lunedì 24 maggio 2010

Amore

Sergio Scariolo, allenatore del Khimki Mosca e tifoso dell'Inter: più la seconda, stavolta, visto il tour Mosca-Madrid-Mosca in meno di 24 ore, alla vigilia di una partita di play-off del campionato di basket russo. Ma si può?
"Si può. E l'ho fatta. Parlandone ai miei dirigenti, ovviamente, prima di prenotare il viaggio, e ricevendo un consenso, in base al principio che l'uomo è fatto anche di passioni. Non siamo solo lavoratori, o solo professionisti, c'è anche una sfera umana, e così, dopo una naturale raccomandazione ad usare tutte le precauzioni, sono potuto andare a godermi il trionfo della mia Inter".

Vuole raccontare, prego?
"Sabato mattina ultimo allenamento, alle 10. Alle 12.30 ho il Mosca-Parigi-Madrid, atterro alle 17.30 e lì mi aspettano per portarmi al Bernabeu. Ho un accordo con Radio Marca per il commento, confesso che mi esce una roba molto più emotiva che tecnica, al 90' schizzo fuori e un amico in moto, schivando il traffico, fila fino all'auto che mi conduce a Barajas. Il volo è alle 23.45, allo stadio sapevo che alla fine dei tempi regolamentari dovevo scappare, ci pensavo da tre giorni che, in caso di supplementari e rigori, non ce l'avrei fatta. Un grazie a Milito, allora, e via su Mosca, arrivo alle cinque italiane, sette locali, doccia in hotel, due ore di sonno, e su per la solita trafila del giorno di gara. Seduta di tiro mattutina, riposo, partita".

Vinta pure, dal suo Khimki, sull'Unics Kazan. Adesso ringrazi pure i ragazzi.
"Certo, già fatto. Tra l'altro, è stata pure una buona partita".
Se avesse perso, dopo tutto quello svolazzare, magari qualcuno la prendeva male.
"Non credo, ci eravamo parlati e accordati, e del resto il mio viaggio non aveva intaccato le abitudini della squadra. E a dormire massimo quattro ore, nelle notti durante i play-off, ci sono abituato da una vita. L'adrenalina fa miracoli".

Torniamo tifosi. La sua coppa l'ha alzata.
"Ed è stata una grande felicità. Io vivo di sport da molti anni, da professionista, ma col calcio mi sento solo un tifoso, autentico, come gli altri. Mancava, a noi interisti, la Champions. Adesso è un buco colmato".
Adesso rimetta la cravatta da professionista e dica: avrebbe fatto come Mou, salutando la compagnia?
"Sì, onestamente lo capisco. E' logico andare via, dopo aver vinto tutto e avendo altrove una sfida di quelle che mi pare avvincano l'uomo Mourinho. Uno che vive lo sport ai massimi livelli, non può non passare dal Real Madrid, il club più grande, famoso, importante e affascinante del mondo. Poi, accadrà spesso che ti chiedi perché l'hai fatto, ma devi andarci".

Lei l'ha allenato, il Real di basket, poi è finita, anche ammaccati. E' tra quelli che si sono detti: perché l'ho fatto?
"Dopo, no: lo ritieni giusto, in ogni caso. Durante sì. E' durissima. E nel calcio di più. Credo che il Real sia il club che, in tutto il mondo, tiene più l'allenatore sulla graticola. E' un rodeo. Ogni giorno può sbalzarti di sella, la sfida è quotidiana. Ma Mourinho può vincerla, ne ha personalità e carattere. E anche in Italia, con tutti contro, ha fatto un bel rodaggio".

A pressione, meglio l'Italia o la Spagna, che lei ben conosce, anche come ct della nazionale di basket?
"E' meglio la Spagna se uno finisce a Malaga, Valencia, Siviglia. E' il Real il caso a parte. Specie adesso, in pieno dominio del Barcellona. Hai contro mezza stampa del paese, quella catalana, che fa il suo mestiere, e pure tanta madrilena, perché le aspettative sono enormi e le critiche conseguenti. Ettore Messina a Madrid ha avuto vita difficile, ed il basket è molto meno del calcio. Per dire, anche su Mou non c'è un parere unanime. Non è un segreto che molti tifosi madridisti avrebbero tenuto Pellegrini e con loro anche pezzi consistenti e influenti del club. Non è che quello arriva e gli stendono il tappeto rosso. Non tutti, almeno".

S'imbandieri di nuovo di nerazzurro. Lo Special One ha tagliato l'angolo, l'Inter a chi la diamo?
"Scelta difficile. La società avrà una responsabilità pesante, quella di restare unita, compatta, perché l'anno dopo i trionfi è durissimo, e questo farà pure fiorire i paragoni con uno che è probabilmente un fuoriclasse ineguagliabile. A me non spiace Mihajlovic, non giudico il tecnico, ma l'uomo mi pare abbia personalità. Insomma, palle. Però forse serve qualcosa di più e l'ha detto lo stesso Mourinho, indicandolo a Moratti. Serve un grande allenatore. Uno fatto e finito, aggiungo io. Un grande nome".

Ci penserà Moratti, lei ora potrà andarsene a dormire.
"Macché, vinta gara 1, sono stato su anche stanotte, perché qui in Russia ai play-off si gioca ogni 24 ore e oggi facciamo gara 2. Ma chi se ne importa se non si dorme più, di adrenalina ne ho ancora scorte di litri".

di Valter Fuochi; la Repubblica

Grazie ancora

Dopo i ringraziamenti alla squadra, all'allenatore, alla società, e noi stessi, non posso dimenticare di salutare Ibra con una bella pernacchia.

Per sempre

Diritto di cronaca

Van Gaal, fai schifo per quanto sei bugiardo, ipocrita e antisportivo.

Adiòs

Josè Mourinho si è fatto dare il pallone del match, lo conserverà come il più caro dei ricordi di quella che lui stesso ha definito "la partita più importante della sua vita". A quanto pare a partire da stanotte la vita sua e quella di molti altri cambierà - anche questa l'aveva detta lui alla vigilia - a quanto pare ha davvero il coraggio di lasciare una creatura che è assolutamente sua, che lui ha inventato, ha cresciuto, ha perfezionato. E del resto non è certo il coraggio, che manca all'allenatore che ha vinto già con due squadre diverse, il Porto prima e l'Inter stasera. Vuole farlo con tre e il Real Madrid fa al caso suo. Con uno così mai sorprendersi troppo. Difficile calarsi nella mente di un uomo del genere, e soprattutto durante una notte del genere: gli stimoli e i pensieri suoi non sono quelli degli altri, il ragionamento che facciamo noi non può essere lo stesso di uno così imprevedibile, spesso insopportabile, ma altrettanto geniale.

Forse quello che Mou recita è un magistrale copione, una strategia, forse con il Real non è tutto fatto al 100%, come sostiene lui stesso e come invece dicono qui a Madrid, ma la sensazione, in questo momento, è che la vittoria abbia proprio chiuso il breve e trionfale ciclo di Mourinho all'Inter. Evidentemente non ha più nulla da chiedere al club di Moratti, una volta riportatolo sul trono d'Europa dopo 45 anni di attesa, e come tutti quelli che amano la perfezione, vogliono andarsene sul più bello. Proprio per lasciare un ricordo eccezionale, insuperabile, unico, irripetibile. Certo deve essere dura lasciare una squadra con cui potrebbe vincere molto altro ancora, proprio come fece la Grande Inter degli anni 60, ma Mou è capace di scelte clamorose. Anzi, vive di colpi di scena. Anche Milito, il grande protagonista della notte spagnola e della stagione dell'Inter, ha detto che non è sicuro di restare: l'Inter che in una notte torna campione d'Europa, perde il suo allenatore, e rischia di perdere il suo centravanti. Difficile da credere, ma bisogna farlo, e da raccontare.

La festa di Madrid è stata totale, ma più la notte avanzava e più c'era sbigottimento, incredulità, quasi una vena di malinconia. Il futuro di Mourinho è evidentemente in Spagna, lo si è intuito subito dalle parole di Moratti: "Stasera ho visto Mourinho piangere, non vorrei fosse il senso di colpa". E lui poi ha aggiunto: "Voglio essere l'unico allenatore che vince la Champions con tre squadre diverse. E' più probabile che vada via, piuttosto che rimanga". E ancora: "Io quando vinco non mi fermo, e qui ho vinto tutto: ho vinto la Champions con due club, posso farlo con tre". Del resto lo sapevamo è con l'Italia e in particolare col calcio italiano che il rapporto non funziona: "Tante cose non mi sono piaciute, da tre o quattro mesi penso di andare via".

L'Inter della notte magica di Madrid è una splendida follia nelle mani di un attore geniale. Non difficile, quasi impossibile da raccontare. La gente impazzisce di gioie e corre felice verso l'aeroporto per tornare a festeggiare a Milano. Al domani ci si penserà.

di Fabrizio Bocca; la Repubblica

Diego Alberto

Mou, certo, ma soprattutto Milito. Meraviglia, forse mito, ma non mistero perché tutto vero. L'iniziale dell'Inter è la lettera emme, quella del suo favoloso Principe che ha sfarinato con la sua doppietta il Bayern e ha dimostrato che la differenza, sempre, la fanno i fuoriclasse. Diego Milito, l'argentino con la faccia triste e le occhiaie, il campione arrivato abbastanza tardi alla gloria (ha già passato i trenta) e ora assolutamente completo, indispensabile non solo all'Inter ma anche alla nazionale argentina, ammesso che Maradona se ne accorga (ad un certo punto, pareva che neppure lo portasse in Sudafrica).

L'Inter, giustamente favorita, non ha mai corso il rischio di non vincere la sua storica Coppa, 45 anni dopo Herrera e Corso, Angelo Moratti e Jair. Anche nei momenti d'attesa (una finale ne ha sempre), i nerazzurri hanno governato se stessi e la partita, e poi hanno infierito con le prodezze morbide e crudeli di Milito. La prima, quasi una carezza sotto il pallone, un mezzo cucchiaio sull'uscita del portiere; la seconda, uno slalom che ha fatto impazzire la difesa tedesca, concluso con un tocco aggirante da fuoriclasse assoluto.

Inter superiore in tutto, nella fase difensiva dopo l'uno a zero, all'inizio della ripresa che ha proposto qualche logica sofferenza (nulla di esagerato, però) e nel momento dell'attacco, gestito con le sponde di Sneijder (suo l'assist, nella triangolazione del vantaggio) e Eto'o, che ha innescato l'azione del raddoppio. La padronanza nerazzurra di ogni zona del campo e di quasi ogni momento della gara si è formata, come sempre accade, a centrocampo: lì è stata scavata una differenza abissale.

Mai nessuna squadra, nella storia del calcio italiano, era riuscita a realizzare la tripletta: scudetto, Coppa Italia e soprattutto Coppa dei Campioni. Per riuscirci, l'Inter del secondo anno di Mourinho ha addirittura cambiato cinque titolari su undici, operazione che poteva scombinarne l'assetto e richiedere tempi lunghi di rodaggio. Invece il capolavoro di Mourinho è stato creare un'Inter nuova molto più forte di quella vecchia, quella di Ibrahimovic, che non era certo scarsa ma assai meno compatta, non fondata sul mutuo soccorso ma sui lampi estemporanei.

Ora, rimane da sciogliere il dubbio sul futuro di Mourinho, anche se tutti sono convinti che il portoghese abbia già scelto il Real Madrid. A chi resta, l'impegno di proseguire il ciclo italiano ed europeo di una squadra più che forte, formidabile.

di Maurizio Crosetti; la Repubblica

Bayern Monaco-INTER 0-2

CAMPIONI D'EUROPA!!!
TRIPLETE!!
GRAZIE!

venerdì 21 maggio 2010

L'antivigilia

Ci siamo. Niente va più. Ecco il penultimo pranzo prima della finale, ecco nel pomeriggio l'ultimo allenamento a Valdebebas, il centro sportivo del Real Madrid. A sera l'ultima cena prima dell'evento, le chiacchiere in ritiro e le ore che corrono lente, la storia che si avvicina, la notte che deve passare. Vigilia di Bayern-Inter. E' la cinquantasettesima partita ufficiale dei nerazzurri in questa stagione, ed è la più importante. Trentotto anni dopo, l'Inter è in finale di Champions: nel 1972 finì 2-0 per l'Ajax a Rotterdam, ma erano i lanceri inumani di Cruijff. Quarantacinque anni dopo l'ultima vittoria (1-0 sul Benfica a Milano, rete di Jair nella tempesta), la Beneamata potrebbe tornare ad abbrancare le grandi orecchie della coppa più prestigiosa che ci sia. E Massimo Moratti, coronando un sogno che dura da qualche decennio, potrebbe eguagliare il padre Angelo.

Che pressione, ma che soddisfazione. E' la quarta finale nella storia dell'Inter: le prime due vinte (3-1 sul Real nel 1964, poi l'1-0 sul Benfica), le altre due perse: Celtic-Inter 2-1 nel 1967, poi la lezione dell'Ajax cinque anni dopo. L'Inter è arrivata qui eliminando grandi avversarie come Chelsea e Barcellona (oltre al Cska Mosca), ogni volta qualificandosi giocando il ritorno in trasferta. E' qui perché ha giocato con un'intensità eccezionale nelle gare decisive, perché ha giocatori universali come Eto'o, Sneijder e Milito che sono stati la marcia in più, perché intorno a Lucio e Samuel si è arroccato il reparto difensivo più coriaceo d'Europa. Sono soltanto due, nell'Inter, i giocatori che hanno già disputato una finale di Champions: Eto'o, che ha giocato e vinto (segnando in entrambe le occasioni) le finali del 2006 e del 2009 col Barcellona, e Lucio, che ha giocato e perso (ma segnando un gol) la finale tra Real e Bayer Leverkusen nel 2002. L'altro reduce da una finale, Thiago Motta (col Barcellona nel 2006), è squalificato.

L'Inter è leggermente favorita, perché a livello individuale ha giocatori più decisivi di quelli del Bayern (Mou ha ancora un solo dubbio, quello tra Pandev e Balotelli), ma lo stratega Van Gaal può complicare i piani di chiunque. Persino di Josè Mourinho, che pure ha condotto per mano l'Inter a una finale che un anno fa sembrava impensabile: l'uomo di Setubal ha cambiato la testa e il cuore di un intero gruppo di giocatori, ed è questo il suo merito principale, oltre a quello di essere arrivato fin qui anche con qualche aiuto della buona sorte, ma si sa che la fortuna è necessaria. Sarà anche l'ultima partita di Josè Mourinho sulla panchina dell'Inter, ormai si è capito, ormai lo sanno tutti. Entro martedì ci sarà l'annuncio ufficiale del suo passaggio al Real Madrid, ci sarà un contratto triennale da molti milioni di euro (almeno 12) e Mou dirà addio all'Italia, senza rimpianti, se non quelli di lasciare un vuoto enorme nell'Inter. Prima, però, vorrebbe regalare al club il successo cui tutti tengono tantissimo.

Madrid annega nel sole, il cielo è di un azzurro limpido che fa bene al cuore, l'aria è calda e secca e la gente affolla i marciapiedi, le piazze, i bar e i ristoranti all'aperto. E' una città meravigliosa, come meraviglioso e rigonfio di gloria è il vecchio Bernabeu, teatro della finale. Sarà una grande partita. L'Inter spera che vinca il migliore.

di Andrea Sorrentino; la Repubblica

Manca poco...

San Josè

In ordine alla causa di beatificazione di Josè Mario dos Santos Felix Mourinho per gli amici Mou, ecco i dati raccolti a favore e contro. Biografia. Josè dos Santos Mourinho nasce a Setubal in Portogallo, e ha un'infanzia felice ma turbolenta. In lui si manifesta subito lo spirito anticonformista che lo accompagnerà tutta la vita. Acinque anni ha già la barba e gioca a pallone solo contro al muro, mandandosi a fanculo quando sbaglia. I suoi libri preferiti sono le satire di Manuel Maria Barbosa du Bocage, poeta portoghese romantico e ribelle, e la "Ciencia della provocaciòn futbolistica" di Pablo Cabrones, leggendario allenatore di calcio dal pessimo carattere che dopo aver picchiato una ventina di arbitri e cambiato centoquindici squadre sparì nel Mato Grosso. Il padre di Josè è portiere della squadra del Victoria Setubal, e Josè ama andare negli spogliatoi e a bordo campo, annotando sul suo famoso taccuino tutto ciò che vede. Dopo una partita, vedendo un presidente di calcio che regala dei Rolex ai guardalinee, ha l'intuizione che lo renderà famoso. Il calcio non si gioca solo con i piedi, ma anche con l'astuzia e la dialettica. Prova a diventare calciatore, ma nonè il suo sport. Mentre si gioca annota la posizione degli avversari in campo, manda a fanculo il suo marcatore dicendo di non stargli così vicino, e fa turbolente discussioni col pubblico. Il risultato è che tocca il pallone tre volte a partita. Diventa professore di educazione fisica. Ma anche in questo lavoro il suo carattere è troppo fiero ed esigente. I genitori non accettano il fatto che venga a prendere i loro figli alle tre di mattina per andare a far footing nella neve. Entra nel calcio allenando le squadre giovanili del Victoria Setubal. Si capisce subito che ha della stoffa. In un incontro di allenamento, la sua squadra pulcini, formata da ragazzini di otto anni, inchioda sul pareggio la nazionale spagnola. Gli spagnoli si lamentano per il gioco duro dei bambini e le numerose testate nelle palle ma Mourinho li manda a quel paese. Ed ecco che incontra uno dei tre uomini fondamentali della sua carriera: l'allenatore Bobby Robson. Bobby, burbero e generoso, sarà per lui un grande maestro. All'inizio Mourinho gli fa da vice e da traduttore. Mourinho non ama l'inglese e Bobby non conosce il portoghese: il fatto che si parlino a gesti evita litigi e allena la famosa mimica mourinica. Poi Josè allena il Benfica, il Porto e infine conosce il secondo uomo fondamentale per la sua carriera. Il miliardario russo Abramovich. Abramovich lo convoca sul suo yacht di centoventi metri con timone di platino e salvagenti di Armani. Gli offre di allenare il Chelsea. Compra quintali di giocatori ma Mourinho non lega molto con lui. Josè è raffinato e non sopporta che Abramovich parli sempre con del caviale in bocca. A questo punto Josè conosce il terzo uomo del destino, Massimo Moratti. Moratti lo riceve sul suo maxi-gommone Pirelli con volante leopardato e gli offre l'Inter. Moratti è distinto, non parla col caviale in bocca anche se sembra che ce l'abbia, edè un vero appassionato di calcio. Gli compra fior di giocatori. Il resto è storia recente.

Cosa dicono i nemici
Mourinho dice che da noi non si sente a casa, ma in realtà ha imparato perfettamente lo stile italiano. Ha capito che se dice una cosa ironica o intelligente nessuno lo considera, ma se spara una perfidia o un'insinuazione tutti impazziscono. Pur essendo diverso dei berciatori nostrani, è sempre incazzato e con il broncio. È paterno ma spietato con i giocatori. Ha lasciato fuori Balotelli perché non tornava indietro a marcare il suo uomo. Balotelli ha cercato di giustificarsi dicendo che non poteva marcarlo in quanto in quel momento era in una discoteca a trenta chilometri dallo stadio. Altro difetto: Josè denuncia complotti dappertutto. Ma a differenza del nano milanista, non smentisce subito dopo.

Cosa dicono gli amici
Mourinho ha senso dell'ironia, e si diverte. Spesso dice la prima cosa che gli passa in testa, ma sempre meglio di Calderoli. Talvolta è presuntuoso, ma un centesimo di Lippi. Il suoi italo- portoghese è spesso sommario, ma è lingua dantesca in confronto a Gasparri. Ce l'ha con gli arbitri ma non ha mai pronunciato l'ipocritissima frase «gli arbitri sono sempre in buonafede». Mourinho ha causato un movimento di estimatori e contro-estimatori, i muisti e gli antimuisti. Le donne lo trovano irresistibile, un incrocio tra un romantico hidalgo e un pistolero da spaghetti-western. Gli uomini gli invidiano lo stile e lo stipendio. Gli antimuisti invece lo beccano qualsiasi cosa faccia. Su Internet ha un Facebook con trecentomila iscritti e un grande sito «Io odio Mourinho».

Come finirà (sette ipotesi)
Uno. Mourinho e l'Inter vinceranno la coppa. Mourinho verrà fatto santo e una sua statua in rame dorato verrà issata vicino alla Madonnina del Duomo, con gran rabbia di Silvio che aveva già appaltato ad Anemone la ristrutturazione delle guglie. Per rafforzare la squadra Mou chiederà Messi, Drogba, Tyson e i trecento migliori giovani giocatori africani perché bisogna pensare un po' al vivaio. Come direttore tecnico, farà tornare Paolo Cabrones.

Due. Mourinho perderò la coppa. Verrà processato e tutti i giornalisti diranno che non è affatto speciale come dice di essere. Chiederà di rafforzare la squadra e Moratti gli comprerà tre juniores maltesi, e un asso brasiliano dal nome di Tarcisinho, che a un più attento esame risulterà Burgnich riciclato. Come direttore tecnico, gli verrà affiancato Moggi. Josè dovrà farsi la barba ogni giorno con una crema al pistacchioe verrà costretto a vivere in un condominio tutto abitato da guardalinee.

Tre. Sia che vinca sia che perda, Mourinho andrà al Real Madrid. Una volta arrivato a Madrid gli diranno che però il Real ha un nuovo proprietario, un uomo misterioso che è arrivato nella notte e ha comprato la squadra in contanti. Mourinho si accorgerà con terrore che il compratoreè Moratti,e che non si libererà mai più di lui.

Quattro. Mourinho riceverà un'offerta-ricatto da Berlusconi. Se non accetterà di andare al Milan tutte le tivù e i giornali di Silvio prepareranno dossier su di lui. Il diabolico Mourinho accetterà e inventerà il "party training". Dopo ogni allenamento, sei volte alla settimana, sarà obbligatoria una cena con trippa e bomboloni, poi discoteca, veline e strip integrale di Galliani. Berlusconi comincerà a avere sospetti di sabotaggio solo quando vedrà in calendario Milan-Solbiatese.

Cinque. Mourinho fuggirà nel Mato Grosso dove incontrerà nuovamente il suo idolo Paolo Cabrones.

Sei anni dopo, la squadra del Manaos Cannibals vincerà la Coppa dei Campioni. Questo grazie a una tattica segreta. I Manaos giocano col modulo 1-4-3-3. Gli avversari finiscono sempre col 1-3-2. Cinque spariscono misteriosamente Sei. Mourinho diventerà presidente del Portogallo e farà Cassano ministro alla Cultura. Sempre meglio di Bondi.

Sette. Mourinho farà di testa sua, come ha sempre fatto. Quindi auguri di cuore a lui e all'Inter, con tutta l'invidia di uno che, ahimè, è tifoso del Bologna.

di Stefano Benni; la Repubblica

martedì 18 maggio 2010

ianpaice_01

Ho trovato su Corriere dello Sport.it, dopo le recenti dichiarazioni di Balotelli sul celeberrimo calcione del Pupone, un commento micidiale e fenomenale:
"Totti ha avuto quella reazione perché gli era rimasta la porchetta sullo stomaco e faceva acidità".

Coerenza di uno juventino rimbambito

"Con Totti ho avuto sempre un rapporto molto bello. Sappiamo tutti delle difficoltà di Totti, ribadite anche dal suo allenatore, a giocare una partita ogni tre giorni. Balotelli? Non parlo di giocatori che non sono qua".
Marcello Lippi

Scusa, ma Totti dov'è, invece?

Don Josè

È a noi che Josè Mourinho deve quella preziosa lacrima che finalmente lo consegna alla normalità. Eva bene che l'Italia, dove «non si sente a casa», gli deve la scoperta che anche un allenatore di calcio può permettersi l'ironia dinoccolata di Yves Montand e la profondità triste di Albert Camus. Ma forse dall'Italia, che fortissimamente lo vuole in casa, dal Paese del batticuoree del turbamento, Mourinho ha imparato che anche la lacrima è dignità. Forse siamo noi ad avergli insegnato che qualche volta l'incontinenza delle emozioni è la vera prova di carattere dell'uomo di carattere. È infatti diventata bellissima quella sua faccia che cercava il distacco e trovava la passione: la faccia di un uomo che, abituato a prendere le cose di faccia, voleva negarsi alle lacrime e non ci riusciva. E inutilmente cercava la freddezza, la compostezza e la calma mentre scopriva che l'emozione ha le sue leggi biologiche e si può piangere in privato o in pubblico, al balcone o con la testa sotto il cuscino, trattenendosi e gonfiandosi o abbandonandosi ai singhiozzi, ma ci sono momenti in cui bisogna piangere, perché anche il pianto è verità. Mourinho è dunque diventato italiano grazie alla fragilità e alla presunzione di una lacrima? Spavaldo e intelligente, abituato alle iperboli, ha riempito gli archivi di battute taglienti e di sorrisi sprezzanti, di sarcasmo e di dileggi, senza mai abbandonarsi però all'insulto e al turpiloquio. Ma se e vero che si è concesso una sola ingenuissima parolaccia («pirla») è anche vero che gli scatti malandrini spesso lo hanno reso antipatico, si è impicciato di tutto, ha biasimato ogni volta che ha potuto l'antropologia del paese che lo ospita e lo divizza, anche se lo ha fatto con la solidarietà di tutti quegli italiani che ogni giorno combattono contro la loro Italia. Quanti sono gli italiani che ripeterebbero la terribile frase di Mourinho, «qui non mi sento a casa»? E ha coltivato un legame di complicità, fatto di fastidio e di supponenza, con il complesso di superiorità di una certa Milano, una complicità basata ormai sullo humus e non più sulla ragione, una complicità calda che Josè Mourinho piange? Forse vorrebbe farlo, ma riesce a trattenersi in qualche modo. Lo seguiamo passo passo nel suo giro di campo: mai visto così in difficoltà, l'uomo di ghiaccio, così felice e così tormentato al tempo stesso. Si può abbandonare tanto amore? E a Madrid, oltre all'ambizione ricompensata, cosa ci sarà? L'uomo riflette, e soffre. Passi sempre più lenti, poi occhi sul prato, le tempie che pulsano. Ci facciamo avanti: Josè, ma allora ci lasci? «Non so, non so. Adesso non riesco a pensarci. Devo farlo più in là. Ciao, ci vediamo a Madrid», e il momento è davvero particolare, e la giornata davvero storica, perché ti molla una carezza uscendo dal campo. Più tardi racconterà il suo tumulto: «Ora non ho tempo per Muorinho trasforma sempre in battute fredde: contro Sconcerti, il giornalista con il quale non andrà mai a cena; contro Lo Monaco il quale spera -povero sconosciuto- che Mourinho si occupi di lui per diventare famoso; contro Ranieri al quale ha contrapposto Jean Paul Sartre; e ovviamente contro la Roma, presunta corruttrice... Ed è stato severissimo con il suo giovane pensare a me stesso, al mio futuro: bisogna preparare la finale di Madrid. Solo dopo avrò qualche giorno per pensare e lì prenderò le mie decisioni, che non dipenderanno certo dall'esito della finale. Devo pensare alle tante cose positive che ho vissuto con l'Inter e a quelle negative del calcio italiano. Devo capire cosa mi farà più felice dal punto di vista professionale. Sono valutazioni importanti. Ma è falso che sono già con un piede e mezzo a Madrid, anzi sono lontanissimo dall'essere l'allenatore del Real». Però l'Italia gli pesa e lo ammette: «Spesso non mi sono sentito a casa, non nel mio habitat naturale, sono stato a disagio, non nel posto adatto per essere felice e lavorare felice. Dentro l'Inter però sto benissimo, io sono un pezzo di questo club e il club è una parte di me, proprio come accadde al Porto e al Chelsea. È fuori che ci sono stati problemi. Parlavo, e mi squalificavano. Ho rischiato di non esserci neanche a Siena, e per una battuta sui soldi del Siena che hanno fatto tutti. Eravamo in vantaggio di 11 punti e la cosa non piaceva a nessuno, ai giornalisti, alle tv. Allora avete deciso di fare qualcosa tutti assieme: un po' di prostituzione intellettuale, la Roma fuori dall'Uefa ed è iniziata la rimonta, mentre noi in Champions affrontavamo squadre come Chelseae Barcellona e tutti erano contro di noi, compresa la Juve che è venuta a Milano per farci perdere lo scudoppio, quel Balotelli che, da pessimo italiano, crede che la maleducazione sia la virtù del ribelle, cattivo esempio di un bullismo che si atteggia a genialità, come Cassano e come Totti: anche se ciascuno a suo modo i campioni d'Italia sono sempre pronti all'innocente mascalzonata. In questa Italia di bulli e di padroni, di comandanti e di duci ma non di leader, Mourinho è straniero anche perché è la leadership che governa, guida e dirige -e vince- con una supremazia riconosciuta innanzitutto dai suoi uomini che difende anche quando hanno torto, condottiero e stratega nel Paese delle crisi di consenso. E vuole sempre scalare l'Olimpo ed è napoleonico ma a viso aperto e con una sorprendente girandola di battute sapide e non programmate, da anarchico metodologico, come sono soltanto gli italiani migliori. E facendo spallucce a tutto ciò che non si incontra con il suo detto... Il momento più difficile è stato dopo Fiorentina-Inter: non eravamo più padroni del nostro destino. Poi la Samp ha tolto i punti decisivi alla Roma e siamo tornati su. Comunque complimenti alla Roma, umore, ogni tanto Mourinho trova pure la battuta staordinaria, un vero capolavoro nel paese degli aforismi. Così, una frase nata dall'oscuro biasimo di un allenatore di calcio è diventata intelligenza critica, ha conquistato ed abbagliato, entrando di diritto in quell'elenco di frasette, battutine, libretti e canzoncine che racchiudono un'epoca come, per esempio, la battuta di Paolo Villaggio sulla corazzata Potemkin «cagata pazzesca». Allo stesso modo è una piccola frase di Mourinho che rivela il nostro tempo, non solo calcistico, una frase che opprimee illumina non la Roma e non solo il calcio ma, dalla politica alla cultura alla morale, l'intera Italia «zero tituli». Non è insomma possibile che Mourinho abbia vinto una coppa, due scudetti e milioni di animi, e magari riesca a vincere la Champions League europea, contro gli italiani che lo rendono infelice. Il primo piano di quegli occhi rossi e gonfi ce lo rivelano e ce lo consegnano. Se all'Italia così prodiga di lacrime qualsiasi e cosi traboccante di sceneggiate Mourinho ha insegnato la spietatezza asciutta del campione, dall'Italia ha imparato la civiltà del pianto.

di Francesco Merlo; la Repubblica

lunedì 17 maggio 2010

Sono 18

Pentacampioni! Suona bene, mi piace. All’ultimo respiro, stavolta: c’è più gusto. Cinque scudetti di fila, da 75 anni, non li vinceva nessuno. In totale sono diciotto. Uno più del Milan, e non possiamo dire che la cosa ci addolori. Qualcuno ora dice: eravate più simpatici prima! Ovvio, ma è una qualità cui rinunciamo volentieri. C’è una simpatia che scivola nella compassione; e noi l’abbiamo rischiata, anni fa. Così esiste un’antipatia che confina con l’arroganza. E quella dobbiamo evitarla, è lo stile di qualcun altro.

Esiste una fisiologia e una patologia dei sentimenti. L’Inter ha già ottenuto una rarissima doppietta - campionato e Coppa Italia - contro una fantastica Roma, senza la quale sarebbe stata una stagione da sbadigli. E sappiamo che sabato sera siamo di nuovo tutti impegnati. Com’è possibile che la nostra gioia non susciti un po’ d’invidia, e l’invidia cerchi le sue giustificazioni? José Mourinho, per esempio? Sarebbe lui il generatore d’antipatia? Ma quando mai! L'avete visto ieri a Siena? Commosso e con gli occhi lucidi. Va be', dopo un’ora ha trovato il modo di ricordare che gli avversari, una volta ancora, vanno in vacanza con «zero tituli». Ma che ci volete fare? Il Comandante Mou è un timido-aggressivo, come lo fu Mancini in nerazzurro. Ma, a differenza di Mancini, Mourinho è diretto: se deve dire una cosa, la dice. Ranieri è meglio? È come dire che Hugh Grant è meglio di Russell Crowe: bravi tutt’e due, ma interpretano personaggi diversi. O invece sono i giocatori dell’Inter a risultare antipatici?

Alcuni li conosco, altri me li sono studiati. A me sembrano ragazzi a posto e atleti ammirevoli. Ieri hanno avuto paura (tutti meno Balotelli, che non teme neanche il demonio): il Siena ci ha messo una grinta che il Chievo s’è ben guardato dall’esibire (dico, ma l’avete visto Rosi?). Poi, quando l’ansia stava arrivando al livello di guardia, capitan Zanetti s’è infilato in area e ha messo la palla magica sul piede del principe Milito. Altro che arroganza: i due sono monumenti internazionali all’umiltà e alla serietà. Insieme a Cambiasso, quello che Masomaradona non porta in Sudafrica.

Oppure è Moratti che non si fa amare? Ma se gliene hanno dette e fatte di tutti i colori, per anni! L’uomo che non sa di calcio, il miliardario pollo e spendaccione, il membro poco furbo della famiglia, e via carogneggiando. Dal ’95 al 2005 ha imparato il mestiere, mentre intorno a lui trafficavano in modo indegno. Da cinque anni vince, con una programmazione che andrebbe studiata nelle Università: insieme a Branca e Oriali ha scovato Maicon e Julio Cesar, ripescato Cambiasso e Sneijder, resuscitato Samuel e Lucio, cresciuto Balotelli, valorizzato Milito, Thiago Motta ed Eto’o. Sarebbe questo, il ricco incompetente? Ho capito: siamo noi interisti a essere antipatici. Perché, da qualche anno, vinciamo? Se fosse così, ditecelo subito. Siamo disposti a continuare, antipaticamente, così.

PS: la chiamate antipatia. Ma non è, piuttosto, invidia?

di Beppe Severgnini; IL CORRIERE DELLA SERA

giovedì 13 maggio 2010

AAA

10 fortunati potranno ancora ottenere (gratis!) dei biglietti per la finale di Madrid, ecco i requisiti:

- i candidati dovranno presentare documento di identità, certificato di negatività Hiv, licenza di pesca alla trota in acque libera, tessera Fidaty Esselunga con almeno 2.500 punti (non verrà accettata cessione di punti nemmeno tra parenti), figurina originale Panini del giocatore Piraccini Adriano stagione 1987/1988;

- i candidati dovranno esibirsi sul piazzale della banca in almeno 15 (quindici) palleggi consecutivi con pallone SuperTele fornito e autenticato da funzionari BPM;

- obbligo di registrazione preventiva del socio acquirente nel data base del programma on-line ccic.inter.it, ad esclusione delle tessere sottoscritte presso il 'Winterstore' di Milano, presso il desk informazioni del CCIC a 'Expo Levante' di Bari, presso lo sportello gruppi di Gardaland e presso il motel K di Casei Gerola;

- obbligo di certificazione medico-sportiva per pratica agonistica (la spirometria, a richiesta, si effettua in via Massaua angolo via Bezzi, in un apposito gazebo);

- non saranno ammessi candidati ermafroditi (il test del sesso, a richiesta, si effettua in via Massaua, angolo via Bezzi, in un apposito gazebo);

- non saranno ammessi candidati con brufoli;

- non saranno ammessi candidati con parenti di primo grado non interisti (la dichiarazione giurata di tutti i membri della famiglia, corredata da fototessera e fotocopia di un documento di identità, va fatta autenticare da un notaio entro e non oltre il giorno 14 alle ore 18)

- non saranno ammessi candidati con auto concorrenti della Volvo;

- non saranno ammessi candidati con gomme concorrenti della Pirelli;

- non saranno ammessi candidati più alti di metri 1,90 e più bassi di metri 1,50;

- non saranno ammessi candidati che non abbiamo almeno un amico o un cugino iscritto in un Inter club da almeno 5 anni (la dichiarazione del presidente del club interessato, autenticata da un giudice di pace o da uno sciamano, va allegata alla domanda);

- non saranno ammessi candidati più eleganti di Oriali;

- non saranno ammessi candidati biondi;

- non saranno ammessi candidati.

PS: Mi complimento solennemente con l'anonimo che ha ideato questo irriverente concorso, ma mando volentieri a cagare chi si è occupato della distribuzione dei tagliandi.

mercoledì 12 maggio 2010

Assurda perplessità

Caro Marcello, non mi soffermo a criticare tutte le tue scelte, ma solo una: perché non hai (mai) convocato Thiago Motta?
Se fossi al tuo posto, non saprei come rispondere.

Humanitas

Ieri ho avuto modo di vedere (su Sky Sport24, per completezza) Gianfranco Zola che, assediato dai cronisti a causa del suo improvviso ed immeritato esonero dalla panchina del West Ham, esce dalla sua bellissima casa offrendo loro del the. Mi è piaciuto moltissimo.

Talento vietato

Hai talento? Hai fantasia? Hai personalità? Allora resta a casa. La lista dei trenta calciatori fra cui il c.t. Lippi sceglierà i 23 che voleranno con lui in Sudafrica è una Nazionale che assomiglia alla Nazione. Abbondano i reduci e i bravi ragazzi, ma latitano disperatamente i numeri 10, quelli in grado di movimentare una conferenza-stampa e soprattutto una partita che si sta mettendo male. Quando devi recuperare lo svantaggio e azzardare la mossa del cavallo, facendo alzare dalla panchina il campione che sovverte gli schemi, inventa un gol o un assist, si procura un rigore. Noi ai Mondiali, con tutto il rispetto, dalla panchina faremo alzare Pepe o Cossu. E Mario Balotelli, fisico maestoso e tecnica straordinaria? Immaturo, e poi è così giovane. Totti? Vecchio, e poi è così immaturo. Del Piero? Lui maturo lo sarebbe, ma anche troppo vecchio. Cassano e Miccoli? Ah, quelli non si sa, perché il c.t. non ritiene di dover dare spiegazioni delle sue scelte al volgo. Solo una volta gli scappò detto che Cassano non si adattava al gruppo per ragioni «psicotattiche»: forse il barese e Miccoli soffrono di sonnambulismo o dicono troppe parolacce negli spogliatoi.

Intendiamoci. Anche Vittorio Pozzo, unico c.t. capace di bissare la vittoria mondiale, preferiva gli uomini solidi ai guitti.

Ma ebbe sempre cura di coltivare un paio di fenomeni nelle sue squadre. Inoltre, fra il trionfo del 1934 e quello del 1938, cambiò ben nove undicesimi della formazione titolare, lasciando in campo soltanto Ferrari e Meazza - come dire De Rossi e Pirlo al quadrato - mentre qui la lista dei reduci è sterminata. In compenso la grande Inter è assente (capitava già a quella di Herrera), nonostante Motta e Balotelli abbiano la cittadinanza italiana. E la Roma seconda in classifica ha meno convocati dell'Udinese, in lotta fin quasi all'ultimo per la salvezza. La parte del leone continuano a farla Juventus e Milan, che dominavano nel decennio scorso. E' proprio una Nazionale che assomiglia alla Nazione: voltata all'indietro, arroccata intorno a un capo che non ama le personalità altrui, vietata ai giovani e priva di rispetto per chi canta fuori dal coro. Quando chiesero a Vicente Feola - selezionatore del Brasile di Djalma Santos, Garrincha, Didì, Vavà e Pelé - con quale criterio facesse le convocazioni, lui rispose: «Prima chiamo tutti quelli che sanno giocare a calcio. Poi, nei ruoli rimasti liberi, metto gli altri».

Non conosceva la psicotattica, lui.

di Massimo Gramellini; LA STAMPA

Infermità mentale

Maradona non ha convocato per il Mondiale né Javier Zanetti né Esteban Cambiasso.
Che emerita testa di minchia.

lunedì 10 maggio 2010

Anche questo è calcio

Dalla guerra civile del Sudan alla finale di Coppa Campioni a Madrid. Da giovedì sera, Kon Kelei ha un appuntamento al Santiago Bernabeu per sabato 22 maggio: "Vieni, c'è un biglietto per te", gli ha detto Mario Balotelli dopo quasi due ore passate a parlare con lui e Zlata Filipovic sui divani della hall di un hotel di Milano, non distante dalla Stazione Centrale. Kon e Zlata erano appena atterrati a Malpensa per portare la loro testimonianza nel corso di un convegno sui bambini coinvolti nelle guerre all'Università Statale ("Tecnologie per la pace: i bambini soldato", organizzato da Nova Multimedia con il patrocinio dell'Onu). In comune questi due ragazzi di quasi 30 anni hanno un presente pieno di speranze (Kon frequenta un master in Diritto internazionale in Olanda e Zlata lavora a Dublino dopo essersi laureata in Scienze politiche nella capitale irlandese) e un passato tragico: il primo è stato costretto a imbracciare un kalashnikov a 7 anni nella feroce carneficina sudanese, la seconda ha trascorso la sua adolescenza, entrando e uscendo da una cantina di Sarajevo per proteggersi dalle bombe (esperienza raccontata in un libro "Il diario di Zlata", scritto nel 1994).

Ma giovedì sera, in quell'albergo milanese dove hanno appena posato le valigie, è un'altra cosa a unire Kon e Zlata: lo stupore di avere di fronte uno dei più grandi talenti del calcio europeo. "Non riuscivo a credere che questo campione di 19 anni, celebre, ricco e vestito alla moda, che avrebbe potuto fare mille altre cose nel corso della serata, fosse lì per ascoltare le nostre storie. Io non l'avevo mai visto perché non so niente di calcio, ma quando ho capito di chi si trattava, sono rimasta davvero sorpresa", racconta Zlata con un inglese perfetto. "L'ho seguito tante volte in televisione durante le partite di Serie A o Champions League. E' un giocatore che mi piace. Ed era lì davanti a me che mi faceva mille domande", aggiunge Kon, ex tifoso dell'Inter ("Io tengo per le squadre in difficoltà che hanno bisogno di un supporto, ma adesso i nerazzurri sono troppo forti, non gli servo più", è la sua curiosa teoria, ispirata a una versione solidaristica della passione calcistica). Non sono loro a interrogare il calciatore famoso, ma il contrario: "Kon, tu hai mai ucciso qualcuno quando combattevi?", chiede Mario che ha raccolto con piacere l'invito della sorella Cristina, giornalista di Radio 24, a incontrare i due ragazzi. "No, perché ero più piccolo del kalashnikov. Ero troppo leggero e così non sono stato ritenuto idoneo a certe missioni", risponde il giovane sudanese che poi lancia un appello accorato a Balotelli: "Ricordati sempre che puoi essere un modello per tanti giovani che ti guardano anche nei villaggi più sperduti dell'Africa. Io ti ho visto quando hai lanciato la maglia alla fine di Inter-Barcellona - dice con un sorriso e modi eleganti da "piccolo Obama" -. E quando segni c'è sempre un bambino che si asciuga le lacrime perché con quel gol hai dato una speranza". "E' impressionante sentire questi racconti direttamente da chi li ha vissuti", commenta Mario. Il filo con questi due ragazzi coraggiosi probabilmente non si interromperà più. Il giorno dopo Balotelli regala loro due magliette dell'Inter con una dedica speciale.

E c'è la promessa più preziosa fatta a Kon (grande amante del calcio, in passato ha incontrato anche Roy Makaay e Giovanni Van Bronckhorst nel corso della sua attività di ambasciatore degli ex bambini soldato): "Ti invito a Madrid per la finale, ci sarà un biglietto per te al Santiago Bernabeu". Lo studente di diritto internazionale, appena tornato in Europa dopo tre mesi nel suo Paese, inizia a consultare il calendario: "Quand'è la finale?", chiede all'indomani della chiacchierata con Balotelli. Il 22 maggio sarà un giorno speciale anche per Kon Kelei. "Di solito preferisco guardare le partite in televisione, perché riesco a capire meglio cosa succede tra mille telecamere e i commenti di telecronisti e opinionisti". Ma per la finalissima Inter-Bayern Monaco vale la pena fare un'eccezione. Per la sua ex squadra del cuore e per rispondere all'invito del suo nuovo amico Mario.

di Stefano Scacchi; la Repubblica

Ma cribbio

Caro Presidente,
dal triplice fischio del Camp Nou, non faccio che pensare alla finale di Madrid. Da allora - ed anche prima seppur non troppo intensamente causa scaramanzia - ho cercato di capire come potessi fare per recuperare un biglietto. Seguo l’Inter da sempre, abbonata da anni, prima in Curva ora al primo anello, ho il cuore nerazzurro fin da bambina, per quei colori ho pianto, sofferto e da qualche anno ho cominciato anche a gioire. A Madrid volevo esserci. Appunto, volevo, passato...
Da oggi, Caro Presidente, ho deciso che a Madrid non ci sarò. Dopo due settimane alla ricerca estenuante di un’informazione, di una possibilità, confusa da mille voci, chiesto udienza a mille amici di famiglia, conoscenti ben introdotti, sentito migliaia di millantatori, centinaia di tour operator, ho finalmente deciso: la mia passione non è in vendita.
Mi sono umiliata per avere un biglietto e, alla fine, c’ero anche riuscita: a 500 euro, ovviamente, non certo al prezzo ufficiale - di molto inferiore - ma se non altro ce l’avevo. Pronta anche a partire in macchina pur di esserci, perché naturalmente i voli sono andati esauriti o, comunque, sono già a prezzi esorbitanti. Poi, però, mi son fermata un attimo a pensare e mi son chiesta: ma è giusto tutto questo? E’ giusto che io, come milioni di tifosi dell’Inter, sia trattata in questo modo?
Il Bernabeu conterrà 100mila spettatori più o meno, no? Quanti tifosi dell’Inter provenienti da tutta Italia si accamperanno da venerdì sera (se non già da giovedì) davanti all’unica filiale della Banca autorizzata dalla società alla vendita di 5mila biglietti? 5mila biglietti su 100mila? E tutti gli altri? Non erano 23mila - già una miseria - quelli assegnati a ciascuno dei due club? E in vendita ce ne vanno solo 5mila?
Ah già, ci sono quelli della Curva - pur doverosi per assiduità, passione e costanza - che però finiranno nelle mani dei soliti noti e dei loro amici e parenti, poi ci sono quelli per giocatori e staff, mogli, figli e cugini fino al settimo grado, poi ci sono quelli per gli sponsor e i loro clienti, infine non ci vogliamo portare la Vecchia Inter e tutti i dipendenti di quella Nuova? I biglietti finiscono in fretta, tranne che nelle mani dei bagarini, vero? A loro non mancano mai e - ovviamente - nessuno riesce a capire da dove li prendano, giusto? Non sarà mica per questo che all’appello ne mancano più di 15mila? Non è che - visto che ha aspettato 40 anni - qualcuno ha pensato bene di arricchirsi che chissà mai quando ricapita?
Ai tifosi, Caro Presidente, Lei - o qualcuno della società - ci ha pensato, magari anche solo per un secondo? A quelli veri, intendo, quelli che l’Inter la seguono una vita, ovunque, gli abbonati, quelli fedeli, non gli amici degli amici che “esserci a Madrid” fa figo. O quelli li abbiamo già spremuti a sufficienza? O per quelli c’è solo un grazie e arrivederci al prossimo abbonamento? Eh no, Caro Presidente, io a Madrid non ci sarò, perché non mi piego alla solita mentalità italiana, per cui se vuoi qualcosa - anche un tuo diritto - ti devi vendere, prostituire, umiliare o - se sei fortunata - chiedere una semplice raccomandazione.
Ieri, dunque, è stata la mia ultima partita della stagione. Ho salutato i miei “vicini” di seggiolino e dato loro appuntamento all’anno prossimo. Perché benché la società non se lo meriti - e stia facendo di tutto per farmi disamorare - continuerò a tifare per quei colori che mi fanno ancora emozionare. E col cuore, sarò a Madrid, al fianco di chi, questa finale, se l’è davvero meritata, invidiando migliaia di persone che - invece - ci sono solo perché amici di qualcuno.

Irene, tifosa interista; da Goal.com

INTER-Chievo 4-3

E dire che era quasi fatta...
Partita da goleada, ma vinta, un po' per distrazione un po' per sfortuna, con un solo goal di scarto. Degno di nota la rete di Milito per la sua bellezza, quella di Balotelli per la sua importanza.

domenica 9 maggio 2010

Quanto tempo...

Erano quattromila gli spettatori all'Arena di Milano per la prima partita della Nazionale allenata da Umberto Meazza (nessuna parentela con Peppin). Otto milanesi in squadra, più il doriano Calì, capitano coi baffoni a manubrio, e i torinisti Capello e Debernardi. Italia-Francia finisce 6-2, il primo gol in azzurro è del milanista Lana. In bianco, anzi, perché in azzurro sono i francesi. Le prime due gare (la seconda è un pesante 1-6 a Budapest) l'Italia le gioca in maglia bianca e solo alla terza e definitivamente la Federcalcio sceglie l'azzurro di casa Savoia, con tanto di stemma sul cuore. Di Umberto Meazza, ct e giornalista, va ricordata la definizione del portiere Faroppa, dopo un 3-4 con la Francia a Torino, quattro gol su errori del portiere. "Era lì goffo, coi piedi larghi, sembrava una papera". È da allora, pare, che si chiama papera lo svarione del portiere.

E veniamo a Vittorio Pozzo. Durante la guerra era stato capitano degli alpini e si racconta che caricasse la squadra con canzoni patriottiche. No, secondo lui. Solo una volta aveva portato la squadra tra le lapidi di Gorizia e Redipuglia. Parlava cinque lingue, era impiegato alla Pirelli e dalla Federcalcio non volle mai una lira. Era anche giornalista alla Stampa e dai mondiali (cosa oggi impensabile) dettava i suoi pezzi. Mezzora dopo la partita si metteva a scrivere, poi dettava.

Pozzo è una figura fondamentale del vecchio calcio, quello raccontato da Nicolò Carosio (cominciò nel '32). Fu in panchina dal 1929 al 1948, e nel primo decennio vinse due mondiali ('34 e '38), un'olimpiade ('36) e due coppe internazionali ('30 e '35). Parlano i numeri: 87 partite, 60 vittorie, 16 pareggi e 11 sconfitte.

Calcisticamente, Pozzo non inventò nulla (giocava secondo il "metodo", non si adeguò al "sistema") ma conosceva bene i suoi calciatori, il suo gruppo, e si fidava molto della vecchia guardia. In particolare, di calciatori piemontesi, veneti e lombardi, anche se uno dei suoi pupilli, Attilio Ferraris, era romano. Andò a ripescarlo in un bar alla vigilia dei mondiali del '34. Fumava quaranta sigarette al giorno. Promise di scendere a tre, lo fece e Pozzo lo convocò. Sempre in un bar, ma di Torino, era andato a convincere il portiere Combi, che aveva cessato l'attività.

Sul titolo conquistato in casa, storia vecchia, pesa l'ombra della vittoria di regime. Dopo l'1-1 e i supplementari con la Spagna del grande Zamora, che con le sue parate evitò la sconfitta, c'era da rigiocare il giorno dopo. L'Italia cambiò solo tre giocatori, la Spagna sette, compreso Zamora. Mano dolorante, fu la spiegazione ufficiale, ma sembra più probabile un favore all'Italia di Mussolini. Nell'Italia, titolari tre oriundi (Monti, Guaita e Orsi, suonatore di violino che giocava con un jolly tra calzettone e parastinchi) e saltuariamente De Maria.

Esordio largo, nel '34, con un 7-1 agli Usa, poi 1-1 e 1-0 con la Spagna, 1-0 all'Austria e finale da crepacuore con la Cecoslovacchia che va in vantaggio al settantesimo, Orsi pareggia all'ottantesimo e gol decisivo di Schiavio al quinto pts. I cechi hanno colpito tre pali. I giocatori pensano di chiedere a Mussolini, come premio-vittoria, una tessera per viaggiare gratis sui treni, ma il terzino Monzeglio, fascista al cento per cento, s'impone: compiuta la missione, il premio sarà una foto con dedica del Duce. Mai arrivata.

Il simbolo della squadra era Meazza, capelli imbrillantinati e occhio languido, classe 1910, figlio di una fruttivendola, padre morto in guerra. Nell'Inter, che poi dovrà chiamarsi Ambrosiana, esordisce non ancora diciassettenne. "Cos'è, oggi giocano anche i bambini?", brontola in spogliatoio Gipo Viani. "Sì", dice l'allenatore Arpad Weisz, e manda Viani in tribuna e Meazza in campo. La sua specialità è il tocco sornione in porta sull'uscita del portiere. Non è alto, ma segna anche di testa. Non è un armadio come Piola ma sa farsi rispettare. E col pallone fa quello che vuole.

Tra i due mondiali l'Italia vince l'olimpiade a Berlino ed è una squadra tutta nuova, formata da studenti anche delle serie minori, che Pozzo manda in campo. E nel '38, in Francia, ha con sé solo due dei campioni di quattro anni prima: Meazza e Ferrari, il cervello della squadra. "Dove arriva lui, l'equilibrio è assicurato", scrisse Brera. "Un grande giocatore e un grande maestro", lo definì Bearzot. In Francia l'Italia non trova folle osannanti, ma un tifo contro compatto: oltre ai francesi, le migliaia di fuorusciti italiani che non si riconoscono in quella squadra irrigidita nel saluto romano a centrocampo. Sofferto esordio con la Norvegia a Marsiglia, Piola firma il 2-1 nei supplementari. Clima ostile e squadra tesa. Meazza sa perché e va a dirlo a Pozzo, in albergo, quasi in un orecchio. Pozzo fa segno che va bene e dei giocatori chi vuole va a sciogliere la tensione in una casa chiusa. Ci tocca la Francia, i bleus, che provocatoriamente propongono agli azzurri una maglia rossa. Giammai: divisa nera e 3-1 facile, e stavolta i francesi applaudono perché il dominio italiano è nettissimo. E di oriundi Pozzo ne ha uno solo, Andreolo, di genitori cilentani.

Erano mondiali strani, nel '38. Senza Argentina e Uruguay, con la Germania hitleriana che aveva assorbito l'Austria (ma perse con la Svizzera). La Spagna era in ginocchio dopo la guerra civile, l'Inghilterra preferiva stare nel suo isolamento. Tra i risultati strani, un Cuba-Romania 2-1 e un Brasile-Polonia 6-5 (ai supplementari). Il sogno di ogni attaccante (segnare un gol al Brasile) Willimoski lo moltiplicò per cinque, ma non fu sufficiente. I brasiliani erano così sicuri di vincere che avevano prenotato tutti i posti sull'unico volo Marsiglia-Parigi, sede della finale. Erano così sicuri che lasciarono a riposo i due attaccanti più bravi, Tim e Leonidas. Finì 2-1 per l'Italia, prima Piola poi Meazza su rigore, tenendosi con la sinistra l'elastico spezzato delle braghette e spiazzando, come al solito, il portiere. I brasiliani si tengono i biglietti aerei, gli azzurri trovano solo cinque posti a sedere sul treno per Parigi. Dormiranno a turno. "Prima i più stanchi", raccomanda Pozzo. In finale, l'Ungheria è forte, ma l'Italia di più: 4-2. Calano le contestazioni, forti al momento del saluto romano, poi zitti davanti allo spettacolo. Dal commento di Bruno Roghi, direttore della Gazzetta: "C'è qualcosa di più della vittoria sportiva conquistata a prezzo di muscoli e intelligenza in un torneo faticosissimo e insidiosissimo. Al di là della vittoria atletica risplende la vittoria della razza". Con le veline del Minculpop non si scherzava.

La guerra. Il dopoguerra. Pozzo lascia la panchina dopo le olimpiadi del '48. Il Grande Torino si schianta a Superga. Anche per via di questa tragedia, nel '50 in Brasile l'Italia va in nave (due settimane di viaggio). Persi via via in mare i palloni per gli allenamenti, mezza squadra scossa dal mal di mare, subito eliminati dalla Svezia. Mesto ritorno in aereo (trentacinque ore). Nel '54 allena l'ungherese Czeizler e c'è la televisione. Italia subito fuori (1-4 dalla Svizzera, padrona di casa). Sono gli anni bui, di calcio autarchico (Andreotti ha chiuso le frontiere nel '53). Non va meglio riaprendo agli oriundi e cambiando ct. Nel '58 è Foni e ai mondiali in Svezia (quelli che riveleranno Pelé) l'Italia nemmeno ci arriva, eliminata dall'Irlanda del Nord. Ed era un'Italia che schierava Ghiggia, Schiaffino, Montuori e Da Costa. Così come c'erano Maschio, Altafini, Sivori e Sormani nel '62 in Cile, ct Giovanni Ferrari. Arbitraggio molto casalingo di Aston, espulsi Ferrini e David, azzurri in nove che resistono fino al 74', poi finisce 2-0, a casa.

Anche peggio nel '66, ct Fabbri, a Middlesbrough la fatal Corea (del Nord). Ce ne sarà un'altra (ma del Sud) a eliminarci nel 2002, capro espiatorio l'arbitro Moreno. Tra il '60 e il '70, mentre i club di Milano s'impongono a livello europeo e mondiale, solo due soddisfazioni per gli azzurri: l'oro nell'olimpiade del '60 e il titolo europeo nel '68, annuncio di una crescita che porta gli azzurri alla finale di Mexico '70. Si parla ancora molto della semifinale, 4-3 alla Germania dopo l'1-1, partita brutta assai ma emozionante nei supplementari. Con il Brasile finisce 4-1 per loro ed è un fiorire di polemiche (la staffetta Mazzola-Rivera, soli sei minuti giocati da Rivera). Un secondo posto dopo tante angustie non è festeggiato con l'allegria prevista. Contrappasso: nel 1974 subito a casa dalla Germania, per mano della Polonia.

Da Valcareggi la Nazionale passa a Bearzot, uomo di frontiera, solidi principi, cuore-Toro che s'affida al blocco Juve. Nel '78 è una bella squadra davvero, ringiovanita dall'innesto di Cabrini e Rossi, e orgogliosa: già qualificata, non intorta la gara con l'Argentina dei generali, anzi la batte, poi finisce al quarto posto. Con Olanda e Brasile Zoff è incerto sui tiri da lontano e viene massacrato. Diventerà uno degli eroi dell'82, unico a parlare, è il capitano, degli azzurri in silenzio-stampa. Bearzot, appassionato di jazz, ama i solisti, ma nel contesto dell'orchestra. Dopo un avvio stentato la squadra cresce, elimina Argentina, Brasile e Polonia e batte in finale la Germania. Foto-simbolo: l'urlo di Tardelli e l'esultanza di Pertini in tribuna. Giocatori-simbolo: Zoff, Rossi reduce dalla squalifica del calcioscommesse, Gentile (che ferma Maradona e Zico in modi non sempre ortodossi). Nell'86 in Messico Bearzot sconta la gratitudine verso i campioni dell'82 e due anni senza partite vere: la Francia di Platini ci elimina negli ottavi.

Bearzot lascia ed esce dal calcio, come Cincinnato, dando una lezione di serietà. Al suo posto Vicini. Allestisce una nazionale molto tecnica e votata all'offensiva. In Italia, l'Argentina di Maradona (a Napoli) vince ai rigori in semifinale. Per gli azzurri il terzo gradino del podio, che diventerà secondo a Usa '94, con Sacchi in panchina. Brutta finale, col Brasile, e ancora rigori. Sbagliano Baresi, Massaro e Roberto Baggio. Come nel '70, al ritorno più fischi che applausi. E ancora rigori nel '98 in Francia, con la Francia che poi avrebbe vinto il titolo. Nei quarti, sulla traversa colpita da Di Biagio si fanno le valigie. Non può andar sempre male, ai rigori. Difatti nel 2006 va bene: con la Francia, dopo l'espulsione di Zidane per testata a Materazzi, la traversa è per Trezeguet e il titolo mondiale per l'Italia di Lippi. Sembra ieri. Ed è ancora Lippi a guidare gli azzurri in Sudafrica: manca poco, ormai.

di Gianni Mura; la Repubblica

Cartoline

Quando la Parigi-Dakar si disputa
 tra Argentina e Cile,
è normale che il Giro d'Italia si corra
per tre giorni in Olanda?

Globalizzazione

Bochum-Hannover 0-3:
Bochum retrocesso in Zweite Liga,
e come al solito...
tutto il mondo è paese.

sabato 8 maggio 2010

Accipicchia

La trattativa è stata molto riservata, s’è conclusa qualche giorno fa. Samuel Eto’o, attaccante dell’Inter, ha appena acquistato una nuova casa. Anzi, tre case: tre maxi appartamenti che occupano l’intero ultimo piano di un palazzo in via Turati, proprio di fronte alla sede del Milan. Costo dell’operazione: 17 milioni di euro, per una superficie di circa mille metri quadri. Guardando risultati e classifica, con l’Inter in testa al campionato e la finale di Champions da disputare tra un paio di settimane, l’acquisto assume un forte valore simbolico. Samuel Eto’o, campione della squadra di Moratti, da oggi potrà guardare dall’alto in basso (anche fisicamente) i rivali del Milan. Per la sua nuova casa milanese, Eto’o ha scelto via Turati. E ha acquistato l’intero ultimo piano di un palazzo che si trova proprio di fronte alla sede della società rossonera. Affacciandosi dal terrazzo, là sotto, l’attaccante dell’Inter si troverà davanti gli uffici in cui Galliani e Braida gestiscono il Milan. Dall’alto di quello stabile si vede mezza Milano e pare che il capitano della nazionale del Camerun intenda godersi lo spazioso terrazzo: il primo lavoro che ha ordinato, si dice, è la costruzione di una grande piscina.

La trattativa è stata lunga e molto riservata. Alla fine Eto’o si è accordato con i venditori per un prezzo di 17 milioni di euro. Che a dirla così sembrerà una cifra stratosferica, ma di fatto è in linea con i valori di mercato in quella zona, sopra i 15mila euro al metro quadrato. In realtà non si tratta di una sola casa, ma di ben tre maxi appartamenti, uno accanto all’altro, che occupano l’intero ultimo piano dello stabile, per una superficie totale di circa mille metri quadri. Non si sa ancora (sembra che il calciatore stia decidendo) se i muri verranno buttati giù o se verranno conservati appartamenti indipendenti. Racconta un esperto di intermediazione immobiliare ad alto livello: «Con quelle caratteristiche, potrebbe diventare una delle case più belle di Milano. Una sorta di villa, pensando ai grandissimi spazi, ma all’altezza dei tetti della città».

L’operazione immobiliare sarà anche un investimento, per uno dei calciatori più ricchi del mondo. Al di là dello stipendio dell’Inter, Eto’o ha accumulato una fortuna dai tempi del Barcellona, squadra con cui ha vinto tre campionati spagnoli e due Champions League. Un campione con la passione per le fuoriserie: negli anni è riuscito a mettere insieme una collezione di oltre 30 auto. In via Turati abiterà in un palazzo dallo stile lusso-moderno, appena ristrutturato, con una facciata in marmo chiaro. Al piano terra c’è una sorta di piazzetta interna che, dall’altra parte, sbocca verso i giardini «Montanelli» di via Palestro. Le voci del palazzo sorridono: «La casa acquistata da Eto’o potrebbe essere addirittura più bella di quella di Massimo Moratti».

di Alberto Berticelli e Gianni Santucci; CORRIERE DELLA SERA

giovedì 6 maggio 2010

Puntualizziamo

Parafrasando Mou: per Totti non chiedo una squalifica, la esigo. E non voglio vederlo in Nazionale.

Roma-INTER 0-1

(La) Roma dà l'ennesima prova della sua sportività, con una partita costellata di tuffi e fallacci. Senza scendere nei particolari dell'incontro, mi soffermo sul rientro di Balotelli e sulla scorrettezza di Totti. Mario entra dopo 5 minuti di gioco per l'infortunio di Wesley, e gioca una grande partita. Ormai giunti al 90°, Mou lo cambia per Muntari, ed esce scambiando il "cinque" con i compagni, e stringendo la mano al nostro Josè.
Invece, su Totti, mi limito a rendere noto il mio disgusto nei confronti di questo coglione.
Forza ragazzi!!!

lunedì 3 maggio 2010

Lazio-INTER 0-2

No comment.
Non ho la minima intenzione di rispondere agli sciacalli di turno.

venerdì 30 aprile 2010

Mourilandia

Novantanovemila persone che lo detestano. E lui là in mezzo, il dito verso il cielo, eccitato da quel rifiuto feroce. Un torero folle: ha ucciso il toro davanti a una mandria immensa. Camp Nou -scrivono i giornali spagnoli- diventa Camp Mou. Perché l’uomo è riuscito a cambiare il Barcellona: da club perfetto ed ecumenico a squadra acida e ansiosa. Ma -cosa ben più important - è riuscito a cambiare l’Inter. Sempre pazza, per fortuna, ma la pazzia adesso è calma, lucida e spietata. È vero, non ha vinto ancora nulla. Ma non ha perso ancora niente. Questo miracolo di maggio -comunque vada a finire -è merito di José Mourinho, personaggio allergico alle definizioni. L'ho chiamato torero, ma è banale. L’uomo ha invece lo stile e la grinta di un comandante sudamericano, uno di quelli che riunivano una banda di irregolari e la trasformavano in una formazione capace di vincere una guerra. Che Mou Guevara! Ma non diteglielo, altrimenti si fa crescere la barba e si compra un basco. Quali le qualità del buon comandante? Un buon comandante, nella giungla del calcio italiano, deve avere una preparazione -ora dico una parolaccia: una cultura- superiore alla media. I giocatori devono pensare che il capo sa le cose, non si limita a ripeterle o a indovinarle. Deve possedere «carisma e sintomatico mistero», per citare Battiato (che Mou conosce, potete giurarci). Non deve essere autoritario, bensì autorevole: l'unico modo di imporre la propria autorità. Ecco perché JM non poteva permettere lo sgarro di Balotelli: una crepa può portare al crollo. Altre caratteristiche del comandante Mou? La sincerità verso il gruppo. Una prova? Eccone due: età ed Eto'o.

Quando il centravanti, già vincitore di due Champions League, è rientrato dalla Coppa d’Africa, l'allenatore l'ha informato che «non avrebbe trovato un tappeto rosso»; così è stato, e Sammy ha dovuto riconquistarsi il posto. Quando, dopo l'assedio di Barcellona, ha spiegato le motivazioni dei suoi giocatori in vista della finale di Madrid, ha fatto notare che non erano ragazzi: si tratta, per loro, di un'occasione forse irripetibile. Su Corriere.it ascolto Diego Abantantuono mentre dice «È tutto merito dei giocatori, non di Mou». Come t'inganni, buon baffo rossonero! Ma non sei il solo. Le capacità istrioniche di JM -il tempismo delle battute, le pause teatrali- traggono in inganno. Molti osservatori sono convinti che quello sia il suo talento, mentre è solo un accessorio. L’uomo studia ossessivamente uomini, fatti e cose. In un Paese di geniali improvvisatori risulta strano, sospetto o tutt'e due le cose. Sì, Mou è un grande attore. Ma se glielo dici -ho provato- s’arrabbia. Sostiene che, in questo modo, i media italiani hanno provato a sminuirlo. Ho insistito, e lui ha accettato la discussione. L'uomo argomenta con abilità, e il suo italiano è migliore del suo inglese (efficace, ma elementare). Accetta anche d'essere contraddetto. Quando ho provato a discutere alcune cessioni dell’Inter, non mi ha affidato a Lucio perché mi spiegasse il significato della vita. Ha ribattuto colpo su colpo, con argomentazioni tecniche che mi lusingavano, ma non meritavo. Da quando è arrivato in Italia molti colleghi cercano di convincermi che l’uomo è insopportabile. Per fortuna, dico io: coi bonaccioni perdenti, noi dell’Inter, abbiamo già dato. In un mondo di abili agnelli, bisogna essere un po’ lupi. La determinazione feroce di Mou è così evidente che diventa qualcos’altro: carattere. Una macedonia di egocentrismo e altruismo, passione e calcolo, incoscienza e memoria, clausura e teatro, esempio e crudeltà. L’incontro di cui parlavo è avvenuto ad Appiano Gentile nell’autunno 2009: l’uomo, il suo stile e il suo progetto apparivano già evidenti.

Erano tempi difficili in Champions League -il palcoscenico che Mourinho considera adeguato e naturale- ma non sembrava minimamente preoccupato. Ora di pranzo, i giocatori divisi per tavoli, attenti e rispettosi come i bambini di Mary Poppins. Ricordo Samuel, Milito, Materazzi. Mou, nel tavolo vicino all’ingresso, mi spiegava tutti i motivi per cui non doveva darmi un’intervista. Ogni tanto qualcuno passava e salutava rispettosamente. Nessuno chiedeva «Posso alzarmi?», ma se fosse accaduto non mi sarei stupito. Qualcuno dirà: Severgnini, decida. Il suo Mourinho è Che Guevara o Mary Poppins? La risposta incredibile è: tutt'e due. Che Guevara con l’ombrellino o Mary Poppins col mitra. Non c’è dubbio che alcune delle sparate sull’ambiente siano parziali -l’uomo porta solo le prove che gli servono- e talvolta inopportune. Ma proviamo a chiederci: cos’è l’opportunità, nel calcio italiano? Forse il silenzio peloso dentro il quale, per anni, abbiano nascoste le cattive abitudini di tutti e i crimini di qualcuno? Resterà, Mou? Certo che no: ha la valigia pronta. L’epilogo della stagione, qualunque sia, fornirà occasioni perfette per chi vuol partire. Solo i giocatori -forse- possono convincerlo a restare un altro anno: ma non credo avverrà. Sarà un’uscita di scena drammatica, secca, indimenticabile: anche Capello (uno specialista in materia) rimarrà a bocca aperta. Dove andrà, José Mário dos Santos Félix Mourinho? Probabilmente a Madrid, dove già lo adorano -ha evitato l’incubo del Barça finalista al Bernabeu- e dove il 22 maggio andrà in scena il gran finale della sua seconda stagione nerazzurra. Vedete? Sembra un copione scritto per lui. Che José Guevara e Mary Mou Poppins! Sparerà una mitragliata d’aggettivi e decollerà con un ombrello milionario: e noi sotto, a salutarlo con la mano. Un'ascensione laica, l’unica consentita a un portoghese cattolico e borghese.

di Beppe Severgnini; CORRIERE DELLA SERA

giovedì 29 aprile 2010

Vamos a Madrid!!!

"E' la più bella sconfitta della mia vita."
Josè Mourinho

L'impresa

Eroica Inter, grande Mourinho, impresa immensa. Questa partita è stata il sigillo di questa squadra, ha confermato quanto avevamo detto durante tutta la stagione: un grande gruppo guidato con una cattivera positiva dal miglior allenatore del mondo. Mourinho ha una gestione dello spogliatoio straordinaria: attento, meticoloso, nulla lasciato al caso. E' il migliore per come gestisce l'aspetto psicologico della partita, sa sempre quello che serve perché i giocatori possano dare il massimo. Mourinho è unico nel trasferire su di se l'attenzione e la tensione degli eventi e lascia i giocatori liberi di dedicarsi completamente alla partita. E dopo una partita come quella del Camp Nou è facile fare la pagella dei giocatori interisti: dieci a tutti e pure con la lode. Non c'è uno che non ha dato il massimo e i movimenti difensivi sono stati perfetti. In dieci spesso si dice che si gioca meglio, ma poi si perde. L'Inter invece ha giocato bene e ha ottenuto quello che voleva. Ha perso, ma bloccando il Barcellona sino al 86' si è garantita la qualificazione. Io una partita cosi l'ho giocata, sempre in Spagna, al Bernabeu contro il Real Madrid che ci ha aggredito per 90' e so cosa voglia dire giocare in quella bolgia. Bisogna dare tutto, anche solo in fase difensiva. L'Inter lo ha fatto perfettamante e non importa se il portiere del Barcellona non ha fatto una parata. Una finale di Champions League vale le barricate.
Grande impresa dell'Inter, ma ho visto un Barcellona brutto, inconcludente, senza idee. Messi sempre prevedibile, Ibra irriconoscibile. Non ho capito perché Guardiola ha mandato via Eto'ò e preso Ibra, un giocatore che, è evidente, non va bene per il gioco della squadra spagnola. Certo è che Guardiola ha confessato l'errore commesso: quando stai in svantaggio e fai uscire il centravanti del calibro di Ibrahimovic, vuol dire che hai sbagliato.

da "VISTI DALL'ALA", di Massimo Mauro; la Repubblica

martedì 27 aprile 2010

Rimuginazioni

Solo noi che vogliamo bene a Balotelli possiamo dirgli che ha torto. E ha torto a prescindere. A noi, infatti, il merito non interessa, ma non ci può essere eccellenza senza autodisciplina, e nel calcio non esistono campioni senza squadra. È vero che lui e Mourinho si somigliano: l'uno è l'altro realizzato. Balotelli è Mourinho da giovane e Mourinho è quel che Balotelli dovrebbe diventare.

Insomma sono due magnifici campioni, entrambi sono fatti a fasci di luce, a fasci di nervi, a fasci di genialità. E sono entrambi irriducibili. Da settimane si fronteggiano, arroganti, insofferenti, poco raccomandabili, spavaldi e spacconi, tendono a irridere e a irritare. E magari sono così per un incontrollato eccesso di talento. Sono insomma come Orlando e Rinaldo, due pilastri di paladini della squadra di Carlo Magno: duellanti siamesi. E però Balotelli ha torto, e lo ribadiamo proprio perché ci è molto più caro di Murinho. Balotelli infatti è acerbo nei suoi 19 anni, è italiano ed è nero. E' il campione che mette in crisi la stupidità dei tifosi razzisti che gli fanno 'buuu'.

Quel che è accaduto tra i due è allo steso tempo banale e aggrovigliato. L'allenatore ha preso per la maglietta il giocatore e gli ha strappato la catenina che aveva al collo, l'altro lo ha mandato a quel paese, ma sono dettagli che non contano e non importa conoscere le parole che sono volate. Il punto è che Balotelli non accetta il ruolo di Mourinho, senza capire che la delegittimazione del capo danneggia tutta la squadra, Balotelli compreso. Tanto più che il giovane campione sta andando avanti per allusioni, per mezze frasi pronunziate in televisione, ha persino indossato la maglia del Milan ed è stata la più sciocca delle rivalse perché adombra il tradimento e quindi la slealtà. Infatti Berlusconi ha subito approfittato della confusione dei ruoli dicendo che Balotelli starebbe bene nel Milan. Sicuramente non è stato elegante con l'antagonista ben sapendo che le coabitazioni tra campioni sono difficili e sempre critiche. In qualsiasi squadra.

Parla come fosse l'agente 007, introduce misteri, segreti e complotti nel classico stile italiano che ispira le commissioni di inchiesta. E ha ripetuto che non si piegherà mai: "Non sono uno stupido da saltare cinque partite, ho ragione e non chiedo scusa. Non è stato solo un episodio, sono stati tanti. Ne parlerò quando tutto sarà passato". Ma avesse davvero ragione Balotelli dovrebbe comunque piegarsi alle ragioni della squadra e non attaccarsi al naufragio delle proprie. Indipendentemente da quel che ha fatto Mourinho, qui c'è infatti un gruppo di lavoro, c'è un'azienda, ci sono stipendi e investimenti fatti su di lui, sul suo futuro e sul futuro del calcio italiano. Balotelli non può permettersi l'anarchia che mortifica il suo valore, l'autoreferenzialità che lo rende cieco, l'arroganza che gli brucia gli orizzonti e gli fa squagliare la solidarietà dei compagni, di una squadra dove sono tutti campioni come lui e forse più di lui che ancora non ha vinto nulla perché è appunto giovane.

E' chiaro che Mourinho non può tornare indietro. Un capo non può farlo. E' così in qualsiasi azienda retta dall'unicità del comando. Ma Mourinho non può fare il sergente: rinunziare a Balotelli è una sconfitta dell'allenatore che è lì per gestire e governare tutti i suoi campioni. Il capo che si lascia prendere da troppo orgoglio - lo stesso del suo giovane sosia - macchia gravemente la sua funzione. Mourinho è obbligato a trarre il meglio dal meglio che ha. E' insomma vero, come sostengono i tifosi dell'Inter, che Balotelli senza Mourinho è un mercenario. Ma Mourinho senza Balotelli è un allenatore che ha fallito.

di Francesco Merlo; la Repubblica

lunedì 26 aprile 2010

Devozione

Un enorme grazie alla u.c. Sampdoria tutta.

INTER-Atalanta 3-1

Direi che si tratta della classica partita contro una squadra di bassa classifica: vinta, nonostante qualche sofferenza per la nostra sufficienza e superficialità nei primi minuti del primo tempo e della ripresa, sfruttando al meglio i minimi cambi di marcia. A Tiribocchi, lasciato colpevolmente libero da Materazzi, risponde Milito, poi raddoppia con Muntari (colpito dal tiro di Mariga), e chiude la pratica con un capolavoro di Christian Chivu, alla prima marcatura con la maglia nerazzurra. Da segnalare l'uscita dal campo di Sneijder nell'intervallo per un infortunio che non ci farà dormire sonni tranquilli da qui al match con il Barcellona; e la genuina pazzia di Marko Arnautovic, che, in un quarto d'ora, ha saputo farmi divertire alla grande, con giocate da autentico fuoriclasse.

mercoledì 21 aprile 2010

INTER-Barcellona 3-1 (VI)

Per capire il gesto di Balotelli vi chiedo solo un piccolo sforzo di fantasia: chiudete gli occhi e pensate di vivere uno dei momenti più importanti della vostra vita professionale. Ci siate arrivati dopo tanto lavoro, tesi perchè conoscete l'importanza dell'evento; arrabbiati perchè volevate essere protagonisti e invece siete diventati solo comprimari. Poi, nel momento più bello, una zolla di terra rovina tutto e 80 mila persone comiciano a fischiare. A fischiarvi. Questo è successo a Balotelli: al primo errore, un passaggio sbagliato per colpa del terreno e tutto San Siro ha cominciato a insultarlo. E qualcuno poi si sorprende della reazione di questo ragazzo di venti anni? Io lo difendo e lo capisco. Quella maglia gettata per terra, le offese al pubblico, sono stati gesti forti ed esagerati, ma proporzionati al momento, all'evento, alla tensione di una partita come Inter-Barcellona. Io ricordo quando giocavo quanto mi davano fastidio i fischi che arrivavano dopo una giocata non riuscita. Ero già arrabbiato per l'errore e quei fischi proprio non li sopportavo, non li capivo, se arrivavano dai miei tifosi.

Balotelli è un ragazzo di venti anni che ha bisogno di aiuto per crescere. E' un grande talento, forse il più importante del calcio italano ma è evidente che ha problemi con le regole, nel rapportarsi con il gruppo, nell'accettare ruoli e decisioni. Il talento lo gestisce lui, per il resto ha bisogno di qualcuno che gli dia una mano. Mourinho si è stancato di fargli da balia, ma vuole tutelare il giocatore: infatti domenca lo farà giocare per non bruciarlo. Al ragazzo, all'uomo, devono pensare i genitori, i fratelli e il suo procuratore: giorno dopo giorno. Purtroppo per diventare campioni i piedi non bastano.

da "VISTI DALL'ALA", di Massimo Mauro; la Repubblica

INTER-Barcellona 3-1 (V)

Una festa grandissima, uno stadio, quello di San Siro, acceso, ribollente e addirittura commovente per come ha portato l'Inter al successo più bello e incredibile di questi ultimi anni. 3-1 al Barcellona è un risultato importante, quasi storico, che determina il grande salto dell'Inter fra i grandi club internazionali. Anche se sarebbe stupido portare questa esaltazione troppo in là: il grosso del lavoro deve essere ancora compiuto e la finale di Madrid ancora tutta da conquistare. Per l'Inter non è certo impossibile adesso arrivarci, ma per il Barcellona - se non sarà quello irriconoscibile visto a San Siro - non è impossibile ribaltare quel risultato. Gioire ma non montarsi la testa e rimanere con i piedi a terra. Da oggi in poi il futuro della squadra di Mourinho più che dall'Italia - con lo scudetto che le viene conteso dalla Roma - passa per la Spagna. La settimana prossima il ritorno al Camp Nou: per passare, tutto sommato, basta non perdere male. E poi si spera, la finalissima di Madrid ora vicina più che mai.

Complimenti a Mourinho innanzitutto. Non sarà simpatico a molti, sarà arrogante ed eccessivo in qualche occasione, ma è un tecnico che ha dato all'Inter cuore e carattere e soprattutto una coscienza da grande squadra. L'Inter, così come contro il Chelsea, ha affrontato i campioni d'Europa, addirittura la squadra più forte al mondo si dice, da pari a pari, senza alcun timore, ben decisa a fare più gol possibile per arrivare al match di ritorno ben coperta, con buone chances insomma\di qualificazione alla finale. Non inganni l'iniziale gol di Pedro con cui il Barcellona è andato in vantaggio, l'Inter aveva avuto le sue palle gol con Milito e aveva subito occupato il campo per far vedere chi era il padrone di casa, per far vedere che non c'era alcun timore riverenziale. Il Barcellona cercherà di ripagarla con la stessa moneta al ritorno.

Il grande protagonista della serata è stato l'argentino Milito dell'Inter e non l'argentino Messi del Barcellona. I pronostici sono stati rovesciati: l'argentino con la maglia nerazzurra è stato perfetto, quello in maglia rosa (mamma mia che colori...) è stato incredibilmente nullo e fuori partita. Capita anche ai grandissimi. Milito è arrivato a segnare il suo 23° gol in 43 partite, mentre Messi, proprio nella serata in cui serviva di più, non è riuscito ad incrementare il suo già strabiliante record di 40 gol in 46 partite. Abbiamo guardato bene in campo, ma non abbiamo visto gabbie, non abbiamo visto giocatori affannarsi disperatamente nella sua marcatura. Il grande campione è stato affrontato marcandolo come uno dei tanti, Cambiasso quando capitava, ma poi poteva toccare a Motta a Zanetti o anche a qualcun altro. Messi - insieme ad Ibrahimovic - è stato la sorpresa in negativo di questa partita. La sensazione è che non funzioni proprio la coppia con Ibra, che quando c'è lo spilungone svedese a fare da tappo vada in difficoltà, che non si senta sufficientemente libero. In ogni caso se ha giocato male Messi, altrettanto male ha giocato Ibrahimovic. L'Inter da questo punto di vista è stata fortunata certamente, non era sicuramente il Barcellona che ha distrutto l'Arsenal. Ma un po' di fortuna bisogna pure meritarsela, e l'Inter se l'è più che meritata.

La partita nella sostanza è stata spaccata esattamente a metà. Dopo il pareggio del primo tempo, nella ripresa l'Inter è tornata in campo chiudendo la partita in meno di un quarto d'ora. Contropiedi velocissimi e anche giocatori molto più determinati: il Pandev che all'inizio sembrava un po' sbandato nella ripresa è cresciuto tantissimo, e così Milito che sembrava aver perso il suo veleno sottoporta si è reso utilissimo prima come assist-man e poi anche come goleador. Lucio ha fatto una partita di commovente bellezza per l'impegno e per le splendide acrobazie, Maicon ha riscattato il brutto errore di essersi fatto sfuggire Maxwell sul gol del Barcellona, Samuel ha tenuto salda la difesa, Cambiasso come al solito ha fatto una quantità enorme di lavoro a centrocampo oltre che annullare il tiratore avversario più pericoloso, Eto'o che pure non ha segnato è comunque andato al tiro e si è proposto come assist man. Julio Cesar rimasto poco impegnato per un'ora è stato perfetto e grandioso in alcuni interventi di pugno e che hanno contribuito alla vittoria né più né meno dei gol di Sneijder, Maicon e Milito.

Unico giocatore assolutamente fuori partita, in maniera incredibile e clamorosa, Balotelli entrato negli ultimi venti minuti al posto di Milito. Uno psicodramma davanti a 80mila persone. E' riuscito a entrare, a sbagliare tutto e a litigare col pubblico. Tutta una sequenza di gestacci e di segni di insofferenza. E' uscito tra i fischi sbattendo la maglia a terra. E' stato un finale incredibile, choccante, in assoluto contrasto con tutta la partita. E' stata anche la sera in cui si è probabilmente deciso il divorzio tra l'unico attaccante italiano dell'Inter (unico italiano in assoluto in questa partita...) e la società che ne ha fatto un campione. Rimasto però ancora fortemente acerbo a livello di testa. Inspiegabile e assurdo, ma è così.

Mou continua nella sua imbattibilità casalinga che dura dal 2002. Diversamente da quando trovò il Barcellona nella prima partita del girone (0-0), l'Inter è stata subito aggressiva. Da allora è una squadra che è cambiata molto, che ha rinunciato molto in campo nazionale, ma che ha fatto progressi notevoli in campo internazionale. E' stata una scelta controversa, e mai del tutto espressa, ma che ha avuto una sua logica. Potrebbe pagare ulteriormente a livello di lotta scudetto l'Inter se dovesse effettivamente arrivare in finale (non tanto nel prossimo turno di campionato, forse, visto che gioca con l'Atalanta...), ma che ha una sua assoluta logica. L'Inter è in corsa su tutti i fronti: potrebbe andare, per dirla alla Mourinho, da "tre tituli" a "zeru tituli". Forse non è nemmeno questione di scegliere, ma di affrontare gli impegni così come arrivano. Di certo l'occasione di riportare a Milano quella Coppa che manca ormai da 45 anni è troppo importante e comincia a diventare sempre meno un sogno.

di Fabrizio Bocca; la Repubblica

Sviluppi

Mou "perdona" Balotelli, che giocherà con l'Atalanta: Mario dimostri di aver capito, ed il pubblico gli dia un'altra occasione sostenendolo. Siamo tutti sulla stessa barca... e che barca!!!

INTER-Barcellona 3-1 (IV)

INTER-Barcellona 3-1 (III)

Uno stadio fantastico è stata la degna cornice di una delle imprese più belle del calcio italiano. L'Inter non è ancora in finale perchè contro il Barcellona mai dare nulla per scontato, ma questa serata nessuno potrà mai toglierla ai tifosi interisti e a tutti gli appassionati di calcio italiani senza esclusioni di tifo.
Difficile dire chi è stato l'uomo più determinante ma certamente posso dire chi è stato il più furbo: Mourinho. Ha aspettato il Barcellona, lo conosceva bene, sapeva che la presunzione poteva essere letale alla squadra di Guardiola. Gli spagnoli non resistono: gli dai metri di campo e loro si buttano dentro, tentano le giocate, tutti a cercare il gol. Magari dimenticando quanto di tattico avrà predicato Guardiola nel preparare la partita. E Mourinho così l'ha battuto. In campo è arrivata un'Inter umile e intelligente. Ha avuto pazienza, ha fatto giocare il Barcellona per poi colpire con ripartenze micidiali. Non vorrei esagerare ma sono sicuro che a Mourinho non è dispiaciuto neanche il vantaggio del Barcellona: sapeva che poi non avrebbero resistito a cercare la goleada.

Poi metto a confronto due giocatori: Messi e Sneijeder. L'argentino è sparito, non si è mai visto (solo un tiro pericoloso), un'ombra. L'olandese è geniale, come al solito nelle partite che contano. Non solo grande tecnica ma grande sofferenza in mezzo al campo e sempre pronto e lucido per la giocata giusta. Un giocatore completo, moderno e fondamentale in una squadra che vuole vincere. Chi è il vero fenomeno?

Ma come dimenticare Milito, due assist e un gol, costretto ad uscire per crampi dopo i chilometri e gli scatti che ha dovuto fare. E le incursioni di Maicon, con quel gol che è un gioiello di tecnica (nel controllo). Non ho contato i palloni che hanno recuperato Thiago Motta, Zanetti, Lucio e Samuel. E i dribbling di Pandev.
Ora Mourinho ha un grande lavoro da fare: conservare in questi sette giorni la stessa umiltà e intellligenza. Da Barcellona ora Madrid non è molto lontana.

da "VISTI DALL'ALA", di Massimo Mauro; la Repubblica

INTER-Barcellona 3-1 (II)


Mario, è vero, hai sbagliato, ma perché ti hanno voluto fischiare? Dimentichiamocene, e ricorda che sbagliando si impara.

INTER-Barcellona 3-1

Che impresa!!!
Madrid è sempre più vicina...