sabato 10 marzo 2012
INTER-Catania 2-2
Grande reazione di carattere. Ma Cambiasso non può meritarsi una cosa del genere. Pazzini datti all'ippica.
sabato 18 febbraio 2012
sabato 11 febbraio 2012
giovedì 2 febbraio 2012
Tanto per gradire
Bene, sono 5 punti in due partite buttati nel cesso; cui potremmo aggiungere i 3 della rovinosa partita contro il Novara sotto Gasp. E fanno 8 punti "facili"... in meno.
A voi le conclusioni.
INTER-Palermo 4-4
"Farò di necessità virtù", ripete, e intanto sorride, ma è allenatore troppo navigato, Claudio Ranieri, per mostrare al mondo la vera natura di quel sorriso. C'è un filo di amarezza, nel tecnico dell'Inter, per come si è concluso il mercato nerazzurro. Perché nella sessione invernale ha trionfato la linea del club, ed è stata nettamente sconfitta quella dell'allenatore. Perché il club ha pensato al futuro prossimo, e non a quello immediato: si è fatta cassa con Thiago Motta (rinunciando a prolungargli e ritoccargli il contratto, come il brasiliano chiedeva) e si è preso Guarin più per la prossima stagione che per quella attuale, visto che il giocatore è ineleggibile in Champions e sarà pronto tra un mesetto perché è pure infortunato. Lo scudetto è diventato ormai una chimera e per la Champions, ormai alle porte e unico obiettivo rimasto, il tecnico deve trovare la giusta quadratura della squadra.
Delle richieste dell'allenatore non si è tenuto gran conto, o in ogni caso non si è riusciti prenderle in considerazione. Ranieri aveva trovato una quadratura tattica col 4-4-2 e Thiago Motta perno insostituibile? Beh, Motta è stato ceduto e al suo posto è arrivato Palombo, non esattamente un omologo. Ranieri avrebbe voluto un attaccante esterno per provare un 4-2-3-1 di mourinhana memoria? Nemmeno l'attaccante esterno è arrivato. Il risultato è
Delle richieste dell'allenatore non si è tenuto gran conto, o in ogni caso non si è riusciti prenderle in considerazione. Ranieri aveva trovato una quadratura tattica col 4-4-2 e Thiago Motta perno insostituibile? Beh, Motta è stato ceduto e al suo posto è arrivato Palombo, non esattamente un omologo. Ranieri avrebbe voluto un attaccante esterno per provare un 4-2-3-1 di mourinhana memoria? Nemmeno l'attaccante esterno è arrivato. Il risultato è
che Ranieri dopo il mercato di gennaio si ritrova un'Inter sostanzialmente più debole, o di sicuro non più forte. Ergo, qual è il segnale che il club ha inviato? Che non crede nella rincorsa scudetto, per prima cosa. La seconda: che le esigenze di Ranieri non sono prioritarie. Brutto, bruttissimo segnale, conoscendo la storia recente dell'Inter. Due dei tre predecessori del tecnico romano, nel dopo-Mourinho, hanno avuto lo stesso trattamento, col club che ha ceduto un pezzo pregiato della rosa senza rafforzarla in alcun modo concreto: è gà accaduto a Benitez (via Balotelli, nessun acquisto) e Gasperini (via Eto'o e in cambio gli acquisti al risparmio di Forlan e Zarate: infatti s'è visto com'è andata).
Due precedenti a dire il vero allarmanti, dal punto di vista di Ranieri: Benitez e Gasperini hanno avuto vita brevissima, sono state meteore che pochissimi rimpiangono (anche perché il club non li aveva mai davvero apprezzati). Al solo Leonardo, giusto un anno fa, Moratti regalò giocatori per una rimonta in cui il presidente credeva, anche solo per il gusto di combinare uno scherzaccio al Milan: arrivarono Pazzini, Ranocchia, Nagatomo e Kharja. A Ranieri, invece, vendono Thiago Motta nonostante il tecnico per giorni dica che "non è un giocatore sostituibile", gli prendono Palombo e un Guarin tutto da scoprire, e neanche in buona salute (è fermo da quasi tre mesi). Risultato: "Farò di necessità virtù", sorride quieto Ranieri, mentre dentro ribolle, ma medita di moltiplicare gli sforzi per trovare una quadratura tattica, un assetto decente anche senza Thiago Motta e il 4-4-2. Sarà dura, e si è visto anche contro il Palermo, in una partita in cui tanti giudizi devono comunque essere sospesi perché non è stato calcio autentico. Poche indicazioni, ma concrete: Milito è in fortissima ripresa, neve o non neve; la coppia difensiva Lucio-Ranocchia è la peggiore che l'Inter possa schierare; su Poli è opportuno credere per il futuro. Per il resto, da Roma-Inter in poi, i nerazzurri corrono sul filo. E Ranieri un po' di più.
Elogi del presidente al "Principe": "Ricorderò i quattro gol segnati da Milito perchè è un'impresa notevole. Poi, il risultato per uno spettatore al quale non importa nulla nè del Palermo nè dell'Inter è divertente, per chi è tifoso un pò meno. Si diceva che era in crisi, ma allo stesso modo si diceva che nel momento nel quale avrebbe di nuovo iniziato a segnare l'avrebbe fatto a ripetizione". Ironico sul campo di san Siro imbiancato dalla neve: "L'abbondante nevicata ha influito sul tipo di partita perchè sono quelle partite con un clima un pò diverso che fanno venire fuori anche delle gare un pò diverse. Terreno ghiacciato, anche se forse quello di San Siro era meglio ieri sera rispetto al solito. Per il resto la partita è stata un pò pazza, da ricordare e certamente avevamo già vinto quindi dispiace". I due punti lasciati sul campo fanno male, ma resta la soddisfazione per la grande serata del Principe.
Due precedenti a dire il vero allarmanti, dal punto di vista di Ranieri: Benitez e Gasperini hanno avuto vita brevissima, sono state meteore che pochissimi rimpiangono (anche perché il club non li aveva mai davvero apprezzati). Al solo Leonardo, giusto un anno fa, Moratti regalò giocatori per una rimonta in cui il presidente credeva, anche solo per il gusto di combinare uno scherzaccio al Milan: arrivarono Pazzini, Ranocchia, Nagatomo e Kharja. A Ranieri, invece, vendono Thiago Motta nonostante il tecnico per giorni dica che "non è un giocatore sostituibile", gli prendono Palombo e un Guarin tutto da scoprire, e neanche in buona salute (è fermo da quasi tre mesi). Risultato: "Farò di necessità virtù", sorride quieto Ranieri, mentre dentro ribolle, ma medita di moltiplicare gli sforzi per trovare una quadratura tattica, un assetto decente anche senza Thiago Motta e il 4-4-2. Sarà dura, e si è visto anche contro il Palermo, in una partita in cui tanti giudizi devono comunque essere sospesi perché non è stato calcio autentico. Poche indicazioni, ma concrete: Milito è in fortissima ripresa, neve o non neve; la coppia difensiva Lucio-Ranocchia è la peggiore che l'Inter possa schierare; su Poli è opportuno credere per il futuro. Per il resto, da Roma-Inter in poi, i nerazzurri corrono sul filo. E Ranieri un po' di più.
Elogi del presidente al "Principe": "Ricorderò i quattro gol segnati da Milito perchè è un'impresa notevole. Poi, il risultato per uno spettatore al quale non importa nulla nè del Palermo nè dell'Inter è divertente, per chi è tifoso un pò meno. Si diceva che era in crisi, ma allo stesso modo si diceva che nel momento nel quale avrebbe di nuovo iniziato a segnare l'avrebbe fatto a ripetizione". Ironico sul campo di san Siro imbiancato dalla neve: "L'abbondante nevicata ha influito sul tipo di partita perchè sono quelle partite con un clima un pò diverso che fanno venire fuori anche delle gare un pò diverse. Terreno ghiacciato, anche se forse quello di San Siro era meglio ieri sera rispetto al solito. Per il resto la partita è stata un pò pazza, da ricordare e certamente avevamo già vinto quindi dispiace". I due punti lasciati sul campo fanno male, ma resta la soddisfazione per la grande serata del Principe.
di Andrea Sorrentino; la Repubblica
domenica 29 gennaio 2012
venerdì 27 gennaio 2012
Napoli-INTER 2-0
Cavani ci butta fuori dalla Coppa Italia. Dispiace, ma poco male. In semifinale il Napoli affronterà il Siena (storico traguardo) che eliminato il Chievo. Dall'altra parte del tabellone Milan e Juventus.
lunedì 23 gennaio 2012
lunedì 16 gennaio 2012
L'analisi
Con la vittoria nel derby l'Inter ottiene qualcosa in più del risultato del campo, meritato per quanto non previsto dalla maggior parte dei pronostici. Riapre il campionato, che chiuso non era ma la vedeva fuori dall'uscio. Un incrocio di risultati e di colori semplificava il lavoro dell'Inter, cui un pari poco serviva. La Juve aveva pareggiato col Cagliari, strano ritorno del rossoblù a rallentare la corsa della squadra di Conte: prima del Cagliari, anche Bologna e Genoa avevano pareggiato a Torino. A Marassi, ancora rossoblù (Genoa) a rallentare, anzi a battere altri bianconeri (Udinese). Così, ci guadagnano le seconde linee, e l'Inter ci guadagna parecchio in autostima perché fin qui non era riuscita a battere nessuna delle squadre che la precedevano.
Non è stato un bel derby, specie nel primo tempo. Nemmeno le condizioni erano ideali: una ghiacciaia lo stadio, scivoloso il campo. Ranieri azzecca la formazione, Snejider in panchina, per lui solo l'ultimo quarto d'ora. Giusta prudenza, per un giocatore fermo dal 2 novembre. Allegri non azzecca la formazione, ma è tutto il Milan in blocco ad avere la responsabilità di una pessima gestione dell'ultima settimana. Si è parlato molto più della partenza di Pato, e in seconda battuta del rinnovo del contratto di Allegri, che dell'Inter. Non è un caso che dopo meno di 5' l'Inter abbia già fatto gol (testa di T. Motta) annullato per un fuorigioco che non c'è. L'Inter gioca come Ranieri aveva annunciato: raccolta e pronta a colpire in contropiede.
Non è stato un bel derby, specie nel primo tempo. Nemmeno le condizioni erano ideali: una ghiacciaia lo stadio, scivoloso il campo. Ranieri azzecca la formazione, Snejider in panchina, per lui solo l'ultimo quarto d'ora. Giusta prudenza, per un giocatore fermo dal 2 novembre. Allegri non azzecca la formazione, ma è tutto il Milan in blocco ad avere la responsabilità di una pessima gestione dell'ultima settimana. Si è parlato molto più della partenza di Pato, e in seconda battuta del rinnovo del contratto di Allegri, che dell'Inter. Non è un caso che dopo meno di 5' l'Inter abbia già fatto gol (testa di T. Motta) annullato per un fuorigioco che non c'è. L'Inter gioca come Ranieri aveva annunciato: raccolta e pronta a colpire in contropiede.
Il possesso di palla lo lascia volentieri al Milan, che è specialista nel settore. Specialità che serve a poco, quasi a nulla. Dopo che Alvarez ha sciupato il possibile vantaggio, Van Bommel colpisce la traversa.
E' probabile che Pato sentisse molto questa partita. Ma questa partita non ha sentito lui. Pasticcia, non incide, Ibrahimovic gira al largo e solo gli inserimenti (rari) dei centrocampisti possono preoccupare Julio Cesar. Emanuelson è fuori posizione, Boateng pure. Incassato il gol al 9' st (testarda iniziativa di Zanetti, liscio di Abate, sinistro angolato di Milito) il Milan mostra il lato peggiore della sua serata negativa: l'incapacità di essere squadra. Ognuno cerca di raddrizzare la situazione da solo. Robinho entra e divora un gol, Pato esce tra i fischi. Se l'hanno visto ieri sera, al Psg non si metteranno a piangere per il mancato arrivo. Nella sua essenzialità, che si può pure definire conoscenza dei propri limiti, più incisiva l'Inter, che è parsa anche più fresca.
Nel turno delle occasioni perdute (prima la Juve, poi il Milan) la Juve non può lamentarsi. E' partita a tutto gas, ha segnato un bellissimo gol, ha patito le iniziative in velocità del Cagliari. Che avrebbe più motivi di lamentarsi, per due falli di mano in area juventina giudicati involontari dall'arbitro. Conte non ha convinto quando ha spedito in campo Krasic (che ha buttato via il 2-1) e nemmeno ha convinto, fin qui, un mercato che colleziona punte quando servirebbero centrocampisti. Va comunque detto che Conte, con 18, ha superato il record di Carver, imbattuto per 17 partite nel '49/50. L'Udinese, con le note assenze dovute alla Coppa d'Africa, ha perso sì, ma è ancora viva e vegeta.
Domenica sera, Inter-Lazio: deciderà qual è la quarta forza. Resta impressionante il cammino dell'Inter, che ora col recupero degli infortunati (Forlan, oltre a Sneijder) offre maggiori alternative. Resta lontana ma non lontanissima dalla cima: 6 punti. Non succede spesso che nello stesso giorno le prime tre facciano un solo punto. Il Milan non esce ridimensionato, dice Allegri. Dipende dai punti di vista. Un Milan più concentrato, o meno distratto, non avrebbe fallito il doppio obiettivo di giornata: scavalcare la Juve e mettere definitivamente l'Inter fuori dai grandi giochi. Tra le bancarelle del mercato, tra mancate partenze e mancati arrivi, con missioni all'estero e precise volontà presidenziali, la carica agonistica del Milan s'è un po' dissolta e la scarsa propensione al movimento delle sue punte non l'ha aiutato. L'Inter ha fatto tutto quello che doveva per vincere e il Milan le ha dato una mano.
E' probabile che Pato sentisse molto questa partita. Ma questa partita non ha sentito lui. Pasticcia, non incide, Ibrahimovic gira al largo e solo gli inserimenti (rari) dei centrocampisti possono preoccupare Julio Cesar. Emanuelson è fuori posizione, Boateng pure. Incassato il gol al 9' st (testarda iniziativa di Zanetti, liscio di Abate, sinistro angolato di Milito) il Milan mostra il lato peggiore della sua serata negativa: l'incapacità di essere squadra. Ognuno cerca di raddrizzare la situazione da solo. Robinho entra e divora un gol, Pato esce tra i fischi. Se l'hanno visto ieri sera, al Psg non si metteranno a piangere per il mancato arrivo. Nella sua essenzialità, che si può pure definire conoscenza dei propri limiti, più incisiva l'Inter, che è parsa anche più fresca.
Nel turno delle occasioni perdute (prima la Juve, poi il Milan) la Juve non può lamentarsi. E' partita a tutto gas, ha segnato un bellissimo gol, ha patito le iniziative in velocità del Cagliari. Che avrebbe più motivi di lamentarsi, per due falli di mano in area juventina giudicati involontari dall'arbitro. Conte non ha convinto quando ha spedito in campo Krasic (che ha buttato via il 2-1) e nemmeno ha convinto, fin qui, un mercato che colleziona punte quando servirebbero centrocampisti. Va comunque detto che Conte, con 18, ha superato il record di Carver, imbattuto per 17 partite nel '49/50. L'Udinese, con le note assenze dovute alla Coppa d'Africa, ha perso sì, ma è ancora viva e vegeta.
Domenica sera, Inter-Lazio: deciderà qual è la quarta forza. Resta impressionante il cammino dell'Inter, che ora col recupero degli infortunati (Forlan, oltre a Sneijder) offre maggiori alternative. Resta lontana ma non lontanissima dalla cima: 6 punti. Non succede spesso che nello stesso giorno le prime tre facciano un solo punto. Il Milan non esce ridimensionato, dice Allegri. Dipende dai punti di vista. Un Milan più concentrato, o meno distratto, non avrebbe fallito il doppio obiettivo di giornata: scavalcare la Juve e mettere definitivamente l'Inter fuori dai grandi giochi. Tra le bancarelle del mercato, tra mancate partenze e mancati arrivi, con missioni all'estero e precise volontà presidenziali, la carica agonistica del Milan s'è un po' dissolta e la scarsa propensione al movimento delle sue punte non l'ha aiutato. L'Inter ha fatto tutto quello che doveva per vincere e il Milan le ha dato una mano.
di Gianni Mura; la Repubblica
Il vecchio marpione
Anche se non vuole sentirselo dire e quando accade compie gesti scaramantici d'ogni tipo, Claudio Ranieri è indiscutibilmente un uomo da derby. Lo raccontano le cifre, impressionanti. A parte le esperienze all'estero, in cui comunque ha lasciato il segno (con l'Atletico Madrid vinse 3-1 contro il Real al Bernabeu, e quella rimane tuttora l'ultima vittoria dell'Atletico in un derby), è nei derby italiani che Ranieri si esalta. Tre ne ha giocati a Torino con la Juventus: due vittorie e un pareggio. Quattro con la Roma, e sono state tutte vittorie ai danni della Lazio. Quello di ieri era il suo primo a Milano, e ha vinto anche questo. Totale: sette vittorie e un pareggio in otto partite. Un mostro. Se gli chiedete qual è il suo segreto, vi risponderà svogliatamente: "L'importante è avere grandi campioni dalla tua parte...". Macché: è rimasto nella piccola storia del calcio romano il suo azzardo in un derby del 2010, quando alla fine del primo tempo, sotto per 1-0, sostituì Totti e De Rossi lasciandoli negli spogliatoi, e al rientro la Lazio sbagliò il rigore del 2-0 poi la Roma pareggiò e vinse, in una giornata memorabile. Quindi non è neppure una questione di avere o non avere campioni, è proprio che Ranieri nel derby si trova a meraviglia, conosce evidentemente i registri da usare nella preparazione psicologica della gara, poi sa disporre in campo la squadra imponendole un totale controllo tattico della propria metà campo, che è sempre un atteggiamento saggio da tenere in un derby, gara dagli equilibri sottilissimi come poche altre.
Intanto l'1-0 sul Milan è la sesta vittoria consecutiva dell'Inter, l'ottava in nove partite, e rilancia i nerazzurri nella lotta per lo scudetto. Se arrivasse anche una vittoria nell'impegno di domenica prossima contro la Lazio, la rimonta sarebbe cosa fatta. Ma Ranieri si conferma uomo prudentissimo, mai un passo più lungo del dovuto, e in un intervento alla trasmissione Rai "Radio anch'io lo Sport" racconta: "Piano piano stiamo riportando l'Inter alla sua dimensione, che è quella di stare nella parte alta della classifica. Ma non abbiamo ancora fatto nulla, siamo ancora lontani dalla vetta, dobbiamo continuare con questa umiltà, con questo spirito di sacrificio. Sappiamo i difetti che abbiamo, avevamo giocato bene anche gare poi perse, concedendo a Napoli, Juventus e Udinese la possibilità di colpirci in contropiede. Infatti, nel derby, avendo martellato i giocatori su questi concetti tattici, siamo partiti un po' contratti, abbiamo commesso qualche errore di tensione, poi ci siamo distesi e abbiamo anche giocato bene, come avevamo fatto anche nelle precedenti due gare, con Lecce e Parma. Per cercare di riavvicinarci alla vetta dovevamo infilare vittorie consecutive, non c'era altra possibilità. Adesso vedo che la squadra sta conquistando autostima. Dati troppo presto per finiti, i giocatori stanno dimostrando di avere ancora molto da dare. Valuteremo con il presidente che cosa possiamo fare e se dobbiamo farlo. Mi piace questo spogliatoio e questo spirito. Tevez? Ribadisco quanto già detto: adesso gli equilibri ci sono, ci siamo compattati, Tevez è un campione, ma non gioca da tanto tempo, bisogna quindi capire quanto può dare e quanto può togliere".
Dopo un derby simile, difficile negare l'importanza di Zanetti, 38 anni suonati, in questa squadra: "Lui è unico. Non ho parole. È sempre il primo ad arrivare e l'ultimo ad andare via. Sempre positivo, mai ascoltata da lui una parola di sconforto o di critica, è sempre pronto a incitare i compagni. È stupendo avere un capitano così. La mia fortuna è stata quella di lavorare con il gruppo storico che non si è mai disunito. Io ho cercato di trasmettere serenità e i primi a motivarmi in tal senso erano loro per come lavoravano in allenamento anche quando perdevamo le partite. Ho cercato di riportarli a giocare nei loro ruoli naturali, ma ripeto, lavorare con questi ragazzi è davvero un piacere. Sneijder? Per come lo vedo io, è motivatissimo".
Intanto l'1-0 sul Milan è la sesta vittoria consecutiva dell'Inter, l'ottava in nove partite, e rilancia i nerazzurri nella lotta per lo scudetto. Se arrivasse anche una vittoria nell'impegno di domenica prossima contro la Lazio, la rimonta sarebbe cosa fatta. Ma Ranieri si conferma uomo prudentissimo, mai un passo più lungo del dovuto, e in un intervento alla trasmissione Rai "Radio anch'io lo Sport" racconta: "Piano piano stiamo riportando l'Inter alla sua dimensione, che è quella di stare nella parte alta della classifica. Ma non abbiamo ancora fatto nulla, siamo ancora lontani dalla vetta, dobbiamo continuare con questa umiltà, con questo spirito di sacrificio. Sappiamo i difetti che abbiamo, avevamo giocato bene anche gare poi perse, concedendo a Napoli, Juventus e Udinese la possibilità di colpirci in contropiede. Infatti, nel derby, avendo martellato i giocatori su questi concetti tattici, siamo partiti un po' contratti, abbiamo commesso qualche errore di tensione, poi ci siamo distesi e abbiamo anche giocato bene, come avevamo fatto anche nelle precedenti due gare, con Lecce e Parma. Per cercare di riavvicinarci alla vetta dovevamo infilare vittorie consecutive, non c'era altra possibilità. Adesso vedo che la squadra sta conquistando autostima. Dati troppo presto per finiti, i giocatori stanno dimostrando di avere ancora molto da dare. Valuteremo con il presidente che cosa possiamo fare e se dobbiamo farlo. Mi piace questo spogliatoio e questo spirito. Tevez? Ribadisco quanto già detto: adesso gli equilibri ci sono, ci siamo compattati, Tevez è un campione, ma non gioca da tanto tempo, bisogna quindi capire quanto può dare e quanto può togliere".
Dopo un derby simile, difficile negare l'importanza di Zanetti, 38 anni suonati, in questa squadra: "Lui è unico. Non ho parole. È sempre il primo ad arrivare e l'ultimo ad andare via. Sempre positivo, mai ascoltata da lui una parola di sconforto o di critica, è sempre pronto a incitare i compagni. È stupendo avere un capitano così. La mia fortuna è stata quella di lavorare con il gruppo storico che non si è mai disunito. Io ho cercato di trasmettere serenità e i primi a motivarmi in tal senso erano loro per come lavoravano in allenamento anche quando perdevamo le partite. Ho cercato di riportarli a giocare nei loro ruoli naturali, ma ripeto, lavorare con questi ragazzi è davvero un piacere. Sneijder? Per come lo vedo io, è motivatissimo".
di Andrea Sorrentino; la Repubblica
Auguri Cassius
Probabilmente Muhammad Ali non è stato il più forte pugile di tutti i tempi: molti 'datati' navigatori dei ring indicano Joe Louis o, scendendo dai massimi ai medi, Ray Sugar Robinson complessivamente superiori. Questione di opinioni... Su un dato però non c'è storia: sicuramente Muhammad Ali è stato il più grande pugile, forse il più grande sportivo di tutti i tempi. Dal 17 gennaio del 1942, settanta anni da mito, sul ring ma anche e soprattutto fuori. Mai una parola figlia illegittima della banalità. Non una bocca la sua, ma una mitragliatrice: raffiche di pallottole verso il bersaglio del perbenismo di una certa America, conservatrice ed incapace di accettare che il campione del mondo dei pesi massimi rifiutasse di 'onorare' la patria nella follia del Vietnam. ''Non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato negro...''. Non una frase buttata al vento, ma una precisa scelta di coscienza che gli costò il ritiro della licenza e la perdita del titolo negli anni sessanta.
Senza coraggio il ring neanche si sfiora. ''I campioni non si fanno nelle palestre. I campioni si fanno con qualcosa che hanno nel loro profondo: un desiderio, un sogno, una visione''. Ali quella visione l'ha saputa portare fuori dal ring, ha rinnegato un paese che non sentiva suo per riaffermare il principio indissolubile della pace. Settanta anni di Ali, lo sportivo super del secolo scorso, con una incursione tenera, ormai stanco e malato, in quello attuale. Un frullatore di frammenti che hanno accompagnato ognuno di
Senza coraggio il ring neanche si sfiora. ''I campioni non si fanno nelle palestre. I campioni si fanno con qualcosa che hanno nel loro profondo: un desiderio, un sogno, una visione''. Ali quella visione l'ha saputa portare fuori dal ring, ha rinnegato un paese che non sentiva suo per riaffermare il principio indissolubile della pace. Settanta anni di Ali, lo sportivo super del secolo scorso, con una incursione tenera, ormai stanco e malato, in quello attuale. Un frullatore di frammenti che hanno accompagnato ognuno di
noi, appassionati di sport e non. Per chi ama il pugilato, Ali è stato anche il percorso dal letto alla stanza dove era posizionata la televisione: rito collettivo nel cuore della notte per assistere ai suoi match, per ovvie ragioni di fuso ad orari improponibili per l'Italia.
Ma anche coloro ai quali del pugilato non frega assolutamente nulla, hanno saputo e sanno di Ali. Chi lo venerava, e chi non vedeva l'ora che qualcuno gli desse una lezione per quel suo modo linguacciuto di indispettire gli avversari. Show man sul ring e nella vita, perseverante ed ossessivo quando si trattava di raggiungere i propri obbiettivi. ''I want Holmes, I want Holmes''. Sapeva di non potercela fare, ma quante volte lo ha ripetuto prima di tentare, ormai trentottenne, l'ultima impresa impossibile, quando con le prime avvisaglie del morbo di Parkinson si illuse di spodestare dal trono il più giovane e forte rivale, quel Larry Holmes che in una straordinaria manifestazione di rispetto e paradossale affetto gli risparmiò una punizione pesantissima prima dell'inevitabile conclusione al decimo round.
Show man anche nel capolavoro della sua carriera, nel 1974. Tutto lo Zaire, allora si chiamava così, ai suoi piedi. George Foreman, un gigante texano di potenza disumana, ma soggiogato dalla personalità del rivale: campione ridimensionato a sfidante, nero trasformato in amico dei bianchi, indesiderato inquilino dell'Africa Nera. Foreman arrivò a Kinshasa come un pugile che voleva conservare il proprio titolo, Ali come il liberatore di un intero continente. E tutti lo accolsero da re, la sua macchina solcava le strade polverose, e tra le nuvole i volti dei piccoli neri lanciavano il loro grido di implorazione. ''Ali boma ye'', ''Ali uccidilo''. ''George faceva male, ogni suo colpo qualche danno lo provocava sempre, ti spaccava un muscolo, ti incrinava qualche osso''. Ma lui seppe sopportare stoicamente, per otto round, poi zittì i detrattori, tornando a pungere come un ape e danzare come una farfalla, e per Foreman non ci fu scampo.
Dovendo però scegliere però l'immagine dei settanta anni, individuiamo quella in cui lo show man già non c'era più. Il maledetto Parkinson ne aveva già spento i movimenti, ma non lo sguardo ad Atlanta nel 1996. Ultimo tedoforo, delegato ad accendere la torcia olimpica. No, niente show quella volta, ma probabilmente il round più bello di una meravigliosa carriera che si chiama vita: il coraggio di mostrarsi malato, un commovente tremolio, la sua fragilità di un uomo di fronte a quel mondo che aveva avuto in pugno. Da Atlanta ad ora sono passati altri sedici anni, il male non fa sconti. Lo dimostra l'ultima apparizione in pubblico, poco tempo fa, nell'ultimo saluto al più acerrimo rivale Joe Frazier, l'uomo che Alì in una leggendaria trilogia di sfide ha sofferto più di tutti. 'The Greates' e 'Smokin Joe', quanto si stavano vicendevolmente sulle scatole. Eppure dopo la battaglia di Manila, probabilmente nel match più duro di tutti i tempi, Ali commentò la vittoria con fair play, riconoscendo che se l'avversario non avesse abbandonato alla fine del quattordicesimo round, forse lui stesso non si sarebbe ripresentato sul ring. Ali e Frazier, fisici d'acciaio erosi dal tempo, anime indistruttibili.
Ma anche coloro ai quali del pugilato non frega assolutamente nulla, hanno saputo e sanno di Ali. Chi lo venerava, e chi non vedeva l'ora che qualcuno gli desse una lezione per quel suo modo linguacciuto di indispettire gli avversari. Show man sul ring e nella vita, perseverante ed ossessivo quando si trattava di raggiungere i propri obbiettivi. ''I want Holmes, I want Holmes''. Sapeva di non potercela fare, ma quante volte lo ha ripetuto prima di tentare, ormai trentottenne, l'ultima impresa impossibile, quando con le prime avvisaglie del morbo di Parkinson si illuse di spodestare dal trono il più giovane e forte rivale, quel Larry Holmes che in una straordinaria manifestazione di rispetto e paradossale affetto gli risparmiò una punizione pesantissima prima dell'inevitabile conclusione al decimo round.
Show man anche nel capolavoro della sua carriera, nel 1974. Tutto lo Zaire, allora si chiamava così, ai suoi piedi. George Foreman, un gigante texano di potenza disumana, ma soggiogato dalla personalità del rivale: campione ridimensionato a sfidante, nero trasformato in amico dei bianchi, indesiderato inquilino dell'Africa Nera. Foreman arrivò a Kinshasa come un pugile che voleva conservare il proprio titolo, Ali come il liberatore di un intero continente. E tutti lo accolsero da re, la sua macchina solcava le strade polverose, e tra le nuvole i volti dei piccoli neri lanciavano il loro grido di implorazione. ''Ali boma ye'', ''Ali uccidilo''. ''George faceva male, ogni suo colpo qualche danno lo provocava sempre, ti spaccava un muscolo, ti incrinava qualche osso''. Ma lui seppe sopportare stoicamente, per otto round, poi zittì i detrattori, tornando a pungere come un ape e danzare come una farfalla, e per Foreman non ci fu scampo.
Dovendo però scegliere però l'immagine dei settanta anni, individuiamo quella in cui lo show man già non c'era più. Il maledetto Parkinson ne aveva già spento i movimenti, ma non lo sguardo ad Atlanta nel 1996. Ultimo tedoforo, delegato ad accendere la torcia olimpica. No, niente show quella volta, ma probabilmente il round più bello di una meravigliosa carriera che si chiama vita: il coraggio di mostrarsi malato, un commovente tremolio, la sua fragilità di un uomo di fronte a quel mondo che aveva avuto in pugno. Da Atlanta ad ora sono passati altri sedici anni, il male non fa sconti. Lo dimostra l'ultima apparizione in pubblico, poco tempo fa, nell'ultimo saluto al più acerrimo rivale Joe Frazier, l'uomo che Alì in una leggendaria trilogia di sfide ha sofferto più di tutti. 'The Greates' e 'Smokin Joe', quanto si stavano vicendevolmente sulle scatole. Eppure dopo la battaglia di Manila, probabilmente nel match più duro di tutti i tempi, Ali commentò la vittoria con fair play, riconoscendo che se l'avversario non avesse abbandonato alla fine del quattordicesimo round, forse lui stesso non si sarebbe ripresentato sul ring. Ali e Frazier, fisici d'acciaio erosi dal tempo, anime indistruttibili.
di Luigi Panella; la Repubblica
El Principe del Bernal
Diego, ti abbiamo sempre appoggiato, ma anche criticato perché ci sembrava assurdo, tanto più per uno come te, fare certi errori. Noi comunque non dimenticheremo quello che ci hai dato... e il gol di ieri ci rimarrà negli occhi per sempre.
domenica 8 gennaio 2012
INTER-Parma 5-0
Calcio champagne: Milito è tornato Principe, il Pazzo continua a segnare, Ricky fa il fenomeno e Faraoni segna un gol da cineteca... cosa chiedere di più? Vincere il derby.
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