mercoledì 16 giugno 2010

Altroché Padania

Jong Tae-Se, attaccante della Corea del Nord,
durante l'esecuzione dell'inno nazionale prima del
match contro il Brasile.
Classe 1984, è nato in Giappone.
Grazie!!!

Equilibrio

Beati loro!

Vuvuzela? No, grazie. Un altro mondo è ancora possibile. Allo stadio, in Sudafrica. E senza trombette. A patto però di cambiare sport e di passare alla palla ovale, che le ha ufficialmente bandite l'altra settimana a Città del Capo in occasione del test-match tra i padroni di casa e la Francia. Allo stadio di Newlands gli addetti alla sicurezza hanno confiscato all'ingresso centinaia di lunghi corni in plastica: "Stravaganze da calcio", spiegavano inorriditi gli organizzatori dell'incontro. Non è solo per via di quel suono fastidioso che imbroglia giocatori e fa impazzire anche chi guarda la partita in tivù. E' una questione più sottile. Perché il soccer, il calcio, è soprattutto lo sport dei neri.

Come le vuvuzuela. Mentre il rugby in Sudafrica resta lo sport dei bianchi, nonostante gli sforzi della federazione per mescolare i colori. E senza vuvuzuela, almeno per ora. Non a caso le prime trombette hanno fatto la loro comparsa nella finale ovale di Super 14 tra Bulls e Stormers, disputatasi nello stadio del quartiere (nero) di Soweto. Apriti cielo: dopo incandescenti polemiche, è arrivato il diktat di Città del Capo. Accadrà lo stesso sabato pomeriggio, quando il Sudafrica affronterà l'Italia di Sergio Parisse: a Witbank, città mineraria e roccaforte boera.

Il livello di intensità del suono di una vuvuzuela può arrivare fino a 127 decibel, solo 3 in meno del motore di un aeroplano. Blatter però ha ribadito che non saranno proibite durante il Mondiale. I tecnici della Bbc stanno cercando di ridurre in qualche modo il fastidio agli spettatori, un informatico tedesco ha elaborato un software che ne intercetta e cancella le frequenze. Ma come liberarsi per sempre delle trombette? Nick Mallett, allenatore (sudafricano e bianco) dell'Italia ovale, un'idea ce l'ha: "Cambiate sport. Rugby è bello". E silenzioso.

di Massimo Calandri; la Repubblica

martedì 15 giugno 2010

ITALIA-Paraguay 1-1

Prepartita. L'inviato a Cape Town che mi spaccia notizie attendibili informa che:
a) lo stadio è bellissimo, irraggiungibile da tutti i San Siro, San Paolo e Olimpici italiani vari;
b) nei cessi sono presenti confezioni gratuite da 6 (sei) preservativi cadauna, in caso qualcuno volesse alleviare i problemi di gioco stagnante con scene che non vorremmo mai vedere (Pizzul dixit);
c) i tifosi italiani presenti sono in effetti sudafricani travestiti con magliette azzurre e si distinguono dai veri italiani perché non parlano sardo, campano o calabro-siculo.

Segue una breve cronaca, male necessario e frutto dell'intercettazione di una trasmissione Sky in un pub di via Leonina (Roma).

2' scarpata di Caceres a Montolivo restituita poco dopo da De Rossi, come dovuto
4' Cannavaro manca aggancio volante; quattro anni fa, avrebbe stoppato in volo, preso un ristretto napoletano, lasciato la mancia e solo dopo sarebbe riatterrato
15' non tiriamo
18' non tirano
21' invece sì, tiriamo con Montolivo
22' per contagio tirano con Torres
23' su punizione un disgraziato in biancorosso toglie il pallone dalla testa a Vicenzo Iaquinta
27' Criscito sfoggia personalità, Marchisio c'entra poco con il Mondiale
28' a Bicenzo Iaquinta tolgono un'altra palla-gol, stavolta di testa
36' Marchisio lancia il contropiede a los paraguayos, urgono provvedimenti

39' GOAL PARAGUAY tale Alcaraz, certamente detto Alcatraz, svetta di capa su Cannavaro che, quattro anni fa, sarebbe entrato in anticipo, dopo avere chiesto il permesso alla torre di controllo; peraltro, l'azione nasce da un fallo inesistente di Chiellini

Intervallo

Commento a metà partita: troppa gente senza l'attributo e pochissima fantasia negli ultimi 20 mt; loro compatti e modesti, un Ghana con meno atletismo

46' Buffon fuori, entra Marchetti; Gigi ha la sciatalgia; si attende che Zambrotta esca per demenza senile e Cannavaro per la gotta

49' Montolivo perde troppi contrasti e, per di più, dopo fa gli occhi da cerbiatto; in panchina Gattuso ha già mangiato sei sbarre di ferro dolce; Tommaso Cerno (L'espresso) arrivato al pub al 35', beve la seconda birra

52' sforbiciata di Pepe che, non per dire sempre ve l'avevo detto, ma è il più in forma degli azzurri
54' il paraguayo Vera se ne pappa uno
55' tiretto di Montolivo
57' crossetto di Iaquinta
58' Marchisio fuori, por cit, entra Camoranesi
59' paraguay ricopione: Santana per Torres
61' Caceres prende il giallo; è quello della pedata al 4'; resta in campo abusivamente, andava espulso

62' GOAL ITALIA il portiere paraguayo va a farfallette su corner; un bestiale De Rossi la butta dentro resistendo al placcaggio dell'avversario, tiè

65' Santana se ne mangia uno; la nostra difesa balla
69' Gilardino servito in area ci mette mezz'ora a girarsi; mentre ci sta ancora provando
(71') lo sostituiscono con Di Natale dopo l'ennesima partita insipida
71' la partita langue, terza birra di Cerno (L'espresso) con ipotesi immediata di una quarta
82' bombarda di Montolivo deviata in angolo dal portiere; è l'ultima azione degna di nota; il forcing azzurro con Santana fuori combattimento e non sostituibile conferma il pareggio.

Commento finale. Vanno rottamati Camoranesi e uno fra Zambrotta e Cannavaro. Marchisio può guardare le partite dalla panca. Gilardino va svegliato a frustate. De Rossi è il migliore in campo, seguito di poco da Pepe. Quindi, diciamo, almeno tre cambi in partenza per la prossima, contro gli All White neozelandesi domenica prossima.
In attesa di Pirlo, è indispensabile Rino, rivedibile Di Natale. La gamba generale sembra meglio del previsto. La fantasia latita, ma questo si sapeva. Si spera in Pirlo all'ultima contro la Slovacchia. Non avendo vinto la prima, la terza sarà comunque decisiva. Così stando le cose, agli ottavi ci toccherebbero Germania o Ghana, fra le migliori viste finora. Non sarà una passeggiata.

di Gianfranco Turano; L'espresso

lunedì 14 giugno 2010

domenica 13 giugno 2010

Metamorfosi

Ma chi è quel signore in abito grigio e cravatta in tono, accecato dai flash dei fotografi e inquadrato ossessivamente dalle telecamere di tutto il mondo? Perchè sono tutti girati verso di lui e quasi ignorano un fenomeno come Lionel Messi? Ma è il fenomeno dei fenomeni del calcio internazionale, Diego Armando Maradona, idolo imperituro di Napoli e del Napoli che, ancora una volta, riesce a essere protagonista assoluto anche se a bordo campo.

Quando ormai tutti pensavano di vederlo nella sua tuta scura della seleccion, divenuta una seconda pelle, è sbucato dagli spogliatoi con addosso un vestito sobrio quanto elegante, se non impeccabile, poco ci manca. Mettendo fine a un tormentone che impazzava sul web e, naturalmente, nella sua Argentina. Una vicenda divertente e anche un po' sentimentale.

Dunque, Diego ai Mondiali rappresenta una intera nazione e ci vuole un po' di decoro, l'apparenza non sarà tutto ma in certi ambiti conta. Così dall'Argentina nasce e si propaga un movimento di opinione che gli chiede di vestirsi perbene e presentarsi meno scarmigliato del solito. Portavoce di tutto ciò è un sito internet www.untrajeparadiego.com.ar che mette in piedi un sondaggio internazionale in lingua spagnola e inglese: volete che Maradona indossi giacca e cravatta: sì? No? Non avete una opinione?

In breve i clic si moltiplicano e vanno verso un plebiscito con oltre il novantuno per cento che spinge per un look da elegantone. Ma non basta: Diego continua a presentarsi alle conferenze stampa in tuta. La battaglia dell'abito sembra persa.
Ma El Pibe ha un grande corazon e quando a scendere in campo sono le sue adorate figlie, Dalma e Gianinna e gli chiedono di mostrarsi al mondo in giacca e cravatta lui, alla fine, cede.

Tace, non dice nulla a nessuno sino al giorno del match tra l'Argentina e la Nigeria, ma poi si presenta al gran debutto con il nuovo look. Che non gli vieta di sbracciarsi, palleggiare con classe per restituire la palla quando finisce nei suoi pressi, saltare, protestare e infine esultare. Insomma Diego Armando Maradona è tornato. E Napoli - alla quale ha recentemente dedicato un video con annesso messaggio d'amore andato in onda addirittura al San Carlo - tifa per lui. Ci mancherebbe.

di Giovanni Marino; la Repubblica

sabato 12 giugno 2010

Pubblicità progresso

Nell'intervallo di Francia-Uruguay salta fuori la pubblicità della birra Black Label. Bar quasi all'ora di chiusura, barista bianco e clientela nera. Lui un tapino, loro, dei bestioni, chiedono due birre e parte il gingle. "Non puoi tenerla in mano", il che significa che devi bere subito perché la birra è troppo buona e anche che per potertela permettere devi essere uno giusto. Il barista estrae la bottiglia dal frigo e si gela le mani, la fa saltare da un palmo all'altro e disperato la lancia per aria. Uno dei clienti la afferra e ripete tutto sorridente: "Non puoi tenerla in mano". Il che significa che un bianco non è abbastanza giusto per la Black Label? Quasi ci resto male, poi ci ripenso: è una caricatura al cubo. Il bianco mingherlino e spaventato, i neri due gangsta rapper con i dreadlock, gli occhiali scuri e il cappotto firmato tenuto sulle spalle. Un gioco di ruoli, una pubblicità progresso.

di Giulia Zonca; LA STAMPA

L'incognita(?)

L'Argentina ancora non è quello che potrebbe essere, forse vittima del luogo comune più di moda in questi tempi, quel "nonostante Maradona" che inquina il valore di una delle Nazionali più forti del Mondiale. Invece Diego aggiunge qualcosa, mica toglie. Ha delle idee che non sono banali (chi avrebbe avuto il coraggio di ripescare Veron, con il suo piede da architetto e la sua mente lucida?), sa di avere per le mani una quantità esagerata di talento e non la dosa: tra Messi, Tevez, Di Maria e Higuain, più funzionale di Milito a quel modo di attaccare, i sudamericani un gol finiranno per segnarlo a tutti.

Maradona dovrà però organizzarsi meglio per prenderne meno, perché se è fisiologico che la difesa risulti più esposta, visto che è protetta da due soli mediani, l'ala Gutierrez che fa il terzino è un rischio troppo alto da prendersi in questo contesto. E poi, manca una vera alternativa alla coppia Veron-Mascherano: in quel ruolo c'è solamente Bolatti, che non è una cima, per cui ieri è stato riciclato Maxi Rodriguez, un altro che ha la vocazione ad attaccare. Uno come Zanetti, che sa fare il terzino e il mediano, sarebbe servito assai. Più di Cambiasso, a cui sarebbero rimasti solamente gli spiccioli.

L'Argentina deve ancora imparare a sfruttare anche la velocità di Di Maria, è insomma una squadra potenzialmente straordinaria che all'esordio è stata soltanto buona. Ma è anche vero che senza le miracolose parate dell'eroico Enyeama, e senza qualche strafalcione sotto porta di Higuain, la Nigeria sarebbe stata seppellita di gol molto presto. Invece è rimasta in partita fino all'ultimo, il cittì svedese Lagerbaek le ha dato razionalità, non ha mai perso il controllo ma le è mancato il colpo d'ala, anche se un paio di occasioni per il pareggio le ha avute. L'Argentina migliorerà, ne siamo certi. Quando alza i ritmi, le sue ondate offensive sono insostenibili anche in un giorno in cui Messi ha dato l'idea di giocare sulle punte, quasi solo per divertirsi. E comunque, la Pulce non si era mai espressa a livelli così alti con la Seleccion: merito di Maradona, non "nonostante Maradona".

di Emanuele Gamba; la Repubblica

venerdì 11 giugno 2010

Just Roo it

"Più lontano possibile da Beckham". Da cinque anni una squadra di pensatori dell'immagine sta lavorando per preservare l'ultimo calciatore di strada: Wayne Rooney. Un look perfetto, scarno, che non lascia spazio ad alcuna improvvisazione. Vedete un muro rosso? E' pensato. Quella maglietta sdrucita? Un calcolo programmato. Il suo urlare allo specchio a torso nudo? Vuole colpire. Il futuro da barbone? Un colpo di genio per non dare certezze. E così le altre identità del ribelle, del semplice, del pelato precoce. Il "brand" Rooney, in apparenza così elementare e di così poca sostanza, è in realtà una meraviglia del moderno marketing. Per i costruttori di look, stanchi di gigantismo e forse anche dei troppi colori, Wayne si è rivelato un pozzo di idee travestito da centravanti: "Ne valutiamo cento al giorno, novantacinque le scartiamo, cinque sono perfette", dice l'instancabile e ben remunerato staff del "Team Rooney". Sull'ultimo numero di "Esquire" c'è una foto in b/n del 2005, ritoccata, in cui Wayne è in piedi nel "backyard" di una casa inglese qualunque, pura oleografia, il piede destro su un pallone d'annata a esagoni (ma con lo "swoosh" della Nike). Un signore e una signora anziani lo guardano sorridenti come fosse il nipote che esce per andare a giocare a pallone. Un "mod", uno che viene dalla terra, dai giardini dietro casa, che impara a giocare a calcio col battimuro, uno che appartiene alle radici dello sport più bello del mondo, quando i calciatori, almeno in Inghilterra, si chiamavano Stan o Jimmy, guadagnavano 10 sterline a settimana, mangiavano fagioli tutti i giorni, imparavano a calciare solo di piatto e se facevano i difensori o gli attaccanti chiudevano la carriera sdentati.

In quel ritratto da copertina discografica (gli Who di "Quadrophenia"?) è come se Rooney dicesse: io vengo da qui, dalla tetra malinconia di una stradina di Liverpool, dove i mattoni puzzano ancora di lardo e dove non batte mai il sole (perché piove sempre). Una stradina come quella da cui Tom Finney usciva molto presto di mattina, negli anni Cinquanta, più o meno vestito come il Rooney virato antico. Andava ad allenarsi col Preston North End dal quale riceveva due sterline al giorno.

Dietro questo andare a ritroso, dietro questo restituire al calcio la sua natura proletaria, incombe il peso di una lucida strategia commerciale. Si parla di accordi pesanti: per tanta ricerca iconografica, la Nike suole versale a Rooney quasi 1,5 mln di sterline l'anno, parte delle quali va nelle casse del Team. Una cifra sufficiente per acquistare una decina di stradine secondarie di Liverpool e rimetterle in sesto. Dunque Rooney come star degli eterni bassofondi: "Ho preso da Paul Scholes, non da Beckham", scrive nella sua autobiografia "My story so far". Un altro Paul, Stretford, il suo controverso agente, lo avvertì: "Non cedere i diritti per la gestione della tua immagine finché non capisci cosa vuoi diventare". E' diventato l'opposto di Beckham. Li unisce soltanto il guadagno. Rooney però è stato più precoce. A soli 17 anni, il "boy next door" si metteva in tasca già 13 mila sterline a settimana (ora sono 90 mila). Ma dove Beckham è stato la progressiva negazione delle origini, Rooney le ribadisce di continuo, fra spontaneità a programmazione. Nella stanza 44 della Manchester Mercantile Court il "Team Rooney" aveva deciso: più lontano possibile da Beckham e dalle sensazioni di ricchezza che lo spice boy trasmette. Una manipolazione intelligente e diabolica che sta portando bene e soprattutto lontano. A un altro calcio, al calcio che una volta giocavano per strada soltanto i ragazzi di strada, poveri e non troppo belli. Se gli andava bene diventavano ricchi e famosi e ogni settimana avrebbero portato a casa 10 sterline a settimana. Come Rooney.

di Enrico Sisti; la Repubblica

giovedì 10 giugno 2010

Stringiamci a coorte!

L'azzurro Savoia della Nazionale è uno dei colori indelebili dell'infanzia. In quanto tale, prescinde dai colori che la vita di ciascuno di noi ha via via sovrapposto: l'infanzia è un ricatto che ci accompagna fino all'ultimo respiro. Sulle tribune di pietra del vecchio stadio di Novara mio padre mi indicò un signore anziano, alto e secco, e mi disse: "È Silvio Piola. È stato un grande azzurro". Dal basso dei miei sette anni scrutai il Grande Azzurro ad occhi sgranati, cercando tracce di quel colore nel decoroso vestito grigio. Di azzurro non aveva nemmeno la camicia, ne dedussi che quel colore era una specie di qualità morale, un colore al merito.
Quando calciatori troppo tatuati e troppo pettinati, abbastanza tronisti, oggi dichiarano alle telecamere che la maglia azzurra ha un fascino speciale, nella vieta formula da ciancia sportiva si sente balenare, ancora intatta, la qualità non contingente, non comparabile, di una maglia che ha vestito italiani baffuti e impomatati di un secolo fa, ventenni che nelle fotografie ci appaiono adulti già segnati dalla trincea di guerra e dalle rughe della povertà; poi i figli del dopoguerra, non molto difformi dal precedente tipo antropologico, ancora con i capelli cortissimi e le facce contadine e operaie; poi i capelloni degli anni Sessanta e Settanta, ragazzoni ricciuti con i denti finalmente in ordine, i volti lisciati e ringiovaniti dal benessere, e una patina di nuova libertà che fa assomigliare le foto di gruppo non più a un plotone disciplinato, ma a un'adunata di amiconi; infine i calciatori moderni, selezione di testimonial pubblicitari, di fidanzati di starlette, di figli unici con mamme ancora giovanili, bei figlioli più alti, più certi di sé, nipoti irriconoscibili di quei nonni soldati che facevano gol senza il bene di una telecamera, e avevano mogli massaie, fidanzate timorate, e a casa eserciti di fratelli e sorelle che dormivano nella stessa camera.
L'azzurro più che celeste è carsico (come l'inconscio), è un fluido che scorre senza trovare ostacoli sotto le ormai tante generazioni di corpi italiani che l'hanno indossato mutando di stazza, di complessione, di spirito, sostituendo una inedita vanità maschile alla schiva virilità degli antenati. È così antico, l'azzurro, che costringe a fare i conti con lui anche i più strutturati tra gli scettici. Tra i tipografi comunisti dell'Unità, negli anni Settanta, ad ogni Italia-Urss scoppiavano vigorose discussioni tra filosovietici (minoranza bolscevica) e filoazzurri (maggioranza menscevica).

I più spiritosi tra i bolscevichi facevano notare che il Cccp sulle maglie rosse dei sovietici (guai chiamarli banalmente russi) stava per "Col Cazzo Che Perdiamo". Alcuni, dilaniati dal dubbio come chi viva un derby tra i due emisferi del suo cerebro, promettevano tifo equanime per entrambe le Nazionali. Alla fine quasi tutti tifavano Italia, fedeli a una linea che prescindeva in toto dai dibattiti di sezione. La faticosa politica cedeva di schianto di fronte ai colpi subdoli, suadenti di quel mistero più materiale che culturale che sono le radici: ognuno di quei militanti aveva un padre che gli aveva mostrato un Piola, un Meazza, e poi tutti amavamo indiscriminatamente Gigi Riva, un italiano di tipo acheo (rarissimo) che per giunta fumava come un turco, era di sinistra e aveva mandato a quel paese gli Agnelli, rimanendo a Cagliari a guadagnare la metà e godere il doppio.
Sono troppi i legacci sentimentali con l'azzurro per avere la voglia e la forza di rinnegarlo. Memorabili sere si sono accumulate negli anni, le voci di Carosio, Martellini, Pizzul, la tivù in bianco e nero che impasta i palloni di cuoio (i primi palloni "optical", candidi a scacchi neri, furono, per i nervi ottici dell'umanità, un sollievo pari alla scoperta delle penicillina per i feriti di guerra), i titoli della Gazzetta, la prosa di Brera, i primi fotocolor sul Guerin Sportivo, ovviamente le figurine dei calciatori che sono state moneta corrente per milioni di infanzie.
Nemmeno adesso, che molte circostanze congiurano per rendere meno empatica l'avventura africana degli azzurri, è facile far finta di niente. Le circostanze sono note: l'esagerata e stucchevole invadenza mediatica del calcio; l'aura piuttosto narcisa di calciatori ricalcati sul maschio televisivo e pubblicitario, permaloso e fragile quanto più il talento è incerto; i festeggiamenti popolari (qualora ci fossero) che sono diventati via via più grevi e sguaiati, così come il tifo che ha conservato ben poco della sua intima smania, ed è diventato estroverso fino al trucido.

Al netto di tutto questo, hanno ragione i ragazzi in tuta e belletto che, guardando nella telecamera come sanno che si deve fare, dicono che l'azzurro è speciale. Nel traballante edificio (tutto culturale, tutto sovrastrutturale) che cerca di rappresentare la cosiddetta identità nazionale, l'azzurro della Nazionale è per ciascuno un pezzo di vita. Non di pensiero o di politica o di convincimento intellettuale: di vita. Per questo, in fin dei conti, ci sgomenta la ribalderia impostata di quei postitaliani (come il povero Trota, che più che altro pare un pre-italiano) che, a vario titolo e più spesso senza alcun titolo, vengono a dirci che loro non tifano azzurro: perché ci chiediamo dove diavolo abbiano vissuto, fin qui, guardando cosa, ascoltando cosa, patendo o godendo per cosa. Oppure: se siamo stati noi a vivere altrove.

di Michele Serra; la Repubblica

martedì 8 giugno 2010

domenica 6 giugno 2010

Interisti


Roland Garros

Ci voglione persone così, per sfatare i tabù. Così come? Come Francesca Schiavone. E com'è Francesca Schiavone? Scontrosa. Simpatica. Folle. Generosa. Insomma, una persona di cuore. Una persona che rompe gli schemi. Che non rientra nella normalità.
Francesca Schiavone, come Nicola Pietrangeli e Adriano Panatta. Anche il tennis, finalmente, ha la sua eroina. La sua vittoria nello Slam. Sempre a Parigi, meno male che esiste il Roland Garros.
Francesca Schiavone, come Federica Pellegrini. La nuotatrice che ha spezzato tanti tabù a bordo vasca. Atlete toste ma, prima ancora, toste come persone. nella vita.

Rileggetevi quello che hanno detto in questi giorni sulla milanese dal padre irpino e la mamma bresciana: "Bisogna saperla prendere". Ecco, solo una così poteva fare un'impresa del genere. Una che le amicizie le sceglie col lanternino. Una che non va in balia del vento, delle mode. Una che è coerente con le sue idee. Una che se ritiene di aver ricevuto una sgarbo non si fa venire la bile, affronta a viso aperto la gente.
Ha sfondato a trent'anni. E allora? Al di là della sua risposta sull'argomento ("evidentemente non ero pronta"), ricordiamoci chi siamo noi italiani, nello sport. Capaci di exploit, ma discontinui. Alle prese con noi stessi. Perché, nel nostro dna, ci sono altre cose.

Qualcuno ha provato a 'sporcare' questo piccolo miracolo, dicendo che le migliori erano dall'altra parte del tabellone, che Francesca era stata fortunata. Ma, scusate, in quale impresa non è stata necessaria la fortuna? E, poi, avete visto la partita di questa finale? La Schiavone ha fatto tutto quello che doveva, non ha mai concesso il comando dle gioco all'australiana. Ogni punto è stato giocato con intelligenza, con strategia.
Così si fa. Il Roland Garros a Francesca Schiavone, che sembra una giocatrice del passato. Che pratica un tennis 'pensato', fatto per mettere in difficoltà l'avversaria. Non come le ragazzine di oggi, che tirano cannonate e basta. E poi, di fronte ad una palla con l'effetto, vanno in crisi esistenziale.

Ben venga, dunque, Francesca Schiavone. La tennista che ancora qualche mese fa parlava di "altro dopo il tennis", nel senso che c'è altro nella vita. Ecco, essere consapevoli di questo assoluto, è il primo passo verso la retta via. Ci sono altre Schiavone in giro?

di Paolo Rossi; la Repubblica

mercoledì 2 giugno 2010

Concentrazione

Aggiornamenti

Diego, non fare "gesti avventati".
Pep, ti stiamo aspettando.

Tarcisio

Burgnich, ma lei si rese conto di quell'Italia-Germania 4-3?
"Di giocare una semifinale mondiale sì, del resto no. Eravamo un gruppo di amici, si dava quello che si poteva. E il dottor Franchi non ci aveva fatto pressioni, anzi ci aveva detto che dal '38 l'Italia non andava così avanti. Eravamo sereni".

Davvero?
"Davvero. Era il '70, mica l'Italia isterica di oggi con i politici che vanno in tv a sbraitare sul calcio e a mettere altri problemi ad un Paese già nei guai. La federazione ci passava solo l'acqua, le altre bibite ce la dovevamo pagare noi. Si telefonava a casa una o due volte a settimana".

Però la Germania non vi stava proprio simpatica?
"Diciamo che Beckenbauer era una prima donna, uno che dirigeva l'orchestra, il pallone doveva sempre passare da lui. Si comportava da eroe: scorrazzava, ordinava, distribuiva. Anche con il braccio incerottato. Tutti a dire: poverino, con quella fasciatura. A molti faceva pena".

Brera scrisse: "A mì nanca un po'".
"Concordo. Dopo l'1-0 di Boninsegna la Germania ci mise sotto di brutto, anzi ci dominò, ma noi cercammo di sfruttare ogni piccola occasione. Si sa, l'italiano ha estro, fantasia, furbizia. C'erano 103 mila spettatori, 50 gradi di caldo, i loro tifosi erano delusi, Beckenbauer ci guardava e non capiva. Perché per i tedeschi noi italiani siamo sempre stati molli, deboli, fannulloni. Mezze cartucce. Non era un luogo comune, loro ci vedevano proprio così, senza attributi".

Ma se lei è nato a Ruda e il suo soprannome era Roccia.
"Infatti a me giravano, anche se mio padre la guerra l'ha fatta con gli austro-ungarici. Venivo da una vita di fatica, a 20 anni ero l'unico giocatore di serie A che giocava e lavorava. Alle sette di mattina ero in cantiere, poi con la bici e con il pullman andavo ad allenarmi nell'Udinese. Allora il difensore doveva soprattutto essere umile ed annullarsi. Ce l'avevamo quasi fatta, mancava una manciata di secondi".

Al 90', erano le due del mattino in Italia, la tv era in bianconero.
"Schnellinger si avvia verso lo spogliatoio che era proprio dietro alla porta dell'Italia. Voleva risparmiarsi un po' dei fischi dei tifosi tedeschi. L'ha detto lui e ci credo. Intercetta un pallone e segna. Colpa nostra che l'abbiamo lasciato libero, visto che non era un attaccante".

Lui ha detto che quella partita è stata la croce della sua vita.
"Credo anche a questo. Per noi fu un Risorgimento. Ma io l'ho capito due anni dopo, dopo la targa all'Atzeca, dopo che quella partita smise di essere solo un gioco a pallone per diventare altro, una rivincita di carattere, una prova di unità e d'identità. Finalmente un'Italia che le suonava ai tedeschi. Anche se, al rientro, venimmo insultati: contava più la sconfitta con il Brasile, i tifosi si erano già dimenticati della Germania".

Sette gol segnati, tre su azione, gli altri rimediati.
"E io, terzino, che a un minuto dalla fine del primo supplementare faccio il gol del 2 a 2, del momentaneo pareggio. In tutta la mia vita ho segnato solo due gol con la nazionale, quello fu l'ultimo"

Di sinistro, su un rimpallo.
"Sì. Mi presero tutti in giro. Riva soprattutto, mi disse: "Ma dove vai con quegli zoccoli". Mi chiamava "il montanaro". Niente baci, pochi abbracci. Io non gradivo. Le sceneggiate di oggi non le capisco. Segni? Accontentati. Ma non mancare di rispetto ai tuoi avversari con gesti e scritte. Perché ci sono i ragazzini che ti guardano e che poi sui campetti ti imitano. Io darei un cazzotto a chi mi si mette a ballare davanti dopo una rete".

Il 3-2 lo fece proprio Riva.
"Ripetendo lo stesso gol che aveva fatto al Messico. Ma al minuto 110, angolo per la Germania, Muller colpisce di testa, Albertosi grida tua a Rivera che è sul secondo palo, ma c'è un malinteso".

Bè, Albertosi ebbe una mezza crisi isterica.
"Cose che capitano. Ma eravamo un gruppo, chi andava in panchina non faceva la vittima. I terzini stavano lì, a marcare, una volta che con l'Inter a San Siro contro il Benfica, io e Bolchi ci scambiammo l'uomo, che purtroppo segnò, Herrera mi chiese: lei dov'era? E aggiunse: lei ci deve andare anche al gabinetto con quello. E mi mise fuori squadra. Altra mentalità. Adesso piacciono quelli che escono dalla difesa con eleganza e vanno avanti: ma dove vai, stai lì, a fare il tuo lavoro. Cannavaro ha ritrovato qualità alla Juve quando Capello gli ha imposto di non superare la riga. Lo stesso Facchetti avanzava perché imponeva il suo gioco, ma tornava sempre a marcare".

Poi Rivera si fece perdonare. Chissà che feste.
"Mica un granché. Nella piscina dell'albergo a mangiare bistecche alla brace. E sempre pagando le bibite. Poi tutti in camera mia, che era sempre la più affollata, a fare scherzi".

Nessun segnale dall'Italia?
"No. Era l'alba. Non c'erano né fax né stampa. Anche se i giornalisti che vennero a trovarci dissero che in Italia c'era un clima euforico. Io, ripeto, non mi sarei mai immaginato che quarant'anni dopo sarei stato ricordato per quella partita. Mi hanno chiamato ad un bel festival a Pavia il 18-19 giugno, se mi vogliono è perché abbiamo significato qualcosa".

Anche perché nella foto sotto Pelè che salta di testa, c'è lei, Tarcisio.
"Una finale senza storia quel 4-1 con il Brasile. Eravamo cotti. Venne Franchi a chiederci come stavamo. Risposi sinceramente: le gambe sono molli. Bisognava avere coraggio e cambiare squadra, buttarci tutti fuori. Ma su quella foto voglio dire una cosa: Pelè mi prese in controtempo. Ero in ritardo, non l'ho nemmeno ostacolato. Pelè valeva Di Stefano. Maradona lo metto più in basso".

Per via dell'orecchino e dei tatuaggi?
"Perché non è stato un buon esempio. Prendete Materazzi, è un padre, ha tre bambini, ma può mettersi quelle magliette e quelle scritte? No. Oggi ci sono giocatori che non firmano autografi ai bambini, lo dico perché quando porto qualche pallone non li firmano nemmeno a me. Vergogna".

Però Beckenbauer ha continuato a fare strada.
"Noi no. Ho 71 anni, dal 2001 non alleno più. Quarant'anni dopo continuo a non leccare il sedere ai presidenti. Quando ero al Como il dottor Berlusconi mi chiamava per lamentarsi che non facevo giocare Borghi. Gli risposi: io devo salvare la squadra. Nel Bologna ho fatto debuttare Mancini in serie A a 16 anni, oggi chi li vede più i giovani? La verità è che dopo quell'Italiagermania il calcio non è più finito ai calciatori".

di Emanuela Audisio; la Repubblica

4-3

La vera storia è che l'Italia batté l'Italia e fece il suo vero ingresso in quella Europa che per noi era ancora un'altra galassia. Certo, Boninsegna non sapeva di essere l'angelo della storia quando, all'ottavo del primo tempo, con una fucilata di sinistro scaraventò in rete insieme alla palla dell'1-0 anche l'Italia dei poveri ma belli. E Albertosi, scattando di reni oltre la traversa non sapeva di respingere con la potenza di Muller anche l'autoironia compiaciuta del Rascel di "mamma ti ricordi quando ero piccoletto...". La vera storia è che, spezzando le reni ai crucchi, l'Italia si liberò dell'Italia quella notte di quarant'anni fa, quando finimmo tutti per strada, anche i solitari che, come me, hanno sempre odiato la folla.

Tutti a gridare dentro le Cinquecento come deficienti, come se davvero affidassimo il nostro destino al vento astrofisico della bandiera tricolore. E tuttavia solo nei tempi supplementari l'Italia si liberò del suo veleno spirituale e della sua antichità biologica assunta come vizio. I novanta minuti regolamentari visti oggi sono ancora più noiosi di allora. La solita Italia del "primo non prenderle" si accartoccia in difesa, il gioco è lento, c'è Facchetti secco e longilineo come un asparago, ci sono le fughe di Domenghini con la maglietta a sbrendolo, ci sono i baffetti da gatto di Mazzola e c'è Rivera con le sue gambette di pollo lesso...

Davanti alla tv gli italiani si erano già concessi gli spaghetti e attendevano il fischio finale, con la voluttà di autoproclamarsi figli di puttana e di vincere con quel gran gol Boninsegna che un catenaccio di ottanta minuti aveva però trasfigurato in un golletto di rapina. Ma ecco che invece, con il tempo scaduto, arriva quel goffo difensore del Milan, il biondo Schnellinger, il solo incustodito e dimenticato dai cerberi italiani, e segna, il traditore: 1-1. Oggi gli avrebbero mollato almeno una testata, uno sputo o un bel calcione. Allora si limitarono agli insulti perché avrebbero voluto che simpatizzasse con i compagni di scuderia piuttosto che con quelli della Nazionale, che stesse con lo stipendio piuttosto che con la patria e la bandiera. Ecco: deve essere stato a questo punto che in cielo si è sentito il clic che ha rimescolato il mondo, in quel paradosso dell'italiano che dà del traditore al tedesco che non ha mai tradito. La partita divenne "del secolo" perché capovolse il secolo affidando ai tedeschi la parte degli agili e fragili perdenti e a noi quella dei vittoriosi panzer dal vigoroso carattere.

Ma nessuno capì cosa si celebrava nella notte del 17 giugno 1970 quando ci ritrovammo a sventolare quei drappi che riempiono i vuoti e surrogano la vita. Nel suo bel libro La partita del secolo Nando Dalla Chiesa sostiene appassionatamente che fu la vittoria della generazione del 68. Ma la verità è che ciascuno sventola una sua vittoria personale e la minoranza politico-ideologica del '68 non disprezzava solo il tricolore ma anche il calcio e non solo perché Mao non giocava e Togliatti, che era stato juventino, "era solo un revisionista". Gli intellettuali italiani, tutti testa, testi e testosterone, tutti panza e cervello, tradizionalmente odiavano lo sport e lo maltrattavano come "instupidimento delle famiglie", "sedimento dell'odio universale", "caserma dello spirito", esibendo a destra da Croce a Longanesi e Maccari, e a sinistra da Marx ad Adorno, a Musil, e su tutti il solito Karl Kraus, il Beckenbauer dell'aforisma.

E poi sul ponte del 1970 non sventolava il tricolore, ma la minigonna. E veneravamo ben altri feticci, noi italiani, di sinistra e di destra e di niente: il cappello dei Beatles per esempio, o le canzoni di Lucio Battisti o, per i matusa più reazionari, c'era Celentano che aveva vinto a Sanremo con una litania contro gli scioperi, "chi non lavora, non fa l'amore", come se le donne non scioperassero anche loro. Tra i feticci c'erano i porno fumetti di Isabella e le foto dei militanti italiani accanto a Mao...

Forse solo l'esile ma intelligente Rivera capì al 6' del secondo tempo supplementare che era per noi che girava la storia, che potevamo mostrare al mondo di non essere più i micragnosi e denutriti che solo in contropiede avevano preso Porta Pia, gli individualisti esalatati con l'aviere Baracca a centrocampo, e la stampella di Enrico Toti per centravanti. Dunque l'abatino, che sulla linea della porta si era fatto passare tra il palo e le gambette il gol del pareggio tedesco (3-3) ed era stato coperto di insulti da Albertosi, trovò la forza pesante del selvaggio e l'intelligenza veloce del siluro beffando il portiere con una finta di corpo e una pedata di piatto: 4-3 perché non è vero che l'Italia sarà sempre fatta di abatini allenati dal Badoglio di turno! E mentre calciava la palla in basso, Rivera lanciava in alto quelle sue pupille accese, che oggi sono circondate da una bella foresta di rughe, ma quella notte misurarono la profondità di una nuova speranza italiana, di un'idea di vittoria non più affidata allo stellone, alla classifiche degli altri e alle corna dell'arbitro. Italia-Germania 4-3 perché non è vero che sappiamo solo scappare e vendere agli americani la Fontana di Trevi!

A riguardare le immagini di quella notte sembra quasi che ci sia l'impronta divertita di Claude Lévi-Strauss già nella foggia dei "calzoncini" che erano molto più corti e diciamo così più "insolenti" dei "calzoncioni" molli di oggi. E quando suonarono gli inni, che anche i giocatori avevano ritrosia a cantare, nello stadio Azteca di Città del Messico sotto un cielo fresco di temporale, i primi piani di Beckenbauer, elegante come un italiano scuro di capelli, e di Gigi Riva, potente nel fisico come un ostrogoto di Varese, segnalavano al mondo la fine delle razze e, nel bianco e nero della tv, il rimescolamento di antropologia, etica ed estetica nell'Occidente.

Di sicuro è nei tempi supplementari che Boninsegna e Burgnich e Riva e tutti gli altri che sono finiti nella canzone di Mina ("Ossessione 70") presero il passo di carica della Wehrmacht e l'intrepidezza dei marinai inglesi, e dinanzi al particolare che si ricongiungeva con l'universale sembrava che persino l'erba del campo ridesse ogni volta che i nostri calciatori la calpestavano, così per manifestare la gioia per quel gioco di piedi.

E invece furono i tedeschi al sesto minuto del primo tempo supplementare a passare in vantaggio (2-1) perché Müller, furbo e maligno come un italiano, intrufolò la punta del piede tra Albertosi e Poletti, per l'occasione imbranato e macchinoso come un tedesco. "Tutto facile per la Germania adesso" commentò Nando Martellini. Ma all'ottavo del primo tempo supplementare Burgnich, inaspettato difensore, arrivò puntuale all'appuntamento con il pallonetto di Rivera: 2-2. Ecco: gol, perché non è vero che siamo i geni della truffa! Ma niente gesti plateali, niente corse con il dito in bocca o mostrando il sedere: Burgnich, "la roccia" italiana, era fatto così, come un tedesco appunto. Poi alla fine del primo tempo supplementare fu Gigi Riva ad arrivare sul cross di Domenghini e fu una delle pedate più eleganti e potenti della storia del calcio, di collo sinistro, precisa, angolatissima: gol perché non è vero che vinciamo solo quando tradiamo!

Senza che nessuno allora se ne rendesse conto, quei quattro gol segnarono da un lato il definitivo ingresso dell'Italia in Europa, dove i tedeschi erano la locomotiva alla quale eravamo attaccati ma con la quale avevamo dei conti da regolare. Dall'altro lato la partita consegnò almeno per una notte la Germania all'aristocrazia dei simpatici perdenti, che era invece il nostro territorio incantato, il nostro stemma nobiliare.

Diciamo la verità: sino alla fine degli anni Sessanta l'Europa per noi era un mondo di sogno, andarci in aereo era ancora un privilegio, vi avevamo esportato contadini immusoniti dalla batosta della riforma agraria e nonostante la crescita vertiginosa del prodotto interno lordo, non riuscivamo a liberarci dal ruolo di "straccioni geniali". Insomma per sentirsi uguale e occidentale, l'Italia aveva bisogno di una grande affermazione e la ebbe con il calcio, battendo lo squadrone dei panzer del football, della solidità di Borsa e banche, della disciplina e della rinascita vera. Un'impresa storica dunque e non solo un raro evento gioioso nel Paese che meno di sei mesi prima, con la bomba di Piazza Fontana, era precipitato nella violenza e nella paura. Ma quella notte no, forse perché allora il calcio era un valore positivo e popolare, come solo Pasolini aveva capito; gli stadi non erano ancora i luoghi dell'impunità, lo sport non era in mano alla finanza vaporosa e alla politica truffaldina. Ecco perché oggi, anche quando vinciamo bene e forte, sappiamo che mai più la nostra gioia sarà la stessa di allora.

di Francesco Merlo; la Repubblica

lunedì 31 maggio 2010

I tempi cambiano

Adesso tutti noi comuni mortali possiamo sentirci un minimo meno distanti da lui, il marziano del tennis. Sì, anche Roger Federer, il campione dei campioni, per molti il più grande di tutti i tempi, è stato preso a pallate da sconosciuti avversari e ridotto all'impotenza e alla frustrazione. Addirittura umiliato dal punteggio di 6-0 6-0. Un cappotto, come si dice nella gergologia sportiva. Una esperienza che ogni tennista amatoriale (e non) prima o poi ha conosciuto (e magari ripetuto più di una volta). D'accordo, a Re Roger è accaduto quando aveva soli dieci anni, ma per un Fenomeno con la F maiuscola come lui, anche quel risultato fa statistica, se non storia. E per di più se si scopre che dall'altra parte della rete non c'era un piccolo Nadal, un Roddick in miniatura, un mini-Hewitt bensì un futuro agente. Un poliziotto. Un tipo che col tennis professionistico non ha avuto e non ha nulla di serio da condividere. Non un predestinato come lui, insomma.

Si chiama Reto Schmidli, oggi ha 31 anni, una pelata importante e un volto squadrato, l'autore del "regicidio" tennistico consumato nel lontano - ma per lui ovviamente indimenticabile - agosto del 1991. E in piena stagione di Grande Slam prima al New York Times, alla Bbc e poi inevitabilmente a tutti quelli che sono andati a cercarlo, ha svelato il precedente. Con ogni particolare e mostrando anche una certa durezza rispetto a una vicenda che induce più al sorriso che alla severità. In sintesi Reto, colpito da improvvisa e tardiva popolarità ha raccontato: "Non volevo regalargli nulla, pensavo solo a vincere il match. Allora non pensai di essere gentile con lui". Che, va detto, rendeva tre anni al tredicenne Schmidli, invitato a partecipare a quel torneo under 10 solo perché c'erano pochi bambini e dunque un fuoriquota più grande, più alto, più forte rispetto ai piccoli avversari. "Ma oggi - si riprende un po' l'agente - se dovesse ricapitare una situazione simile, lascerei un game a Roger". Della serie: eventi impossibili.

Il cappotto fu rifilato al Grussenholzli tennis center di Pratteln e Federer, naturalmente, lo ricorda con un sorriso. "Vero, presi due sei a zero ma non giocai male e non uscii dal capo arrabbiato per la mia prestazione". Situazione insolita per il bimbo-Federer: come più volte descritto da chi lo ha seguito sin da piccolo, infatti, lo svizzero aveva un bel caratterino e reagiva ad ogni sconfitta con lunghi pianti e/o frantumazioni di racchette. Non quel giorno, giura Federer. E uno come lui va creduto, sempre. D'altronde lui stesso aveva tirato fuori la storia del cappotto molto prima che il poliziotto parlasse a tutti del "double bageled": correva il novembre 2005 e il number one aveva inflitto un 6-0 6-0 all'ex campione del Roland Garros, l'argentino Gaston Gaudio sul veloce di Shangai, sede del Masters finale. "Roger ti è mai capitata una cosa simile?", gli avevano chiesto. E lui, limpido: "Non da professionista ma ricordo un analogo risultato da junior, sì mi accadde una volta". Era il match di cui poi avrebbe parlato il poliziotto, 5 anni dopo. Che ha risposto serissimo anche alla domanda di rito: signor Schmidli, e se oggi le dovesse capitare di fermare Federer alla guida per eccesso di velocità? "Gli farei la multa, qui in Svizzera nessuno ti regala niente". Quando si dice: un ex tennista e ora un poliziotto tutto d'un pezzo... Roger, occhio: non correre con la macchina quando torni a casa.

di Giovanni Marino; la Repubblica

domenica 30 maggio 2010

Le Roi

Dagli Euro 2016 assegnati venerdì alla "sua" Francia, alla commemorazione della tragedia dell'Heysel con la "sua" Juve, di ieri e di oggi: il mondo di Michel Platini, ora presidente del calcio d'Europa. "Quella partita di Bruxelles non è finita 25 anni fa, non è mai finita, non finirà mai. È stata una partita vera, combattuta, ed era giusto, come dissi allora, che morto il trapezista entrassero i clown. Noi d'altronde non sapevamo cosa stava succedendo sugli spalti, non potevamo saperlo, e mio padre che era lì lo scoprì il giorno dopo alla radio. Si doveva giocare: sarebbe stato molto peggio se non fossimo scesi in campo".

Cosa può promettere, oggi, il presidente dell'Uefa?
"Il mio impegno, la mia responsabilità è che non succeda mai più una tragedia del genere: molte cose sono cambiate negli stadi: ora sono più sicuri, tutti a sedere, senza più barriere".

L'Italia ha perso per la seconda volta gli Europei e non potrà più ricandidarsi: stadi fatiscenti, violenti che spadroneggiano, siamo destinati ad un rapido declino?
"Dipende solo da voi, gli stadi potete farli anche senza avere gli Europei, no?"

Boniperti ha detto che dopo l'Heysel l'Inghilterra ha fatto passi da gigante mentre l'Italia è sempre in mezzo al guado...
"Non dobbiamo aspettare le stragi per migliorare, meglio farlo subito".

E i violenti?
"Un problema soprattutto di giustizia e polizia: li conoscete gli imbecilli? Allora cacciateli dagli stadi".

La tessera del tifoso?
"Un fatto italiano: noi non l'abbiamo nelle nostre manifestazioni. Abbiamo spostato la finale della Champions dal mercoledì al sabato, e a Madrid è stata una festa, con le famiglie, i bambini in tribuna. I tifosi di Inter e Bayern si sono comportati benissimo: un grande successo, un piccolo calo del 4-6% negli ascolti tv solo in Europa, perché il sabato sera ci sono tanti programmi, ma un boom nelle Americhe e in Asia, il 50% in più".

Una vittoria per lei gli Europeri al suo amico Sarkozy?
"Macché, la mia vera vittoria è il financial fair play, appena approvato dall'Esecutivo: una rivoluzione dopo cent'anni, che altri non hanno fatto. Io voglio aiutare i club, non ucciderli. Avranno tempo per mettere i bilanci a posto. Niente ghigliottina per il momento. Sono tutti con me, Moratti, Berlusconi, le famiglie Agnelli e Sensi. Così non si poteva più andare avanti".

E i due giudici di area?
"Noi abbiamo passato il tempo per cercare di fregare l'arbitro. Ora lo aiutiamo, ma senza tecnologia. Ci fossero stati i due giudici di area, Henry non avrebbe toccato la palla con la mano. Ora vedremo di migliorare sul fuorigioco, allenando gli assistenti".

Cosa prevede per i Mondiali del Sudafrica?
"Freddo, inverno. Ma spero vinca un'europea...".

Quindi, Inghilterra o Spagna?
"Sono le mie favorite, insieme col Brasile. Poi ci sono una decina di squadre, fra cui l'Italia. La Francia? Uhm".

Italia e Francia vanno ai Mondiali sapendo che dopo i ct non saranno più Lippi e Domenech: un problema per i calciatori?
"Ma quando mai? I giocatori giocano per se stessi e, in qualche caso, per la bandiera. Non certo per il ct".

Ma allora perché lei fece il ct della Francia?
"Mi piaceva: poi in ritiro coi calciatori mi sono rotto le scatole. E pensare che il Real Madrid mi offriva un sacco di soldi...".

Non ci sono più i numeri 10 come Platini o Zidane.
"Strano: i Messi, Ronaldinho adesso li spostano sulla fascia. Noi sulla fascia ci mettevamo quelli che non contavano. Tardelli, Boniek, Cabrini...".

Comandano e guadagnano troppo gli allenatori?
"Sì, sono troppo protagonisti. Non mi piace. Il protagonista deve essere Milito. Non Mourinho. I bambini fanno la collezione delle figurine dei calciatori, mica dei tecnici".

Lei non appoggia Blatter sul 6-5.
"Una battaglia persa. Io mi batto per evitare che i brasiliani dopo 5 anni diventino italiani e giochino tutti in Nazionale".

Come mai ha deciso di ricandidarsi alla presidenza dell'Uefa?
(Sorride) "Perché voglio consegnare una Coppa alla Juve. Ma temo che dovrò modificare lo statuto, allungando il mandato da quattro a otto anni... Mi raccomando, è una battuta".

di Fulvio Bianchi; la Repubblica

Il ritratto

Il discorso dal paradiso (Giro 2006 vinto), all'inferno (squalifica di due anni per coinvolgimento nella vicenda doping dell'Operacion Puerton spagnola), poi di nuovo al paradiso: la vittoria al Giro, quattro anni dopo, non gli va proprio giù. Se chiedi a Ivan Basso di precisare anche semplicemente umori e sensazioni a proposito di questa storia ottieni solo un'unica risposta: "Ora non serve a nulla pensare al passato. Alle difficoltà e ai problemi. Ora c'è questo Giro, questa vittoria. Era quello che avevo in testa fin da principio, quello che volevo e ovviamente ora la soddisfazione è enorme".

Neppure se lo si mette sulla graticola della logica Ivan recede di un passo. Ha vinto un Giro circondato dai sospetti, poi divenuti certezza; ora rivince quattro anni dopo, con prestazioni più convincenti. Più a dimensione d'uomo. Un fatto importante nel bistrattato ciclismo di oggi, sempre nel vortice dei dubbi e dei sospetti se non peggio.

Vincere un Giro a dimensione d'uomo vuol dire anche che è possibile fare del ciclismo ad alto livello nel limite delle prestazioni che rientrano nelle regole della tradizionale fisiologia. Un messaggio importante sul piano della credibilità generale, di tutti. Ma a Ivan adesso non interessano speculazioni di questo tipo. "Io penso a me stesso". Ripete che lui ha fatto tutto alla luce del sole, che i suoi test ematici sono su internet e ciascuno li può consultare; che tutti possono verificare qualità e quantità dei suoi allenamenti registrati con il rilevatore di potenza (SRM) lungo tutta la stagione e trarre le debite conclusioni. Allenamenti che ad un'analisi specifica dicono di un grandissimo lavoro, come volume e soprattutto come intensità. Quasi da fachiro. Perché la fatica nel ciclismo si esorcizza con la fatica e se non hai imparato a vivere con il dolore nelle gambe quando il fisico è chiamato allo sforzo massimale, non vai avanti. Ivan il fachiro questo lo sa bene.

E lo sa bene anche un altro personaggio del ciclismo mondiale, quell'Aldo Sassi, timoniere del centro Mapei di Castellanza, che lo ha raccolto quando era un reietto, squalificato e in fondo al baratro della credibilità e lo ha trasformato di nuovo in un atleta con la grinta e la voglia di tornare ai vertici. Salite all'asfissia, lunghe sessioni dietro motore a 60 all'ora, ginnastica posturale (il giusto), uscite in bici anche di nove ore, terapie per il recupero. Così il varesino ha ricostruito la sua identità. Con una costanza da certosino. "Ivan aveva un talento - spiega Sassi - che non poteva essere disperso". Vero. La vittoria al Giro è anche la vittoria di Sassi; anche se quest'anno Ivan ha voluto scantonare leggermente dalla rigida metodologia del tecnico lombardo, svicolando in parte dal suo ferreo credo. "Mi mancava il cambio di ritmo - spiega la maglia rosa, ricordando i limiti della scorsa stagione, dove pure aveva concluso al quinto posto il Giro e al quarto la Vuelta - e ho lavorato per migliorare questo particolare". Ecco: la cura del particolare è l'ossessione vincente del varesino; capace di lavorare ore per mettere a punto l'altezza della sella: un millimetro più su o più giù. Capace nel più freddo gennaio di pedalare per ore su è giù per il suo "amato" Cuvignone, la montagna a due passi da casa, Cassano Magnago, e rientrare congelato al punto da dover ricorrere alla sauna per "scongelare" le membra. Sono durezze difficilmente replicabili in altri sport. Che dicono della feroce determinazione della maglia rosa. Che in tempi non sospetti spiegava all'intervistatore: "Perché ricorrere a Fuentes e compagnia pur avendo le qualità per fare un ciclismo da protagonista? Perché in quell'ambiente non eri mai sicuro che il giorno del confronto qualcuno, meno forte e bravo di te, avesse fatto ricorso a pratiche o prodotti tali da consentirgli di metterti la ruota davanti". La paura madre degli errori e una devastante mentalità comune, purtroppo ancora diffusa. Ora tutto questo per Ivan è passato remoto.

Basso dimostra che si può vincere un Giro all'interno di parametri più umani. Il che non vuol dire che il ciclismo si sia finalmente liberato della "scimma" del doping. Perché - ovviamente prescindendo dal caso particolare - ci può stare anche che, pur rientrando nei limiti "umani", ci sia qualcuno che cerchi l'eterno "aiutino". Certe mentalità sono difficili da estirpare e certi personaggi discutibili sono ancora all'interno del movimento, su ammiraglie o nell'ambiente. Una strada ancora in salita: un Mortirolo. Che si puà domare, però, come ha fatto Basso.

di Eugenio Capodacqua; la Repubblica

Il Giro è finito

La crono finale la vince lo svedese Gustav Larsson, ma quel che conta è che il 93° Giro d'Italia è di Ivan Basso. L'Arena di Verona lo accoglie da trionfatore, con lo stesso entusiasmo che 26 anni fa riservò a Francesco Moser. Si è tanto parlato della rinascita di questo campione dopo la caduta nel pantano doping della famigerata 'Operation Puerto'. Dovendo trovare un momento simbolo del suo trionfo, non scegliamo il feroce attacco sul Mortirolo o la difesa serena sul Gavia. Prendiamo invece le ultime due curve della crono finale di Verona: con la corsa in tasca, quella prudenza assoluta nell'affrontarle racchiude tutta la sofferenza della ricostruzione della carriera. Significativo anche l'abbraccio alla moglie ed ai suoi bambini: più volte lo stesso Ivan ha parlato dell'importanza fondamentale della famiglia nei momenti più difficili.

"Il Giro è stato bellissimo per la gente e per me. Ringrazio la mia famiglia, mia moglie, un bacio ai miei due bambini e colgo anche l'occasione per fare un annuncio: tra qualche mese saranno tre. Ora mi sento al 100% felice, ho cacciato quella parte di me che non lo era. Ora mi concentro sul Tour, è difficile ma ci credo. Un ringraziamento speciale va anche alla squadra, tutti i ragazzi sono stati fortissimi". Già la squadra. Ha vinto Basso, ma ha vinto anche la Liquigas. A parte l'errore nella fuga, a questo punto solo apparentemente 'bidone', de L'Aquila, le gestione del team lombardo è stata perfetta. Non è certo un caso che sul podio salga anche Vincenzo Nibali. Il messinese è protagonista della vera sfida della giornata: un solo secondo Michele Scarponi, rosicchiato dal marchigiano in vetta all'intermedio e poi riguadagnato da Nibali con la consueta abilità in discesa. Parte anche la dedica al rivale: "Nella tappa di Montalcino (quella della caduta, ndr) ci ha tirato giù tutti, facendoci passare una brutta giornata"

Il trionfo di Basso oscura solo parzialmente David Arroyo, felice come se avesse vinto. Eroe per caso, lo spagnolo si è trovato bene nell'inatteso ruolo, tanto da non accusare la pressione della maglia rosa, portata con disinvoltura e difesa con astuzia fino alla salita verso l'Aprica. Ma è stato anche il Giro degli australiani. Parlare di nuova frontiera è ormai fuori luogo vista la crescita del movimento australiano, ma non era preventivabile che tre maglie su quattro facessero un viaggio così lungo. La maglia rossa a punti va all'inesauribile Cadel Evans, solo contro tutti e tutto vista la debolezza della sua squadra. Il leader della montagna (maglia verde) è Matthew Llyod, la maglia bianca di miglior giovane è per Richie Porte, e poco importa al tasmaniano se proprio all'ultimo Alexander Vinokourov lo salti in classifica al sesto posto.

Circa la crono finale, 15 km non particolarmente facili con una salita di 4,5 km che divide la gara a metà, il risultato è non certo a sorpresa. La vittoria va a Gustav Larsson, svedese con una bacheca ricca di successi a cronometro. Larsson costruisce la sua vittoria con una seconda parte di grande livello dove non sbaglia nulla. Sbaglia invece Marco Pinotti, e per lui è una beffa. L'ingegnere bergamasco vuole onorare un grande Giro, in cima alla salita delle Torricelle ha un margine di 12'' su Larsson, poi i discesa sbaglia malamente due curve: secondi preziosi persi, alla fine sul cronometro saranno 2 in più rispetto al vincitore.

di Luigi Panella; la Repubblica

sabato 29 maggio 2010

Forza Ivan

Il sigillo sul Giro di Ivan Basso, l'impresa di Johann Tschopp: sono due dei tanti motivi offerti dal penultimo atto su Gavia e Tonale. Alla maglia rosa piace vincere, ma non stravincere. La tappa del Gavia è insidiosa in salita, insidiosissima in discesa: il varesino con la sua squadra controlla la situazione, intonando sul Tonale anche un inno alla riconoscenza. L'unica vera accelerazione la produce negli ultimi due km, l'unico vero guizzo, di quelli da ghigno feroce sul volto, lo piazza nel rettilineo finale, quando 'ruba' a Scarponi gli otto secondi di abbuono che permettono al fido Nibali di mantenere per un secondo il podio.

"Tappa durissima, ringrazio Ivan per aver tolto gli abbuoni a Scarponi", spiega Nibali. Parola a Basso: "Per noi un'altra giornata felice, complimenti a tutta la squadra, oggi in particolare a Vanotti che è stato strepitoso. Un ringraziamento speciale anche a Nibali, un giovane con voglia di emergere che però si è messo a disposizione del leader. Programmi? Intanto pensiamo a finire questo Giro, poi penso di poter fare bene anche al Tour del France"

Piace in tutto Basso, ma piace anche David Arroyo: allo spagnolo non passa lontanamente per la testa di attaccare Basso neanche sul suo punto debole, la discesa dal Gavia. Fa due conti, limita i danni anche nell'ascesa finale: 1'15'' di ritardo da Basso in classifica non sono oggettivamente recuperabili nella crono di Verona, ma il secondo posto è blindato - a meno di cose grosse - dall'attacco di Scarponi e Nibali. "Giù dal Gavia l'asfalto non era buono - dice Arroyo -, troppo pericoloso attaccare, ho preferito scendere tranquillo".

Tschopp, uno svizzero che fino ad ora aveva vinto in carriera solo il Tropicale Amissa Bongo, corsa del centro Africa. Con tutto il rispetto, vincere al Giro una tappa del genere è un'altra cosa. Tschopp, noto per la sua sensibilità ecologica (non butta mai le borracce), compie la classica impresa. Unico neo, ma in questo il tifo ci influenza, aver dato troppo nel testa a testa contro un Simoni al passo d'addio sulla Cima Coppi: "Simoni nella sua carriera ha vinto tante volte, la Cima Coppi era un traguardo simbolico importante e non me la sono sentita di rinunciare a questa soddisfazione - spiega Tschopp -. Se pensavo di vincere al momento dell'attacco? Quando si va in fuga si pensa sempre di giungere a destinazione". La penultima in carriera di Simoni è stata comunque splendida. Gibo all'attacco, secondo sul Gavia. Poi l'età lo tradisce ma lui saluta tutti, in una scena da ciclismo antico, parlando in corsa ai microfoni Rai: "Era la tappa giusta per provare, potevo starmene più tranquillo sul Gavia per giocarmi più possibilità nel finale, ma va bene così"

La cronaca della tappa scivola su una azione da lontano di un nutrito drappello di uomini che via via si assottiglia. Ne fanno parte anche elementi di buona classifica come Sastre e Vinokourov. Grande volontà da parte loro, ma alla resa dei conti è Tschopp quello che piazza lo scatto giusto. Tra i big la gara la accende Evans, in un moto d'orgoglio che peraltro gli permette di mettere le mani sulla maglia rossa della classifica a punti. Il campione del mondo non fa il vuoto ma guadagna, sulla sua scia parte Scarponi: è caccia al podio, ma il marchigiano si arrende al senso si riconoscenza di Basso verso Nibali.

di Luigi Panella; la Repubblica

Potevi restare(?) (II)

Mi permetto di dissentire da Aldo Grasso, che sul «Corriere della Sera» ha appiccicato il bollino blu del traditore su quella faccia da schiaffi di José Mourinho, che mentre sollevava la coppa dell’Inter parlava già da allenatore del Real Madrid. Mou non è affatto un traditore, ma un uomo del suo tempo. Un tempo che non concepisce più il tradimento, perché ha smesso di concepire il futuro. Se nel calcio, e altrove, esistesse ancora il futuro, allora sì che la toccata e fuga del divo portoghese sarebbe stata un gesto inconcepibile. In un mondo dotato di futuro, l’eroe vittorioso non scappa dal castello un attimo dopo averlo espugnato. Se lo gode, e cerca di ampliarlo, un mattone sopra l’altro.

Ma il nostro mondo ha espulso dal suo orizzonte il domani: è un’epoca precaria e miope, che giudica le persone dai risultati immediati e, avendo cancellato la pazienza, non può certo aspettarsi la gratitudine. Come tutti i capitalisti moderni, Moratti non ha chiesto al suo manager di pianificare con calma i risultati, ma di raggiungerli subito, pena il licenziamento. Mourinho ha fatto ciò che gli era stato ordinato e ora andrà a rifarlo altrove, perché è uomo di emozioni e non di sentimenti. Le emozioni sono violente e brevi, evaporano in fretta: un momento piangi avvinghiato a Materazzi, e il momento successivo tratti col presidente uno sconto sulla rescissione del contratto. I sentimenti, invece, sono lenti e profondi, anche un po’ noiosi. Sarà per questo che vanno così poco di moda. A differenza di Mou.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

Non dimentichiamo(ci) (II)

da Liverpoolfc.tv

venerdì 28 maggio 2010

Non dimentichiamo(ci)

La sera del 29 maggio 1985 l'orrore colpì il calcio. Due lettere, la Z e la Y, furono i cromosomi di quella tragedia. In teoria la zona Z dell'Heysel sarebbe dovuta essere quasi deserta: "Era destinata ai belgi neutrali", balbettò l'Uefa. Una specie di cuscino di seggiolini vuoti e aria fra juventini organizzati e tifosi inglesi del settore Y. Ci finirono gli ultimi arrivati. "Mi vergogno di essere inglese", urlò Bobby Charlton. Gli hooligans invasero la zona Z e schiacciarono gli juventini dei settori O, N e M. La partita si giocò con i fantasmi intorno. Morì anche lei. Senza nascere: "E io sono ancora qui che penso: cosa ci passò per la testa?".

Cosa vi passò per la testa, Ian Rush?
"Non conoscevamo l'entità della tragedia, il che paradossalmente era anche peggio. Qualcuno di noi voleva scappare, altri incoraggiavano i più spaventati. C'era anche chi temeva per i suoi cari, con cui era impossibile comunicare. La tragedia si svolse in una zona dove non era possibile che ci fossero anche le nostre famiglie, ma ripeto: noi non sapevamo esattamente quello che era successo né dove".

Dopo vi sentiste un po' carnefici, con quella teppaglia assassina al seguito?
"No. Credo che quel giorno fummo tutti vittime. Quel giorno il calcio cambiò per sempre".

Per prendere quale direzione?
"Da quel momento fu chiaro che prima viene il pubblico e poi lo spettacolo. L'Uefa fece una pessima figura. Sia i nostri che i dirigenti della Juve implorarono un cambio di sede. L'Heysel era una baracca, privo di qualunque sbarramento per dividere le tifoserie. Non poteva reggere alcun peso, figuriamoci una follia collettiva. Il nostro a. d. spedì missive di fuoco: "È uno stadio decrepito, inadatto! Non lo ascoltarono".

Aveste la sensazione di una partita "finta"?
"Forse sì, forse no. Ma tutto quello che posso dirle ora, con tanto spazio in mezzo, è una sorta abuso di potere sulla verità. Diciamo che ci sentimmo in dovere di continuare a fare il nostro lavoro".

Approvò la sanzione contro l'intero calcio inglese?
"No. Allora anche l'Uefa avrebbe dovuto sanzionare se stessa. La tragedia fu anche provocata dalla sconvolgente assenza di strutture e di controllo".

Alcuni tifosi del Liverpool continuano a dire: "Li odiavamo". Ci sono ancora dei blog in cui manca sempre l'elemento chiave: il pentimento.
"Non si può sradicare la follia. Anche intorno alla Kop, come nelle altre curve, c'è chi propaganda l'odio, il male, teorie devastanti. Estremisti".

Lei fu un cardine della riconciliazione fra Juventus e Liverpool.
"Quando andai alla Juve, nel 1987, i rapporti fra i due club migliorarono. I tifosi bianconeri mi accolsero comunque benissimo. Non ricordo alcuna allusione all'Heysel".

Heysel: forse sarebbe stato più corretto lasciarlo in piedi come monito imperituro.
"Forse. O forse basta ciò che abbiamo vissuto per non tornare al medioevo del pallone. La speranza di essere migliori, quella volta, costò tante vite".

Ma senza speranza, come recita l'inno del Liverpool, non si vive ("walk on with hope in your heart").
"È l'inno del genere umano, You'll never walk alone (scritta nel '45 da Rodgers & Hammerstein II, ndr), non del Liverpool".

di Enrico Sisti; la Repubblica

Ora si fa sul serio

Ivan Basso è in maglia rosa, il Giro d'Italia è nelle sue mani. Come un pugile che sa di essere più forte ma non ha fretta, freddo nel perseguimento dell’obbiettivo. Ivan il Terribile logora ai fianchi i suoi avversari con un ritmo impressionante sulle pendenze del Mortirolo, rischia qualcosa in discesa, ma poi in una sorta di cronometro dalle dolci pendenze verso l'Aprica, scortato da un altrettanto eccezionale Vincenzo Nibali, amplia il vantaggio in maniera decisiva. Fondamentale l'apporto del messinese, che 'salva' il capitano nella discesa più perfida, fa da pittore alle curve più difficili, poi gli dà una mano fondamentale nel riprendere margine quando Arroyo urla con rabbia il canto del cigno. Ciò non deve comunque far passare in secondo piano l'impresa di Michele Scarponi, insieme ai due Liquigas nelle fasi salienti e poi trionfante con merito sul traguardo.

"Sono felice, sicuramente è una giornata fantastica dopo i momenti difficili passati - spiega Basso dopo l'arrivo -. Sul Mortirolo potevo provare ad allungare, ma la strategia migliore era restare uniti con Nibali per migliorare anche la sua classifica. Inoltre abbiamo trovato un grande Scarponi che ci ha dato una mano importante. E' un grande momento, non penso al passato, ora massima concentrazione sulle ultime due tappe". Tappe non semplici. Sabato c'è il Gavia, la Cima Coppi, con la sua cornice di ghiaccio. Domenica poi Verona, crono di 15 km che dovrebbe comunque riguardare solo il secondo e tezo gradino del podio.

Basso riassume nella maniera migliore la tattica di squadra. La Liquigas è la più forte, lo dimostra nella parte pianeggiante con il lavoro di Agnoli e Kiserlovski, lo conferma nelle prime rampe del Mortirolo, quando Szmyd intossica i muscoli di Evans e compagni rendendo la corsa durissima. Onore delle armi comunque per David Arroyo. La sua corsa è un monumento all'intelligenza. Lo spagnolo non prova neanche a tenere il ritmo di Basso sul Mortirolo, non commette lo sbaglio di Evans, non si cuoce. E' abbastanza fresco quando si getta nella discesa dal Mortirolo con apparente incoscienza, riducendo il ritardo di oltre un minuto e riprendendosi la rosa virtuale.

Ai piedi della salita finale però Arroyo è sfortunato. Prima trova un Vinokourov poco disposto a dargli una mano, quindi incrocia gli spompati Sastre ed Evans, oltre a Gadret. Con gente che ha già dato tutto, difficile chiedere collaborazione: ad Arroyo non rimane che salire con le proprie forze, rabbioso per una rosa che sfuma ed alla quale - dichiarazioni di circostanza a parte - si stava proprio affezionando.

Riavvolgiamo il nastro di una tappa stupenda. Per i fuggitivi di giornata è la tappa meno indicata per andarsene. Lo capiscono bene i nove che fanno parte del drappello che attacca nella fase iniziale. Tutti all’avventura, forse un obbiettivo preciso per Rodriguez e Failli, punti di appoggio per Scarponi e Garzelli. Già, Garzelli. Dopo l'impresa di Plan de Corones cerca il bis eclatante andando per primo a riprendere gli attaccanti sul Mortirolo. Niente da fare però per il 37enne dell'Acqua&Sapone quando Basso impone il ritmo portando dietro di sè Nibali e Scarponi. Da qui alla fine, Basso e Nibali sembrano due innamorati. Basso potrebbe andarsene in salita ma aspetta sapientemente il compagno. Mai tattica fu più giusta, perchè Nibali, se non toglie, attenua i disagi di Basso. "Pensavamo a questa tappa da giorni - spiega Nibali -, abbiamo dato una grande dimostrazione di squadra. Sono contento per Ivan, ora è lui il più forte, ma penso che in futuro mi toglierò soddisfazioni al Giro". Poi la salita finale, con i tre davanti che volano. Primo Scarponi ("Arrivo sul Gavia con il mal di gambe, ma che soddisfazione"), secondo Basso, terzo Nibali. Stavolta all'Aprica Ivan non vince come 4 anni fa, ma alla stessa maniera suggella il suo trionfo.

di Luigi Panella, la Repubblica

Sei sempre la solita

Quando la Coppa dei Campioni era solo un ricordo (e anche un po’ un’ossessione) in bianco e nero, erano in molti a pensare che la stranezza dell’Inter dipendesse da quello. Che tutte le altre vittorie (scudetti, Coppe Italia, Supercoppe italiane, Coppa Uefa) per quanto ben gradite, non riuscivano a colmare quel vuoto ogni giorno sempre più grande e che impediva di godersela fino in fondo. La gioia dello scudetto del 2008 (arrivato quasi in extremis, con i due gol di Ibrahimovic a Parma) passò quasi subito in secondo piano, con l'esonero di Mancini nato dall'annuncio del suo addio dopo l'eliminazione in Champions da parte del Liverpool. E anche la vittoria del 2009 fu turbata dai dubbi di José Mourinho, pronto a restare in nerazzurro al 99,9%, poi diventato il 99,99 e infine 100 con l'arrivo di Samuel Eto'o e Sneijder e la partenza di Ibrahimovic.

La stagione appena conclusa è stata tra le più gloriose della storia dell'Inter. Vittoria in Coppa Italia, Campionato e Champions League, una tripletta mai realizzata da nessuna squadra italiana. E finalmente quel grande successo internazionale, la riconquista della coppa più prestigiosa del calcio internazionale per club, la trasformazione della grande Inter degli anni 60 da totem ineguagliabile a prima tappa di un lungo cammino. Ma nell'epoca del tempo reale, la società di Massimo Moratti non ha fatto in tempo a portare la Coppa in mezzo al prato del Bernabeu che già la gioia enorme, traboccante, incontenibile doveva fare i conti con gli addii, i dubbi, le paure. José Mourinho annunciava la sua partenza dall'Italia e proprio in queste ore sta litigando con la società per la clausola rescissoria. Diego Milito, l'uomo che in 17 giorni, con quattro gol aveva dato all'Inter le tre coppe e grazie all'Inter era entrato nella storia del calcio, festeggiava il trionfo annunciando al mondo di avere altre offerte. Un virgolettato di Wesley Sneijder (poi smentito) accennava a un possibile ritorno al Real Madrid, la squadra che l'estate scorsa - senza avvertirlo - non gli aveva più fatto trovare l'armadietto in spogliatoio.

Viene da pensare che l'Inter, pazza per definizione (e per inno ufficiale), una volta persa questa etichetta sul campo, dove si è trasformata in implacabile macchina da vittorie, sia affezionata a tale immagine di follia al punto da garantirsi altrove sempre qualcosa di razionalmente inspiegabile. D'altra parte, parliamo di una squadra che, in una delle notti che resterà per sempre nella leggenda del club (quella della semifinale d'andata vinta 3-1 sul Barcellona) si fece notare anche - e quasi soprattutto - per uno dei suoi giocatori di classe più pura, Mario Balotelli, che si mette a litigare con i tifosi, si toglie la maglia e la getta per terra in segno di disprezzo. Ad agosto l'Inter affronterà l'Atletico Madrid per la Supercoppa europea. A dicembre, a Dubai, ci sarà il Mondiale per club. Che cos'altro s'inventeranno, i nerazzurri per non godersi il momento che aspettavano da 45 anni?

di Tommaso Pellizzari; CORRIERE DELLA SERA

Potevi restare(?)

Era lo Special One e ora è solo lo Special Traitor, un traditore speciale. E se Mou ci avesse preso per i fondelli? E se dall’esperienza italiana avesse tratto il peggio dei nostri vizi per girarli a suo vantaggio? E se… Ci eravamo appena convinti che José Mourinho fosse un grande motivatore, un superbo stratega, un eccelso filosofo, un impareggiabile comunicatore e adesso siamo qui a condividere la delusione dei tifosi interisti per il tradimento consumato sul campo.

Non si era ancora spenta l’eco della fantastica vittoria al Bernabeu che già Mourinho faceva le valigie. I tifosi dell’Inter hanno atteso 45 anni per coronare il terzo sogno europeo ma, proprio nella notte del trionfo, hanno capito che qualcosa non girava per il verso giusto: dopo un bellissimo Triplete (Champions, Campionato e Coppa Italia), lo Special One ha deciso di non rinnovare il contratto con l’Inter. Le sirene del Real Madrid sono state troppo forti per lui. Ma com’è possibile? Cos’altro voleva?

Il fascino del calcio consiste anche nella sua dose di irrazionalità: in un mondo poco propenso all’immaginazione come il nostro, per molte persone il calcio resta l’ultima riserva di magia e di fantastico, di malie e di incantesimi, ingredienti che danno un sapore unico alle fiabe. Ora, proprio nel rigido protocollo delle fiabe, l’eroe non può tramutarsi in traditore, anzi. Quando la prova viene superata e l’eroe finalmente riconosciuto, dobbiamo per forza partecipare al suo trionfo e alla sua trasformazione (lo Special One della favola riceve il meritato premio per averci liberato da un incantesimo, assume un nuovo aspetto, diventa bellissimo, di solito sposa la figlia del re). Non solo: l’antagonista viene punito e maledetto per gli anni a venire. Dopo la vittoria contro il Bayern, Mou sale su un’auto del presidente del Real Madrid e solo un forte senso di colpa lo costringe a fermarsi e a raggiungere Marco Materazzi per abbandonarsi a un pianto liberatorio.

Il tema dell’eroe e del traditore (dell’eroe che è al contempo l’antagonista) appartiene invece alla più complessa letteratura della menzogna (come ci ha spiegato con maestria Giorgio Manganelli: una finzione totale qual è, nella sua ultima essenza, la letteratura); non ha più nulla da spartire con la favola del calcio. E il trauma sarà tanto più squassante quanto più intenso è stato il rapporto. Non c’è dubbio che Mou abbia fatto molto per l’Inter, soprattutto sul piano motivazionale. Ha saputo infondere ai giocatori un senso di superiorità nei confronti delle altre squadre, liberandoli simultaneamente da ogni complesso di inferiorità, specie nei confronti dei media.

Mentre Fiorentino Perez annuncia l’arrivo del nuovo allenatore, Mou sta mercanteggiando con l’Inter i 16 milioni della clausola rescissoria. Pare abbia chiesto un italianissimo sconto, se non l’annullamento del contratto, per meriti sportivi. Ma sta anche cercando di portarsi via Maicon, Milito e forse Sneijder. L’addio straziante a Materazzi si tramuta subito in una trattativa bottegaia. Succede sempre così. A delitto consumato, il traditore elencherà la lunga serie di motivazioni che lo hanno fatalmente spinto al voltafaccia, mentre il tradito (il tifoso) sottolineerà come la prova migliore della malafede del traditore sia il tradimento stesso.

Un grande tifoso del Real, il madridista Javier Marías ha scritto: «Esser appassionato di calcio non mi impedisce di rendermi conto del carattere malsano e perverso che affligge e governa questo mondo, il quale forse riflette meglio di ogni altro lo sventato spirito competitivo che domina sempre di più le nostre società». Società «civili» e società di calcio.

di Aldo Grasso; CORRIERE DELLA SERA

giovedì 27 maggio 2010

Ghe pensi mi

Berlusconi avrebbe vinto lo Scudetto, addirittura con 5-6 punti di vantaggio. Da colui che sconfiggerà persino il cancro c'è da aspettarselo, perché l'amore del Milan avrebbe trionfato sull'invidia e l'odio dell'Inter.
Caro Leo, ma come hai fatto a sopportarlo così a lungo?

martedì 25 maggio 2010

Il fenomenou

In due anni ha stupito, provocato, diviso, affascinato Non voleva aprire cicli, ma solo fare il suo lavoro: vincere, incassare e andare altrove Per l' Italia è una sorpresa. Il fast-fut. L' allenatore ricco, felice, che vince, e se ne va. Non ramifica il suo trono, non capitalizza gli interessi, niente Bot, meglio il rischio di una nuova impresa. L' Italiaè abituata alle poltrone: ti arrivi, ti siedi, resti. La conservazione, prima di tutto. Il vecchio e caro posto fisso. Chi te lo fa fare di cercare nuovi orizzonti? Molto meglio stare lì, a fare i generali del passato, a contare medaglie e battaglie. L' Italiaè abituata ad allenatori che disegnano cicli, tecnici dalla traiettoria lunga : Trap alla Juve, Ancelotti al Milan. Matrimoni all' italiana, dove cresci vita, sapienze, famiglie. Stabilità, non flessibilità. Mourinho invece parte, anche se gli è andata bene, soprattutto perché gli è andata bene. Lascia un' altra eredità, un diverso modo di fare. Forse non bello, non troppo educato, né complice. Ci tiene a ribadirlo: il suo calcio non è quello dei padri fondatori. Né gli interessa costruire mafie, alleanze, intrecci, avere di più, vuole provare qualcosa di diverso. Come quei ragazzi che pensano sempre che la vita sia altrove, nel continuo movimento, in un' eterna altra parte. In Italia si muovono gli scon fitti, non i vincitori. Chi perde deve trovare nuovi ingaggi, accontentarsi, chi trionfa invece in genere non cambia casa, anzi piazza meglio i mobili. Mou fa l' opposto: è soddisfatto e compiuto, per questo si muove. Il calcio è tradizionale, è portato a venerare i maestri che danno stabilità alle loro scuole, come Ferguson, al Manchester United da 24 anni, come Wenger all' Arsenal da 14. Mou va nella direzione opposta. Non è un educatore, anche se ha una sua moralità, vedi il caso Balotelli, non è né il padre buono né il fratello cattivo, esige rispetto e obbedienza come tutti i comandanti che ti mandano all' assalto di colline assassine, assedia il tempo, non ha bisogno di lunghi accerchiamenti. In questo è moderno, essenziale, ribelle. Non gli interessa fare il pediatra della squadra, seminare per poi raccogliere, preferisce gestire, indirizzare, modificare i talenti. Per oggi, non per domani. Ci sono pazienze che hanno fretta. Mou vuole ottenere il meglio, per vincere subito. Crede sia la pratica a fare gli uomini, non la lenta teoria. E' uno spremiagrumi, guarda al succo, non alla raccolta della frutta. E' responsabilità dello chef preparare buoni piatti, senza lamentarsi della qualità degli ingredienti. Sacchi è stato subito etichettato come rivoluzionario perché cercava di dare metodo ai suoi schemi, il talento non deve dipendere dall' umoralità, ma dall' automatismo, non solo, ma iniziò a diffidare di Gullit appena l' olandese cominciò ad andare in giro in pelliccia e fuoriserie. Credeva che l' imborghesimento fosse un avversario insormontabile. Mou è stato definito arrogante, provocatore, isterico. Forse è perché a 47 anni non è portato ai troni di legno. Tanto per far capire la mentalità italiana: il Milan parlava della necessità di svecchiare con Filippo Galli, che di anni ne ha anche lui 47. Per arrivare alla Juve Delneri ha dovuto aspettare i 60 anni e Ranieri è approdato alla Roma a 58. Difficile trovare tecnici che sappiano vincere in paesi diversi, ma qualcosa si muove: Capello, Hiddink, Mourinho. Lo stesso Van Gaal. Il calcio è conservatore, diffida di chiunque voglia provare altro, soprattutto della modernità. Abbina cicli a uomini e a squadre. Che bisogno c' è di fare diversamente? Mou allena con la tecnologia, usa motori moderni, lavora con schemi e programmi al computer, controlla le posizioni degli avversari. Più matematica che sensazioni. Non è il solo, ma in Italia chi vuole stare nel contemporaneo è sempre guardato con sospetto. Un po' come Phil Jackson, ex allenatore dei Chicago Bulls di Jordan, ora ai Los Angeles Lakers di Kobe, che nel basket ha sempre mischiato filosofa zen (e qui con Mou non ci siamo) e software da navigator per cercare di capire certi triangoli in area. Mou se ne va anche perché si sente estraneo. Tranquillo, non è il solo. Ed è visto un po' come traditore. Come, così ci ricompensi? Nelle aziende italiane chiunque cerchi altre avventure e responsabilità viene considerato come un immaturo, ingrato, irriconoscente, bisogna costruire, mattone dopo mattone, non cercare nuove case. Mou lascia. E questa sì è una lezione. Meglio il viaggio, alla terra.

di Emanuela Audisio; la Repubblica

Elogium

A lui, che ne ha visti passare tanti, piace. Senza se e senza ma. E lo descrive, giocando con le notizie (tante) sul filo dell'ironia e del confronto. In un ideale dialogo diretto. Breve ed esaustivo, "Elogio di Mourinho", di Mimmo Carratelli, racconta l'allenatore del momento. Dall'inizio in Portogallo al cammino trionfale nella Champions con l'Inter di Massimo Moratti.

Si scopre così che, decisivo, per il glorioso futuro di Mou, fu la perfetta giovanile conoscenza dell'inglese.

Accade quando sir Robert William Robson sbarca a Lisbona per allenare lo Sporting e ha assoluto bisogno di un interprete. E lì, pronto, compare un ventinovenne ambizioso e preparato: la sinergia è immediata tra "l'inglese dal naso rincagnato e i bei capelli bianchi, sessantuno anni, e il giovanotto di Setubal, l'interprete Josè Mario dos Santos Felix Mourinho". Così inizia tutto.

Nel libro, Carratelli si rivolge direttamente a Mou, pagina dopo pagina: "Parlate di calcio, il professore inglese e l'allievo portoghese. Passate al Porto per vincere seduta stante due campionati e una Coppa del Portogallo (...) ti porta al Barcellona, sir Bobby, vice allenatore suo e allenatore delle riserve catalane". Segue corollario di vittorie. Fino alla prima, ottenuta senza tutoraggio. Avviene, ricostruisce Carratelli, proprio "alla corte dell'olandese Louis Van Gaal, subentrato a Robson"; guarda gli incroci della vita, si tratta dell'attuale tecnico di quel Bayern Monaco che il 22 maggio Mou ha sconfitto regalando la terza storica Champions ai nerazzurri. "Van Gaal ti lancia affidandoti il Barcellona nella finale di Copa Catalunya contro il Matarò e tu porti a casa un successo rotondo, la tua prima firma sotto un trofeo".

E chi lo ferma più il giovane Mou, cresciuto alla scuola di santoni del calibro di Robson e Van Gaal? Fa bene ovunque vada. Ancora due passaggi - prima nel Benfica e poi nell'Uniao di Leiria - poi il trionfo. Si rivela al mondo del calcio internazionale costruendo il fenomeno-Porto che conduce alla Coppacampioni del 2004. Il resto è ormai noto: due titoli con il Chelsea che non vinceva da 48 anni e lo sbarco nell'Inter post-Roberto Mancini. Dove il portoghese, sin dall'inizio, non le manda a dire: "Il calcio italiano non è il più bello, è il più difficile. Avete trenta fuoriclasse. Il vostro calcio può essere migliore", risponde senza sconti ai cronisti poco abituati a tanta franchezza. Parole e vittorie. Polemiche e traguardi raggiunti. Mourinho è il "Mago" della panchina e in Italia ha l'impatto di un cliclone. E spacca, lacera, divide.

Non Carratelli, che gli dedica questo gustoso libro edito da Pironti e lo promuove senza impacci: "Grazie Mou, d'essere venuto in questa in questa valle di lacrime e di moviole a parlare senza peli sulla lingua, scorretto in un paese di falsi buonisti, purosangue in una nazione di asini di Buridano, sincero in una congrega di ipocriti, schietto in una penisola di voltagabbana". Niente da dire: il Mago Mourinho ci mancherà, eccome.

di Giovanni Marino; la Repubblica