mercoledì 16 marzo 2011

E' storia

Comunque vada a finire questa stagione, Bayern-Inter resterà una pietra angolare nella storia nerazzurra. Per le emozioni che ha riservato a chi l’ha vista; per quanto rappresenta. La vittoria dell’Allianz Arena è stata prima di tutto il gesto quasi disperato di chi non vuol saperne di uscire di scena. I nerazzurri all’intervallo si sono ritrovati nella peggiore condizione possibile, sotto di un gol, dopo aver già perso all’andata e con uomini fondamentali pieno di acciacchi: Thiago Motta non riusciva a tenere il passo del Bayern; Cambiasso era costretto a mettere in campo tutto il furore agonistico possibile; Lucio cercava giocate impossibile pur zoppicando; Stankovic soffriva, pieno di acciacchi.

Però l’idea di dover lasciare la Champions League già agli ottavi e contro l’avversario che avevano sconfitto nella finale di Madrid ha triplicato le forze. Il resto lo ha fatto Leonardo, che puntato più sulla forza della volontà che su quella dei muscoli. Aveva chiesto ai suoi di credere nella vittoria, perché si sarebbe trattato di un’impresa e non di un miracolo; non ha mai cambiato idea, accompagnando gli attacchi nerazzurri dalla panchina. Alla fine ha avuto ragione lui, perché non c’era nessun morivo, dopo aver visto il primo tempo, per immaginare un sorpasso del genere. Ed è uscita una partita che, senza esagerare, entra nella top ten delle imprese nerazzurre, non molto inferiori a Inter-Liverpool 3-0 (maggio ’65); a Real-Inter 0-2 (marzo ’67); all’1-0 di Londra in casa del Chelsea giusto un anno fa. Il successo di Monaco, dove l’Inter, che mai ha battuto in casa il Bayern e mai ha perso in Baviera, è la dimostrazione di come il calcio non sia soltanto tattica, ma anche coraggio, forza di volontà, capacità di gestire le situazioni più difficili e di dominare le tensioni del momento. Contano le gambe, ma conta la testa. E questa è un’Inter che arriva sull’orlo del burrone, ma fa cadere gli altri.

di Fabio Monti; CORRIERE DELLA SERA

Sventate anche le Idi di Marzo

Quando uno si chiama Giulio Cesare, dovrebbe fare sempre molta attenzione a queste giornate di fine inverno che i romani chiamavano le Idi di Marzo. Le coltellate a tradimento, storia alla mano, sono sempre dietro l’angolo. E infatti il Giulio Cesare brasiliano che è addetto alla custodia della porta interista, di coltellate a tradimento ne ha subìte due. O forse se l’è auto inflitte, una all’andata, una al ritorno, con altrettante papere tradottesi in gol-regalo al Bayern, facendo, però, sanguinare il cuore anche a tutto il popolo interista. Il destino di un portiere è spietato: è l’unico, di 11, a non poter sbagliare mai, perché nessuno mai potrà riparare ai suoi errori. Ed è anche l’unico che, confinato nella sua solitudine, è condannato a rimuginare i suoi peccati, mentre attorno a lui, tutti gli altri non hanno tempo di pensare ad altro che a star appresso al pallone. Che, come il mare, non si ferma mai.

Devono essere stati lunghi momenti d’inferno, per Julio Cesar: i suoi compagni, pur concedendo troppo in difesa al Bayern, stavano giocando un’ottima partita, senza ancora sapere che avrebbero costruito un’impresa. Ma su tutto continuavano a pesare le sue due papere, decisive quanto sconcertanti. La papera marchia a fuoco il portiere che la compie se, alla fine, decide il risultato. Nessuno avrebbe ricordato che, dopo, Julio aveva saputo sventare un paio di palle-gol da campione.

E invece, alla fine, è arrivata la rimonta-miracolo, che salva l’onore della detentrice della Coppa, l’immagine del calcio italiano e, insieme, il sistema nervoso del povero Julio che, ora, può voltar pagina, magari promettendo di non sottovalutare mai più, come all’ Allianz Arena, un pallone innocuo ma “tagliato” che ha finito con lo scivolargli goffamente via.
Anche l’aver saputo reagire a un colpo psicologico di quel genere, dopo un comprensibile sbandamento che ha consentito al Bayern il 2-1, rende straordinaria la vittoria interista a Monaco, già eccezionale del suo se solo un’altra volta nella storia si era qualificato ai quarti chi aveva perso l’andata in casa. Per l’ennesima volta il confronto Italia-Germania ci sorride.

di Massimo De Luca; CORRIERE DELLA SERA

Gipsy

Con le sue giocate di classe ha contribuito ad eliminare il Milan dalla Champions League, aiutando il Tottenham a conquistare una storica qualificazione ai quarti di finale. All'andata a San Siro ha sfiorato il gol con un morbidissimo pallonetto dal limite dell'area che ha entusiasmato gli appassionati di calcio. Tutti ammirano i suoi colpi di classe, ma pochi conoscono la sua curiosissima storia.

Rafael Van der Vaart, uno dei fantasisti più apprezzati d'Europa, ha trascorso i suoi primi anni di vita in un "caravan park" a Beverwijk, nord di Amsterdam. E' cresciuto in una roulotte, l'abitazione mobile sulla quale papà Roman è nato. E lì Van der Vaart senior ha continuato a vivere fino a farne la dimora famigliare dopo aver conosciuto Lolita, figlia di un emigrante spagnolo arrivata in Olanda a 6 anni, che diventerà sua moglie e metterà al mondo Rafa l'11 febbraio 1983. E' stato proprio questo campo, abitato da molte famiglie nomadi, a salutare i primi passi della carriera di Van der Vaart. Lì, tra una roulotte e l'altra, è stato notato dai tecnici della squadra locale, il De Kennemers, il settore giovanile dal quale l'Ajax lo ha prelevato ad appena 10 anni dopo un provino. E con la maglia dei 'Lancieri' è iniziata la scalata di Rafa al grande calcio: il debutto in prima squadra, l'onore di diventare il più giovane capitano nella storia dell'Ajax, la Nazionale olandese, l'Amburgo, il Real Madrid e l'estate scorsa il trasferimento a White Hart Lane. In mezzo anche il matrimonio con Sylvie Meis, spesso considerata la più bella tra le moglie dei calciatori.

Ma il contratto da professionista con l'Ajax, con i conseguenti primi guadagni da giocatore vero, ha permesso a Van der Vaart anche di compiere un gesto fuori dal campo: l'acquisto della prima casa nella vita della sua famiglia. Un'abitazione per papà Roman e mamma Lolita lontana dal campo di Beverwijk: "Era la prima volta che vivevano in una casa - ha raccontato il numero 11 degli Spurs - per questo era un po' strano". Il campione del Tottenham parla con orgoglio della sua vita "gipsy": "Tanti mi chiedono: "Ma non era strano vivere in quel modo?". Magari non era uno stile di vita normale, ma a me piaceva. E mi ha aiutato perché mi faceva sentire come un guerriero della strada. E ho imparato che bisogna lottare per conquistarsi il proprio spazio quando si cresce".

Anche Wesley Sneijder ha avuto un'infanzia simile in un quartiere difficile di Utrecht. E il numero 10 dell'Inter racconta storie simili a quelle del suo compagno di Nazionale. Entrambi aiutati dalla strada a diventare campioni. E, anno dopo anno, Rafa si è conquistato il suo spazio nel calcio europeo, proprio come aveva imparato da piccolo nel "caravan park" di Beverwijk.

di Stefano Scacchi; la Repubblica

La nuova strada di Leo

La telefonata di complimenti di Josè Mourinho è arrivata puntuale, venti minuti dopo la fine di Bayern-Inter: in fondo era attesa e nessuno si è stupito, dato che l'ombra dello Special incombe ancora, protettiva e paterna, sull'Inter tutta. Nessuna chiamata invece dall'utenza di Rafa Benitez, raccontano i tabulati e lo spogliatoio interista: e non è una sorpresa neppure questa. Del resto si sa che con Benitez non è sbocciato mai alcun rapporto, mentre con Mourinho il legame è rimasto saldissimo e prosegue da mesi, nonostante lo Special sia ormai a Madrid. Però, dopo l'impresa di Monaco, è anche giusto lasciare spazio alla prima volta di Leonardo. La grande vittoria interista all'Allianz Arena è anche la prima affermazione internazionale del suo allenatore. Lo scorso anno, da tecnico esordiente col Milan, Leonardo venne spazzato via agli ottavi dal Manchester United: 2-3 nell'andata a San Siro e tracollo a Old Trafford per 0-4. Ma a Monaco il vento è cambiato e l'allenatore brasiliano ci ha messo del suo.

Non è sempre stato impeccabile, Leonardo, in questi primi due mesi e mezzo alla guida dell'Inter. Alla sua intelligenza nel gestire a dovere lo spogliatoio dal punto di vista psicologico, a volte non ha fatto seguito la stessa lucidità nell'interpretazione delle partite: qualche sbavatura, nelle sostituzioni o nell'impostazione generale delle gare, si era vista, e le ultime le avevamo notate a Brescia, appena quattro giorni prima del trionfo in Baviera. Ma a Monaco Leonardo ha condotto la squadra con piglio sicuro e con razionalità. Non ha sbagliato nulla nella gestione della vigilia, caricando a dovere i giocatori e convincendoli che l'impresa era più che possibile. Ha indovinato la tattica e la strategia di gara: azzecato il modulo 4-2-3-1 col sacrificio di Sneijder a sinistra, giusto l'atteggiamento in campo, con l'Inter che ha mantenuto la barra a dritta per quasi tutta la gara. Con l'eccezione di quei terribili venti minuti finali del primo tempo, quando la squadra ha rischiato di affondare, i campioni d'Europa hanno giocato con tranquillità e sicurezza, aspettando i momenti giusti per colpire. Si tratta comunque di giocatori che dopo le vittorie dello scorso anno sono molto maturati e che a volte non sembrano aver bisogno di consigli e di suggerimenti, però è indubbio che il lavoro di Leonardo ci sia stato, e abbia pagato. Non solo sul piano psicologico, ma anche su quello squisitamente tattico e strategico. Così è maturata la vittoria di Monaco, che spinge l'Inter ai quarti di finale e la conferma come una sicura realtà del panorama europeo, anche se nei mesi scorsi un po' tutti avevamo dubitato della tenuta dei nerazzurri. Ma questo è un gruppo molto sicuro delle sue qualità, come conferma Leonardo che in apparenza non si prende meriti per il trionfo: "La bravura di questi giocatori sta nel fornire un rendimento altissimo nonostante il fatto che nell'ultimo anno ci sono stati tre allenatori diversi: Mourinho, Benitez e il sottoscritto. Moduli di gioco diversi, allenamenti diversi, strategie diverse. Eppure i giocatori rispondono sempre, alla perfezione. Che grande gruppo".

Poi è chiaro che nelle grandi imprese c'è sempre una componente di buona sorte che è necessaria, e l'Inter ne ha beneficiato senz'altro nel primo tempo della sfida di Monaco. Ma anche lo scorso anno Mourinho arrivò in porto grazie ad alcuni aiutini del Fato. Ora Leonardo, l'allenatore per caso (non voleva farlo, fu convinto a viva forza da Galliani due anni fa), prova a mettersi sulla scia del suo predecessore. Finora è stato bravo a continuarne il lavoro, accettandone consigli e suggerimenti. Ma l'impressione è che dalla serata di Monaco, il ragazzo abbia iniziato a camminare con le sue gambe.

di Andrea Sorrentino; la Repubblica

Bayern Monaco-INTER 2-3

Non so da dove iniziare, dunque finisco subito: grazie, ragazzi. Ancora una volta, come l'anno scorso verso il Bernabeu, ora verso Wembley, continuiamo a sognare...

sabato 12 marzo 2011

Brescia-INTER 1-1

Come all'andata, altri due punti persi contro una squadra tanto onesta quanto modesta.

mercoledì 9 marzo 2011

Forza Palestina

Con un po' di prosopopea, è stato battezzato "Faisal Al-Husseini International Stadium": in realtà è poco più di un campetto con erba artificiale in mezzo ai casermoni di cemento di Al-Ram, popoloso agglomerato arabo a due passi da Gerusalemme. Ma è qui che per la prima volta nella sua storia, la nazionale della Palestina gioca la sua prima partita valida per le qualificazioni per i Giochi Olimpici di Londra 2012.

Al-Husseini, l'uomo a cui è dedicato l'impianto, era un leader palestinese di Gerusalemme Est, fondatore dell'Unione generale degli studenti palestinesi, ed è passato più volte nelle carceri israeliani prima di diventare personaggio di spicco nelle trattative di pace. Morto nel 2001, è oggi considerato un eroe della patria da tutte le fazioni.

Già da questo particolare si capisce che l'evento di mercoledì non è soltanto sportivo e che i seimila posti dello stadio non basteranno a contenere tutti i tifosi: finora, qui si era giocata giusto qualche amichevole, mentre le partite 'vere' si andavano a disputare in Egitto o in Giordania, qualche volta perfino in Kuwait.

Ovvio quindi che le aspettative siano altissime.

Nella nazionale palestinese - che in casa gioca con maglia e pantaloncini rossi - l'asso è tale Ahmed Keshkesh, 26 anni, nato nella Striscia di Gaza, che gioca nel campionato giordano con l'Al-Weehdat di Amman: sa fare sia il trequartista sia la punta.

Accanto a lui in attacco c'è Fahed Attal, 25 anni, anche lui professionista in Giordania.

Molto atteso - ma ancora non si sa se sarà schierato - è Hisham Ali, diciannovenne ala sinistra che si sta facendo le ossa nelle giovanili del Malmö, in Svezia: per capirci, dove ha iniziato anche Ibrahimovic.

Il difensore centrale Omar Jarun gioca invece nella serie B polacca, con la maglia del Pogon Szczecin.

Ma i nomi più osannati allo stadio saranno probabilmente quelli di Tariq al Quto, Ayman Alkurd, Shadi Sbakhe e Wajeh Moshtahe: quattro giocatori del campionato palestinese morti in diverse circostanze, negli scorsi anni, durante scontri a fuoco con l'esercito israeliano.

Fra i giocatori della nazionale, del resto, non mancano i problemi: per allenarsi e per partecipare ai tornei hanno infatti bisogno di visti e permessi che spesso vengono negati dalle autorità di occupazione. Nel 2007, ad esempio, tutta la squadra decise di rinunciare a una trasferta a Singapore (decisiva per le qualificazioni ai Mondiali) perché era stato negato il visto a due giocatori.

Tuttavia la partita di mercoledì al "Faisal Al-Husseini Stadium" è un segno d'apertura senza precedenti da parte del governo israeliano verso la giovane Federazione calcistica palestinese.

I 'rossi' dei Territori, che sono al 151° posto del ranking della Fifa, vengono da un pareggio e da una vittoria con il Pakistan: entrambe in trasferta, perché nei Territori non si poteva ancora giocare.

L'allenatore della Palestina, il tunisino Mukhtar Al Talili, sostiene che la sua squadra punterà molto «sulla maggior prestanza fisica» rispetto agli orientali. Il suo collega thai, Kasem Jariyawatwong, ammette di essere «un po' preoccupato perché i palestinesi si preparano da mesi a questa sfida», ma aggiunge che i suoi giocatori «sono tecnicamente molto più forti».

All'andata vinsero i Thailandesi 1-0, ma si giocava a Bangkok. A poche centinaia di metro dalle mura di Gerusalemme, le emozioni saranno diverse.

di Adriano Botta; l'Espresso

Sta arrivando

C'è un uomo solo all'inseguimento. La sua maglia è nerazzurra, la sua pelle è scura, il suo nome è Samuel Eto'o. Domenica scorsa ha segnato due reti, avviato con passaggi smarcanti le azioni per altre due. Ha fatto l'inchino a Nagatomo per la quinta, segnalato all'arbitro (quando ancora il risultato era in ballo) che non aveva subito fallo da rigore. Ha devastato la difesa del Genoa, fin qui tra le migliori. Questo, in un pomeriggio. Nel resto della stagione ha fatto gol a catena, difeso Benitez, esaltato Leonardo. Ha eseguito una danza con i sacchetti di plastica sul tetto del mondo. Ha fatto dimenticare Milito, illuminato Pazzini, cercato (e ritrovato) Sneijder. Ha provocato la prima sospensione di una partita per cori razzisti. Ha allacciato le scarpe al portiere del Brescia. Ha tenuto insieme lo spogliatoio, di cui è il leader silenzioso e si dice che, una volta, l'abbia pure ripulito. Stavano avviando le pratiche di beatificazione quando ha dato una testata a Cesar del Chievo, come già due anni prima a un giornalista spagnolo.

È incontenibile, nel bene e nel male. Quando il campionato sarà finito e dovremo scegliere l'uomo dell'anno è già evidente che sarà una partita a due. Questo torneo è in realtà un duello. È la resa dei conti tra due centravanti scaricati dal Barcellona e rinati a Milano. Eto'o contro Ibra: il vincitore si prende tutto. L'interista ha cinquanta milioni di ragioni per uccidere l'altro. È l'estate del 2009. Eto'o accarezza bambini e ricordi.
È una macchina da gol e da figli. Ne ha tre dalla moglie. Una da una ragazza sarda, faticosamente riconosciuta: di qui gli attacchi quando giocherà a Cagliari. Ogni tanto gliene attribuiscono uno nuovo. L'accusa avrà titoloni ("Se non abortisci ti decapito", gli fanno dire), la smentita sarà un colonnino. Non parlerà più con i giornalisti. Guarda il cellulare e legge l'ennesimo sms di Materazzi: "Vieni da noi, spacchiamo il mondo". Eto'o l'ha appena fatto. Il "triplete" (scudetto, coppa di Spagna e Champions) ha la sua firma. Trenta reti in campionato, una (decisiva) nella finale a Roma contro il Manchester. Guardiola, appena arrivato, l'aveva messo nella lista degli indesiderati. Deportati di lusso: lui, Ronaldinho, Deco. Anche un genio può sbagliare, una volta su tre.

Ma gli dei non lo puniscono. A Guardiola, liberatosi degli altri due, Eto'o era rimasto tra i piedi. E gli aveva regalato la stagione migliore. Gol a raffica, grande intesa con Messi. Neppure uno di quegli infortuni che facevano precipitare a Barcellona parenti dal Camerun con stregoni al seguito. "Tieni le zampe di pollo per la mamma di Samuel", sentii dire in un locale accanto al mercato coperto. Eppur non basta. Guardiola ha un sogno e il suo presidente glielo compra: Ibra. Che prenda il posto di Eto'o ci può anche stare. Altrove, la vita continua: si schiudono altre porte, altre donne. L'offesa è il come. O meglio: il quanto. L'insulto è il conguaglio: 50 milioni di euro. La differenza tra Ibra e Eto'o viene fissata da quella cifra impossibile, un refuso di mercato. Eto'o più la Sampdoria (o l'Espanyol) = Ibra. Samuel fa le valigie. Ci mette dentro le magliette attillate e l'orgoglio ferito. La vendetta, come una partita, ha due tempi. Il primo è nella semifinale di Champions 2010. Pur di buttar fuori il Barcellona, nell'Inter decimata Eto'o gioca un'ora da terzino. Come una rockstar stanca di groupies scopre l'impegno. Compie sacrifici invocando la nemesi.

Tu guarda: diventa il primo nella storia a conquistare due "triplete" consecutivi con due maglie diverse. E Ibra? Lascia Barcellona umiliato e offeso, maledicendo Guardiola. E finisce a Milano, sponda rossonera. A questo punto del western non c'è più spazio per i comprimari. Nel secondo tempo gli attori non protagonisti lasciano la scena. Con tutto il rispetto per Pato e Robinho, Pazzini e Sneijder, gli oscar minori sono già stati assegnati. Ora tocca ai grandi, attenti quei due. Il vincitore è... Un mese di tempo per saperlo.

Eto'o continua la rincorsa. Si era caricato l'Inter in spalla quando non era più una squadra, adesso corre più leggero. Si è comprato una casa di mille metri quadri all'ultimo piano di un palazzo in via Turati, davanti alla sede del Milan. Ha invaso il garage di auto: ultimo il fuoristrada con cui s'è fatto multare dalla vigilessa Massimiliana Pinto (per questo elogiata dal sindaco Moratti a cui l'adempimento del dovere fa impressione). Non ultima la Bentley che gli hanno rubato mentre era in prestito ad Arnautovic. Ma è sul tetto che lui si apposta. Da lì ha la visione migliore. Ha visto Ibra arrivare per firmare, indossare la nuova maglia, lanciare proclami. Lo aspetta, lo ha nel mirino, ancora cinque passi e ci siamo, l'avrà preso. In classifica marcatori è avanti di tre gol. Al fantacalcio, tra assist e pagelle, vale di più. Nel derby d'andata ha subito. Ogni viaggio ha un ritorno. Lo ha già sognato, immaginato, preparato. Cinquanta milioni di volte.

di Gabriele Romagnoli; la Repubblica

martedì 1 marzo 2011

Purtroppo

Il mondo è pieno di Zamparini, di Rossi non ce ne saranno mai abbastanza.

El Topo

Una sera d'autunno, a fine allenamento, il nuovo allenatore Guidolin lo prese sottobraccio e se lo portò a cena a casa sua. Il menù era castigato, la conversazione sgasata finché, alla frutta, il padrone di casa disse: "Tu diventerai il nuovo Kakà". Boom! Il tappo come un proiettile. Fuochi artificiali nella notte friulana. Nasceva, doveva nascere, una stella. Alexis Sanchez, 8 gol in due stagioni, molti dribbling e poca concretezza, un passato leggendario e un presente ordinario. "Ti cambio ruolo, ti cambio vita", disse Guidolin. Non aveva la faccia da profeta. Eppure.

Sanchez si porta dietro un carico di epopea. È nato, appena 22 anni fa, nella cittadina di Tocopilla. La stessa dove, molti anni prima, si era manifestato al mondo Alejandro Jodorowsky, psicomago, autore eclettico e lisergico, regista di "El Topo", film cult inclassificabile. El Topo Sanchez, un metro e settanta di tritolo, ne condivide la carica eversiva e la difficoltà a farsi incasellare. Da ragazzino debuttò col botto: in una partita del primo campionato segnò otto gol, inducendo il sindaco a regalargli le sue scarpe da calcio. Vennero da tutto il mondo a vederlo giocare, lo prese l'Udinese. Lo pagò due milioni di euro che a giugno prossimo, di questo passo, si tramuteranno in trenta.

Per farlo maturare lo lasciò al Colo Colo, ovvero a bagnomaria nell'epica. È la squadra mito del Cile. Prende il nome dal capo guerrigliero mapuche che combatté gli spagnoli senza mai una sconfitta. È nata da una scissione storica. Il suo fondatore, David Arellano, morì a 25 anni di peritonite dopo uno scontro con un avversario spagnolo. Lutto permanente sulle maglie e nello stadio. Retorica immanente nel motto: "D'orgoglioso sangue e nobile cuore, Colo Colo eterno campione". Al cospetto di cotanta storia El Topo Sanchez segnò cinque gol. Poi andò in Argentina, al River Plate. Nel 2008 all'Udinese, finalmente. Il primo anno non incantò. Qualcuno mise in giro la voce che i video su You Tube, in cui faceva la veronica e l'aurelio, erano taroccati. Il secondo anno s'infortunò quasi subito e perse il girone d'andata. Nel ritorno mostrò qualche psicomagia, ma bazzicava al largo, lui da una parte, Pepe dall'altra e Di Natale in mezzo.

"Tu non sei un'ala - gli disse Guidolin - sei un trequartista, giochi dietro la prima punta, farai assist e gol". Sanchez disse: "Sì, va bene". È un ragazzo di poche parole e poche storie. Tornò a casa, dove vive da solo. Ci è abituato da quando aveva 16 anni. Pellegrino del calcio, non si porta dietro nessuno. I genitori hanno altri tre figli, la mamma lo raggiunge una volta l'anno. Il padre telefona. Quando lui torna in Cile è per giocare in nazionale. Fa tutto da sé, come talora gli accade in campo. Non ha domestica: cucina e fa le pulizie. Potrebbe sembrare un immigrato qualsiasi, di quelli che si radunano al campetto la domenica pomeriggio, svuotano casse di birra, creano due squadre improvvisate e si sfidano con il sottofondo di musica latina. Ma il suo campo è in uno stadio di serie A, per non dire che ha giocato ai Mondiali. Ricordo un cronista sudafricano chiedersi scorrendo la formazione cilena: "Che ci fanno tutti questi nell'Udinese?". Sono di passaggio, lui e Isla sicuramente, li aspetta qualche squadra scudetto, italiana o inglese.

Da ieri c'è un nuovo video del Topo Sanchez su You Tube e non è taroccato. Poker di gol, repertorio completo (o quasi, che segni di testa non si può pretendere). Ne fa uno da psicomago e uno da tamarro. Nel primo c'è tutta la letale ferocia degli schemi di Guidolin. Palla recuperata in difesa, ripartenza innescata a memoria. Lancio sulla fascia destra a Di Natale che non guarda neppure mentre fa proseguire di sponda in avanti e al centro: sa già che cosa sta succedendo, sta arrivando Sanchez, alla velocità di uno spirito. Fende l'aria con l'aerodinamica crestina di capelli impomatati, gonfia il torace mostrato sul sito "Pettorali famosi", corre come si vede solo nei cartoni animati. Nella testa gli detta i movimenti un sergente folle: passo, passo, doppio passo, tiro, gol. Lascia seduto il portiere superandolo con quelle due umilianti pedalate di bicicletta. Sulla riga di porta il difensore allarga le braccia.

Quand'è troppo è Sanchez. L'ultimo gol è l'opposto. Non c'è classe e non c'è inganno. Va lungo, perde il tempo, ritrova la palla soltanto per l'ignavia disperata degli avversari. Vede uno spiraglio e ce la infila. Di punta. Una scarpata da cortile. Una cosa come il "piattone", proibita sui grandi schermi, vietata ai maggiori di anni 18. Ma proprio questo è il segreto dell'esplosione del Topo Sanchez: gioca come a 15 anni, quando ne faceva 8 e gli regalavano le chiavi della città sotto forma di scarpini. Guidolin l'ha riportato nello stesso ruolo, gli ha ridato la stessa allegria. Manchester o Milano sono un esame di maturità lontano: per adesso è un ragazzino che bigia la scuola e, felice, fa quel che gli pare.

di Gabriele Romagnoli; la Repubblica

lunedì 28 febbraio 2011

Sampdoria-INTER 0-2

Partita combattuta e vittoria meritata, ottenuta contro la squadra più sportiva del campionato.

domenica 20 febbraio 2011

Il circolo vizioso

Dio deve pensare che sono un tipo fantastico, altrimenti non mi avrebbe concesso tanto.
Josè Mourinho

INTER-Cagliari 1-0

Va bene, ma nel finale si è rischiato troppo. Ora, in Champions, ci aspetta il Bayern Monaco... che mi dice qualcosa.

giovedì 17 febbraio 2011

Il teorema del rischio

L'Inter è lì. La rimonta, o "remontada", di fatto è compiuta. Non del tutto, perché il Milan è ancora a 5 punti di distanza, ma in fondo lo si può dire: missione compiuta, l'Inter è tornata nel gruppo delle prime e ora può lanciare la volata. Basta fare due conti. Il 6 gennaio scorso, prima partita dell'era-Leonardo, lo svantaggio interista dal Milan capolista era di 13 punti, anche se i nerazzurri dovevano recuperare due partite non facili contro Cesena e Fiorentina. Quarantadue giorni e dieci partite dopo, l'Inter si è riallineata alle altre nelle partite giocate ed è a -5 dal Milan, terza in classifica, in piena lotta per il titolo.

E' stata una corsa a perdifiato, rischiando il tutto per tutto in ogni gara. Dieci partite con otto vittorie e due sconfitte, entrambe urticanti, contro Udinese e Juventus: incidenti di percorso o inevitabili pause, dopo tanto correre. Ma l'importante era andare avanti. Del resto non pareggia una partita dal 10 novembre scorso (Lecce-Inter 1-1), perché dopo aver accumulato un cospicuo ritardo in classifica non poteva più far calcoli. E nessuno calcolo c'è stato nella rincorsa di Leonardo, che ha mandato all'attacco la squadra in tutte le partite, tranne quando è stata costretta dagli avversari a rintanarsi (e infatti sono arrivate le sconfitte di Udine e Torino). Molti gol segnati in queste dieci partite (26) e parecchi incassati (15), raccontano che Inter è quella della rincorsa: è ora la squadra con il miglior attacco della serie A (46 gol) ma appena la nona difesa: i 29 gol incassati sono 10 più del Milan capolista. Perché l'Inter di questa pazza stagione ha ora davanti un altro record da battere, o un dato statistico da smentire: di solito, in serie A, lo scudetto va alla squadra con la miglior difesa, o con una delle migliori difese. L'Inter di quest'anno non potrà avere la miglior difesa di tutte, ormai è chiaro. Quindi deve andare alla ricerca di equilibri difficilissimi da raggiungere, se vorrà completare la rincorsa al Milan. Quindi qualcuno asupica che nelle prossime partite, se le distanze col Milan dovessero ulteriormente accorciarsi, Leonardo possa mandare in campo una squadra più equilibrata, più attenta nei ripiegamenti, e magari il ritorno di Lucio al centro della difesa potrà essere utile.

Ma il tecnico non sembra essere di questo avviso, ormai ha lanciato la sfida ed è una sfida ai numeri del nostro campionato, alla sua stessa natura, o forse a un luogo comune: in serie A vince chi si protegge meglio le spalle. L'Inter di Leonardo, l'Inter brasiliana e zemaniana nella sua concezione, vuole invece capovolgere il mondo. Sarà un percorso accidentato e irto di pericoli, ma pare che Leonardo voglia andare avanti sulla sua strada. "Io sono così e non cambio", ha fatto già sapere lui. Fino in fondo così, dunque, rischiando tutto, rischiando sempre. Finora il gioco ha pagato: la media punti di Leonardo è stata di 2,40 punti a partita. Con Benitez erano appena 1,53. Il rischio paga.
 
di Andrea Sorrentino; la Repubblica

Fiorentina-INTER 1-2

Ora che i recuperi sono stati recuperati, ci troviamo nella scia del Milan, distaccati di 5 punti. Forza!!!

martedì 15 febbraio 2011

Il Fenomeno che non c'è più

Ci sono notizie che precedono di molto il proprio annuncio. L’addio di Ronaldo al calcio è una di queste: per noi si era perso da almeno quattro anni, non c’era bisogno della conferenza stampa nella sede del Corinthians per sapere che era diventato un ex.

Lo ha detto tra le lacrime. C’è sempre stato qualcosa di tragico nel suo personaggio. Non ricordiamo un campione che abbia dovuto lottare con tanta follia contro il proprio fisico. Madre Natura lo ha dotato di qualità che, se non ne hanno fatto il centravanti più forte di tutti i tempi, come dice Moratti che per lui stravedeva, lo hanno reso un attaccante molto speciale: quando ti scappava sullo scatto non lo raggiungevi più, e non solo perché aveva una coordinazione straordinaria nel controllare la palla, ma perché era, muscolarmente, veloce. A Parigi, al Parco dei Principi, nella finale di Coppa Uefa contro la Lazio, partì da metà campo e arrivò davanti a Marchegiani, il portiere, ancora con la forza e la lucidità per metterlo a sedere con una serie infinita di finte. Il gol, come altri tra le centinaia che ha segnato, resterà per sempre nelle teche per la sua bellezza più che per l’importanza. Eppure il fisico è stato la sua maledizione.

A 24 anni aveva già un ginocchio in briciole, con due interventi al tendine che lo bloccarono per due stagioni, e molti pensavano che non si sarebbe più ripreso. Un medico ci rivelò che Ronaldo aveva una malformazione al ginocchio mai indagata da bambino per cui quel tendine restava come una corda di violino perennemente tesa e pronta a spezzarsi a ogni accelerazione. Un guaio quasi insanabile per un atleta che aveva nella potenza l’arma più terribile. Ci passò sopra, non si fermò. Ma il fisico gli tese altri cento agguati, alcuni misteriosi. Sempre a Parigi, per la finale di Coppa del Mondo che consacrò Zidane, sul foglio con le formazioni, a meno di un’ora dall’inizio, non appariva il suo nome. Comparve in un secondo tempo e si diffusero illazioni di ogni tipo attorno alle voci di un attacco epilettico. Tutto gli ha giocato contro: i muscoli di cristallo, le articolazioni d’argilla, e il peso difficile da tenere a bada, per colpa di una disfunzione alla tiroide, ha spiegato ieri, ma anche per le troppe birre e uno stile di vita che progressivamente cedeva ai piaceri negati nell’adolescenza a un ragazzo che a 18 anni era già un protagonista in Europa e a 20 una «star».

Negli ultimi anni lo chiamavamo «Sua Grassezza», e non era una definizione esagerata. Ronaldo è stato grandissimo: ha vinto due Mondiali e due «Pallone d’Oro», per tre volte l’hanno giudicato il miglior calciatore del mondo, ha giocato nel Barcellona e nel Real Madrid dei «Galacticos», nell’Inter e nel Milan, anche se quando lo prese Berlusconi era ormai un convalescente cronico, più in infermeria che in campo. A cavallo del nuovo millennio non c’era nessuno come lui, quando era sano. Eppure resta la sensazione di incompiutezza. Ronaldo avrebbe potuto offrire e ottenere di più. A noi italiani, in fondo, restano impresse soprattutto le sue sfortune. Il rigore che non gli fischiarono contro la Juve nel primo anno in cui poteva vincere il campionato; le urla per il ginocchio spezzato senza il minimo contrasto all’Olimpico di Roma; le lacrime con cui si congedò dall’Inter in quel 5 maggio in cui gettò alle ortiche il più incredibile degli scudetti. Grande e tragico. Già disperso nella memoria. All’annuncio dell’addio al calcio molti si saranno sorpresi che giocasse ancora.

di Marco Ansaldo; LA STAMPA

Qua la Zampa

L'excusatio non petita gli è venuta dal cuore e dai polmoni: "Non sono pazzo!", ha gridato Zamparinic. Non lo è, ma lo fa. Anche in questo campionato 2010-2011 guida la classifica dei presidenti da legare. Non è soltanto l'uomo della domenica, dopo lo sfogo contro l'allenatore, è quello di tutte le sante settimane. Quando il Palermo vince è merito suo, quando perde è colpa di Delio Rossi. Che una volta è "uno dei migliori tecnici d'Europa", un'altra "deve imparare ad ascoltare", "non conosce la fase difensiva" e, peggio di tutto, "come i suoi colleghi, si crede un'icona". Non l'ha ancora esonerato e non l'ha ancora riassunto, come gli piaceva fare (rivolgersi a Guidolin e agli altri 27 ex). Con lui (amato e difeso dalla città) il rapporto sadomaso si è fatto più intenso: una frustata e una carezza dopo ogni partita. Anche se Zamparinic non la vede mai, non in diretta. Per non irritarsi passeggia in una delle sue tenute, dialoga con il pappagallo e aspetta il resoconto del vice Micciché. Sulla base del quale esterna a caldo, poi si vede la registrazione e riesterna a freddo.

È una stagione alla grande, la sua. Scandita, come si conviene, da andate e ritorni. Ha lasciato ufficialmente il calcio l'11 novembre scorso, dopo un arbitraggio considerato scandaloso in Milan-Palermo 3 a 1. Ha annunciato l'intenzione con parole chiare: "Smetto, è un mondo di merda!". Poi ha emesso un comunicato più tortuoso da cui si apprendeva che aveva "incaricato un advisor", che i valori sportivi erano "sempre più spariti", che auspicava "gare dove con reciproche garanzie di equità e lealtà possano sempre vincere ad armi pari e i migliori". Intraducibile anche per la Gialappa's. Ma la decisione di mollare restava "netta". Tra virgolette anche nell'originale. A significare: non tanto. Non proprio. Manco morto. Infatti è ancora qui. Nel frattempo ha minacciato di trasferirsi all'estero: una volta in Austria e un'altra in Sicilia (testualmente: "abbandonando l'Italia che tanto prende e poco dà"). Ancor più ferale la minaccia di dedicarsi alla politica, con una lista tutta sua e una posizione ben definita: "né a destra, né a sinistra", "accanto alla Lega, che è il solo partito per la gente", "lontano dalla Lega, perché nel lungo periodo non paga", né con Berlusconi ("ha dato disoccupazione e tolto libertà"), né con Tremonti ("è diventato comunista"). Una specie di tea party, a cui era l'unico invitato.

Un uomo solo al comando. Incompreso. Anche perché: incomprensibile. Quando parla. Quando agisce, l'obiettivo è piuttosto chiaro: fare soldi. Zamparinic è un immigrato al contrario. Friulano, ha gestito il Venezia, ma quando ha capito che non avrebbe potuto costruire lo stadio si è trasferito a Palermo. Dove, ma pensa, vuol costruire lo stadio. Nell'attesa tira su centri commerciali. Quest'anno gli si è accesa la luce dell'Est e compra qualsiasic calciatoric gli capitic: Ilicic (nell'intervallo di una partita di Europa League), Bacinovic, Andelkovic. Alla prima buona prestazione proclama: "Ora vale il triplo!". In effetti è così. Il suo Palermo, va detto, ha un ottimo bilancio, perché poi lui rivende, incassa, ripiana. Certo, a vedere quel che è successo con Cavani (e prima ancora con Toni) l'affare vero lo fa chi compra. Quest'anno ha messo insieme un buon attacco (anzi "ottimissimo") e una difesa che va in nazionale (però "inguardabile"). Voleva la Champions "come minimo". Come massimo: la luna, non fosse, teme, "che ci è già arrivato Lotito".

Appena esce fa un guaio: è andato dai bambini dello Zen e ha litigato con il collega del Palermo Rugby, facendosi querelare. È andato a Benevento e lo volevano arrestare. Va in tv e sbotta come Raimondo Vianello ma senza ironia: "Quelli giocano, e io pago!". Si sente emarginato: "Ho chiamato Nicchi, all'associazione arbitri: si è offeso", "Ho chiamato Beretta in lega: non mi ha risposto". Lo tradiscono anche i presagi: "Mi son svegliato di colpo, ho guardato la sveglia, eran le 3 e 33, ho capito che ne avremmo vinte tre di fila". In hoc signo vinces? Era solo notte fonda: ha perso con la Fiorentina. Si è incupito: lassù qualcuno non lo ama. Fermate il mondo, vuole scendere. Trattando con gli arabi ha scoperto che sono lenti, lentissimi: "Vanno al ritmo della natura, che non è stupido". Ma non rallenta, non può. Rozzi ci ha lasciato, Gaucci è espatriato (lui sì) a Santo Domingo con la badante giovane, Lotito, dopo l'allunaggio, tace. Con la giugulare in fiamme, a far da sponda a Biscardi è rimasto soltanto Zamparinic, prigioniero del ruolo. Non è pazzo. Dice di sé: "Anche Napoleone ha perso qualche battaglia".

di Gabriele Romagnoli; la Repubblica

domenica 13 febbraio 2011

T. Motta

Thiago Motta, centrocampista dell'Inter e ora anche della Nazionale: lei ha amici nel mondo del calcio?
«Vuole la verità? Forse un paio. È colpa mia. Cambio città e non so tenere i contatti con le persone. Non uso né facebook né twitter, odio la tecnologia. Quindi, chi mi cerca non mi trova. Non ho un bel rapporto neppure con il cellulare».

Nessuna eccezione?
«Sì, una c'è. È il mio amico Lionel Messi. È come me, non risponde quasi mai. E quindi non s'arrabbia se sparisco. Mia moglie, invece... Adesso (guarda il telefonino che vibra, ndr) mi sta cercando per sapere se torno a casa a pranzo. Ma che le rispondo a fare? Tra poco torno e così lo vede».

Tranquillo fuori dal campo, un po' meno quando gioca. Si ricorda la lite con Buffon della stagione scorsa?
«Ne abbiamo parlato anche in Nazionale e gli ho chiesto nuovamente scusa. C'era già stato un chiarimento subito dopo la partita ma ho voluto riaffrontare la questione. E' stato simpatico e molto tollerante».

Lei invece si è guadagnato l'appellativo di antipatico.
«Mi frega il fatto di voler vincere sempre. Ero così anche da bambino nonostante i rimproveri di mio padre».

Un ragazzino vivace alla Balotelli?
«Non fino a quel punto... però qualche zuffa l'ho fatta, ho il sangue caldo come mio padre e se perdevo piangevo».

Come l'hanno accolta in azzurro?
«Benissimo, posso catalogarla come una delle esperienze più belle della mia vita».

E di Prandelli cosa pensa?
«Se allena l'Italia vuol dire che è bravo ma a me ha colpito il suo lato umano. È una persona molto calma e sensibile».

Thiago Motta non rientra nei piani del Brasile, ma il cittì della Seleçao, Menezes, ha voluto comunque far sapere di essere contrario ai cambi di nazionalità.
«Rispetto il suo pensiero ma non lo condivido».

Leonardo l'avrebbe convocata.
«Mi sta dando grande fiducia e io spero di ripagarlo. Non lo conoscevo ed è stata una sorpresa. Ci ha fatto ritrovare l'entusiasmo e l'allegria. E poi è completamente diverso da tutti gli altri allenatori che ho avuto, Benitez compreso».

In che senso?
«Sa come gestirci. Quando ci vede stanchi non ha problemi a darci un giorno di riposo senza assilli. Forse salteremo qualche ritiro e mi pare una grande decisione. Si gioca ogni tre giorni e dormire una notte in più a casa aiuta».

Crede al teorema: stress uguale infortuni?
«Sì, giochiamo troppe partite. Non è una questione di età o di usura, si stanno facendo male anche i ragazzini».

Che idea si è fatto del caso Milito?
«Leonardo l'ha mandato in Argentina a riposare e ha fatto bene. Era depresso, non sembrava neppure più lui. Quest'ultimo infortunio è stata una mazzata. Diego ha bisogno di pensare alla sua famiglia e basta. Viene da una stagione straordinaria e da un Mondiale molto impegnativo, la migliore medicina è staccare la spina».

Nel frattempo voi proverete a agganciare il Milan.
«Tutte le squadre hanno un momento di flessione. Noi speriamo che succeda anche al Milan».

Domani sera c'è la Juventus e, a causa di Calciopoli, non è mai una gara come le altre.
«Non bado a queste faccende, per me questa partita vale tre punti come le altre. La Juve si gioca più di noi, ha un disperato bisogno di punti e credo che non abbia abbandonato il sogno scudetto».

Che ne pensa dei giocatori-bandiera alla Del Piero?
«Li ammiro perché hanno sposato una causa. Nel nostro mondo la riconoscenza non esiste ma deve esserci onestà. Se un presidente mi considera finito deve avere il coraggio di dirmelo. Vorrei chiudere la carriera all'Inter e diventare anch'io una bandiera».

Ci dia una prova della sua italianità. Cibo preferito?
«Dovrei dire spaghetti, invece, vado matto per aglio e cipolla. Ma tenga conto che mio suocero è coreano...».

Ha ottenuto il passaporto grazie ai parenti di suo padre.
«Vivono nel Polesine. Presto li andrò a trovare».

Suo padre Roberto cosa pensa della sua scelta di vestire la maglia azzurra?
«È entusiasta».

Cosa le ha detto dopo la partita?
«Non gli ho risposto al telefono. Nel suo caso è una scelta ben precisa. Mi avrebbe criticato come al solito!».

di Laura Bandinelli; LA STAMPA

lunedì 7 febbraio 2011

INTER-Roma 5-3

Grandi fuochi d'artificio in scena al Meazza, mentre il Milan continua a rallentare...

venerdì 4 febbraio 2011

Se questo (non) è un uomo di merda

C'è sempre da imparare. E ce lo hai ricordato, malgrado il malcapitato Rossi.

Bari-INTER 0-3

Una partita vinta, ma non stravinta come parrebbe, grazie alle reti di Kharja, Pazzini e del rientrante Sneijder.

domenica 30 gennaio 2011

INTER-Palermo 3-2

Vittoria. Una grandissima vittoria in rimonta: sono altri tre punti... Che però valgono molto di più.
A dir poco deludenti gli esordi dei nuovi Pazzini e di Kharja.

lunedì 24 gennaio 2011

Udinese-INTER 3-1

Tutti giù per terra. Il girotondo delle cinque vittorie consecutive si interrompe al "Friuli" e l'Inter si risveglia un po' intronata, un po' meno sicura di sé. Si sa che le rincorse costano fatica e questa, in particolare, è tra le più difficili: non si deve rimontare solo il Milan ma anche le altre squadre che sono davanti, cioè il Napoli e le romane. Per cinque partite, negli ultimi 17 giorni, l'Inter ha fatto il suo dovere, ritrovando le energie psichiche assenti nell'ultima fase di Benitez e atterrando avversari alla sua portata, oltre al Napoli all'esordio. Ma a Udine certi nodi sono venuti al pettine. La squadra, a parte qualche impercettibile correzione dettata dagli infortuni a Thiago Motta e Milito, in queste partite è stata praticamente la stessa, e contro l'Udinese s'è visto: tutti molto stanchi, o comunque poco brillanti, ed è finita che gli avversari andavano al doppio della velocità. Inoltre Leonardo non ha voluto, o non gli è riuscito di cambiare qualcosa nell'assetto della squadra. Eppure ce ne sarebbe stato bisogno, e parecchio. D'accordo, l'Inter era andata in vantaggio ben presto e sembrava poter controllare la partita, ma quando l'inerzia è cambiata a metà del primo tempo si dovevano prendere contromisure adatte, perché l'Udinese, si vedeva a occhio nudo, era padrona del gioco sulle fasce e lì si doveva intervenire. Invece di interventi non ne sono arrivati, a parte la sostituzione tardiva di Thiago Motta con Biabiany, e l'Inter si è lentamente adagiata sulla partita, senza reagire più. A ben guardare insomma, da Udine giungono improvvisamente segnali allarmanti.

Un elemento, su tutti, sembra farci tornare al passato recente, quello da tutti rimosso come un fastidioso ricordo. Benitez è stato esonerato anche per le sue richieste sul mercato, ritenute esose: "A gennaio mi servono quattro giocatori", proruppe nella famosa notte di Abu Dhabi, a Mondiale per club appena vinto. Fu ritenuto un pazzo, e venne cacciato. Ma dalla sconfitta di Udine qualche allarme arriva, eccome, e forse il non rimpianto Rafa aveva ragione. Ad esempio, è sempre più necessario l'acquisto di un attaccante di peso, che manca come il pane. Se non c'è Milito, come a Udine (e come tante altre volte, perché quest'anno i muscoli del Principe sono di cristallo), l'Inter si ritrova di fatto senza centravanti, perché Eto'o continua a starsene sulla sinistra e guai a chiedergli di spostarsi. E senza centravanti, si sa, nel calcio non si arriva da nessuna parte. Altro che Sanchez o altre seconde punte, all'Inter serve un numero 9: Caracciolo, o uno come lui. Inoltre è fin troppo chiaro che anche a centrocampo servono rinforzi, perché non si può insistere sempre sul trio Zanetti-Cambiasso-Thiago Motta. Col ritorno di Sneijder anche Stankovic potrà dare un aiuto in mediana, ma preso atto che la fiducia di Leonardo in Mariga, Muntari e Obi è limitata, forse si deve intervenire anche in questo reparto. Per non parlare del ruolo di portiere, dove è necessario prendere un vice-Julio Cesar che dia maggiori garanzie di Castellazzi, deludente anche a Udine come in quasi tutte le sue uscite stagionali. Infine, una domanda che comincia a essere inquietante: ma che fine ha fatto Ranocchia? Perché l'unico acquisto del mercato invernale, salutato come il sospirato sostituto di Samuel, non viene mai schierato? Finora, in sei gare ufficiali, ha giocato da titolare solo in Tim Cup contro il Genoa, poi avrebbe dovuto disputare Inter-Cesena ma fu mandato in tribuna nel timore che il suo ingresso provocasse problemi sul piano del regolamento. Forse sarebbe ora di compiere una scelta decisa e rischiare, dandogli finalmente fiducia. Altrimenti questi giovani quando crescono?

di Andrea Sorrentino; la Repubblica

giovedì 20 gennaio 2011

Il tempio della Lanterna

Dal monocolo del marchese Musso Piantelli alle cesoie di Ivan il Nero fa un secolo. Un secolo di storia e di emozioni, di preghiere e di bestemmie, di pianti e di urrà. Di cori, fischi, bandiere. Un secolo di sogni. Era cominciato tutto il 22 gennaio 1911 con un match tra Genoa e Internazionale di Milano. Buon compleanno, Luigi Ferraris: cento candeline per cento anni di gol da favola e partite memorabili, pallonate in tribuna e squallidi pareggi, invasioni di campo, retrocessioni e scudetti: tre rossoblù, uno blucerchiato. Calcio ma anche rugby, concorsi ippici, baseball. Concerti pop, opere liriche, esercitazioni militari. Scimmie, Ufo, fantasmi e una maledizione. Uno stadio ribattezzato il Tempio. Una scatola magica nata per custodire leggende.
Lo stadio più inglese e più antico d'Italia. Il primo monumento ligure da preservare ai posteri, secondo un censimento del Fondo Ambientale Italiano. Più importante dell'Abbazia di San Fruttuoso di Camogli, della cattedrale di San Lorenzo, della grotta di Byron a Portovenere o delle caverne paleolitiche dei Balzi Rossi. Perché Marassi, come è meglio conosciuto per via del quartiere popolare sorto tutt'intorno, rappresenta davvero un pezzo di storia della città e del paese intero. Una storia che sembra uscita dalle pagine di un libro d'avventura, invece è tutto vero.
Qui nel 1935 si giocava già a rugby, l'unico sport cui il regime non "italianizzò" il nome: l'Italia superò la Catalogna, che aveva una sua nazionale. Sessantacinque anni più tardi Lo Cicero avrebbe fatto a cazzotti con gli All Blacks sotto la Gradinata Nord. Dicono che i boati per le reti segnate dal Genoa alla Juventus abbiano coperto il rumore del bombardamento navale degli inglesi, il 9 febbraio del 1941. Durante l'occupazione, con la palla ovale ci si allenavano gli Alleati: i pali erano gialli e neri, qualche yankee provò persino col football Usa. Cinquant'anni fa si esibì la nazionale di baseball cubana, al primo incontro europeo nel segno di Fidel Castro. Su questo prato hanno cantato l'opera, Bruce Springsteen ha ballato la tarantella insieme alla mamma e alla zia. Frank Zappa festeggiò la vittoria azzurra sul Brasile dell'82, Lou Reed giurò di aver chiuso con l'eroina. Dalla e De Gregori scoprirono che quella prima tournée insieme poteva essere un successo. Nei magazzini sotto le gradinate, per anni i fabbri del Comune di Genova hanno forgiato ringhiere e cancelli. E c'era una stanza dove si ricoveravano gli animali feriti trovati nei parchi cittadini: una piccola scimmia fu accudita per settimane, nutrita con banane e frutta regalate dai verdurai del mercato di corso Sardegna. Prima c'erano carbone e fascine sotto il terreno, per impedire le pozzanghere, e il campo era in salita: il dislivello tra la linea di porta e il centrocampo era di quasi di mezzo metro.

Era il prato migliore d'Europa. Poi nel Novanta arrivarono le riprese televisive da una porta all'altra, e allora via la gobba. Adesso rizollano ogni due mesi e nessuno è mai contento. Ci avevano seppellito due medaglie, sotto terra, una d'argento e l'altra d'oro. Quando hanno rifatto il terreno non c'erano più. Qui hanno giocato due Mondiali di calcio. Marcò pure Leonidas, che "segnava gol così belli che anche i portieri si rialzavano per congratularsi". Narrano che tutte le notti i fantasmi dei campioni scomparsi provino e riprovino le azioni sbagliate quando erano in vita, fino a quando la palla non entra in rete. E non mancano gli Ufo, naturalmente: per anni i giardinieri hanno trovato delle misteriose macchie d'erba bruciata a forma di cerchio. Qualcuno sostiene che siano le pipì dei gatti randagi del quartiere, ma non è mai stato provato.

Luigi Ferraris era il centromediano del vecchio Genoa, quello che vinceva tutti gli scudetti. Morì nella Grande Guerra insieme ad altri 25 soci del club (tra gli altri, il terzino Casanova e il leggendario dottor James Spensley, icona rossoblù). Sarà anche per questo che i tifosi del Grifone si sentono i soli padroni di casa. Ma in questo stadio la Samp ci ha vinto un campionato con Vialli e Mancini. E poi qui ci giocava già l'Andrea Doria all'inizio del secolo scorso, in un campo che correva accanto a quello del Genoa: la Cajenna, lo chiamavano.

Da alcuni mesi l'amministrazione comunale genovese ha deciso per il restyling della struttura: insieme agli incontri di calcio tornerà ad ospitare concerti musicali ma anche pièces teatrali, un museo del football su tre piani e convegni. In autunno è stato celebrato il primo matrimonio con foto di rito sul prato. Lo sposo era genoano, la sposa blucerchiata. Hanno pagato seicento euro. "Deve essere un luogo di incontro, di socializzazione: una pagina del passato, del presente e del futuro, a disposizione della città e dei turisti", spiega l'assessore allo sport Stefano Anzalone. Domani sono in programma delle visite guidate per le scuole con visite alle gradinate, spogliatoi, al laboratorio agronomo e proiezione di un video sulla storia del Tempio. Sabato, per festeggiare il centenario, porte aperte al pubblico. I superstiziosi tirano un sospiro di sollievo: avrà termine anche la "maledizione della vecchia", l'anatema dell'anziana proprietaria di un piccolo orto che cent'anni fa fu espropriato per completare la costruzione del campo da gioco. Marassi domenica ospiterà un delicato Sampdoria-Juventus: "Mi accontenterei di celebrare con una vittoria", taglia corto il presidente Riccardo Garrone, che non ha mai nascosto il desiderio di costruire un nuovo stadio genovese, tutto blucerchiato.

Ivan il Nero è l'ultrà serbo che in occasione delle qualificazioni europee ha sfondato a sprangate le vetrate, sradicato seggiolini, imbrattato muri, s'è arrampicato sulle barriere di recinzione e ha tagliato le reti a colpi di cesoia. Non lo sapeva, d'essere a cavalcioni della storia. Il marchese Musso Piantelli, nobile membro del Genoa Cricket and Football Club, è quello che cent'anni fa mise a disposizione un terreno davanti alla sua villa cinquecentesca, di solito lasciato ai cavalli del maneggio. Dicono che da allora tutti, ronzini e fuoriclasse, abbiano sempre corso liberi. E felici.

di Massimo Calandri; la Repubblica

INTER-Cesena 3-2

Leo continua a rivoluzionare il nostro parlato: non c'è quattro senza cinque. E il Milan può iniziare a tremare...

lunedì 17 gennaio 2011

INTER-Bologna 4-1

Non c'è tre senza quattro. Si dice così, più o meno. Altri 2 punti rosicchiati ad un Milan a dir poco mediocre che strappa uno striminzito pareggio contro un inguardabile Lecce grazie ad una clamorosa prodezza di Ibracadabra. Un'Inter totalmente ritrovata, unita per la remuntada.
Consiglio (non richiesto) di mercato per Branca: questo Ramirez non è niente male...

giovedì 13 gennaio 2011

INTER-Genoa 3-2

Un primo tempo magistrale rovinato con un secondo tempo troppo rinunciatario. Nel finale il passaggio del turno è stato messo in discussione, ma questa Inter sa sbandare con giudizio, e dava la certezza di conquistare questo risultato, condito da due capolavori di Eto'o, un'impressionante incornata di Mariga nel sette, dal discreto esordio di Ranocchia, e dalla esagerata ma comprensibile sceneggiata di Muntari.
Buona la prima, la seconda... e ora buona la terza, caro Leo.

martedì 11 gennaio 2011

No grazie

C'è un'immagine passata inosservata che spiega quasi tutto di Antonio Di Natale, da tempo e per qualche tempo ancora miglior marcatore italiano. Questa: la famigerata Italia-Slovacchia in Sudafrica volge al termine, la porta dell'uscita si spalanca con vergognosi cigolii. Il resistibile avversario vince per 3 a 2. I due gol italiani brilleranno nell'album dei ricordi per la loro inutilità. Li hanno segnati Quagliarella e Di Natale.
Cercate le loro facce. Quagliarella piange, disperato: ha fatto una gran cosa, ma fuori tempo massimo e non riesce a darsi pace. Di Natale ride, felice: ha segnato un gol ai mondiali, potrà raccontarlo ai nipoti, ha spremuto quel che aveva, raccolto quel che poteva, va bene così, alla grande. Uno insegue i propri limiti per superarli e, se sconfitto, si abbatte. L'altro ci gioca. E ci fa gol. Quel che succede un paio di mesi dopo è che Di Natale, dall'Udinese, rifiuta il passaggio alla Juventus; Quagliarella, dal Napoli, lo accetta. E guardateli adesso. Di Natale è ancora lì che ride. È in testa alla classifica cannonieri (insieme con Cavani, che ha preso il posto di Quagliarella), è in zona Europa, è a casa. E non se ne andrà mai: uno scugnizzo a Udine, benvenuto al Nord.

Prima di diventare "l'uomo che non è Quagliarella" era stato "il ragazzo che non è Montella". Nato a Napoli, cresciuto a Empoli, sempre all'ombra dell'aeroplanino. Si aggirava per la città con l'aria da guappo, vide una bella ragazza di anni 19 e chiese gli fosse presentata. Quella di nome faceva Ilenia, ma aveva una gemella chiamata Genny (e un paio di genitori che si preparavano al battesimo guardando una soap opera). Pretese di essere rassicurata: "Sicuro che vuole me e non mia sorella?". Risposta: "Vanno bene tutt'e due". Si presentò ugualmente. Accettò una proposta di fidanzamento fatta il primo aprile. La data delle nozze la scelse lei, indovinando un giorno di sole abbagliante. Annunciò di essere incinta nella stessa settimana in cui Totò segnò una tripletta e venne convocato per la prima volta in nazionale, gestione Trapattoni, a galla tra l'acquasantiera di Corea e lo sputo di Totti. Chiamarono il figlio (non Elvis ma) Filippo e lui ne rivela il nome tatuato sul braccio nell'unica immagine che non lo rappresenta: in mutande per la pubblicità di una nota coppia di stilisti. Qualunque cosa dovesse comunicare con gli occhi, il messaggio è: "Guarda Peppì, e mi pagano pure!".

Di Natale ha avuto due sole squadre, ma se le è portate entrambe in spalla. A Empoli, dopo di lui, il diluvio. A Udine, in agosto, già aprivano gli ombrelli. Nessuno in Friuli ha segnato altrettanto. C'è stata una stagione (2005-2006) in cui è stato l'unico italiano a far gol in qualsiasi torneo. Inarrestabile, dalla Champions al biliardino del bar Piave. Perderlo, tutti capivano, avrebbe significato perdere. Ma per lui che cosa avrebbe voluto dire la Juve: salto di qualità o salto nel vuoto? Reduce dalla vacanza a Formentera, accanto a Fabrizio Corona ma con la famiglia, nel momento della scelta lo bacia un raggio luminoso quanto quello del giorno delle nozze. Non è il sole, è la saggezza. Quella che consente di relativizzare l'assoluto e tagliarsi l'esistenza su misura. Tutti proviamo a pilotare la nostra vita, alcuni di noi la spingono, a rischio di schianto, sui percorsi della Parigi-Dakar perché a girare in circuito li attenderebbe una morte sicura. Di noia. Altri capiscono che l'immobilità è la loro forza, nella ripetizione conquistano la velocità, schizzano giro dopo giro dopo giro. Di Natale è cresciuto restando fermo. Sono passati gli allenatori, i compagni, gli hanno tolto le ali (alcune già spennate), non gli hanno mai dato un vero uomo assist (ma ora, occhio a Sanchez). Ha continuato a giocare in quell'uscita ovest della tangenziale italiana e fare tutto praticamente da solo. Quando proprio non vedeva altra possibilità ha segnato perfino dalla bandierina dell'angolo, l'apice del solipsismo: sognare un mondo vuoto, al punto da trasformare in tiro l'azione dal passaggio obbligato.

All'inizio del campionato sembra che sia finito sotto quell'ultimo treno che non ha preso. Non la mette mai dentro e senza di lui l'Udinese affonda. È la prima squadra di Guidolin che parte in folle. Un punto in 5 partite. Di Natale in classifica marcatori: zero. Va perfino in panchina. Quando se ne alza è tornato se stesso. Ha dimenticato i mondiali, la Juventus, quel che è stato e quel che poteva essere. Gli rimane l'eterno presente, l'unico dono che il destino sa farci, se abbiamo la grazia di accettarlo: oggi, e oggi, e oggi. Coniuga il solo verbo che conosce: io segno. Tredici volte nel girone d'andata. In perfetta media Di Natale. Davanti a Ibra. Meglio di lui nello spettacolo al Meazza. Cosa chiedere di più? Niente. Basta ricordarsi che la felicità non ha una gemella.

di Gabriele Romagnoli; la Repubblica

domenica 9 gennaio 2011

venerdì 7 gennaio 2011

Rivoluzione carioca

È quasi sconvolgente la rivoluzione che Leonardo rappresenta per l'Inter. Dell'Inter, dell'interismo, del modo di essere interisti della società, dei calciatori e dei tifosi da che l'Inter esiste, Leonardo è l'opposto. È noto ben al di là del luogo comune, ed è stato nuovamente visibile a chiunque anche nella parte finale del 2010: l'interista è insoddisfatto, pessimista, passatista. E tragico. Anche i due allenatori che più hanno fatto la storia del club, Herrera e Mourinho, pur compiendo anche loro – ciascuno a proprio modo – delle rivoluzioni enormi, erano e restano figure fondamentalmente tragiche. O comunque stravolte dalla tensione, dalla consapevolezza di portare sulle proprie spalle il peso di una storia, di un carisma grazie al quale la traversata del deserto sarebbe diventata possibile.

Leonardo arriva all'Inter e parla di “voglia enorme”, di “sogno”, di sfida “straordinaria”. Poi vince la prima partita e spiega: «Adesso, perché viviamo il presente, stiamo a guardare anche le cose che non vanno o che non hanno funzionato. Ma tra vent'anni, il 2010 verrà ricordato come l'anno dell'Inter più forte di tutti i tempi. Perciò, mi chiedo: perché non vivere già adesso la piena consapevolezza della nostra grandezza? Perché non godere tutto ciò?». E già questa è la cosa meno interista che si sia mai sentita in quasi 103 anni di storia. Eppure Leonardo ha altro da aggiungere: «Godere di tutto questo ci permetterà di giocare divertendoci». Non male per uno che poco prima ha detto: «Se devo descrivere come mi sento, faccio fatica. Perciò non voglio capire, voglio vivere tutto questo».

Insomma, un sentimento non si prova, s'indossa direttamente. Questo è, questo sarà Leonardo. Questo non è, questo non è mai stata l'Inter. Perciò la sua sfida è enorme. Perché è una sfida a 103 anni vissuti all'opposto. Il che non significa ovviamente che l'avventura in nerazzurro del brasiliano sarà una lunga strada di trionfi, sorrisi e felicità. Anzi. Ma la rottura è senza precedenti. Lo spiazzamento che il nuovo allenatore dell'Inter produce in chi lo ascolta è totale. Indipendentemente dai risultati. Se non verranno, è già evidente che a cambiare – cioè a continuare a restare se stessa - sarà l'Inter (come è peraltro accaduto con Benitez, per ragioni esattamente opposte), non lui. Perché l'altra cosa apparsa evidente nella prima notte a San Siro da allenatore interista è che quasi tutto del modo di essere di Leonardo è sembrato profondamente naturale, in un modo che il cinismo italiano e la cupezza interista faticano a riconoscere, capire e accettare.
E infatti, Leonardo italiano non è. È un carioca. Anzi, il meglio dell'essere carioca, con quella faccia che esprime solo felicità di esserci e gioia di stare al mondo, trasmesse nell'unico modo possibile: emanando palate di energia positiva. Pensateci: quanti interisti conoscete, che gli assomiglino, anche solo un po'? Per chi ama assistere alle sfide apparentemente impossibili, lo spettacolo è appena iniziato.

di Tommaso Pellizzari; CORRIERE DELLA SERA

INTER-Napoli 3-1

Ottimo esordio per Leo che ha in campo la "vera" Inter, e per gli uomini e per lo spirito.
Intanto questo Thiago Motta aspetta una telefonata da Prandelli.

domenica 2 gennaio 2011

Retrospettive (III)

OBILALE KODJOVI
(ex calciatore)
L'imboscata alla nazionale del Togo a Cabinda (Angola) nell'ultima Coppa d'Africa molti l'hanno dimenticata. Non può farlo chi ne porta i segni, come questo portiere non famoso (serie C francese) costretto a smettere di giocare e, forse, di camminare.

ORMEZZANO GIAN PAOLO
(giornalista)
Il vecchio, ma non rimbambito, Gpo per me è più di un collega, da tante ne abbiamo vissute seguendo lo sport. "Non dite a mia mamma che faccio il giornalista sportivo, lei mi crede scippatore di vecchiette" è il titolo del suo ultimo libro, che rifà il verso a Jacques Seguéla, noto pubblicitario francese. È un libro di ricordi che mescola Alì e Moser, la Simeoni e Pelè, Meroni e Berruti, Platini e Zoff. Un libro da 8, direi anche di più se non temessi di sembrare parziale. Bella anche la prefazione di Massimo Raffaeli.

OSS DANIEL
(ciclista)
Se gli allentano il guinzaglio, dalle classiche del Nord con qualcosa di buono torna di sicuro. 7,5.

PASTORI SARDI
Non saranno le manganellate a cancellare le loro ragioni. E ormai non hanno altra strada che la strada. Amaro 9.

PAUL
(polpo pronosticatore)
Non è che morto un Paul se ne fa un altro. Si può variare. Basta piazzare tre contenitori di cibo con su scritto 1, X e 2 e poi provvedere. Può bastare un cane (Oliviero il levriero), o un gatto (Gaetano il soriano) o chi vi pare, a seconda dei mezzi: Gino il babbuino, Simeone il leone, Riccardo il ghepardo, Lillo l'armadillo, Casimiro il tapiro e la pantera Neera. Tanto i pronostici non li sbaglia solo chi non li fa, come diceva Brera.

PELLEGRINI FEDERICA
(nuotatrice)
I Mondiali di Dubai e la rottura col tecnico Morini preoccupano un po', in vista di Londra. Ma non troppo: 7,5.

PITTIN ALESSANDRO
(sciatore)
Uno dei pochi giovani emersi a Vancouver, fa scoprire all'Italia una disciplina misteriosa come la combinata nordica: 8.

POLVERELLI ROBERTO
(allenatore)
Con la rappresentativa di serie D arriva in semifinale al torneo di Viareggio. 8 strameritato.

PORCEDDA SERGIO
(ex presidente Bologna)
Una delle ultime barzellette dell'anno, solo che non fa ridere. Voto 3.

PRIVIERO MASSIMO
(cantante)
"Rolling Live" conferma la buona vena rock di questo veneto trapianto a Milano, molto attento ai testi e alla sua libertà: 8.

QUAGLIARELLA FABIO
(calciatore)
Simbolo di imprevedibilità, merce rara. 9

RANIERI CLAUDIO
(allenatore Roma)
È quello che ha fatto più punti nel 2010. Si compiaccia, si rilassi, provi a sorridere: 7,5.

RAZZOLI GIULIANO
(sciatore)
In slalom, unico oro olimpico, ma è il dopo-Olimpiadi che allarma. 7 di incoraggiamento.

RED BULL
(Formula Uno)
Vince il Mondiale piloti e costruttori nonostante una tattica leale (o suicida) che non prevede ordini di scuderia: 9.

ROSSI VALENTINO
(pilota)
Ha fatto incetta di voti altissimi. Vediamo come se la cava con la Ducati. Sfida non facile, 8 per ora.

REJA EDOARDO
(allenatore Lazio)
Occhio alle fronde interne, il difficile viene adesso. Se si facesse espellere un po' meno, sarebbe da 9.

SCHIAVONE FRANCESCA
(tennista)
"La cosa che mi piace di più è baciare la terra". Ma quanto è piaciuto anche a noi vederla, stravolta e felice, baciare la terra del Roland Garros: 10.

SCHWAZER ALEX
(marciatore)
Il campione di Pechino dice di non divertirsi più e si separa dal tecnico Damilano. Altro enigma preolimpico. Voto sospeso.

SIMONI GIGI
(dt Gubbio)
Scottato dalle ultime esperienze nel cosiddetto calcio che conta, sta pilotando la squadra umbra verso la serie B. Complimenti a un gentiluomo non d'altri tempi, se ancora si ritrova in questi: 8,5.

SPALLETTI LUCIANO
(allenatore Zenit)
Primo italiano a vincere lo scudetto in Russia. Con una squadra forte, è vero, ma anche con molta autorevolezza: 8,5.

TABAREZ OSCAR
(ct Uruguay)
Altro gentiluomo della panchina, presenta una squadra bella, tosta, che esalta la "garra charrua" senza farla tracimare. Quarto per un pelo, ma la traversa di Forlan può compensare il mani di Suarez col Ghana. Voto 8.

TAGLIAVENTO PAOLO
(arbitro)
Primo arbitro italiano a fermare una partita di serie A per cori razzisti. Bravo: 9.


TROST ALESSIA
(saltatrice in alto)
Una delle promesse della nostra atletica è questa ragazza di Pordenone. Bene augurante 7,5.

VAN DEN VORST MONIQUE
(ex atleta disabile)
Olandese, 26 anni, tre ori mondiali e due argenti paralimpici con la handbike. Dopo tredici anni sulla carrozzella torna a camminare. Nessun voto adeguato alla gioia di risentire i piedi, le gambe, alla felicità del movimento ritrovato.

VARGAS LLOSA MARIO
(scrittore)
Il peruviano, Premio Nobel per la Letteratura, dà il calcio di inizio di Real Madrid-Valencia il 4 dicembre. Mi sforzo, ma non ricordo che Montale o Fo o Quasimodo siano mai stati invitati all'equivalente, in Italia. Anche quando la cultura faceva meno paura. Vargas Llosa dirige anche un master all'Università europea di Madrid per chi volesse specializzarsi in calcio e dintorni (comunicazione, marketing, salute, etica, gestione). Segnalazione di pura cronaca, senza voto.

VASSALLO ANGELO
(sindaco di Pollica)
Altro nome da ricordare. Ammazzato solo perché faceva gli interessi della sua gente e non della malavita. Isolamento da vivo e tanti applausi da morte, così pare vadano le cose.

VENDOLA NICHI
(politico)
La parola "passione" salta sempre fuori, quando si parla di lui. E qualcosa vorrà dire. Per me 8,5.
VERITAS
(ristorante)
A Napoli, miglior pranzo del 2010.

VICTORIA
(aquila)
È la sorella portoghese di Olympia, l'aquila laziale. Ma non vola più da tre settimane sul Da Luz per una lite tra il Benfica (in arretrato con i pagamenti) e Juan Bernabè, l'addestratore. Il club vuole rimpiazzare Victoria con altro esemplare e, ovviamente Bernabè con altro addestratore. Uno squallore da 5.

VITTEK ROBERT
(calciatore)
Ahn, forse perché sotto Gaucci, aveva avuto più pubblicità come affossatore dell'Italia. Strano che nessuno abbia ingaggiato questo nerboruto slovacco (7).

WHITE SHAUN
(sciatore)
Giovane e alternativo, affascina il pubblico olimpico con esibizioni spettacolari e molte pericolose nello snowboard half pipe: 8,5.

ZANETTI JAVIER
(calciatore)
Gioca meglio adesso di quando è arrivato, una vita fa. E, da buon capitano, gioca sempre per la maglia che porta e mai contro l'allenatore: 9.

ZENGA WALTER
(ex allenatore Al-Nassr)
Lascia la squadra al secondo posto nel campionato saudita e sbatte la porta. "Non mi licenziano, sono io che me ne vado. Sono senza stipendio da sei mesi, come il mio staff". Se anche gli arabi prendono la brutta abitudine di non pagare, con tutti i petrodollari che hanno, il mondo del pallone si restringe, e l'episodio ci costringe a scrivere 3.

ZOEGGELER ARMIN
(slittinista)
"Solo" (avverbio osceno, nel caso) terzo a Vancouver, subito si rilancia vincendo a 37 anni in Coppa, una gara dopo l'altra: 8,5.

di Gianni Mura; la Repubblica

venerdì 31 dicembre 2010

Retrospettive (II)

FERRI MARIO
(rappresentante di bevanda energetica, in arte Falco)
La sua arte, diciamo così, è quella di invadere i campi di calcio, che giochi la nazionale o squadre di club. Sponsorizzato da un bar pescarese, a volte si maschera da Superman, spesso perora la causa di Cassano, una volta (in Real-Milan) quella di Sakineh. Ad Abu Dhabi gli è andata male. Carcere, tentativo di evasione, ripreso in fondo a una nave, messo in ceppi e rimesso in libertà lunedì scorso. In Italia è stato arrestato all'arrivo perché si è sottratto all'obbligo di firma dopo ripetute invasioni. Fa già parte del team di Lele Mora, studia recitazione (questa è una minaccia), non è pericoloso se non per se stesso. Mi sa che non ce ne libereremo tanto facilmente. Voto 3 di incoraggiamento.

FUENTES EUFEMIANO
(ginecologo spagnolo, anche noto come Doctor Sangre)
Dice, non dice, allude, si ritrae, tende a far pensare che dietro molte vittorie dello sport spagnolo (calcio incluso) vi siano sacche d'ombra, o di sangue. Un brillante cialtrone. Voto 1.

GARRONE RICCARDO
(presidente Sampdoria)
Nel caso-Cassano ci rimette anche dei soldi, ma non la faccia, e dimostra che il perdono non si compra e non si impone a furor di popolo. Bravo a tenere duro: 9.

GINNASTICA RITMICA
(squadra nazionale)
Vincere l'oro a Mosca nel concorso generale è un po' come vincere a calcio al Maracanà giocando in nove. Contro un esercizio perfetto nemmeno una giuria malevola (come fu quella di Pechino) può mettersi di traverso. Voto 10.

GRANDE FRATELLO
(trasmissione televisiva)
Non peggiora il voto dell'anno scorso: -15.

GUARDIOLA PEP
(allenatore Barcellona)
Imminente il rinnovo del contratto. Altrove il suo calcio è impensabile e forse irrealizzabile. 8,5 di stima.

IBRAHIMOVIC ZLATAN
(calciatore)
A prescindere dalla simpatia che ispira, dove va lui arriva lo scudetto e il gioco si semplifica. Sempre che poi non torni a complicarsi per acquisti azzardati. Voto 8.

IDEM JOSEFA
(canoista)
Medaglia nel '84 a Los Angeles, medaglia nel 2008 a Pechino, e in mezzo un'infinità di altre medaglie italiane, europee, mondiali, olimpiche. Ora nel mirino c'è Londra 2012. Sarebbe un miracolo agonistico, alla sua età, ma ai miracoli questa donna ci ha abituato. Voto 9,5.

INIESTA ANDRES
(calciatore)
Un anno fa gli consegnavo il mio Pallone d'oro personale. Ora che gli tocca quello vero (così pare, almeno) gli invento su misura un Premio Cartesio e gli confermo il 9.

INTERCITY 1589
(treno)
Parte alle 7.05 del 24 dicembre da Milano per Reggio Calabria. Non c'è una toilette agibile. Colpa degli utenti, dice il capotreno. Colpa un po' di tutti, aggiungerei, e comunque la sosta per pisciare, la prima, è alle porte di Roma. Episodio assurdo, come quello delle auto fatte entrare in autostrada pur sapendo che finiranno in una gola paurosa, interminabile. Pubblicità regresso, voto -10.

INZAGHI FILIPPO
(calciatore)
Raggiunto e scavalcato Gerd Müller nella classifica europea dei marcatori. Appena guarisce, stupirà ancora e migliorerà ancora. 8,5.

JABULANI
(modello di pallone usato agli ultimi Mondiali)
Mi prendo la responsabilità di votarlo a nome di tutti gli onesti portieri che ha ingannato: 2.

KUMARITASHVILI NODAR
(slittinista)
Arrivato a Vancouver per godersi la prima Olimpiade, muore in maniera assurda durante le prove.

LEONARDO
(allenatore Inter)
Al Milan, la cosa migliore, con un piede già fuori, fu la parabola degli specchi sul narcisismo di Berlusconi. Ha coraggio andando all'Inter, dove farà i conti con un ambiente molto difficile e con l'eredità non tanto di Benitez quanto di Mourinho. Voto per il passato 7,5 e per il futuro sospeso. Diamogli il tempo di lavorare.

LEPROUX ROBIN
(presidente Psg)
Per combattere gli ultrà, ha "sciolto" le curve e rivoluzionato l'assegnazione dei posti allo stadio. Ecco la prova che, volendo, qualcosa si può fare. 9.

LIPPI MARCELLO
(ex ct Nazionale di calcio)
La più brutta Italia mai vista in un Mondiale. Il debito di riconoscenza lo pagò anche Bearzot in Messico nell'86, ma c'è modo e modo. Voto 3.

LOEW JOACHIM
(ct Germania)
Un buon terzo posto per la sua squadra multietnica, dunque più brillante e leggera nel gioco. Voto 7,5.

MANASSERO MATTEO
(golfista)
A diciassette anni batte tutti i record di precocità e gioca come unno scafato professionista. È il futuro (ma anche il presente). Voto 8,5.

MARCHETTI FEDERICO
(calciatore)
Da titolare in nazionale a fuori rosa nel Cagliari. Scusate se insisto, ma se non è mobbing questo come dobbiamo chiamarlo. Cellinata? Voto all'episodio, non certo a Marchetti, 0,5.

MARCORÈ NERI
(attore)
"Per un pugno di libri", trasmissione tv che conduce da nove anni, ha un difetto per chi mangia pane e pallone: va in onda domenica pomeriggio. Me la gusto registrata e continuo a trovarla buona, senza effetti speciali ma di un'intelligenza che non pesa. 9.

MATERAZZI MARCO
(calciatore)
Parafrasando Scopigno, tutto mi sarei aspettato nella vita tranne che di vedere questo giocatore in Mondovisione prima campione del mondo per squadre nazionali e poi per squadre di club. Forse lascerà l'Inter perché si sente trascurato. I tifosi lo rimpiangeranno tantissimo, io meno. Però, quisque faber fortunae suae, una tenacia da 7,5.

MILITO DIEGO
(calciatore)
Forse era meglio salutare, dopo il triplete. O forse tornerà alla sua quota. Voto fino al cambio di passo e relativo 2-0 al Bayern: 9.

MOLINARI EDOARDO E FRANCESCO
(golfisti)
Vincitori di tornei mondiali e della prestigiosa Ryder Cup. Grazie a loro il golf prova a liberarsi dall'etichetta di sport elitario. 8,5.

MORACE CAROLINA
(ct Canada calcio femminile)
"In Canada leggono i curriculum e così mi hanno assunta". Pur lavorando in un paese che non ha un campionato femminile, ha vinto la Gold Cup e si presenta tra le outsider ai Mondiali in Germania. Voto 7,5.

MORANDI MATTEO
(ginnasta)
Si può festeggiare un bronzo mondiale come fosse un metallo più nobile? Sì, se lo si ottiene agli anelli, la specialità di Chechi, dietro a due cinesi di un altro pianeta. Si deve festeggiare così. Voto 8,5.

MORATTI LETIZIA
(sindaco di Milano)
Fosse una gara, sarebbe salto in basso. Difficilissimo fare peggio di Albertini ma ci è riuscita. Il titolo di peggior sindaco nella storia della città non glielo insidia nessuno. Voto 2.

MORATTI MASSIMO
(presidente Inter)
Dall'inizio alla fine del rapporto con Benitez il suo atteggiamento tra il distaccato e il gelido non mi è piaciuto, quindi 4. Quando il tecnico chiedeva di intervenire perché 4-5 titolari anziché la testa alzavano il gomito, era il caso di dargli retta. Se Leonardo non facesse l'allenatore potrebbe fare l'indossatore, quindi è da escludere che porti i calzini dei Simpson o quelle tremende cravatte violacee su camicie lilla, che un cinque per cento di iella in più secondo me l'hanno portato.

MORENO BYRON
(detenuto in attesa di giudizio)
Arrestato il 21 settembre all'aeroporto di Kennedy di New York mentre cercava di entrare negli Usa con sei chili di cocaina nascosti nelle mutande. Proprio un poveraccio, l'arbitro più insultato dai tifosi italiani. Altro che il gol annullato a Tommasi in Corea, errore più grave dell'espulsione di Totti. Banale anagramma di Moreno: no more. Voto 2.

MOSSE GERARD
(fantino)
A Melbourne lo multano di 230 euro perché manda un bacio alla folla mentre va a vincere in sella ad Americain. A Hong Kong altri 300 euro di multa per aver dato una pacca di incoraggiamento a Jolly Good nel canter di partenza. 7 di solidarietà è il minimo.

MOURINHO JOSÈ
(allenatore Real Madrid)
Dispiace che in Spagna non sappiano apprezzarne il senso dell'umorismo, la sportività, l'innata modestia. Il triplete comunque vale 9. Sui costi e conseguenze del triplete indagherà una commissione dell'Onu.

MUTU ADRIAN
(calciatore)
Gli resta da picchiare il presidente o l'allenatore e poi può lasciare una città dove si annoierebbe. Voto 2.

NAPOLI
(squadra di calcio)
Percorso da 8,5.

NIBALI VINCENZO
(ciclista)
Gli ultimi 10 km di arrampicata alla Bola del Mundo garantiscono che è un campione vero, di quelli che non perdono la testa neanche producendo il massimo sforzo. È la sua figurina che porteremo al Tour nella speranza che si tinga di giallo restando pulita. 9.

di Gianni Mura; la Repubblica