il più accanito. "Possiamo vincerlo ancora, oggi abbiamo giocato proprio bene, dipende solo da noi", incita il difensore nerazzurro. Vicino, siede Sandrino Mazzola, figlio del mitico Valentino granata, bandiera e capitano del Biscione. Proprio davanti c'è Facchetti, l'altro terzino delle Coppecampioni e Intercontinentali, il primo difensore capace di segnare come un bomber. Tutti reduci da una sconfitta, bruciante, al San Paolo con il Napoli di Juliano, Zoff e Altafini. E da un tremebondo inizio di torneo che è già costato la panchina al difficile Heriberto Herrera.

    E' il tardo pomeriggio del 22 novembre 1970 quando l'aeroplano decolla, direzione Milano. La discussione si infervora. "A un certo punto io mi convinco - racconta a "Repubblica" Mazzola, custode di tutti i segreti della Grande Rimonta nel campionato '70-'71 di cui ricorre adesso il quarantesimo anniversario - e scuoto il sedile di Giacinto per coinvolgerlo. Passano pochi minuti e ci ritroviamo a far calcoli: io tiro fuori un opuscoletto con tutte le giornate ancora da disputare e cominciamo a fare la famosa tabella". Che poi sarebbe? "Assegnare, partita per partita, i punti possibili a Napoli e Milan, che ci precedono e... a noi stessi. Beh, viene fuori che alla fine vinciamo noi se rispettiamo la tabella".

    Così, letteralmente per aria, nasce la ferrea volontà di cucirsi addosso l'undicesimo scudetto. "Tutti e tre, i vecchi della Grande Inter ci alziamo e andiamo dal presidente Ivanhoe Fraizzoli. Lui, abbatuttissimo, seduto da solo nella parte finale dell'aereo, ci rinvia al mittente parlando milanese stretto: "Scudetto? Figlioli miei andate, andate su, che fantasia figlioli miei, ma di che parliamo? Siamo a 7 punti dal Napoli e a 6 dal Milan, ma va là, dai". Comprensibile, ma noi ci crediamo e in questo sport se ci credi davvero sei a metà dell'opera".

    Alessandro Mazzola ha voglia di raccontare. I suoi ricordi, 40 anni dopo, sono ancora vividi. "Fu un'impresa, l'ultima della Grande Inter, e ne sono tuttora fiero". Nessuna presunzione. Ha ragione: nell'epoca del campionato a 16 squadre e dei (soli) 2 punti per una vittoria, l'Inter seppe rimontare a partire dalla ottava giornata tutto il vantaggio accumulato dalle due squadre che la precedevano per andare a vincere, addirittura, con un distacco di 4 punti. "Già, da quel giorno non perdiamo più, le vinciamo quasi tutte, se non sbaglio concediamo solo tre pareggi, di cui due alla fine, a cose fatte, il tricolore è nostro, ma ci sono altri retroscena".

    Sandrino non si fa pregare. "Dunque, al timone non c'è più Heriberto Herrera ma Gianni Invernizzi e l'atmosfera nello spogliatoio si è rasserenata. Povero Heriberto, era un ottimo allenatore, profeta di un calcio moderno, così moderno, il movimiento (come diceva lui) senza palla, che noi non lo capivamo. E poi il carattere era difficile, chiuso, introverso. Con Gianni, invece, tutta un'altra musica. Per prima cosa rimette in squadra tre giocatori che Heriberto aveva fatto fuori, tutti fortissimi, Gianfranco Bedin, Jair da Costa e Mario Bertini, se non ricordo male. Nasce la tabella e a questa aggiungiamo una scaramanzia: un prete".

    "Il mio prete - prosegue divertito Mazzola - perché era stato professore alla scuola Armando Diaz dove ero andato e in seguito avrebbe anche celebrato le mie nozze. Si chiamava monsignor Spada, da ragazzini lo avevamo soprannominato Don Bomba: era alto e grosso, con un bel vocione e abitava vicino al Duomo. Una sera, visto che Invernizzi aveva l'abitudine di riunirci il venerdì per cena in un ristorante della zona, proposi di andare a trovarlo. Lui ci accolse e ci ordinò di confessarci: "Siete biricchini voi giovani calciatori e se volete vincere dovete dire tutto al Signore". Insomma, la domenica seguente si vinse e per tutto il campionato Don Bomba fu, assieme, il nostro confessore e il nostro talismano".

    E arrviamo alle sfide di ritorno con le grandi rivali. Il Milan e il Napoli. "Il derby è cruciale. Siamo molto tesi. Niente affatto sicuri di vincere. Risultato obbligato, per noi. E la gara resta così, quasi sospesa, finché il geniale sinistro di Mariolino Corso su punizione, la sua specialità, non ci porta in vantaggio. Poi chiudo io la gara su azione di Jair da Costa, contropiede veloce, delizioso cross per Roberto Boninsegna che colpisce di testa e prende il palo oppure ci arriva Fabio Cudicini, comunque sia io ribatto in rete. Due a zero, ma sappiamo che non è finita lì".

    Altro match fondamentale per completare il sorpasso e lasciarsi definitivamente dietro rossoneri e azzurri è la gara con il Napoli. Si gioca a San Siro, il 21 marzo 1971. E lì ne accadono di tutti i colori. Mazzola, 40 anni dopo, con il sorriso sotto i celebri baffi, svela un suo clamoroso blitz: "Feci una cosa che non si può fare, proibita dal regolamento. Una cosa sbagliata. Irruppi nello spogliatoio dell'arbitro e gliene dissi quattro. Ma non volevo ottenere favori. Piuttosto intendevo riequilibrare una conduzione di gara a noi assolutamente sfavorevole". E' il suo punto di vista. Che contiene comunque un'ammissione.

    Il suo racconto: "Il Napoli è avversario tosto, forte e quadrato. Con giocatori di classe cristallina come Dino Zoff in porta, Totonno Juliano a centrocampo, Josè Altafini in attacco. Sta disputando un grandissimo torneo. E' in corsa. E se la gioca. Va in vantaggio con Altafini che riprende una respinta di Lido Vieri. Subito dopo l'arbitro, l'internazionale Sergio Gonella, ci butta fuori Burgnich per un fallo su Umile. Decisione che secondo noi non ci sta. Protestiamo, in quei primi 45 minuti ci sentiamo presi di mira dal direttore di gara e non ci va giù". Sotto di un gol e in dieci contro undici, l'Inter vede svanire la Grande Rimonta. Ma attenti al colpo di teatro. "Finito il primo tempo, mentre i compagni sono nello spogliatoio, io mi dirigo in quello dell'arbitro Gonella. Entro come una furia e lo aggredisco verbalmente. Rammento di avergli detto che non poteva arbitrare in quel mondo, che ci stava penalizzando gravemente e di aver usato qualche espressione colorita il cui senso era: o si dà una regolata o da San Siro usciamo tutti fritti, finisce male: noi, perché perdiamo partita e scudetto e lei, perché con il suo arbitraggio sarà stato il principale responsabile della sconfitta. Gonella è esterrefatto, mi dice qualcosa del tipo: "Mazzola, esca immediatamente da qui, ma cosa fa, come diavolo si permette?". Mi guarda assolutamente sconcertato e ha ragione...".

    Secondo tempo. Cambia tutto. L'Inter attacca a testa bassa e dopo neppure dieci minuti ottiene un rigore. Contestatissimo a dir poco, anche 40 anni dopo: un (ipotetico) fallo di ostruzione in area di Panzanato che protegge l'uscita di Zoff proprio dall'arrivo di Mazzola. Per giunta, Boninsegna lo realizza fermandosi platealmente nella rincorsa. Altafini mima la scena con Gonella chiedendogli almeno di far ripetere il penalty. Nulla da fare. A quel punto il Napoli perde la testa e la partita. Zoff, innervosito, compie una delle sue rarissime papere non trattenendo un colpo di testa in acrobazia sempre di Boninsegna che quasi si spacca una tempia mentre il difensore Panzanato cerca un plastico rinvio. Inter 2, Napoli 1. Lo scudetto prende una sola strada e non porta a Sud.

    Mazzola ammette, ma non ammaina la bandiera dell'orgoglio interista: "Col senno di poi, probabilmente, misi addosso un tale senso di colpa a Gonella che finii per condizionare il suo arbitraggio. Sinceramente penso che alla fine avremmo vinto lo stesso: in quella squadra c'erano sei o sette giocatori dell'Inter che aveva dominato il mondo. E poi ragazzi del calibro di Mauro Bellugi, Mario Giubertoni, Vieri, Bertini, un regista dai piedi buoni come Mario Frustalupi e quel gran goleador acrobata che era Bonimba Boninsegna. Per non parlare di due "bambini" che avrebbero fatto tanta strada: Ivano Bordon e Gabriele Oriali. Tanta roba, insomma. Giocatori tecnici e dal carattere indomito, altrimenti non avremmo firmato quella strepitosa rimonta. Era una corsa a tre, noi, il Napoli e il Milan. Curioso, proprio come adesso...".

    di Giovanni Marino; la Repubblica

    Milan-INTER 3-0

    Fortunatamente non ho potuto vedere la partita...

    martedì 22 marzo 2011

    Big Mac

    Si è tatuato una luna. Ha sparato un rigore sulla luna. Si è tatuato una tigre che riposa. Nei suoi occhi la tigre s'è addormentata. A nanna, cucciolone. Con quell'errore astronomico Massimo Maccarone ha tirato un calcio al piano inclinato su cui viaggiano il futuro della Sampdoria e suo personale. Ma a volte ribaltare il tavolo non serve: i punti e il destino sono segnati.

    Poi si può pensare che gliel'abbia fatto fare la coscienza: il fallo non c'era, il pareggio sarebbe stato immeritato. Non fosse che nello sguardo gli è sceso un velo di colpa e cinque minuti dopo si è fatto sostituire. Non è il suo anno, alla fine ha trovato il posto giusto per dimostrarlo.

    Se n'è andato da Palermo dicendo: "In un matrimonio bisogna essere in due". Per farlo funzionare o per renderlo disperante. A Genova erano ancora sotto choc per la doppia vedovanza Cassano-Pazzini quando l'hanno visto arrivare. Sotto il sole di Nervi il cranio riluceva. Qualcuno ha combattuto la malinconia e i presagi aggrappandosi a un miraggio: "Vialli!", ha gridato. Come evocare Marlon Brando mentre sullo schermo appare Bud Spencer. Eppure i suoi momenti di gloria anche Big Mac li ha avuti. Correva l'anno 2002. Giocava in serie B, nell'Empoli di Silvio Baldini. Faceva coppia in attacco con tal Totò Di Natale. Segnavano 26 gol a stagione (un anno 16 lui e 10 Totò, l'anno dopo viceversa).

    Gentile lo convocò nell'Under 21. Fece gol nel primo tempo. Durante l'intervallo chiamò Trapattoni, che allenava la Nazionale maggiore. Disse al collega: "Fai riposare il centravanti, mi serve contro l'Inghilterra". Si era rotto Vieri, che gli predisse: "Se segni, sei a posto per i prossimi ottant'anni". Ci mancò poco. Procurò il rigore decisivo facendosi atterrare da Calamity James. Non lo tirò lui, l'Italia vinse. E scoprì un nuovo eroe. I giornali impazzirono. Non avevano mai visto nessuno andare dalla B all'azzurro. Si scoprì che arrivava dalla provincia di Novara, come Boniperti. Scivolarono i paragoni. Furono intervistati i genitori, immigrati dal Casertano, che si erano conosciuti in una sala da ballo. Il padre disse: "Ha anche un fratello, a me sembrava più forte di lui, ma ha smesso". Fu scovato il fruttivendolo che l'aveva licenziato nel '94 perché bigiava il lavoro per guardare le partite del mondiale americano. Nella torrida estate di mercato che seguì fu considerato come un affronto pari alla fuga dei cervelli il suo trasferimento al Boro, in Inghilterra. Maccarone si giustificò con grande semplicità: "Pagano un ingaggio più alto". Anche lì, arrivò come un miraggio. L'allenatore McLaren annunciò: "Abbiamo preso il giocatore italiano più simile a Del Piero". Nove anni dopo, nella stessa domenica, Alex è ancora lì a far serpentina-tiro-gol, Big Mac a rimirar le stelle.

    Tuttavia esordì alla grande: tre gol nelle prime cinque partite. Gli inviati partirono per Boro. Atterrarono con lieve disgusto. Alla domanda su come potesse vivere tra i fumi delle industrie Maccarone rispose: "C'è anche il centro, sapete? E i parchi, tipo Scozia. Poi vengo da Oleggio, mica da Firenze". Li condusse a visitare i due ristoranti sardi dove mangiava, uno vicino al campo, l'altro vicino a casa. Spiegò che imparava l'inglese, a fatica, da un compagno argentino. Promise sfracelli.

    E svanì. Infortuni e tristezza. Due anni dopo convinse il Boro a prestarlo al Parma dove allenava Baldini. Non funzionò. Tornò indietro e illuminò qualche notte in Uefa. Vinse una coppa minore restando in panchina. Se ne parlava come di certi attori di seconda fila che a un certo punto vanno a Hollywood, recitano parti minori, fanno sapere che lì è tutta un'altra cosa, altra professionalità. Poi non resta che aspettarli: tornano e si buttano nella commedia.

    Il ritorno di Big Mac è stato invece di un buon livello. A Siena aveva trovato la sua dimensione, segnato 49 gol in 134 partite. Era diventato una bandiera, nonostante la retrocessione. Da lì, non ne ha più azzeccata una. Piuttosto che scendere in B ha accolto con gioia l'abbraccio mortale di Zamparini, che ad agosto lo considerava un campione e a gennaio un bidone. Ha svuotato l'armadietto alla vigilia di una partita con il Parma in cui il suo sostituto (un 18enne paraguayano a nome Jara Martinez) avrebbe segnato il rigore decisivo. Ha rifiutato il Cesena, scelto la Samp. Ha visto il Cesena massacrare la Samp. Ha sbagliato il rigore decisivo contro il Parma. Eppure, in quello sprofondo di rimpianti, orgoglio suicida, avanzi d'Albione (lui e Macheda) che è la Sampdoria attuale, se c'è un uomo che può ancora combinare qualcosa, nel bene o nel male, è Maccarone. Mentre Pazzini fa la danza del gol molti piani più in su.

    di Gabriele Romagnoli; la Repubblica

    INTER-Lecce 1-0

    Che fatica... ma quello che conta è che ora siamo a meno 2 dal Milan, e dopo il derby a ci troveremo a più 1!!!

    mercoledì 16 marzo 2011

    E' storia

    Comunque vada a finire questa stagione, Bayern-Inter resterà una pietra angolare nella storia nerazzurra. Per le emozioni che ha riservato a chi l’ha vista; per quanto rappresenta. La vittoria dell’Allianz Arena è stata prima di tutto il gesto quasi disperato di chi non vuol saperne di uscire di scena. I nerazzurri all’intervallo si sono ritrovati nella peggiore condizione possibile, sotto di un gol, dopo aver già perso all’andata e con uomini fondamentali pieno di acciacchi: Thiago Motta non riusciva a tenere il passo del Bayern; Cambiasso era costretto a mettere in campo tutto il furore agonistico possibile; Lucio cercava giocate impossibile pur zoppicando; Stankovic soffriva, pieno di acciacchi.

    Però l’idea di dover lasciare la Champions League già agli ottavi e contro l’avversario che avevano sconfitto nella finale di Madrid ha triplicato le forze. Il resto lo ha fatto Leonardo, che puntato più sulla forza della volontà che su quella dei muscoli. Aveva chiesto ai suoi di credere nella vittoria, perché si sarebbe trattato di un’impresa e non di un miracolo; non ha mai cambiato idea, accompagnando gli attacchi nerazzurri dalla panchina. Alla fine ha avuto ragione lui, perché non c’era nessun morivo, dopo aver visto il primo tempo, per immaginare un sorpasso del genere. Ed è uscita una partita che, senza esagerare, entra nella top ten delle imprese nerazzurre, non molto inferiori a Inter-Liverpool 3-0 (maggio ’65); a Real-Inter 0-2 (marzo ’67); all’1-0 di Londra in casa del Chelsea giusto un anno fa. Il successo di Monaco, dove l’Inter, che mai ha battuto in casa il Bayern e mai ha perso in Baviera, è la dimostrazione di come il calcio non sia soltanto tattica, ma anche coraggio, forza di volontà, capacità di gestire le situazioni più difficili e di dominare le tensioni del momento. Contano le gambe, ma conta la testa. E questa è un’Inter che arriva sull’orlo del burrone, ma fa cadere gli altri.

    di Fabio Monti; CORRIERE DELLA SERA

    Sventate anche le Idi di Marzo

    Quando uno si chiama Giulio Cesare, dovrebbe fare sempre molta attenzione a queste giornate di fine inverno che i romani chiamavano le Idi di Marzo. Le coltellate a tradimento, storia alla mano, sono sempre dietro l’angolo. E infatti il Giulio Cesare brasiliano che è addetto alla custodia della porta interista, di coltellate a tradimento ne ha subìte due. O forse se l’è auto inflitte, una all’andata, una al ritorno, con altrettante papere tradottesi in gol-regalo al Bayern, facendo, però, sanguinare il cuore anche a tutto il popolo interista. Il destino di un portiere è spietato: è l’unico, di 11, a non poter sbagliare mai, perché nessuno mai potrà riparare ai suoi errori. Ed è anche l’unico che, confinato nella sua solitudine, è condannato a rimuginare i suoi peccati, mentre attorno a lui, tutti gli altri non hanno tempo di pensare ad altro che a star appresso al pallone. Che, come il mare, non si ferma mai.

    Devono essere stati lunghi momenti d’inferno, per Julio Cesar: i suoi compagni, pur concedendo troppo in difesa al Bayern, stavano giocando un’ottima partita, senza ancora sapere che avrebbero costruito un’impresa. Ma su tutto continuavano a pesare le sue due papere, decisive quanto sconcertanti. La papera marchia a fuoco il portiere che la compie se, alla fine, decide il risultato. Nessuno avrebbe ricordato che, dopo, Julio aveva saputo sventare un paio di palle-gol da campione.

    E invece, alla fine, è arrivata la rimonta-miracolo, che salva l’onore della detentrice della Coppa, l’immagine del calcio italiano e, insieme, il sistema nervoso del povero Julio che, ora, può voltar pagina, magari promettendo di non sottovalutare mai più, come all’ Allianz Arena, un pallone innocuo ma “tagliato” che ha finito con lo scivolargli goffamente via.
    Anche l’aver saputo reagire a un colpo psicologico di quel genere, dopo un comprensibile sbandamento che ha consentito al Bayern il 2-1, rende straordinaria la vittoria interista a Monaco, già eccezionale del suo se solo un’altra volta nella storia si era qualificato ai quarti chi aveva perso l’andata in casa. Per l’ennesima volta il confronto Italia-Germania ci sorride.

    di Massimo De Luca; CORRIERE DELLA SERA

    Gipsy

    Con le sue giocate di classe ha contribuito ad eliminare il Milan dalla Champions League, aiutando il Tottenham a conquistare una storica qualificazione ai quarti di finale. All'andata a San Siro ha sfiorato il gol con un morbidissimo pallonetto dal limite dell'area che ha entusiasmato gli appassionati di calcio. Tutti ammirano i suoi colpi di classe, ma pochi conoscono la sua curiosissima storia.

    Rafael Van der Vaart, uno dei fantasisti più apprezzati d'Europa, ha trascorso i suoi primi anni di vita in un "caravan park" a Beverwijk, nord di Amsterdam. E' cresciuto in una roulotte, l'abitazione mobile sulla quale papà Roman è nato. E lì Van der Vaart senior ha continuato a vivere fino a farne la dimora famigliare dopo aver conosciuto Lolita, figlia di un emigrante spagnolo arrivata in Olanda a 6 anni, che diventerà sua moglie e metterà al mondo Rafa l'11 febbraio 1983. E' stato proprio questo campo, abitato da molte famiglie nomadi, a salutare i primi passi della carriera di Van der Vaart. Lì, tra una roulotte e l'altra, è stato notato dai tecnici della squadra locale, il De Kennemers, il settore giovanile dal quale l'Ajax lo ha prelevato ad appena 10 anni dopo un provino. E con la maglia dei 'Lancieri' è iniziata la scalata di Rafa al grande calcio: il debutto in prima squadra, l'onore di diventare il più giovane capitano nella storia dell'Ajax, la Nazionale olandese, l'Amburgo, il Real Madrid e l'estate scorsa il trasferimento a White Hart Lane. In mezzo anche il matrimonio con Sylvie Meis, spesso considerata la più bella tra le moglie dei calciatori.

    Ma il contratto da professionista con l'Ajax, con i conseguenti primi guadagni da giocatore vero, ha permesso a Van der Vaart anche di compiere un gesto fuori dal campo: l'acquisto della prima casa nella vita della sua famiglia. Un'abitazione per papà Roman e mamma Lolita lontana dal campo di Beverwijk: "Era la prima volta che vivevano in una casa - ha raccontato il numero 11 degli Spurs - per questo era un po' strano". Il campione del Tottenham parla con orgoglio della sua vita "gipsy": "Tanti mi chiedono: "Ma non era strano vivere in quel modo?". Magari non era uno stile di vita normale, ma a me piaceva. E mi ha aiutato perché mi faceva sentire come un guerriero della strada. E ho imparato che bisogna lottare per conquistarsi il proprio spazio quando si cresce".

    Anche Wesley Sneijder ha avuto un'infanzia simile in un quartiere difficile di Utrecht. E il numero 10 dell'Inter racconta storie simili a quelle del suo compagno di Nazionale. Entrambi aiutati dalla strada a diventare campioni. E, anno dopo anno, Rafa si è conquistato il suo spazio nel calcio europeo, proprio come aveva imparato da piccolo nel "caravan park" di Beverwijk.

    di Stefano Scacchi; la Repubblica

    La nuova strada di Leo

    La telefonata di complimenti di Josè Mourinho è arrivata puntuale, venti minuti dopo la fine di Bayern-Inter: in fondo era attesa e nessuno si è stupito, dato che l'ombra dello Special incombe ancora, protettiva e paterna, sull'Inter tutta. Nessuna chiamata invece dall'utenza di Rafa Benitez, raccontano i tabulati e lo spogliatoio interista: e non è una sorpresa neppure questa. Del resto si sa che con Benitez non è sbocciato mai alcun rapporto, mentre con Mourinho il legame è rimasto saldissimo e prosegue da mesi, nonostante lo Special sia ormai a Madrid. Però, dopo l'impresa di Monaco, è anche giusto lasciare spazio alla prima volta di Leonardo. La grande vittoria interista all'Allianz Arena è anche la prima affermazione internazionale del suo allenatore. Lo scorso anno, da tecnico esordiente col Milan, Leonardo venne spazzato via agli ottavi dal Manchester United: 2-3 nell'andata a San Siro e tracollo a Old Trafford per 0-4. Ma a Monaco il vento è cambiato e l'allenatore brasiliano ci ha messo del suo.

    Non è sempre stato impeccabile, Leonardo, in questi primi due mesi e mezzo alla guida dell'Inter. Alla sua intelligenza nel gestire a dovere lo spogliatoio dal punto di vista psicologico, a volte non ha fatto seguito la stessa lucidità nell'interpretazione delle partite: qualche sbavatura, nelle sostituzioni o nell'impostazione generale delle gare, si era vista, e le ultime le avevamo notate a Brescia, appena quattro giorni prima del trionfo in Baviera. Ma a Monaco Leonardo ha condotto la squadra con piglio sicuro e con razionalità. Non ha sbagliato nulla nella gestione della vigilia, caricando a dovere i giocatori e convincendoli che l'impresa era più che possibile. Ha indovinato la tattica e la strategia di gara: azzecato il modulo 4-2-3-1 col sacrificio di Sneijder a sinistra, giusto l'atteggiamento in campo, con l'Inter che ha mantenuto la barra a dritta per quasi tutta la gara. Con l'eccezione di quei terribili venti minuti finali del primo tempo, quando la squadra ha rischiato di affondare, i campioni d'Europa hanno giocato con tranquillità e sicurezza, aspettando i momenti giusti per colpire. Si tratta comunque di giocatori che dopo le vittorie dello scorso anno sono molto maturati e che a volte non sembrano aver bisogno di consigli e di suggerimenti, però è indubbio che il lavoro di Leonardo ci sia stato, e abbia pagato. Non solo sul piano psicologico, ma anche su quello squisitamente tattico e strategico. Così è maturata la vittoria di Monaco, che spinge l'Inter ai quarti di finale e la conferma come una sicura realtà del panorama europeo, anche se nei mesi scorsi un po' tutti avevamo dubitato della tenuta dei nerazzurri. Ma questo è un gruppo molto sicuro delle sue qualità, come conferma Leonardo che in apparenza non si prende meriti per il trionfo: "La bravura di questi giocatori sta nel fornire un rendimento altissimo nonostante il fatto che nell'ultimo anno ci sono stati tre allenatori diversi: Mourinho, Benitez e il sottoscritto. Moduli di gioco diversi, allenamenti diversi, strategie diverse. Eppure i giocatori rispondono sempre, alla perfezione. Che grande gruppo".

    Poi è chiaro che nelle grandi imprese c'è sempre una componente di buona sorte che è necessaria, e l'Inter ne ha beneficiato senz'altro nel primo tempo della sfida di Monaco. Ma anche lo scorso anno Mourinho arrivò in porto grazie ad alcuni aiutini del Fato. Ora Leonardo, l'allenatore per caso (non voleva farlo, fu convinto a viva forza da Galliani due anni fa), prova a mettersi sulla scia del suo predecessore. Finora è stato bravo a continuarne il lavoro, accettandone consigli e suggerimenti. Ma l'impressione è che dalla serata di Monaco, il ragazzo abbia iniziato a camminare con le sue gambe.

    di Andrea Sorrentino; la Repubblica

    Bayern Monaco-INTER 2-3

    Non so da dove iniziare, dunque finisco subito: grazie, ragazzi. Ancora una volta, come l'anno scorso verso il Bernabeu, ora verso Wembley, continuiamo a sognare...

    sabato 12 marzo 2011

    Brescia-INTER 1-1

    Come all'andata, altri due punti persi contro una squadra tanto onesta quanto modesta.

    mercoledì 9 marzo 2011

    Forza Palestina

    Con un po' di prosopopea, è stato battezzato "Faisal Al-Husseini International Stadium": in realtà è poco più di un campetto con erba artificiale in mezzo ai casermoni di cemento di Al-Ram, popoloso agglomerato arabo a due passi da Gerusalemme. Ma è qui che per la prima volta nella sua storia, la nazionale della Palestina gioca la sua prima partita valida per le qualificazioni per i Giochi Olimpici di Londra 2012.

    Al-Husseini, l'uomo a cui è dedicato l'impianto, era un leader palestinese di Gerusalemme Est, fondatore dell'Unione generale degli studenti palestinesi, ed è passato più volte nelle carceri israeliani prima di diventare personaggio di spicco nelle trattative di pace. Morto nel 2001, è oggi considerato un eroe della patria da tutte le fazioni.

    Già da questo particolare si capisce che l'evento di mercoledì non è soltanto sportivo e che i seimila posti dello stadio non basteranno a contenere tutti i tifosi: finora, qui si era giocata giusto qualche amichevole, mentre le partite 'vere' si andavano a disputare in Egitto o in Giordania, qualche volta perfino in Kuwait.

    Ovvio quindi che le aspettative siano altissime.

    Nella nazionale palestinese - che in casa gioca con maglia e pantaloncini rossi - l'asso è tale Ahmed Keshkesh, 26 anni, nato nella Striscia di Gaza, che gioca nel campionato giordano con l'Al-Weehdat di Amman: sa fare sia il trequartista sia la punta.

    Accanto a lui in attacco c'è Fahed Attal, 25 anni, anche lui professionista in Giordania.

    Molto atteso - ma ancora non si sa se sarà schierato - è Hisham Ali, diciannovenne ala sinistra che si sta facendo le ossa nelle giovanili del Malmö, in Svezia: per capirci, dove ha iniziato anche Ibrahimovic.

    Il difensore centrale Omar Jarun gioca invece nella serie B polacca, con la maglia del Pogon Szczecin.

    Ma i nomi più osannati allo stadio saranno probabilmente quelli di Tariq al Quto, Ayman Alkurd, Shadi Sbakhe e Wajeh Moshtahe: quattro giocatori del campionato palestinese morti in diverse circostanze, negli scorsi anni, durante scontri a fuoco con l'esercito israeliano.

    Fra i giocatori della nazionale, del resto, non mancano i problemi: per allenarsi e per partecipare ai tornei hanno infatti bisogno di visti e permessi che spesso vengono negati dalle autorità di occupazione. Nel 2007, ad esempio, tutta la squadra decise di rinunciare a una trasferta a Singapore (decisiva per le qualificazioni ai Mondiali) perché era stato negato il visto a due giocatori.

    Tuttavia la partita di mercoledì al "Faisal Al-Husseini Stadium" è un segno d'apertura senza precedenti da parte del governo israeliano verso la giovane Federazione calcistica palestinese.

    I 'rossi' dei Territori, che sono al 151° posto del ranking della Fifa, vengono da un pareggio e da una vittoria con il Pakistan: entrambe in trasferta, perché nei Territori non si poteva ancora giocare.

    L'allenatore della Palestina, il tunisino Mukhtar Al Talili, sostiene che la sua squadra punterà molto «sulla maggior prestanza fisica» rispetto agli orientali. Il suo collega thai, Kasem Jariyawatwong, ammette di essere «un po' preoccupato perché i palestinesi si preparano da mesi a questa sfida», ma aggiunge che i suoi giocatori «sono tecnicamente molto più forti».

    All'andata vinsero i Thailandesi 1-0, ma si giocava a Bangkok. A poche centinaia di metro dalle mura di Gerusalemme, le emozioni saranno diverse.

    di Adriano Botta; l'Espresso

    Sta arrivando

    C'è un uomo solo all'inseguimento. La sua maglia è nerazzurra, la sua pelle è scura, il suo nome è Samuel Eto'o. Domenica scorsa ha segnato due reti, avviato con passaggi smarcanti le azioni per altre due. Ha fatto l'inchino a Nagatomo per la quinta, segnalato all'arbitro (quando ancora il risultato era in ballo) che non aveva subito fallo da rigore. Ha devastato la difesa del Genoa, fin qui tra le migliori. Questo, in un pomeriggio. Nel resto della stagione ha fatto gol a catena, difeso Benitez, esaltato Leonardo. Ha eseguito una danza con i sacchetti di plastica sul tetto del mondo. Ha fatto dimenticare Milito, illuminato Pazzini, cercato (e ritrovato) Sneijder. Ha provocato la prima sospensione di una partita per cori razzisti. Ha allacciato le scarpe al portiere del Brescia. Ha tenuto insieme lo spogliatoio, di cui è il leader silenzioso e si dice che, una volta, l'abbia pure ripulito. Stavano avviando le pratiche di beatificazione quando ha dato una testata a Cesar del Chievo, come già due anni prima a un giornalista spagnolo.

    È incontenibile, nel bene e nel male. Quando il campionato sarà finito e dovremo scegliere l'uomo dell'anno è già evidente che sarà una partita a due. Questo torneo è in realtà un duello. È la resa dei conti tra due centravanti scaricati dal Barcellona e rinati a Milano. Eto'o contro Ibra: il vincitore si prende tutto. L'interista ha cinquanta milioni di ragioni per uccidere l'altro. È l'estate del 2009. Eto'o accarezza bambini e ricordi.
    È una macchina da gol e da figli. Ne ha tre dalla moglie. Una da una ragazza sarda, faticosamente riconosciuta: di qui gli attacchi quando giocherà a Cagliari. Ogni tanto gliene attribuiscono uno nuovo. L'accusa avrà titoloni ("Se non abortisci ti decapito", gli fanno dire), la smentita sarà un colonnino. Non parlerà più con i giornalisti. Guarda il cellulare e legge l'ennesimo sms di Materazzi: "Vieni da noi, spacchiamo il mondo". Eto'o l'ha appena fatto. Il "triplete" (scudetto, coppa di Spagna e Champions) ha la sua firma. Trenta reti in campionato, una (decisiva) nella finale a Roma contro il Manchester. Guardiola, appena arrivato, l'aveva messo nella lista degli indesiderati. Deportati di lusso: lui, Ronaldinho, Deco. Anche un genio può sbagliare, una volta su tre.

    Ma gli dei non lo puniscono. A Guardiola, liberatosi degli altri due, Eto'o era rimasto tra i piedi. E gli aveva regalato la stagione migliore. Gol a raffica, grande intesa con Messi. Neppure uno di quegli infortuni che facevano precipitare a Barcellona parenti dal Camerun con stregoni al seguito. "Tieni le zampe di pollo per la mamma di Samuel", sentii dire in un locale accanto al mercato coperto. Eppur non basta. Guardiola ha un sogno e il suo presidente glielo compra: Ibra. Che prenda il posto di Eto'o ci può anche stare. Altrove, la vita continua: si schiudono altre porte, altre donne. L'offesa è il come. O meglio: il quanto. L'insulto è il conguaglio: 50 milioni di euro. La differenza tra Ibra e Eto'o viene fissata da quella cifra impossibile, un refuso di mercato. Eto'o più la Sampdoria (o l'Espanyol) = Ibra. Samuel fa le valigie. Ci mette dentro le magliette attillate e l'orgoglio ferito. La vendetta, come una partita, ha due tempi. Il primo è nella semifinale di Champions 2010. Pur di buttar fuori il Barcellona, nell'Inter decimata Eto'o gioca un'ora da terzino. Come una rockstar stanca di groupies scopre l'impegno. Compie sacrifici invocando la nemesi.

    Tu guarda: diventa il primo nella storia a conquistare due "triplete" consecutivi con due maglie diverse. E Ibra? Lascia Barcellona umiliato e offeso, maledicendo Guardiola. E finisce a Milano, sponda rossonera. A questo punto del western non c'è più spazio per i comprimari. Nel secondo tempo gli attori non protagonisti lasciano la scena. Con tutto il rispetto per Pato e Robinho, Pazzini e Sneijder, gli oscar minori sono già stati assegnati. Ora tocca ai grandi, attenti quei due. Il vincitore è... Un mese di tempo per saperlo.

    Eto'o continua la rincorsa. Si era caricato l'Inter in spalla quando non era più una squadra, adesso corre più leggero. Si è comprato una casa di mille metri quadri all'ultimo piano di un palazzo in via Turati, davanti alla sede del Milan. Ha invaso il garage di auto: ultimo il fuoristrada con cui s'è fatto multare dalla vigilessa Massimiliana Pinto (per questo elogiata dal sindaco Moratti a cui l'adempimento del dovere fa impressione). Non ultima la Bentley che gli hanno rubato mentre era in prestito ad Arnautovic. Ma è sul tetto che lui si apposta. Da lì ha la visione migliore. Ha visto Ibra arrivare per firmare, indossare la nuova maglia, lanciare proclami. Lo aspetta, lo ha nel mirino, ancora cinque passi e ci siamo, l'avrà preso. In classifica marcatori è avanti di tre gol. Al fantacalcio, tra assist e pagelle, vale di più. Nel derby d'andata ha subito. Ogni viaggio ha un ritorno. Lo ha già sognato, immaginato, preparato. Cinquanta milioni di volte.

    di Gabriele Romagnoli; la Repubblica

    martedì 1 marzo 2011

    Purtroppo

    Il mondo è pieno di Zamparini, di Rossi non ce ne saranno mai abbastanza.

    El Topo

    Una sera d'autunno, a fine allenamento, il nuovo allenatore Guidolin lo prese sottobraccio e se lo portò a cena a casa sua. Il menù era castigato, la conversazione sgasata finché, alla frutta, il padrone di casa disse: "Tu diventerai il nuovo Kakà". Boom! Il tappo come un proiettile. Fuochi artificiali nella notte friulana. Nasceva, doveva nascere, una stella. Alexis Sanchez, 8 gol in due stagioni, molti dribbling e poca concretezza, un passato leggendario e un presente ordinario. "Ti cambio ruolo, ti cambio vita", disse Guidolin. Non aveva la faccia da profeta. Eppure.

    Sanchez si porta dietro un carico di epopea. È nato, appena 22 anni fa, nella cittadina di Tocopilla. La stessa dove, molti anni prima, si era manifestato al mondo Alejandro Jodorowsky, psicomago, autore eclettico e lisergico, regista di "El Topo", film cult inclassificabile. El Topo Sanchez, un metro e settanta di tritolo, ne condivide la carica eversiva e la difficoltà a farsi incasellare. Da ragazzino debuttò col botto: in una partita del primo campionato segnò otto gol, inducendo il sindaco a regalargli le sue scarpe da calcio. Vennero da tutto il mondo a vederlo giocare, lo prese l'Udinese. Lo pagò due milioni di euro che a giugno prossimo, di questo passo, si tramuteranno in trenta.

    Per farlo maturare lo lasciò al Colo Colo, ovvero a bagnomaria nell'epica. È la squadra mito del Cile. Prende il nome dal capo guerrigliero mapuche che combatté gli spagnoli senza mai una sconfitta. È nata da una scissione storica. Il suo fondatore, David Arellano, morì a 25 anni di peritonite dopo uno scontro con un avversario spagnolo. Lutto permanente sulle maglie e nello stadio. Retorica immanente nel motto: "D'orgoglioso sangue e nobile cuore, Colo Colo eterno campione". Al cospetto di cotanta storia El Topo Sanchez segnò cinque gol. Poi andò in Argentina, al River Plate. Nel 2008 all'Udinese, finalmente. Il primo anno non incantò. Qualcuno mise in giro la voce che i video su You Tube, in cui faceva la veronica e l'aurelio, erano taroccati. Il secondo anno s'infortunò quasi subito e perse il girone d'andata. Nel ritorno mostrò qualche psicomagia, ma bazzicava al largo, lui da una parte, Pepe dall'altra e Di Natale in mezzo.

    "Tu non sei un'ala - gli disse Guidolin - sei un trequartista, giochi dietro la prima punta, farai assist e gol". Sanchez disse: "Sì, va bene". È un ragazzo di poche parole e poche storie. Tornò a casa, dove vive da solo. Ci è abituato da quando aveva 16 anni. Pellegrino del calcio, non si porta dietro nessuno. I genitori hanno altri tre figli, la mamma lo raggiunge una volta l'anno. Il padre telefona. Quando lui torna in Cile è per giocare in nazionale. Fa tutto da sé, come talora gli accade in campo. Non ha domestica: cucina e fa le pulizie. Potrebbe sembrare un immigrato qualsiasi, di quelli che si radunano al campetto la domenica pomeriggio, svuotano casse di birra, creano due squadre improvvisate e si sfidano con il sottofondo di musica latina. Ma il suo campo è in uno stadio di serie A, per non dire che ha giocato ai Mondiali. Ricordo un cronista sudafricano chiedersi scorrendo la formazione cilena: "Che ci fanno tutti questi nell'Udinese?". Sono di passaggio, lui e Isla sicuramente, li aspetta qualche squadra scudetto, italiana o inglese.

    Da ieri c'è un nuovo video del Topo Sanchez su You Tube e non è taroccato. Poker di gol, repertorio completo (o quasi, che segni di testa non si può pretendere). Ne fa uno da psicomago e uno da tamarro. Nel primo c'è tutta la letale ferocia degli schemi di Guidolin. Palla recuperata in difesa, ripartenza innescata a memoria. Lancio sulla fascia destra a Di Natale che non guarda neppure mentre fa proseguire di sponda in avanti e al centro: sa già che cosa sta succedendo, sta arrivando Sanchez, alla velocità di uno spirito. Fende l'aria con l'aerodinamica crestina di capelli impomatati, gonfia il torace mostrato sul sito "Pettorali famosi", corre come si vede solo nei cartoni animati. Nella testa gli detta i movimenti un sergente folle: passo, passo, doppio passo, tiro, gol. Lascia seduto il portiere superandolo con quelle due umilianti pedalate di bicicletta. Sulla riga di porta il difensore allarga le braccia.

    Quand'è troppo è Sanchez. L'ultimo gol è l'opposto. Non c'è classe e non c'è inganno. Va lungo, perde il tempo, ritrova la palla soltanto per l'ignavia disperata degli avversari. Vede uno spiraglio e ce la infila. Di punta. Una scarpata da cortile. Una cosa come il "piattone", proibita sui grandi schermi, vietata ai maggiori di anni 18. Ma proprio questo è il segreto dell'esplosione del Topo Sanchez: gioca come a 15 anni, quando ne faceva 8 e gli regalavano le chiavi della città sotto forma di scarpini. Guidolin l'ha riportato nello stesso ruolo, gli ha ridato la stessa allegria. Manchester o Milano sono un esame di maturità lontano: per adesso è un ragazzino che bigia la scuola e, felice, fa quel che gli pare.

    di Gabriele Romagnoli; la Repubblica

    lunedì 28 febbraio 2011

    Sampdoria-INTER 0-2

    Partita combattuta e vittoria meritata, ottenuta contro la squadra più sportiva del campionato.

    domenica 20 febbraio 2011

    Il circolo vizioso

    Dio deve pensare che sono un tipo fantastico, altrimenti non mi avrebbe concesso tanto.
    Josè Mourinho

    INTER-Cagliari 1-0

    Va bene, ma nel finale si è rischiato troppo. Ora, in Champions, ci aspetta il Bayern Monaco... che mi dice qualcosa.

    giovedì 17 febbraio 2011

    Il teorema del rischio

    L'Inter è lì. La rimonta, o "remontada", di fatto è compiuta. Non del tutto, perché il Milan è ancora a 5 punti di distanza, ma in fondo lo si può dire: missione compiuta, l'Inter è tornata nel gruppo delle prime e ora può lanciare la volata. Basta fare due conti. Il 6 gennaio scorso, prima partita dell'era-Leonardo, lo svantaggio interista dal Milan capolista era di 13 punti, anche se i nerazzurri dovevano recuperare due partite non facili contro Cesena e Fiorentina. Quarantadue giorni e dieci partite dopo, l'Inter si è riallineata alle altre nelle partite giocate ed è a -5 dal Milan, terza in classifica, in piena lotta per il titolo.

    E' stata una corsa a perdifiato, rischiando il tutto per tutto in ogni gara. Dieci partite con otto vittorie e due sconfitte, entrambe urticanti, contro Udinese e Juventus: incidenti di percorso o inevitabili pause, dopo tanto correre. Ma l'importante era andare avanti. Del resto non pareggia una partita dal 10 novembre scorso (Lecce-Inter 1-1), perché dopo aver accumulato un cospicuo ritardo in classifica non poteva più far calcoli. E nessuno calcolo c'è stato nella rincorsa di Leonardo, che ha mandato all'attacco la squadra in tutte le partite, tranne quando è stata costretta dagli avversari a rintanarsi (e infatti sono arrivate le sconfitte di Udine e Torino). Molti gol segnati in queste dieci partite (26) e parecchi incassati (15), raccontano che Inter è quella della rincorsa: è ora la squadra con il miglior attacco della serie A (46 gol) ma appena la nona difesa: i 29 gol incassati sono 10 più del Milan capolista. Perché l'Inter di questa pazza stagione ha ora davanti un altro record da battere, o un dato statistico da smentire: di solito, in serie A, lo scudetto va alla squadra con la miglior difesa, o con una delle migliori difese. L'Inter di quest'anno non potrà avere la miglior difesa di tutte, ormai è chiaro. Quindi deve andare alla ricerca di equilibri difficilissimi da raggiungere, se vorrà completare la rincorsa al Milan. Quindi qualcuno asupica che nelle prossime partite, se le distanze col Milan dovessero ulteriormente accorciarsi, Leonardo possa mandare in campo una squadra più equilibrata, più attenta nei ripiegamenti, e magari il ritorno di Lucio al centro della difesa potrà essere utile.

    Ma il tecnico non sembra essere di questo avviso, ormai ha lanciato la sfida ed è una sfida ai numeri del nostro campionato, alla sua stessa natura, o forse a un luogo comune: in serie A vince chi si protegge meglio le spalle. L'Inter di Leonardo, l'Inter brasiliana e zemaniana nella sua concezione, vuole invece capovolgere il mondo. Sarà un percorso accidentato e irto di pericoli, ma pare che Leonardo voglia andare avanti sulla sua strada. "Io sono così e non cambio", ha fatto già sapere lui. Fino in fondo così, dunque, rischiando tutto, rischiando sempre. Finora il gioco ha pagato: la media punti di Leonardo è stata di 2,40 punti a partita. Con Benitez erano appena 1,53. Il rischio paga.
     
    di Andrea Sorrentino; la Repubblica

    Fiorentina-INTER 1-2

    Ora che i recuperi sono stati recuperati, ci troviamo nella scia del Milan, distaccati di 5 punti. Forza!!!

    martedì 15 febbraio 2011

    Il Fenomeno che non c'è più

    Ci sono notizie che precedono di molto il proprio annuncio. L’addio di Ronaldo al calcio è una di queste: per noi si era perso da almeno quattro anni, non c’era bisogno della conferenza stampa nella sede del Corinthians per sapere che era diventato un ex.

    Lo ha detto tra le lacrime. C’è sempre stato qualcosa di tragico nel suo personaggio. Non ricordiamo un campione che abbia dovuto lottare con tanta follia contro il proprio fisico. Madre Natura lo ha dotato di qualità che, se non ne hanno fatto il centravanti più forte di tutti i tempi, come dice Moratti che per lui stravedeva, lo hanno reso un attaccante molto speciale: quando ti scappava sullo scatto non lo raggiungevi più, e non solo perché aveva una coordinazione straordinaria nel controllare la palla, ma perché era, muscolarmente, veloce. A Parigi, al Parco dei Principi, nella finale di Coppa Uefa contro la Lazio, partì da metà campo e arrivò davanti a Marchegiani, il portiere, ancora con la forza e la lucidità per metterlo a sedere con una serie infinita di finte. Il gol, come altri tra le centinaia che ha segnato, resterà per sempre nelle teche per la sua bellezza più che per l’importanza. Eppure il fisico è stato la sua maledizione.

    A 24 anni aveva già un ginocchio in briciole, con due interventi al tendine che lo bloccarono per due stagioni, e molti pensavano che non si sarebbe più ripreso. Un medico ci rivelò che Ronaldo aveva una malformazione al ginocchio mai indagata da bambino per cui quel tendine restava come una corda di violino perennemente tesa e pronta a spezzarsi a ogni accelerazione. Un guaio quasi insanabile per un atleta che aveva nella potenza l’arma più terribile. Ci passò sopra, non si fermò. Ma il fisico gli tese altri cento agguati, alcuni misteriosi. Sempre a Parigi, per la finale di Coppa del Mondo che consacrò Zidane, sul foglio con le formazioni, a meno di un’ora dall’inizio, non appariva il suo nome. Comparve in un secondo tempo e si diffusero illazioni di ogni tipo attorno alle voci di un attacco epilettico. Tutto gli ha giocato contro: i muscoli di cristallo, le articolazioni d’argilla, e il peso difficile da tenere a bada, per colpa di una disfunzione alla tiroide, ha spiegato ieri, ma anche per le troppe birre e uno stile di vita che progressivamente cedeva ai piaceri negati nell’adolescenza a un ragazzo che a 18 anni era già un protagonista in Europa e a 20 una «star».

    Negli ultimi anni lo chiamavamo «Sua Grassezza», e non era una definizione esagerata. Ronaldo è stato grandissimo: ha vinto due Mondiali e due «Pallone d’Oro», per tre volte l’hanno giudicato il miglior calciatore del mondo, ha giocato nel Barcellona e nel Real Madrid dei «Galacticos», nell’Inter e nel Milan, anche se quando lo prese Berlusconi era ormai un convalescente cronico, più in infermeria che in campo. A cavallo del nuovo millennio non c’era nessuno come lui, quando era sano. Eppure resta la sensazione di incompiutezza. Ronaldo avrebbe potuto offrire e ottenere di più. A noi italiani, in fondo, restano impresse soprattutto le sue sfortune. Il rigore che non gli fischiarono contro la Juve nel primo anno in cui poteva vincere il campionato; le urla per il ginocchio spezzato senza il minimo contrasto all’Olimpico di Roma; le lacrime con cui si congedò dall’Inter in quel 5 maggio in cui gettò alle ortiche il più incredibile degli scudetti. Grande e tragico. Già disperso nella memoria. All’annuncio dell’addio al calcio molti si saranno sorpresi che giocasse ancora.

    di Marco Ansaldo; LA STAMPA

    Qua la Zampa

    L'excusatio non petita gli è venuta dal cuore e dai polmoni: "Non sono pazzo!", ha gridato Zamparinic. Non lo è, ma lo fa. Anche in questo campionato 2010-2011 guida la classifica dei presidenti da legare. Non è soltanto l'uomo della domenica, dopo lo sfogo contro l'allenatore, è quello di tutte le sante settimane. Quando il Palermo vince è merito suo, quando perde è colpa di Delio Rossi. Che una volta è "uno dei migliori tecnici d'Europa", un'altra "deve imparare ad ascoltare", "non conosce la fase difensiva" e, peggio di tutto, "come i suoi colleghi, si crede un'icona". Non l'ha ancora esonerato e non l'ha ancora riassunto, come gli piaceva fare (rivolgersi a Guidolin e agli altri 27 ex). Con lui (amato e difeso dalla città) il rapporto sadomaso si è fatto più intenso: una frustata e una carezza dopo ogni partita. Anche se Zamparinic non la vede mai, non in diretta. Per non irritarsi passeggia in una delle sue tenute, dialoga con il pappagallo e aspetta il resoconto del vice Micciché. Sulla base del quale esterna a caldo, poi si vede la registrazione e riesterna a freddo.

    È una stagione alla grande, la sua. Scandita, come si conviene, da andate e ritorni. Ha lasciato ufficialmente il calcio l'11 novembre scorso, dopo un arbitraggio considerato scandaloso in Milan-Palermo 3 a 1. Ha annunciato l'intenzione con parole chiare: "Smetto, è un mondo di merda!". Poi ha emesso un comunicato più tortuoso da cui si apprendeva che aveva "incaricato un advisor", che i valori sportivi erano "sempre più spariti", che auspicava "gare dove con reciproche garanzie di equità e lealtà possano sempre vincere ad armi pari e i migliori". Intraducibile anche per la Gialappa's. Ma la decisione di mollare restava "netta". Tra virgolette anche nell'originale. A significare: non tanto. Non proprio. Manco morto. Infatti è ancora qui. Nel frattempo ha minacciato di trasferirsi all'estero: una volta in Austria e un'altra in Sicilia (testualmente: "abbandonando l'Italia che tanto prende e poco dà"). Ancor più ferale la minaccia di dedicarsi alla politica, con una lista tutta sua e una posizione ben definita: "né a destra, né a sinistra", "accanto alla Lega, che è il solo partito per la gente", "lontano dalla Lega, perché nel lungo periodo non paga", né con Berlusconi ("ha dato disoccupazione e tolto libertà"), né con Tremonti ("è diventato comunista"). Una specie di tea party, a cui era l'unico invitato.

    Un uomo solo al comando. Incompreso. Anche perché: incomprensibile. Quando parla. Quando agisce, l'obiettivo è piuttosto chiaro: fare soldi. Zamparinic è un immigrato al contrario. Friulano, ha gestito il Venezia, ma quando ha capito che non avrebbe potuto costruire lo stadio si è trasferito a Palermo. Dove, ma pensa, vuol costruire lo stadio. Nell'attesa tira su centri commerciali. Quest'anno gli si è accesa la luce dell'Est e compra qualsiasic calciatoric gli capitic: Ilicic (nell'intervallo di una partita di Europa League), Bacinovic, Andelkovic. Alla prima buona prestazione proclama: "Ora vale il triplo!". In effetti è così. Il suo Palermo, va detto, ha un ottimo bilancio, perché poi lui rivende, incassa, ripiana. Certo, a vedere quel che è successo con Cavani (e prima ancora con Toni) l'affare vero lo fa chi compra. Quest'anno ha messo insieme un buon attacco (anzi "ottimissimo") e una difesa che va in nazionale (però "inguardabile"). Voleva la Champions "come minimo". Come massimo: la luna, non fosse, teme, "che ci è già arrivato Lotito".

    Appena esce fa un guaio: è andato dai bambini dello Zen e ha litigato con il collega del Palermo Rugby, facendosi querelare. È andato a Benevento e lo volevano arrestare. Va in tv e sbotta come Raimondo Vianello ma senza ironia: "Quelli giocano, e io pago!". Si sente emarginato: "Ho chiamato Nicchi, all'associazione arbitri: si è offeso", "Ho chiamato Beretta in lega: non mi ha risposto". Lo tradiscono anche i presagi: "Mi son svegliato di colpo, ho guardato la sveglia, eran le 3 e 33, ho capito che ne avremmo vinte tre di fila". In hoc signo vinces? Era solo notte fonda: ha perso con la Fiorentina. Si è incupito: lassù qualcuno non lo ama. Fermate il mondo, vuole scendere. Trattando con gli arabi ha scoperto che sono lenti, lentissimi: "Vanno al ritmo della natura, che non è stupido". Ma non rallenta, non può. Rozzi ci ha lasciato, Gaucci è espatriato (lui sì) a Santo Domingo con la badante giovane, Lotito, dopo l'allunaggio, tace. Con la giugulare in fiamme, a far da sponda a Biscardi è rimasto soltanto Zamparinic, prigioniero del ruolo. Non è pazzo. Dice di sé: "Anche Napoleone ha perso qualche battaglia".

    di Gabriele Romagnoli; la Repubblica

    domenica 13 febbraio 2011

    T. Motta

    Thiago Motta, centrocampista dell'Inter e ora anche della Nazionale: lei ha amici nel mondo del calcio?
    «Vuole la verità? Forse un paio. È colpa mia. Cambio città e non so tenere i contatti con le persone. Non uso né facebook né twitter, odio la tecnologia. Quindi, chi mi cerca non mi trova. Non ho un bel rapporto neppure con il cellulare».

    Nessuna eccezione?
    «Sì, una c'è. È il mio amico Lionel Messi. È come me, non risponde quasi mai. E quindi non s'arrabbia se sparisco. Mia moglie, invece... Adesso (guarda il telefonino che vibra, ndr) mi sta cercando per sapere se torno a casa a pranzo. Ma che le rispondo a fare? Tra poco torno e così lo vede».

    Tranquillo fuori dal campo, un po' meno quando gioca. Si ricorda la lite con Buffon della stagione scorsa?
    «Ne abbiamo parlato anche in Nazionale e gli ho chiesto nuovamente scusa. C'era già stato un chiarimento subito dopo la partita ma ho voluto riaffrontare la questione. E' stato simpatico e molto tollerante».

    Lei invece si è guadagnato l'appellativo di antipatico.
    «Mi frega il fatto di voler vincere sempre. Ero così anche da bambino nonostante i rimproveri di mio padre».

    Un ragazzino vivace alla Balotelli?
    «Non fino a quel punto... però qualche zuffa l'ho fatta, ho il sangue caldo come mio padre e se perdevo piangevo».

    Come l'hanno accolta in azzurro?
    «Benissimo, posso catalogarla come una delle esperienze più belle della mia vita».

    E di Prandelli cosa pensa?
    «Se allena l'Italia vuol dire che è bravo ma a me ha colpito il suo lato umano. È una persona molto calma e sensibile».

    Thiago Motta non rientra nei piani del Brasile, ma il cittì della Seleçao, Menezes, ha voluto comunque far sapere di essere contrario ai cambi di nazionalità.
    «Rispetto il suo pensiero ma non lo condivido».

    Leonardo l'avrebbe convocata.
    «Mi sta dando grande fiducia e io spero di ripagarlo. Non lo conoscevo ed è stata una sorpresa. Ci ha fatto ritrovare l'entusiasmo e l'allegria. E poi è completamente diverso da tutti gli altri allenatori che ho avuto, Benitez compreso».

    In che senso?
    «Sa come gestirci. Quando ci vede stanchi non ha problemi a darci un giorno di riposo senza assilli. Forse salteremo qualche ritiro e mi pare una grande decisione. Si gioca ogni tre giorni e dormire una notte in più a casa aiuta».

    Crede al teorema: stress uguale infortuni?
    «Sì, giochiamo troppe partite. Non è una questione di età o di usura, si stanno facendo male anche i ragazzini».

    Che idea si è fatto del caso Milito?
    «Leonardo l'ha mandato in Argentina a riposare e ha fatto bene. Era depresso, non sembrava neppure più lui. Quest'ultimo infortunio è stata una mazzata. Diego ha bisogno di pensare alla sua famiglia e basta. Viene da una stagione straordinaria e da un Mondiale molto impegnativo, la migliore medicina è staccare la spina».

    Nel frattempo voi proverete a agganciare il Milan.
    «Tutte le squadre hanno un momento di flessione. Noi speriamo che succeda anche al Milan».

    Domani sera c'è la Juventus e, a causa di Calciopoli, non è mai una gara come le altre.
    «Non bado a queste faccende, per me questa partita vale tre punti come le altre. La Juve si gioca più di noi, ha un disperato bisogno di punti e credo che non abbia abbandonato il sogno scudetto».

    Che ne pensa dei giocatori-bandiera alla Del Piero?
    «Li ammiro perché hanno sposato una causa. Nel nostro mondo la riconoscenza non esiste ma deve esserci onestà. Se un presidente mi considera finito deve avere il coraggio di dirmelo. Vorrei chiudere la carriera all'Inter e diventare anch'io una bandiera».

    Ci dia una prova della sua italianità. Cibo preferito?
    «Dovrei dire spaghetti, invece, vado matto per aglio e cipolla. Ma tenga conto che mio suocero è coreano...».

    Ha ottenuto il passaporto grazie ai parenti di suo padre.
    «Vivono nel Polesine. Presto li andrò a trovare».

    Suo padre Roberto cosa pensa della sua scelta di vestire la maglia azzurra?
    «È entusiasta».

    Cosa le ha detto dopo la partita?
    «Non gli ho risposto al telefono. Nel suo caso è una scelta ben precisa. Mi avrebbe criticato come al solito!».

    di Laura Bandinelli; LA STAMPA

    lunedì 7 febbraio 2011

    INTER-Roma 5-3

    Grandi fuochi d'artificio in scena al Meazza, mentre il Milan continua a rallentare...

    venerdì 4 febbraio 2011

    Se questo (non) è un uomo di merda

    C'è sempre da imparare. E ce lo hai ricordato, malgrado il malcapitato Rossi.

    Bari-INTER 0-3

    Una partita vinta, ma non stravinta come parrebbe, grazie alle reti di Kharja, Pazzini e del rientrante Sneijder.